Da qualche giorno non udiva più alcun segno di vita.
Niente più tic-tic, niente più saltelli da quella scatolina riposta sullo scaffale più alto della libreria.
Saranno mica morti?!, si chiese. E si arrampicò sulla scaletta per afferrarla e controllarne l’inquietante contenuto.
Tutto taceva immobile. I 13 fagioli messicani e salterini incautamente acquistati al mercatino natalizio del quartiere non tiravano un fiato.
Si ricordò che il ragazzo della bancarella, vendendoglieli, si era raccomandato di bagnarli con delicatezza una volta al mese, simulando una leggera pioggerella d’oltreoceano, fino a primavera, quando -tra marzo e aprile- i fagioli si sarebbero aperti per lasciare uscire 13 bellissime farfalle a cui allegare, liberandole nell’italico cielo, un pari numero di desideri di cui ella stilava la lista già da tempo (la recuperata salute della madre, vita lunga al padre, la pace nel mondo, un cane da adottare eccetera).
Avvicinò la scatolina coi 13 fagioli a un faretto. Li trovò curiosamente aumentati di volume. Appropinquò la scatolina al rubinetto e ci schizzettò sopra dei pugnetti acquosi. Ma niente. Indi scosse la scatolina. Niente. Rovesciò il contenuto della scatolina su una mano, la sua, quella sinistra. Con la destra smosse delicatamente le 13 creature. Ancora niente.
Perplessa, ma segretamente sollevata, li ripose nella scatola. Forse erano morti per cause naturali indipendenti dalla sua volontà (la quale onestamente -da quando aveva scoperto che dai 13 fagioli sarebbero sortite prima 13 larve vomitevoli e poi sarebbero nate 13 falene polverose e rivoltanti- era proprio così che li voleva: morti). Ma ecco. Un primo saltello. E un primo tic. Un secondo saltello. E un secondo tic. In breve tempo, tutti e 13 i fagioli ripresero allegramente a zompettare. Erano vivi. Però, com’erano effettivamente ingrossati. E come sembravano socchiusi, ciascuno sul lato più sottile del guscio.
Inforcò gli occhiali antipresbiopia per osservare meglio.
Quello che vide la agghiaccò.
I 13 fagioli, con uno scorrettissimo anticipo di due mesi e mezzo, incoraggiati forse dalle temperature equatoriali dell’appartamento termocentralizzato, si erano schiusi. Le larve -rosate, carnose, disgustose, inguardabili, ma visibilissime- stavano lavorando alacremente per uscire allo scoperto.
Presto nella scatolina avrebbero pascolato 13 bachi sovrappeso, gelatinosi, ipovedenti, ottusi.
Un brivido le attraversò la schiena.
Un conato le si arrampicò su per la gola.
Ma una scappatoia dall’orrore si dipanò all’orizzonte.
E una parola la salvò.

Quadrifoglio.

Confronti e collegamenti

13 gennaio 2015

In seconda a Storia siamo al Cristianesimo.
Per par condicio e per la presenza di due ragazze di fede islamica, procedo per confronti e collegamenti, privilegiando l’etimologia dei lemmi in cui c’imbattiamo.
Non so come, fatto sta che da chiesa, vescovo, diocesi, presbiteri, battesimo, sepolture e catacombe, di etimo in etimo, di confronto in confronto, di collegamento in collegamento, mi ritrovo impantanata nell’arduo tema della circoncisione.
“Sì professoressa, ma di preciso, che cos’è?”.
Ecco. Professoressa. Ma di preciso, mi raccomando. Perché poche cose infastidiscono gli alunni più della genericità.
E’ un attimo. Entro in un giro di peni, glandi e prepuzi, motivazioni igienico-sanitarie e conseguenze erotico-sessuali da cui mi salva solo il suono della campanella.

Messi prontamente al corrente sul gruppo di whatsapp, gli assenti sono ancora lì che si mangiano le mani.

Benvenuta

12 gennaio 2015

Si è avvalsa della cosiddetta passerella.
Ed è passerellata da una scuola a un’altra.
La nostra.
Dalla segreteria l’hanno inserita in una classe.
La nostra.
Appena entrata, i compagni l’hanno spinta dentro un gruppo su whatsapp.
Il nostro.

Le probabilità che torni là da dov’è arrivata sono elevatissime.

