Pace

30 novembre 2014

Nel reparto di riabilitazione dove ti hanno trasferita si aggirano ombre sinistre, sagome distorte, avanzi umani.
Da ogni camera esce la voce della disperazione che invoca un’infermiera, la mamma, la fine.
Tu -almeno in questo- sei stata molto fortunata.

Lei ha poco più di trent’anni e un viso pulito da ventenne.
E’ nata in cima al Monte Amiata, ha la loquela maremmana che mi scuote il cuore, perché mi ricorda affetti importanti.
Il suo nome in greco vuole dire pace.
Un giorno di tre mesi fa tornava in auto dalle vacanze.
E’ uscita fuori strada.
Ha distrutto la macchina e se stessa.
Mentre la sua vita si trasformava in un sogno brutto e sfocato, medici amorosi l’hanno ricucita, rimontata, ricostruita.
Sua madre ha preso una camera in affitto vicino all’ospedale in questo pezzo di Toscana così lontano dalla sua.
Da tre mesi vivono così: una dentro, una fuori, insieme nelle ore del passaggio consentito.
Per settimane non si è mossa, non si è nutrita, non è stata.
Adesso divora un libro dietro l’altro, sogna il giorno in cui potrà riassaggiare il baccalà alla livornese e inganna l’attesa con un mon-cheri.
E’ morbida, educata, familiare, discreta.
E’ positiva, incoraggiante, bella da guardare, perché rappresenta il coraggio che non cede, la forza che non abbandona.
Quando il pianto ti soffoca la gola e non riesci a trattenerlo, lei ti lascia la camera tutta per te, se ne va sulla sedia a rotelle, ti regala la pace.
Poi torna.
E la pace si raddoppia.

Il mio Pratolini

28 novembre 2014

Un mese fa con un giornalista presi l’impegno di un incontro pubblico da tenere ogni quarto venerdì del mese alla “Via dei libri”, la libreria-tendone in via Martelli, e da dedicare ogni volta a un autore diverso purché toscano, vivo o morto, a piacere mio.

Oggi è il quarto venerdì di questo mese, venti giorni fa nella mia famiglia è successa una tragedia di dimensioni paniche, la mia testa è completamente altrove, piglierei più volentieri una pedata nei denti, ma mi tocca.

L’autore con cui ho deciso di iniziare è Vasco Pratolini.
Stasera alle 18 proverò a raccontare perché.
La cosa buona è che alla stessa ora in Feltrinelli c’è Baricco, così vanno tutti a sentire lui e io fo du’ passi in centro.

