Rivedersi

6 novembre 2014

Uno degli aspetti che più amo del mio lavoro d’insegnante è che mi rivedo nei miei alunni e nelle mie alunne.
Mi rivedo nella caciarona che non riesce a stare zitta e che a volte parla pure un po’ a sproposito, perché io alle medie ero così.
Mi rivedo in quella che sa tacere e parla quando pensa di avere qualcosa di costruttivo da dire, perché alle superiori capii che era così che volevo diventare.
Mi rivedo in quello che va a simpatie e solo se gli piaci ti studia la materia, perché per me l’insegnamento era un atto di conquista erotica anche quando stavo dalla parte di quelli che devono imparare.
E mi rivedo in quello che si arrabbia, in quello che si vergogna, in quella che s’impappina, in quello a cui manca l’autostima, in quella col delirio momentaneo dell’onnipotenza, in quello scostante, in quello accogliente, in quella ruffiana, in quella sincera e trasparente. In quelli che si commuovono davanti a una poesia, in quelli che non sopportano le regole, in quelli che a scuola vogliono prima di tutto divertirsi ma anche in quelli che dalla scuola chiedono di più.

“Ma che la fai finita di sfogliare in continuazione codesto quadernone perfettino da secchiona? Mi dai ai nervi!” sbotta stamani il suo compagno di banco.
“Ma che vuoi da me, a me contemplare il mio quaderno con gli appunti ordinati e scritti bene piace: mi rincuora, mi appaga e mi gratifica!”

Stamani mi sono rivista in lei, che ha la fissa del quaderno perfettino da secchiona e che si dice sicura di volerlo conservare per tutto il resto della vita.
Proprio come io ho conservato i miei.

Lui ama

5 novembre 2014

Che cos’è l’amore? Come dobbiamo viverlo? Qual è il suo messaggio?
Secondo lui, prima ancora di essere un sentimento, l’amore è un fenomeno cosmico, una perturbazione, un’onda.
E spiega che greci e i latini lo disegnavano a freccetta, scagliata rispettivamente da Eros e da Cupido, perché la freccia rimanda all’immagine di un fenomeno fisico, da fysis, natura.
Lui dice che l’amore prevede una passività iniziale in chi ne è travolto.
Nessuno, quando si innamora, desiderava innamorarsi. Infatti chi -al contrario- lo vuole fortemente, non s’innamora quasi mai.
L’onda elettromagnetica dell’amore si propaga trascinando nello spazio energia ma non materia. Essa non invade solo gli umani, ma tutto l’universo.
L’amore è un’aggregazione di elementi. Non a caso Empedocle di Agrigento parlava dell’eros come di forza aggregante.
Quando la freccia dell’amore colpisce il corpo, si ha l’amore erotico.
Quando la freccia colpisce la psiche, si ha l’amore sentimentale.
Quando colpisce lo spirito, si ha l’amore maturo, adulto.
Ma la freccia può beccare anche due bersagli insieme.
Se becca psiche e spirito, si ha l’amicizia, quello spazio in cui non è previsto il desiderio fisico, ma che non è meno potente dell’amore.

Questo pomeriggio Vito Mancuso, filosofo e teologo, docente delle Dottrine teologiche all’Università di Padova, editorialista di Repubblica, era l’ospite di “Leggere per non dimenticare” alla biblioteca delle Oblate e presentava “Io amo”, la sua ultima publicazione.

Due ore d’amore totale.

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Ebola

4 novembre 2014

Tono sostenuto, tendente all’alterato.

“Quest’anno siete in quinta! Non potete permettervi di non sapere cosa accade nel mondo!”
“…”
“Non comprate i giornali, ok. Almeno leggeteli in Rete, fate quello che faccio ogni mattina al mio risveglio!”
“Perché, che fa?!”
“Faccio colazione davanti allo schermo del computer e do almeno una scorsa all’home page della Repubblica e del Corriere della Sera. Mi pare il minimo sindacale! Poi, nella giornata, approfondisco le notizie, online e sul cartaceo, acquistando i quotidiani e le riviste che mi interessano di più. E’ un nostro dovere di persone adulte essere informati!”
“Ma noi la mattina ci alziamo all’ultimo minuto e la colazione non si fa.”
“Male. Malissimo. Alzatevi prima, fate una bella colazione abbondante e lenta, informatevi e poi venite a scuola preparati!”
“Sinceramente? Non glielo promettiamo.”
“Guardate che le notizie mica scadono all’ora di pranzo: sull’online gli aggiornamenti sono in tempo reale e potete leggerli anche dopo pranzo, a merenda, dopo cena o prima di andare a dormire!”
“…”
“Non è ammissibile, a diciannove anni (se non venti) anni, ignorare l’attualità! Se adesso vi chiedessi di prendere un foglio e scrivere dieci righe sull’ebola, chi di voi sarebbe in grado di farlo alzi la mano!”