Io su facebook (perché non amo andare a caccia di persone e perché nove volte su dieci ci si trovano solo delle grandissime minchiate) non ci sono. Ma naturalmente so che ci si può trovare anche roba buona. Come questa, che è stata scritta da un’insegnante, che mi è stata girata da un amico e che riporto molto volentieri.

Bisogna che si parli dei fatti di Parigi, dice.
Io ho una classe, son ventisette.
Sulla cattedra ho il registro. Ho i compiti, ho, e l’astuccio con le penne. Ho due libri. Ho una rivista settimanale. Ho un quotidiano.
Ho un alunno marocchino di religione islamica, mi chiede che vuol dire “satira”.
Ho un alunno italiano che spippola in continuazione sul cellulare, non gli importa nulla. Non alza mai lo sguardo, devo far finta di nulla, altrimenti l’ora è persa.
Poi c’è uno che gli importa, ma intanto parla con il suo compagno e mi interrompo per richiamarlo. Sta zitto. Ricomincio a parlare, ricomincia anche lui.
C’è uno che mi dice “a casa loro possono fare quello che vogliono, a casa nostra si devono comportare secondo le nostre leggi, se no: fuori tutti”.
Ho un alunno marocchino, che mi ascolta, mi ascolta sempre, annuisce, sento il suo disagio e il suo imbarazzo, vorrebbe dire quello che sto dicendo io in quel momento.
Ho un alunno albanese, ha sempre uno sguardo di sfida, da “lei, tanto, ce l’ha con me”.
Ho un alunno italiano, DSA, iperattivo, non riesce a star fermo, né zitto, è il suo modo per stare attento.
Ho un alunno marocchino islamico osservante, mi dice “Perché se io bestemmio in classe mi scrivete una nota sul registro e se voi leggete Charlie Hebdo siete fighi?”
Hai ragione, gli dico, io non metto note sul registro per le bestemmie, però.
Facevo per dire, dice lui. Hai ragione, dico io.
Stai zitto, gli dice un altro, che te bestemmi, ti ho sentito io, bestemmia il tuo, di dio.
Ho un alunno marocchino che mi dice “Profe, mi fa strano sentire voi italiani che dite Allah. Allah lo diciamo noi. Chiamatelo dio, per favore, non Allah, questa è la nostra lingua, noi lo chiamiamo così”.
Ci rimango un po’ male, non ci avevo mai pensato. Dico: se avessi parlato di religione ebraica avrei detto Jahvè.
Nessuno sa chi è Jahvè, non l’hanno mai sentito nominare.
“Ma lei non era atea, come fa a sapere queste cose?”
Ho un alunno italiano, è l’unico che sa scrivere correttamente, dice “La satira, la libertà di pensiero è intoccabile”.
“Quella non è satira, è offesa”, dice l’islamico osservante.
C’è un alunno marocchino, mi dice “Professoressa, l’Islam è una religione complessa, è difficile spiegarla, è difficile essere musulmani, forse nessuno, per davvero, riesce ad essere musulmano”. Intuisco un mondo incomunicabile.
L’idiozia delle pagelle, dei temi, dei programmi ministeriali, della scuola intera.
Ho un alunno albanese, uno dei più acuti, dei più riflessivi, ma non fa mai nulla, è passivo, rinunciatario, suo fratello ha avuto un grave incidente sul lavoro, mi guarda come se volesse dirmi “ho altro a cui pensare”.
Ho un alunno italiano che non capisce mai un cazzo, mi chiede il significato di parole banali, eppure vorrebbe, vorrebbe tanto capirci qualcosa, ma non ce la fa, io per lui ho una predilezione particolare e mi sforzo di non darlo a vedere: mi ricorda me a lezione di flamenco e come ci si sente quando tutto è troppo veloce, troppo più veloce e troppo più difficile e non afferri niente.