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Il fiorentino d’Africa

27 novembre 2014

Anziché due ore di Lettere, di Inglese, di Matematica o di Economia Aziendale, due ore a ragionare di boxe, guardare spezzoni di incontri sul ring e parlare con Leonard Bundu in carne, ossa e muscoli. E’ accaduto nell’aula magna dell’Istituto “Sassetti Peruzzi”. Ed è stato un successo.
Quando il docente di Educazione fisica Giuseppe Sacchi ha messo a punto l’incontro degli studenti col campione e la circolare ha preso a passare tra le classi, c’era chi se ne chiedeva il fine. Un pugile a un Istituto Tecnico e Professionale con indirizzo turistico, commerciale e socio-sanitario: a fare che? Se lo domandavano alcuni insegnanti e se lo domandava pure qualche studente.
Ma quando Bundu è arrivato in aula magna e ha cominciato a parlare, tutto il mistero si è dipanato.
Era venuto per raccontare la sua storia. Che è bella, esaltante, dolorosa, emblematica, esemplare.
Nato in Sierra Leone, Leonard è soprannominato “Il fiorentino d’Africa” per l’origine locale della madre e perché Firenze è la città che, dai sedici anni in poi, lo ha visto crescere e trasformarsi nel campione che è oggi.
Bundu venne portato in Nazionale da Patrizio Oliva, che lo vide combattere da dilettante. Arrivato al professionismo molto tardi, si è allenato per anni presso l’Accademia Pugilistica Fiorentina seguendo i consigli del mentore Alessandro Boncinelli. E’ diventato campione Europeo EBU dei pesi welter nel 2011, a seguito di un match contro Daniele Petrucci. Successivamente ha difeso per quattro volte il titolo. Il 6 aprile dello scorso anno ha disputato a Roma l’incontro con lo sfidante ufficiale Rafal Jackiewicz, pugile polacco ex campione del mondo, battendolo per KO alla undicesima ripresa. Il 14 dicembre scorso ha vinto per KOT all’ultima ripresa contro l’inglese Lee Purdy, in un incontro disputato in Inghilterra, mantenendo per la quinta volta il titolo europeo di categoria. Il prossimo 13 dicembre sfiderà Keith Thurman a Las Vegas, una vetrina prestigiosissima per una sfida assai delicata.
Lo sanno bene gli studenti del “Sassetti Peruzzi”, che sgranano gli occhi mentre Leonard parla al microfono. Se parlottano tra loro, lui s’interrompe, dice sornione: “Oh, ragazzi, silenzio, sennò vengo costà e vi gonfio”. Loro ridono, applaudono, ascoltano, bevono ogni sua parola. Una collega si volta verso di me: “Non capisco perché non l’ho mai detto per domare l’indisciplina in classe.”
Bundu però non ha indiscipline da domare: Bundu ha un uditorio che pende dalle sue labbra carnose. Racconta l’infanzia in un paese dilaniato dalla guerra civile, confida di essere stato -poco più che bambino- più volte catturato e chiuso in carcere dalla polizia senza un motivo reale, racconta il trasferimento nella nostra città, l’adolescenza turbolenta, le compagnie non sempre raccomandabili, i guai, gli eccessi. Quindi narra la svolta, avvenuta in quella palestra, dove la disciplina per la prima volta gli è stata presentata come un privilegio e le regole come un vantaggio a cui sottostare volontariamente. E infine l’incontro più importante della vita con quella ragazza destinata a diventare sua moglie e la madre dei suoi figli.
Non c’è talento che valga più dell’impegno. La costanza ripaga con grandi risultati. Il segreto è imparare a conciliare lo svago e il divertimento con la fatica e il lavoro.
Questo (e molto altro) ha detto Leonard Bundu agli studenti che affollavano il salone. Lo ha detto col sorriso sincero, la modestia disarmante e l’emozione tangibile dipinta sopra il volto.
Loro lo hanno ringraziato con applausi da farsi frizzare le mani. E con un coro di tanti auguri a te, visto che era anche il giorno del suo quarantesimo compleanno.

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(ieri, sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Ogni anno penso di chiedere il trasferimento in un’altra scuola.
Lo penso perché ho una natura curiosa, perché non mi piace stare ferma, perché sono un’inquieta. Lo penso perché professionalmente sono nata precaria e non ho smesso di sentirmi tale neanche dopo la conquista della cattedra a tempo indeterminato. E lo penso perché, quando sto troppo bene con qualcuno o in qualche cosa, mi entra addosso una paura così grande di perdere quel qualcuno o quel qualcosa che fuggire preventivamente altrove mi appare la soluzione più sensata. Come lasciare un fidanzato prima che quello ti deluda, ti tradisca, ti abbandoni.

Ma in questi giorni ringrazio me stessa per non averlo chiesto.
Se lo avessi fatto, ora vagherei in una scuola nuova e non mi sentirei benvoluta, accolta e abbracciata come mi sento invece in questa dove lavoro, vivo e amo ormai da cinque anni e dove mi abbandono alla rassicurante sensazione di sapermi protetta; dove sento di poter essere me stessa anche quando sono brutta, trascurata, esausta, disfatta; dove so che nel cassetto in cui tengo il registro personale e i libri posso trovare a sorpresa anche un barattolo di sugo fatto dalla mia collega e amica per condirci la pasta che mangerò col babbo tra una sosta e l’altra in ospedale. Dove nessun incontro lungo i corridoi passa senza lasciarmi addosso la mano, il sorriso, la parola che cerco.
E che mi salva.

Stia tranquilla

24 novembre 2014

“Profe stia tranquilla: a lei ci pensiamo noi”.

Sembra una frase qualunque, detta così, per circostanza, per formalità, per dovere. Sembrano otto parole messe insieme a caso, senza molto senso, cercate nel cappello della gentilezza ed estratte perché il caso lo richiede.

E invece è la pura verità.
Io la mattina vado a scuola, vedo loro, e tutto diventa leggero, risolvibile, straordinario.
Almeno per sei ore.

Black out

23 novembre 2014

Da quando sua figlia le ha regalato il Velvet Soft del dottor Scholl (una macchinina prodigiosa che riduce i talloni dei piedi a uno scampolo di seta), lei è andata in fissa.