Se ne alza solo una.

“Non ci credo! Bugiardo! Stai mentendo!”
“Lo dice lei.”
“Bada che ti metto alla prova!”
“Come crede.”

Ne ha scritte venti, e tutte pertinenti.

Adoro essere coperta di merda in questo modo.

Basta che funzioni

3 novembre 2014

A scuola mia è partito il corso con una psicologa. Che non è stata chiamata per gli studenti ma per gli insegnanti. E io, che ho sempre guardato la categoria con un sospetto tale da sfociare in un ottuso pregiudizio, a questo giro mi ci sono iscritta.
Su un’ottantina di docenti, lo frequentiamo solo in diciotto. Tutte donne.
La dottoressa è giovane, minuta, bellina, professionalissima.
Ci ha messe a sedere in cerchio, ci ha fatte presentare, nome, materia, numero di classi. E ci ha chiesto di portare al corso una classe di quelle che abbiamo quest’anno. Portarcela virtualmente, col pensiero. Come caso su cui lavorare.
Come un vaso di Pandora a cui viene tolto il tappo all’improvviso, ci siamo svuotate di dubbi, perplessità, problemi, domande, assetate di risposte, certezze, segreti e punti fermi come diciotto beduine che implorano acqua nel deserto.
“Io faccio in questo modo: è giusto o sbagliato?”
“Io faccio in quest’altro: l’azzecco o la canno?”
“Io in quest’altro ancora: sono nella ragione o nel torto?”
La sua risposta ha sanato i miei 22 anni di sospetto: il sospetto di toppare, di non essere politicamente corretta, di non rientrare nella norma.

“La domanda da porsi non è se quello che fate è giusto o sbagliato. La domanda è: funziona? Se la risposta è sì, andate avanti.”

Io sono salva.
I miei studenti rovinati.

Dieci anni

2 novembre 2014

Caro Nello,

ci risiamo. E’ un’altra volta l’anniversario del tuo ultimo giorno sulla terra. Ho perso il conto degli anni che sono e non voglio rifarlo. Ma a volere si farebbe presto, perché insegnavo al Meucci e stavo per andare in quinta per due ore di lezione. Risposi al telefono un passo prima di entrare in aula, sentii l’urlo di mia madre. E’ stata l’unica occasione in cui ho abbandonato una classe. A parte quella volta a Romano di Lombardia, quando quei teppisti mi ruppero talmente il cazzo che in una reazione esasperata indissi lo Sciopero della Lezione e mi ritirai in sala professori, ma questo non c’entra. Non c’entra con quello che si ricorda oggi.
Oggi si ricordano Tutti i Morti. E tra i miei morti ci sei tu. Tu sei il primo morto che rivorrei vivo, se arrivasse un mago e mi dicesse: scegli. Io sceglierei te, Nello.
Vorrei infilare il naso nel tuo pelo e farmi girare la testa a forza di annusarti, contemplare la tua coda a antenna mentre va di qua e di là perché sei felice, s’irrigidisce come un legno perché hai puntato qualcuno, e si piega per tre quarti perché qualcosa non ti torna. Vorrei farti quel vecchio scherzo che ti facevo sempre (“Nello, ascolta, ti devo dire una cosina… io ora vado via. Ma tu rimani qui, va bene?”) e che ti strappava via il senno dal testone. Certi salti che nemmeno Bohdan Bondarenko. E coi denti mi miravi al labbro, traditore. Odiavi essere lasciato solo e pur di trattenermi eri disposto ad aggredirmi. Poi, se andavo via davvero, te la rifacevi con la mia biblioteca e mi divoravi i libri. Con quella tua dichiarata quanto inspiegabile preferenza per i dizionari.
Vorrei rimetterti il guinzaglio per un giorno e tornare a passeggiare orgogliosamente insieme a te. Che ne so, con te accanto mi sentivo una strafiga. Quanto m’hai fatto imbroccare, Nello. Eri la scusa perfetta, la rottura del ghiaccio servita su un piatto d’argento. “Che bel cane! Come si chiama? E tu come ti chiami?”. Troppo facile.
Vorrei mettermi a letto e dirti: “Vieni, dai” e farti entrare sotto le lenzuola e le coperte, abbracciato stretto a me come si dormiva negli anni bergamaschi per tenerci caldo quando in quel buco di culo di Frasnadello fischiava il vento e urlava la bufera.
Vorrei farti rivedere Firenze e liberarti nel lungarno. Questa volta non m’incazzerei perché attraversi il fiume e mi aspetti all’altra sponda, te lo giuro.
E’ tanto che non ti fai vedere in sogno.
La mia amica psicologa dice che quando si sogna il cane si sogna in realtà se stessi, e lo stato in cui il cane ci appare è lo stato in cui versiamo noi.
Vieni presto a trovarmi.
Fammi vedere come sto.
Che mentre scrivevo questa cosa ho fatto il conto, e sono dieci anni.