Ho un alunno italiano, fascistello, ben vestito, dice “quelli che vengono a lavorare, sì, ma gli altri…”.
Ho un alunno marocchino che ha la faccia schifata per tutto quello che dico. Pare che annusi merda, da quanto è schifato.
Ho tre alunni peruviani: uno biascica una gomma come se fosse al cinema o alla fermata dell’autobus, uno si sente escluso dalla discussione e cerca di ascoltare l’I-pod senza che io me ne accorga, un altro sembra che pensi che sono sempre quella che vuol fare le lezioni alternative ma poi non è in grado.
Ho un alunno marocchino che dice “Ci vorrebbe la pena di morte e basta”.
Ho un alunno, che è il più bravo, che è troppo avanti, che capisce prima che le cose vengano dette, che sa come affrontare i problemi e io so che con lui non posso discutere, perché è troppo avanti, perché capisce subito, perché sa come affrontare i problemi, e tutti gli altri ventisei, no.
Ho un alunno italiano leccaculo e io mi sforzo di non guardarlo in faccia da quanto è viscido, ho paura mi si legga in viso.
Ho un alunno che mi chiede di andare in bagno, non si va in bagno ora, ora stiamo discutendo di cose importanti, allora io piscio nel cestino della spazzatura, vai in bagno, vai. Ho un alunno marocchino che mi dice “L’11 settembre gli ebrei non sono andati a lavorare nelle Torri Gemelle”.
Ho un alunno che mi chiede che vuol dire complottismo.
Ho un alunno che non so chi sia che fa le vocine, tanto per disturbare.
Ho un alunno italiano che non sa nemmeno di cosa si stia parlando. Un altro si è rannicchiato sul banco e dorme.
Ho un alunno italiano che dice al suo compagno “bene, si perde un’altra ora a chiacchierare”.
Ho un alunno che mi dice “Cazzo me ne frega se son poveri”.
E io devo cercare di capirli. Uno per uno. E a volte, vorrei parlare da sola, con ognuno di loro e non posso. E cerco di entrare nelle loro teste e mi sembra tutto un groviglio da cui non se ne esce.
E sono affascinata da quello che mi dice l’alunno a cui ho dato quattro.
E mi devo trattenere dal mandare affanculo chi mi dice che ci vuole la pena di morte. E vorrei dare un calcio nei denti a chi mi dice “Cazzo me ne frega se son poveri”.
E devo inghiottire l’antipatia per il leccaculo.
E vorrei non essere offensiva con nessuno e non mandare in bagno nessuno, e requisire il cellulare, e far uscire chi dorme, chi cerca di ascoltare l’I-pod, chi mi biascica in faccia la gomma, chi è disinteressato, chi è fascistello, chi annusa-merda, ma non li posso far uscire.
E vorrei dire che io preferirei parlare di quello che non dite mai, ma c’è l’iperattivo che mi fa saltare i nervi, sento che ho una responsabilità, quella di farvi uscire da voi stessi, di liberarvi da qualcosa che nemmeno io so cos’è, e me ne rammarico, e poi penso che è metà gennaio e ancora non abbiamo nemmeno iniziato il Romanticismo, quest’anno, chissenefrega, sì, si fa presto a dire chissenefrega, e se anche dico chissenefrega la tensione non si allenta.
“Profe, io esco prima, ho il permesso per uscire prima”. Beato te.
Suona la campanella. Non c’è più nessuno.
Torno a essere quella che lavora solo diciotto ore a settimana, che è sempre stanca, che non ha mai tempo per nulla e che scrive su facebook le cose divertenti dei suoi alunni.
Chissà quanto si diverte quella in classe, quando tutti gli altri sono a lavorare.

