Ballavo salsa, merengue e cha-cha-cha quando il latinoamericano iniziava appena a essere di moda, venticinque anni fa o giù di lì. M’iscrissi a un corso notturno e in una manciata di mesi diventai bravissima. Nelle balere tiravo quasi l’alba e la mattina dopo a scuola ero fresca che parevo un fiore.
Smisi di ballarli un paio di anni dopo perché tendenzialmente quel genere di musica mi viene a noia dopo un paio d’ore, per cui ressi anche troppo. Quello che a me piaceva (diciamolo) era ancheggiare di brutto.
C’era solo un album che avrei ascoltato e riascoltato fino a consumarlo, ancheggiandogli dietro (visto?) come una puledra imbizzarrita.
Gloria Estefan, Abriendo puertas.
Non il singolo e basta. Il disco intero. Dieci tracce in tutto. Strepitoso. Mai più sentito, da quei tempi.

Tre giorni fa, all’autoradio, passano il pezzo portante. Il sangue prende a ribollirmi nelle vene. Parcheggio e vado in cerca di un negozio musicale. Lo chiedo, certa che non ce l’avranno. Ce l’hanno. Lo compro. E’ mio.

Zaz, al momento, s’è fatta in disparte. Discreta come una vera francesina, lascia spazio a Gloria la caliente, Gloria la guapa. La quale non fa che cantare e ricantare le dieci tracce fino allo sfinimento (dei vicini).
Per andarle dietro meglio, guglo il testo della canzone più famosa. Già che ci sono, guglo anche la traduzione. E mi accorgo che, incredibilmente, è la MIA canzone. Perfetta per questo anno che (finalmente) sta finendo. E per quello nuovo che (lo sento, è sulle scale, quasi bussa alla porta) sta per arrivare.

Buon anno a te, che passi di qui proprio stasera: si aprano le tue porte, si chiudano le tue ferite.
E anche le mie.

L’è morto

31 dicembre 2014

A bordo del 22, siamo in coda verso il centro, dove io ho appuntamento con Amica. Un popolo multietnico e variopinto infagottato di giubbotti, cappotti, guanti e sciarponi. Chi guarda fuori, chi spippola al telefonino. Chi si contempla le unghie delle mani. Quasi tutti abbiamo le cuffiette cacciate nei condotti uditivi. Ciascuno pensa per sé.
L’autista guida di merda. Come la maggior parte di questa nuova ondata di autisti, che sembrano sempre incazzati con il mondo, e va bene che è un lavoro poco creativo, però mica ve l’abbiamo imposto noi. Quello di oggi, ispirato più di altri, frena e accellera di botto e ci sballotta tutti.
A un tratto il 22 si ferma e si spenge. Lo so che si dice spegne, ma noi si dice spenge sicché non fate uggia. L’autista lo riaccende, prova a partire, rincula, si riferma, si rispenge. Ci prova ancora, stessa scena. Ci prova una quarta volta, il 22 fa un rutto, emette un lamento tipo uno che ha mangiato troppo (e male) e sta per accasciarsi. E infatti s’accascia. Puf.
“Nulla, via” annuncia l’autista.
“Come nulla via?!” dice un omino.
“Nulla, e un riparte. L’è morto.”
“Morto?! Come morto?”
“Chi l’è morto?!” chiede una donnina.
“I’ busse.”
“Come sarebb’a dire l’è morto?!” chiede un altro omino.
“E un va. S’è rotto. L’è morto il motore.”
“Mah, questa l’è bellina, comunque via, la c’apra le porte peppiacere, così almeno si procede a piedi.” dice una signora.
“E un posso. Son morte anche loro. Tutto bloccato.”
Un accennato panico inizia a serpeggiare.
Col freddo che tira in questi giorni, viene una caldana a tutti.
“Oioi che cardo. Aprite. Aprite almeno i finestrini!” esclama una ragazza vestita da pupazzo di neve.
“E un si pole signorina, v’ho detto che un si pole. Siamo bloccati. L’è morto.”
“Ma insomma, basta dire questa parola, morto. Mi fa un non-so-ché” commenta un’altra signora.
“Dire o non dire, l’è morto” sbuffa l’autista.
“Ho capito, ma qualcosa si potrà fare! O no?” s’informa un signore distinto ma agitato.
“No” dice laconico l’autista.
“Ma io c’ho da pigliare il treno!” bercia uno di fondo.
“La un lo piglia” risolve l’autista, sempre più laconico.
“Mah, questa l’è bellina. Anche questa ci doveva capitare. Con questi busse c’è sempre quarcheccosa che non va.”
“Veramente negl’ultimi tempi andava tutto bene.”
“E’ vero: da quando iRRenzi li avea fatti rimettere.”
“Sì, bono chello…”
“Bono o non bono, i busse funzionan bene e da come arrivan puntuali ci si pole rimette’ l’orologio.”
“Sì, però poi te lo mettono ni’ culo a mezza strada, come lui.”
“Signori, per cortesia” sbotta l’autista.
“Peccortesia un par di zeri.”
“Oioi che cardo. Aprite. Aprite i finestrini! Non respiro.”
“O signorina ma icché la vole aprire, la stia bonina giù, tanto fori l’è un freddo si stianta. Almeno qui si sta cardi.”
“¿Qué pasa?” chiede una peruviana a un’altra.
“No sabe, no compriendo.”
“Cfarë ndodh?” chiede un albanese a un altro.
“I dont jo.”
“会发生什么?” chiede un cinese a un altro.
“我不无.”