Anche quella mattina, accovacciata sullo sgabello del bagno, impugnato con la destra l’infernale e paradisiaco attrezzo, procede beata all’operazione calcagno perfetto.
Suo marito è fuori. Lei è sola in casa. Ma a momenti lui rientrerà dal giro delle commissioni e usciranno insieme per una passeggiata in paese, a braccetto, come fanno da cinquant’anni esatti, prima di pranzo, a godere del timido sole della vallata nebbiosa.

E’ serena. Suo marito è in salute e la ama come il primo giorno, suo figlio è sposato e ha un bambino favoloso, sua figlia vive la vita che le piace nella città che adora.
E’ anche malinconica. Tre dei suoi amatissimi fratelli hanno lasciato questa terra nel giro di un anno e lei ne sente una mancanza lancinante.
Ma è forte. E sa che la morte fa parte della vita anche se è così difficile accettarlo.

A un tratto la stanza da bagno inizia a girare, prima piano, poi sempre più vorticosamente.
Per fortuna è seduta. Si aggrappa istintivamente al marmo del lavandino e si tiene forte. Chiama per nome suo marito. Ma, chiamandolo, si ricorda che non c’è. Eppure lo chiama ancora, sempre più forte, mentre il tono della propria voce si trasforma in un suono che non riconosce, perché non le appartiene.
Si chiede cosa stia accadendo, ascolta le risposte del suo corpo. La vertigine. Il voltastomaco. Lo smarrimento.
Sono dieci minuti. Dieci minuti appena, prima che il marito rientri. E’ un’eternità.
Sente chiudere la porta. Lo chiama, lo chiama, lo chiama di nuovo, cercando di spingere la voce sui toni più alti. Dice: mi sento male, aiutami, mi sento male.
Ma lui la trova seduta sul solito sgabello e sul momento non afferra. Le chiede: ma che versi fai, che voce fai, perché mi parli in codesto modo strano?
Poi, improvvisamente, capisce.

Corre sul pianerottolo, suona ai vicini, li trascina in casa propria.
In quattro, afferrano lei che ha perso la parola, che non sa più parlare, ma che sbarra gli occhi in uno sguardo che denuncia una totale lucidità mentale. La depongono sul letto.
Lui afferra il telefono e fa tre numeri, due volte l’uno, una volta l’otto.
Tre minuti e arriva un furgone urlante, uomini dalla divisa fluorescente salgono al sesto piano, entrano in casa con un lettino moscio tra le mani, ve la coricano sopra, la portano via.

Lui insegue il furgoncino urlante, intanto chiama i suoi due figli.
Il figlio ha il giorno libero, è a casa e gioca col bambino.
La figlia è appena uscita dal lavoro, è sul 22 e va in centro per pranzare insieme a un amico.
Correte, la mamma sta male, correte.

La vita di tutti e tre si stoppa.
La vita di tutti e tre si trasforma.
La vita di tutti e tre si stravolge, si accartoccia, si comprime.
Si inqina, si rannuvola, si sporca di flebo, di farmaci, di cateteri.
Si altera, si compromette, si maciulla.
Tutto quello che prima si chiamava impegno improrogabile, viene immediatamente prorogato.
Tutto quello che fino a ora pareva irrinunciabile, non esiste più.
Tutto quello che era normalità, diventa eccezione.

La vita di tutti e tre si concentra ora nella stanza gialla di ospedale grigio.
In quella stanza ogni giorno entra il paese in processione.
In quella stanza si piange, si sussurra, si bercia.
Da qualche giorno, in quella stanza si è ripreso a sorridere.
Perché la vita è stravolta, accartocciata, compressa, rannuvolata.
Ma è vita.

Tieni duro, mamma.

Alla Coop Boutique

10 novembre 2014

Il lunedì (e un po’ mi vergogno a dirlo) faccio solo tre ore: le prime. Questo implica che alle 11 sono libera, saluto tutti, striscio il bedge e levo le tende.
“Profe! Dove va?”
“A casa.”
“Noi si va a mangiare alla Coppona, venga con noi!”
La Coppona è la grande Coop che io chiamo Coop Boutique perché non ha nulla in comune con le altre, a partire dalle dimensioni per finire ai prodotti, tutti finemente straselezionati e particolari.
Loro invece sono due alunne che non si avvalgono dell’insegmanento della religione cattolica e quindi hanno un’ora buca da dedicare alla raffinata arte della masticazione alimentare.
Per la strada, strette in tre sotto due ombrelli e perseguitate da una pioggia martellante che non prendiamo neanche in considerazione, ragioniamo di argomenti che ci stanno a cuore: come guardarsi dagli uomini narcisi, come difendersi dagli uomini vigliacchi, come scansare gli uomini imbelli, come scovare gli uomini perfetti. Da nessuna parte, perché non ce ne sono.
“Profe! Adesso le faccio vedere il tipo che piace a me!”
“Perché, prevedi che stia facendo la spesa alla Coop in questo preciso momento?”
“No, perché fa il commesso e sta alle casse. E’ bellissimo!”

