Bassotuba non c’è

24 gennaio 2015

Una ventina d’anni fa, per caso, m’imbattei in uno di quei libri che compri perché hanno un titolo ipnotico e poi ci resti ipnotizzata, Bassotuba non c’è, che io all’epoca non lo sapevo che il bassotuba è uno strumento musicale.
L’autore si chiamava Paolo Nori e viveva a Bologna. C’era scritto nel risvolto di copertina e io andai dal Peri, il grande bar coi biliardi in via maestra a San Giovanni, dove trovavi gli elenchi telefonici di tutte le città d’Italia, per cercare il suo numero. Come quelle cose che accadevano solo una ventina di anni fa -quando c’erano meno paure, meno privacy e soprattutto non esistevano i cellulari- ce lo trovai. Me lo trascrissi su un foglietto e, tornata a casa, gli telefonai.
“Pronto, buonasera, lei non mi conosce, ho letto Bassotuba non c’è, mi è piaciuto tanto, tantissimo, scusi il disturbo, ho bisogno di sentire come parla un autore che scrive in quello stile.”

L’altro pomeriggio Paolo Nori era a Firenze per un reading.
Leggeva Siamo buoni se siamo buoni.
Sono andata al caffè letterario Le Murate, mi sono seduta in prima fila, ho ascoltato le letture. Poi, a reading ultimato, mi sono avvicinata.
“Buonasera, lei non mi conosce, una volta lessi Bassotuba non c’è e le telefonai a casa per sentire come parlava uno che scrive come lei.”

Lui mi ha guardato, non se lo ricordava per nulla, ha fatto la faccia da riso. Come venti anni fa, ha evitato di mandarmi affanculo, è stato gentile.

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Facciamo finta

24 gennaio 2015

Io lo amo da quando ero una ragazza.
Lei è una ragazza e lo ama come me.
Io conosco tutti i testi a menadito.
Anche lei.
Io non ho nessuno che vuole accompagnarmi al suo concerto.
Neanche lei.
Io non ho una figlia adolescente da portarci.
Lei ha una madre che non ce la porta.
E così abbiamo deciso.
Per una sera faremo finta di essere -anziché una professoressa e una studentessa- una mamma e una figlia, una fan impudica e una scatenata, semplicemente due amiche.

“Non ci posso credere, profe! E’ tutto vero?”
E’ tutto vero.

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Due o tre stronzate

22 gennaio 2015

“Profe, mi dispiace tanto ma io oggi all’incontro in libreria non posso venire.”
“Come! Mi avevi detto che ci saresti stato.”
“Eh lo so, profe, mi dispiace, ma io potevo di venerdì, poi questo mese l’incontro è stato anticipato al giovedì e io avevo già preso un impegno da tempo.”
“Peccato, mi dispiace molto.”
“Profe, io vengo, però glielo dico: mi vergogno appalla!”
“Anch’io profe, che figura di merda!”
“Profe io vengo, ma non leggo.”
“No, tu leggi eccome.”
“Profe lei mi conosce nel profondo: non so leggere.”
“Va bene. Allora vorrà dire che chiacchiererai un po’ con me.”
“Chiacchierare?! Davanti alla gente?! Allora non mi sono spiegato: io vengo a fare presenza e stop.”
“Sìe, bellino lui: o tutti o nessuno. Giusto profe?”
“Giusto.”
“Giusto un corno. Io a leggere-barra-parlare in pubblico ho dei problemi. Quindi vengo ma non leggo né parlo.”
“E allora che vieni a fare?!”
“A ridere.”
“Profe, scusi eh, ma io sinceramente non ho ancora capito cosa dobbiamo fare di preciso.”
“Ma nulla di che, ragazzi, non vi preoccupate. Come vi ho detto l’incontro è su Boccaccio. Voi venite coi piccoli brani del Decamerone che vi ho assegnato. Ci mettiamo seduti lì, io presento l’autore, dico due o tre…”
“…stronzate.”
Dice proprio così. Stronzate. E io lo so -perché glielo leggo su quel viso dolce, buono, dai tratti gentili e sempre amorevoli- che voleva dire bagattelle, notiziuole, sciocchezze, bazzecole, curiosità. Nel senso che non sarà affatto una lezione accademica, seriosa, approfondita sull’autore del Trecento. ma sarà, appunto, una chiacchierata, un’ora in compagnia per non dimenticare quanto è bello, nel 2015, rileggere 100 novelle scritte 7 secoli fa. Però dice così. Stronzate.
Immediatamente dopo averlo detto (stronzate), si rende conto di averlo detto (stronzate). Di aver detto proprio così. Stronzate. Capisce che dire così (stronzate) di qualcosa che dovrà dire la sua insegnante di Italiano a un incontro pubblico in libreria, non è elegante, e non è nemmeno carino. Ma ormai l’ha detto. Ha detto proprio così. Stronzate.
Che poi a pensarci bene tutti i torti non ce l’ha.