Io, che fino a questo istante non ho emesso un fiato, capisco che è arrivato il mio momento.
Estraggo dalla borsa il cellulare, digito il numero di Amica, schiarisco bene la voce.

“Oh, ma dove sei?!”
“Sono sul 22.”
“Sì, ma dove?”
“All’altezza del Palazzo dei Congressi. Ma il bus è morto, le porte sono bloccate e siamo tutti prigionieri dentro.”

Amica ride.
Il popolo del 22 esplode.

Sottopasso della stazione. Io sgambetto verso il Duomo, loro falcano verso Santa Maria Novella.
“Profe!”
“Ragazzi! Che bello vedervi!”
“Dove va?!”
“Vado a pranzo con un amico. E voi?”
“Noi in copisteria a stampare il materiale della tesina su Saba per i Colloqui fiorentini.”

Secondo me m’hanno preso per il culo per darmi un contentino.

Una cagata pazzesca

30 dicembre 2014

La prima volta fu lo scorso agosto, ad Arcetri, nella Villa San Michele. Una location perfetta per ambientarci “Come Galileo”, la triste vicenda galileiana che parte dal 1633 (anno in cui lo scienziato fu costretto ad abiurare al cospetto della Santa Inquisizione) e finisce nel 1642 (anno in cui -cieco, diffamato e solo, se si esclude la presenza affettuosa dell’allievo Vincenzo Viviani- egli si spense sul colle fiorentino). Io c’ero, quando l’attore Alessandro Riccio mise in scena lo spettacolo itinerante più originale, dissacrante e strepitoso a cui avessi mai assistito. C’ero, e risi così tanto che la pancia alla fine mi doleva.

La seconda fu al Parco dell’Anconella, sotto il tendone di “Gran Cabaret Deluxe”, lo scorso ottobre. E Alessandro Riccio, stavolta accompagnato da artisti diversi, in scena ci mise uno spettacolo amarcord che omaggiava il vecchio cabaret in quel suo modo assurdo e sgangherato, a metà del quale l’allestimento scenografico venne completamente distrutto. C’ero anche quella volta, a godermi l’incredibile capacità camaleontica di questo attore di passare dai panni di un uomo a quelli di una donna, da una ballerina di flamenco a un vecchino di Firenze che ha faticato a trovare parcheggio, e la pancia riprese a dolermi acutamente.

La terza fu nei locali fumosi e fatiscenti del circolino Arci a Pian del Mugnone, al titolo di “Bruna è la notte”, un mesetto fa. Lì Riccio, impeccabilmente travestito da una misteriosa e cazzutissima Bruna, virò verso un’interpretazione intimista, citando canzoni rivoluzionarie e Alda Merini. C’ero anche allora e la pancia mi doleva specialmente per la commozione.