Il tipo non era di turno.
Però abbiamo fatto la spesa, abbiamo attraversato il parco, abbiamo fermato il traffico sulle strisce, abbiamo inciampato sulle pozze, ci siamo infradiciate e abbiamo riso molto fino a casa mia.

“Adesso tornate di corsa a scuola che fate tardi per la sesta ora! Chi avete?”
“La Donata!”

La Donata è la profe d’Inglese.
Se hanno fatto tardi, gli ha strappato via la pelle a morsi.

Una bellissima utopia

9 novembre 2014

Del commediografo greco Aristofane si sa molto poco.
Si sa che nacque nel demo attico di Cidateneo, visse nel V secolo avanti Cristo, forse tra il 444 e il 388, ed ebbe possedimenti nell’isola di Egina. Esordì giovanissimo nel 427 a.C. con i Banchettanti, commedia andata peraltro perduta.
Però a dirci che tipo fosse restano molte altre opere destinate al teatro che egli scrisse, che fortunatamente si sono sono conservate e che anche oggi dimostrano la loro incredibile attualità.
Il Teatro Stabile di Innovazione “Pupi e Fresedde”, a Rifredi, ne ha prese addirittura tre e le ha legate insieme.
Gli uccelli.
Due ateniesi, Pisetero ed Evelpide, disperando ormai di poter trovare una città vivibile tra gli uomini, decidono di fondare una città degli Uccelli tra le nuvole, Nubicucùlia. E in questo spazio s’inventano una strategia vincente, che avrà ragione degli uomini e degli dèi.
Pluto.
Il protagonista Cremilo accoglie nella sua casa un cieco, che si rivela essere il dio Pluto. Cremilo gli restituisce la vista, facendo in modo che la ricchezza venga distribuita secondo il merito.
Le donne a parlamento.
Prassagora, vestita da uomo, si infiltra nell’Assemblea e fa approvare come unica possibilità di salvezza per Atene il passaggio del governo alle donne. Celeberrimo il finale, dominato da un’allegra e vorticosa scena erotica, a detta di alcuni esempio del cosiddetto “comunismo sessuale”, in cui le donne costringono gli uomini a soddisfare le donne anziane prima di poter accedere alle giovani.
Tutto questo, al teatro di Rifredi, raccontato in più modalità (video, canzoni, brani seri, passaggi faceti) e recitato con grazia assoluta.

Nella compagnia teatrale lavorano una ragazza che conosco (Diletta Oculisti) e un attore che adoro (Lorenzo Baglioni).
Anche per questo sono stata a vedere lo spettacolo.
E poi per testare se era adatto ai miei studenti di quarta e di quinta.
Ragazzi preparatevi: venerdì niente scuola, si va a teatro.
Dove spesso s’impara più che a scuola.

La via dei libri

9 novembre 2014

Una volta via Martelli era esattamente questo. La via dei libri.
C’era una libreria antiquaria (che c’è ancora) e, di fronte, c’era la Marzocco. Qualche civico più in là, la Marzocchina, specializzata nelle pubblicazioni destinate ai bimbi.
Io ci compravo quelli per la scuola e i primi romanzi.
Poi la chiusero.
La riaprirono chiamandola Libreria Martelli. Era una specie di succursale dell’amata Edison (quanto mi manca la Edison. E quant’è brutta e sfornita La Feltrinelli Red che è stata messa al posto suo). La Martelli invece era bella, immensa, e al piano superiore ci si poteva anche mangiare. Ma poi chiusero anche quella per farci Eataly. Dove (tanto per cambia’) si mangia e basta.
Ieri pomeriggio però, proprio in via Martelli, è stata aperta una libreria-tendone che si chiama appunto “La via dei libri”. Sosterà davanti al liceo classico Galileo fino a primavera e dentro ci si organizzeranno molte iniziative.

“Landi, vieni a leggere un tuo brano per l’inaugurazione?” chiede l’organizzatore dell’evento.
“Vengo, però ci porto pure alcuni miei studenti e faccio leggere anche loro.”