E quindi, ricapitolando: oggi, alle 18.
Chi non c’è peggio per lui: si perde due o tre stronzate.

Chi c’è c’è

21 gennaio 2015

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Domani pomeriggio, giovedì 22 gennaio, ore 18, libreria-tendone La via dei libri, via Martelli, Firenze.
Chi c’è c’è.
Io e i miei studenti di quinta ci siamo.
A leggere e a parlare di Boccaccio.

Sono reduce dalla settimana degli scrutini. Come ogni reduce che si rispetti, mi sento a pezzi.
Due sono gli aspetti che abolirei nel mio lavoro: sprecare tempo prezioso nella compilazione di atti burocratici che non legge mai nessuno, e valutare gli studenti. Dice: e allora cosa insegni a fare? Di certo non perché godo ad affibbiare voti. Semmai per il piacere stesso d’insegnare, per la speranza di farlo bene, per l’utopia del motto “je sème à tout vent” e per la fiducia che qualche seme diventi germoglio. Però, visto che va fatta anche una valutazione, cerco di farla con coscienza. Ovviamente con la coscienza mia. Per cui, prima di tutto, via la media matematica, che non prendo neanche in remota considerazione.
I voti, sempre secondo la mia coscienza personale, si danno alla luce di un percorso, tenendo conto del punto da cui siamo partiti e quello a cui siamo al momento arrivati, dei talenti datici in dono dalla natura (a volte madre, altre matrigna), dell’impegno speso per sparare le nostre cartucce.
Non hai fatto nulla? Mi dispiace per te: 4. Hai fatto poco? Peccato: 5. Hai fatto il minimo sindacale? Chi s’accontenta gode: 6. Ti sei dato da fare? Hai fatto il tuo: 7. Ti sei speso con impegno? Bravo: 8. Ci hai messo anche entusiasmo propositivo, curiosità intellettuale, spirito critico? Bravissimo: 9.
Ma ecco le polemiche.
“Io nel primo trimestre più di 7 non lo do a nessuno” sibila qualche collega.
Perché?, mi chiedo. Perché -se un ragazzo è stato puntuale negli impegni e nelle consegne, se ha studiato sempre, se si è sempre comportato come gli era richiesto- non deve essere premiato nella misura in cui lo merita?
“Perché siamo solo nel primo trimestre e non mi voglio sbilanciare.”
Voce del verbo sbilanciarsi, riflessivo: perdere l’equilibrio, spostando il peso da un lato. Figurato: oltrepassare i limiti della prudenza promettendo o impegnandosi più del necessario.
A nessuno piace perdere l’equilibrio, neanche a me: tuttavia mi sbilancio eccome. Devo farlo, per una questione di giustizia e di equità. Sta nel ruolo del docente oltrepassare i limiti della prudenza, puntare su un cavallo, nutrire grandi speranze. Se quel cavallo, in quella prima corsa dell’anno, ha dato tutto e si è piazzato bene, glielo devi dire, glielo devi riconoscere. E lo devi premiare con una bella zolletta di zucchero.
Se nella corsa successiva, anziché al galoppo procede al trotto, gli dirai anche questo, a tempo debito e con un voto adeguato, che gli lascerà la bocca certamente meno dolce e gli farà capire la differenza che passa tra fare e non fare il proprio dovere. Ma non evidenziare la positività di un segmento di lavoro svolto è grave, diseducativo e paragonabile all’iniqua decurtazione di uno stipendio effettuata nonostante una prestazione positiva.
“Non le pago lo stipendio intero perché siamo solo all’inizio e non mi voglio sbilanciare”. Come reagirebbero certi professori, se questa frase venisse detta a loro?