E poiché, come si dice, non c’è due senza tre e il quattro vien da sé, ma soprattutto ormai di questo Riccio mi sono irrimediabilmente innamorata, c’ero anche a “Più meglio di te”, due sere fa, al teatro Everst di via Volterrana. Uno spettacolo su Babbo Natale e la Befana che litigano per contendersi il primato della bravura nella confezione e nella consegna dei regali ai bimbi.
Presente Fantozzi e la Corazzata Potempkin?
Ecco.
Una cagata pazzesca.

Ma ai grandi amori si perdona tutto.
E io ad aprile sarò anche al Teatro di Rifredi per “La meccanica dell’amore”.
Aspetterò che la pancia mi dolga ancora una volta, per il ridere e per il piacere di rivedere un bravo artista a cui, come a tutti i bravi artisti, viene consentito anche uno scivolone.

Mi sposo

29 dicembre 2014

Alla bancarella degli americani trovo un abito da sposa. Usato. Bellissimo. Non di quelli a bomboniera. Un abito liscio, elegante, sobrio, raffinato, in raso di seta, lungo fino ai piedi, con uno strascico accennato dietro, un drappeggio discreto sul decolté e un fiocco morbido di organza sulla schiena, resa nuda da finissime spalline. Zero perle, perline, strass, pizzi e decori.
“Quanto lo fai?”
“Una cazzata se lo confronti al suo valore artigianale.”
“Guarda qui però: c’è un buchino.”
“Ti faccio un ulteriore sconto. Trova una sarta, portalo in lavanderia e torna nuovo.”

Ora posso sposarmi.
Nell’attesa di individuare il giorno adatto, lo indosserò per la notte di Capodanno.
Abbinato alla mia vestaglia leopardata di peluche.

Druga

29 dicembre 2014

Tra i regali che ho gradito di più a Natale primeggia quello giuntomi dall’amica del cuore, sempre sintonizzata sui miei gusti, fantasiosa nelle scelte e generosa negli atti.

“Questa vestaglia leopardata di morbidissimo peluche è una droga -le scrivo per ringraziarla ancora una volta- non riesco a levarmela di dosso.”
“Cerca di farlo almeno per andare alla Coop” risponde lei.

Invece, più passano le ore, più sento insistente l’esigenza di andarci a fare la spesa nel mio nuovo quartiere.
Abbinata con una sottoveste nera, un paio di calzettoni scesi, gli anfibi, un cappellino e uno sciarpone sarei perfetta.
Come l’indimenticabile Drugo del Grande Lebowski.

Il regalo ritornato

27 dicembre 2014

Come antipasto al suo vero regalo di Natale, compro per lui un cd di cui mi ha parlato l’amica del cuore, dei cui gusti mi fido ciecamente.
Glielo porgo il giorno dell’antivigilia.

“Icché l’è?!”
“Aprilo: ti piacerà.”
“Mh. Non la conosco.”
“In Francia sbaracca. Ho visto tutti i suoi video su youtube: è bellissima e bravissima.”
“Stappo uno champagnino e la ascoltiamo?”
“Bravò!”

Lei avrà sì e no trent’anni, il viso di un angelo giocoso, l’aspetto di una parigina intenzionalmente sciamannata, un sorriso largo che gli si vede le gengive. Ha, soprattutto, la voce di un usignolo roco e sa andare su e giù come una pazza tra le righe del pentagramma.
Nella copertina tortora del suo ultimo album ha un vestitino a sottoveste e gli stivali ai piedi, siede su una radio vintage e si appoggia mezza storta ad un panchetto su cui sono adagiate quattro torri Eiffel.
Non a caso l’album s’intitola “Paris”, è un omaggio roboante alla città più bella della terra (dopo Firenze) e contiene tracce immortali quali “Paris sera toujour Paris”, “La parisienne”, “Dans mon Paris”, “Champs Elysèes”, “Paris canaiile” che lei reinterpreta magistralmente.

“Mi fa cacare.”
“Ma come!”
“Chill’è questa gattina attaccata alle palle?”
“Ma cosa dici!”
“Mi fa veni’ du’ coglioni che mi fregano per terra.”
“Non è possibile: è meravigliosa!”
“Mi deprime in maniera pazzesca.”
“Ma io…”
“Non t’offendere: ripiglialo e tienilo per te.”

Da quel giorno, io vivo di Zaz.
Lui nel frattempo si è pentito, la rivorrebbe, ma ora s’attacca.