Oh.
Ci son venuti per davvero.

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Sulle regole

7 novembre 2014

Un anno fa furono dodicimila. Quest’anno esattamente il doppio. Ventiquattromila studenti sparsi in centotrenta cinema di tutta la penisola questa mattina si sono collegati in videoconferenza col Piccolo Teatro Studio Melato di Milano. Li aspettavano là due personaggioni: Claudio Bisio e Gherardo Colombo, l’ex magistrato divenuto famoso per aver condotto celebri inchieste tra cui la scoperta della Loggia P2, il delitto Giorgio Ambrosoli, Mani pulite.

Ritiratosi per scelta dalla magistratura, Colombo si è da subito impegnato a stimolare la riflessione sul senso della giustizia, sulla Costituzione e sul rispetto della legalità dalla Costituzione proposta, valendosi di una ininterrotta serie di incontri che hanno coinvolto soprattutto i giovani, sul presupposto che proprio l’approfondimento di questi temi contribuisca a modificare l’atteggiamento negativo che tanti hanno nei confronti delle regole. “Se i cittadini non comprendono le regole –sostiene l’ex magistrato- tendono ad eludere le norme quando le vedono faticose e a violarle quando non rispondono alla loro volontà. Perché la giustizia funzioni fuori e dentro i tribunali, perché ci sia giustizia, è necessario che tale rapporto cambi”.

Per questo Colombo ha fondato “Sulleregole”, un’associazione che intende sviluppare consapevolezza e impegno personale nei cittadini, principalmente in quelli giovani. E per questo l’associazione va ad agire proprio in quei luoghi dove i giovani sono protagonisti, nel bene come nel male: la scuola, lo sport, ma anche il carcere.

Il tema della videoconferenza di quest’anno (come quella dell’anno dell’anno scorso del resto) era a dir poco appetitoso: “Regole, libertà e trasgressioni”. Un triplice mot-d’ordre, quando si parla di giovani generazioni a confronto con quelle che così giovani non sono più. E proprio a scuola si concentra l’eterno incontro (ma anche l’eterno scontro) tra chi fissa le regole e chi pare avere come scopo ultimo quello di sovvertirle, tra chi pianta i paletti e chi si sente chiamato a sradicarli. Gli insegnanti e gli studenti.

Tutto si può dire di Gherardo Colombo, ma non che passa inosservato. Prima di tutto con quell’erre moscia ti accalappia l’orecchio e ti costringe ad ascoltarlo, fosse (inizialmente) anche solo per riderne benevolmente (il nome proprio e il titolo della conferenza, oltretutto, non è che gli andassero esattamente incontro, con tutte quelle rotondità in cui districarsi). Poi la fisicità: l’altezza elegante, la magrezza lievemente incurvata, il capello brizzolo e sparato in aria. Se infine fai tanto di prestargli ascolto per un paio di minuti, difficile mollarlo. Perché Colombo, formato alla corte della maieutica socratica, si diverte a stuzzicare, a provocare, a rompere le scatole ai ragazzi che lo ascoltano in diretta dall’Italia. Chiede che cos’è la libertà ed essi rispondono che è “fare tutto quello che si vuole”, “agire senza limiti e confini”, “scegliere”, “non dipendere da niente e da nessuno”, “poter esercitare il proprio libero arbitrio”, “poter sempre essere se stessi”. Guida i ragazzi a ragionare sulle regole e gli fa scoprire che esse spesso non hanno nulla a che vedere con le sanzioni, che non sempre le regole sono castranti, ma che costituiscono il segreto perché il gioco riesca bene. Smonta la storia e crea la polemica affermando che “la rivoluzione francese? Sarebbe stato meglio se non ci fosse stata” e che “Napoleone? Sarebbe stato meglio se non fosse nato”. Gli replicano i ragazzi, gli tiene testa un’insegnante fisicamente presente al Piccolo di Milano. Colombo non demorde: quello che vuole è seminare il dubbio, spalancare le teste, rimandare a casa quei ventiquattromila studenti con una soma di questioni, ragionamenti e domande su cui rimuginare nel tempo a venire.

Dentro lo Space di via di Novoli, dove io e i miei studenti seguivamo la discussione sull’enorme schermo e a volume massimo, sono partiti applausi, fischi, frasi ad alta voce. A qualcuno è piaciuto poco. Qualcuno lo ha trovato insopportabile. Molti lo hanno definito interessante. A nessuno è rimasto indifferente.

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