(Oggi, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Oggi

19 gennaio 2015

Ore 17:00, Palazzo Panciatichi, Sala Gigli, via Cavour 4, Firenze.

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Meglio un giorno da zia

18 gennaio 2015

Contro tutto e contro tutti, lo scorso settembre si è iscritto a basket.
“Ma come! E il karate?!”
“Per il momento lo sospendo. Provo il basket, e poi decido.”
“Ma il tuo maestro marocchino altissimo magrissimo bravissimo (e bellissimo)?!”
“Lo sa. Ha detto che va bene.”
“Ma la disciplina, l’equilibrio interiore, l’autocontrollo di sé, la filosofia orientale, il centro di gravità permanente che cercavi?!”
“A basket ci vanno tutti i miei compagni di classe, dicono che ci si diverte un sacco: ci voglio andare anch’io.”
Testardo e volitivo alla faccia dei suoi sette anni, mi chiese di accompagnarlo al primo allenamento.
“Allora? Che te ne pare?”
“Bellissimo. Continuo.”
Ha un’allenatrice bianca e un allenatore nero.
Ha compagni tozzi e chiatti, tappi e ratti, oppure segaligni e lunghi, come lui.
Questa settimana ha ricevuto la prima convocazione. Ma non per giocare nella squadra dei nati nel 2007. Per giocare in quella dei super-grandi (matusalemmi del 2004 e 2005).
“Devi cenare a modino e a andare a letto prestissimo in vista della partita di domani” gli hanno detto in casa.
All’una di notte era ancora a pesticciare per le stanze e ieri mattina alle 7,20 era già in piedi, assillato dall’ansia da prestazione che gli levava il sonno e gli sbiancava il viso.
Sugli spalti aveva un comitato schierato e agguerrito che era lì solo per lui: il babbo, la mamma, due nonni e due zie, delle quali una metteva in pratica le tecniche apprese al corso di fotografia puntandogli l’obiettivo addosso per zoommarlo e l’altra gli faceva le bocche e gli occhi storti mentre lui dalla panchina la guardava e rideva.
Non era nel quintetto-base, ma ha giocato nel tempo successivo.
Benché sia un possessivo della palla, l’ha passata molto favorendo i contropiedi.
Poiché non ama l’ombra, si è messo in prima linea, ha tirato e ha fatto canestro.
Suo padre aveva accennato a uno striscione e a una tromba da stadio, che poi per fortuna non sono comparsi.
“Sei contento che avete vinto?”
“Sì, è stata una bellissima giornata di sport. Ora vorrei una crepes alla nutella.”
Facciamo merenda, facciamo un giro, facciamo i cretini con lo skifidol, una specie di moccico a colori.
Insomma lui fa il nipote. Io la zia.
Il mio status ideale.

Capelli sudici

17 gennaio 2015

“Professoressa, com’è carina stamani, sembra più giovane! O che ha fatto?”
“Veramente sono a pezzi e non ho avuto neanche il tempo per lavarmi i capelli.”
“Ecco, preciso! Devono essere i capelli sudici! Sta benissimo, d’ora in poi se li lavi meno.”

Io con lei non ci ballo

17 gennaio 2015

“Mi dispiace, ma questa interrogazione non è sufficiente. Sono costretta a metterti un brutto voto.”
“Faccia come crede profe. Però se lo ricordi: se me lo mette, io con lei non ci ballo neanche morto.”

Corso di ballo

17 gennaio 2015

“Profe! Ha letto la circolare? Mercoledì prossimo inizia il corso di ballo offerto dalla scuola e tenuto da quei due maestri bravissimi che all’ultima assemblea sono venuti a farci la lezione dimostrativa!”
“Sì, ho letto.”
“Ma lei s’iscrive, vero?”
“Certo. E vengono anche la prof di Psicologia, quella di Scienze, quella di Economia aziendale, le due insegnanti di sostegno, quattro o cinque bidelle, una segretaria e la vicepreside.”
“Ah, ma allora dovevano specificare che è un corso per vecchi.”