Cavolo di Natale

21 dicembre 2014

Dovreste fare l’albero ma non ne avete voglia perché passerete il santo giorno dentro un ospedale al capezzale di una mamma inferma e disperata a consumare un pasto raffazzonato e triste?
Si preannuncia insomma un Natale del cavolo?
Lasciate perdere l’abete.
Ci vuole un cavolo di Natale.

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Oro colato

20 dicembre 2014

Lessi Maggio selvaggio perché vi si raccontava un anno d’insegnamento ai detenuti del carcere di Rebibbia.
Poi lessi Vita e morte di un ingegnere, vi trovai la prosa scientifica, poetica e straziante mai trovata prima in un autore contemporaneo e decisi che di quello scrittore romano avrei letto tutto il resto, da Sintassi italiana a Svenimenti, passando per Tuttalpiù muoio, scritto a quattro mani con Filippo Timi.
Poche settimane fa ho letto Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura e ho avuto conferme di cui comunque non abbisognavo.

Ieri pomeriggio Edoardo Albinati è tornato alle Oblate ospite della rassegna “Leggere per non dimenticare”.
Causa il periodo prenatalizio e il terremoto, c’erano pochissime persone: mi sono cullata nell’illusione che quell’uomo fosse lì solo per me.
Lo introduceva Sandro Veronesi, altra penna di cui leggere ogni parola.
Hanno parlato di come si scrive, perché e per chi lo si fa. Hanno compiuto accostamenti azzardati, ipotesi estreme, confessioni struggenti.

E’ stato un magnifico incontro.

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Respiriamo!

19 dicembre 2014

Terza ora. Interrogo a Storia.
Perché Caligola si chiama così, cos’è l’Anfiteatro flavio, qual è l’età dell’oro dell’impero romano, cos’è la proskynesis, cos’è la Domus aurea, chi era Eliogabalo, chi era Agrippina, quanti sono i Severi?
A un tratto uno svarione: la testa mi gira, lo stomaco mi si agita, l’equilibrio mi si compromette.
E riconosco immediatamente cos’è.
E’ il terremoto.
Io il terremoto lo temo così tanto che lo sgamo subito.
Ma guardo le facce dei ragazzi e le vedo tranquille, assorte negli esercizi di grammatica che svolgono mentre io interrogo, non uno che alzi la testa, non uno che percepisca quello che ho percepito io.
Avrò percepito male, penso.
Del resto già ieri non mi sentivo bene, ho questa specie di stato influenzale subdolo e carogna che mi provoca la nausea e mi fa vedere le stelline.
Procedo.
Quanti anni governa Cesare Ottaviano Augusto, chi ampliò il porto di Ostia, chi è l’imperatore-filosofo, come si chiamava suo figlio, chi perseguitò i cristiani?
Ma la sedia mi traballa sotto il culo, la cattedra mi va via da sotto le mani, la bottiglietta dell’acqua dondola, la stanza balla.

“ODDIO RAGAZZI. IL TERREMOTO!!!”

Quella a cui spetterebbe il compito di acquietare, tranquillizzare, placare, raccogliere e pianificare (io) ha una crisi di nervi e annuncia a pieni polmoni che la fine è vicina.

Una ha un istantaneo attacco di panico, s’irrigidisce completamente come un tronco d’albero e inizia a piangere. Quattro o cinque urlano. Tre sbraitano. Dieci pesticciano qua e là inetti all’azione.
La più inetta, tuttavia, sono io.

“ODDIO SI MORE TUTTI!”

Fuori dall’aula, lungo i corridoi, uno sciame umano schiamazza e passa, scende le scale, si riversa nel cortile.

“ODDIO! COSA DOBBIAMO FARE RAGAZZI? PAURA! TERRORE! INCUBO!”

Per fortuna che c’è lei.
Sedici anni. Un cervello da coach e un cuore da leonessa.
“PROFESSORESSA! RAGAZZI! ZITTI TUTTI! FERMI! FERMI VI DICO! CALMATEVI! ASCOLTATE E GUARDATE ME: RESPIRIAMO!”

“Ffffhhhh…”
“Ffffhhhh…”
“Ffffhhhh…”

Sembriamo 29 partorienti in sala travaglio.
Ma siamo tutti salvi.

Nel cortile facciamo il trenino e ci scattiamo mille selfie.