Rosalinda

2 novembre 2014

Gruppo (didattico) su whatsapp.
Bi-bip.

Poppea: “Professoressa scusi, i compagni mi hanno raccontato questione Carboneria e cambio nomi. POPPEA io NO!”
Elettra: “Ma che dici?! Poppea perfetto.”
Cassandra: “AHAHAHAH!”
Poppea: “Macché perfetto! Non lo sopporto!”
Consuelo: “AHAHAHAHA!”
Rocco: “POP-PEA! POP-PEA!”
Poppea: “Ecco, vede?”
Elettra: “Hanno ragione. Poppea idoneo.”
Rocco: “Grande Poppea.”
Elettra: “Guarda: tutti concordi ed entusiasti.”
Poppea: “Tutti tranne me!”
Elettra: “Ma perché non ti piace? Ti rappresenta e ha radici storiche. Dovresti andarne fiera.”
Poppea: “Invece non lo reggo. E’ dalla seconda media (quando mi crebbero all’improvviso) che mi chiamano così.”
Consuelo: “AHAHAHAHAHAH!”
Ramona: “AHAHAHAHAHAH!”
Poppea: “Profe, guardi Consuelo e Ramona come mi sfottono!”
Ramona: “A proposito profe, io Ramona non lo voglio.”
Sandokan: “Zitta Ramona.”
Elettra: “Ma lo ha scelto Tiziano. Non ti onora?”
Poppea: “Per nulla! Domattina infatti Tiziano lo gonfio.”
Tiziano: “Che c’entro io adesso.”
Elettra: “Comunque vedi Poppea, il nome è anche un po’ così: ce lo ritroviamo addosso.”
Ramona: “Anch’io Ramona me lo sono ritrovato e non mi piace per nulla. Profe, lo posso cambiare?”
Poppea: “Ramona però è meglio di Poppea.”
Ramona: “Ma di che! Ramona è orrendo!”
Poppea: “Io comunque Poppea non lo voglio. Ne voglio un altro.”
Elettra: “Ormai è un po’ tardi per cambiare. D’altronde chi era assente alla prima riunione carbonara un po’ la paga.”
Poppea: “Ma non mi sentivo bene! Avevo l’influenza!.”
Elettra: “Va be’ dai, facciamo un’eccezione. Che nome vorresti, sentiamo.”
Poppea: “ROSALINDA.”
Elettra: “Ne parleremo e valuteremo il caso.”
Poppea: “Come ne parleremo?! Chi? Quando? Dove?”
Elettra: “Noi. Domattina. Seconda riunione carbonara. Intervallo.”
Tiziano: “Io rivoto Poppea, lo dico subito.”
Cassandra: “Anch’io.”
Consuelo: “Anch’io.”
Ramona: “Allora anch’io, scusate!”
Poppea: “Grazie profe. A domani.”

Dopo seconda e impegnativa riunione carbonara è nata Rosalinda.
Detta Poppea.