Je ne suis pas

10 gennaio 2015

Chi di noi, nelle ore e nei giorni immediatamente successivi ai tragici eventi parigini, non ha ricevuto l’sms pieno di matite che inneggiava alla libertà e alla pace? Nessuno, ne sono convinta. E in quale scuola non si sono appesi cartelli alle inferriate con la frase Je suis Charlie? In nessuna, sono convinta anche di questo.
Posso dire una cosa impopolare? Non sopporto più queste iniziative da divano, queste azioni comode a costo energetico zero, dove l’sms che ricevo e subito diffondo è la coperta che mi scalda la coscienza e il cartellone che affiggo è la pantofola che mi protegge il piede sollevandolo dal dovere di percorrere altre strade. Quali?
Quella di respingere sul nascere la retorica da quattro soldi che gesti come questi si portano dietro, per dirne una. Io la catena (come tutte le altre di cui chiunque mi bombarda) l’ho interrotta subito e quella sfilza di matitine gialle –lo confesso, anzi, lo dichiaro- non l’ho diffusa, semmai mi sono stupita sempre di più, man mano che ne ricevevo, dei mittenti che me la stavano inviando.
Per dirne un’altra, i cartelloni alle inferriate delle scuole. Anche in quella dove insegno io si sono appesi. Mi è stato chiesto di farlo (previo permesso concesso dalla dirigente) proprio nelle mie due ore di lezione. E io l’ho fatto, certamente: li ho portati in giardino e ho lasciato che, strisce di nastro adesivo alla mano, attaccassero le loro frasi altisonanti. Tempo stimato: 10 minuti. Nella restante ora e cinquanta, però, ho fatto a modo mio: sostituire la lezione di storia antica sulla crisi dell’impero romano con una lezione di cronaca contemporanea sulla strage al Charlie Hebdo. Più che una lezione, una discussione, un confronto, che servisse a loro per imparare a esprimere il proprio parere senza scannarsi se non coincide con quello di un altro; e servisse a me per capire quanto conoscessero dell’argomento. Quasi niente. O comunque troppo poco.
Ecco perché aborro e temo i tam-tam virtuali e la retorica dei cartelloni: perché accomunano tutti e non formano nessuno, perché mettono a tacere il senso di colpa che scaturisce spontaneo quando ci scopriamo inetti e svogliati davanti ad azioni più significative ma –ahimè- molto più impegnative. Perché sono la fotografia dello stile con il quale molti vivono la vita: dal chiuso delle pareti delle proprie case, da dietro le finestre, dalla poltrona del salotto buono. La catena telefonica e virtuale è un cibo precotto e surgelato: te ne nutri perché non hai più voglia, entusiasmo e fantasia per cucinare da solo e ti giustifichi dicendo che non hai tempo per fare altro, per fare meglio.
Le scuole italiane oggi sono lo specchio della società multietnica in cui viviamo. In quella dove insegno io, il 75% dell’utenza non è di origine italiana. Nella classe che ieri mattina ha voluto attaccare i cartelloni ci sono due ragazze di fede musulmana: una porta il velo, l’altra no, perché ciascuna vive l’islamismo con sfumature differenti. In un’altra classe ho un alunno egiziano, che in questi giorni è molto turbato per le dichiarazioni di odio che legge nella Rete.
A loro (e a tutti gli altri cinesi, albanesi, rumeni, peruviani, filippini, senegalesi, marocchini e italiani) ho detto che la nostra risorsa deve essere parlare, raccontarsi, confrontarsi, guardarsi in faccia. Mettere via per un po’ quei telefonini. Smettere di mangiare cibo precotto e prepararne di fresco con le proprie mani, con la propria testa, ma consultando prima bene un ricettario, cioè facendosi un’informazione quanto più completa sugli avvenimenti, senza avvalorarsi del copincolla trito, senza accontentarsi del passaparola spicciativo e pressappochista, perché le dosi e i procedimenti in cucina (nella cultura, nella vita) sono basilari. E fanno la differenza.

(destinazione: pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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Ho un amico a cena.
Mangiamo pollo agli aromi con purè di patate ascoltando Nina Simone.
Nella pausa tra una traccia e l’altra, perplesso, mi fa: “Accidenti che tic tac forti fa il tuo orologio.”

Solo che erano quei tredici imbecilli messicani che si ruzzolavano nella scatolina.
Non ci credeva.
M’è toccato presentarglieli.

“Profe! Ma insomma, che ci dice dei fagioli?”

Che vi dico.
Vi dico che, se l’aspirante padre adottivo non si sbriga a rientrare dalla Romania, fo un fuoco e ce li butto.

Ridere in pace

7 gennaio 2015

Titubavo tra Il sale della terra e Storie pazzesche.

In un giorno come questo, in cui molti sono morti per permetterci di ridere in pace, ho scelto il secondo.

(Tra parentesi: imperdibile.)

Whatsappiamo

7 gennaio 2015

Se, fino al settembre scorso, qualcuno mi avesse detto: “Verrà un giorno in cui aprirai un gruppo su whatsapp coi i tuoi studenti”, avrei risposto: “Tu sogni.” Se, peggio, avesse ipotizzato: “E sarai tu stessa a proporlo”, avrei esclamato: “Tu vaneggi.” Se, poi, avesse insistito: “E scoprirai di aver compiuto cosa buona e giusta”, avrei concluso: “Tu sei pazzo.”
Io e le mie teorie sulla distanza a cui tenere gli studenti. Io e le mie convinzioni sul maleficio che tutto ciò che puzza di elettronico reca seco.
A settembre, invece, ero in classe. Una classe nuova, peraltro. Una seconda. Piena di ripetenti, per cui sedici-diciassette anni. Ci eravamo visti sì e no tre volte: una avevamo fatto storia, una epica, una grammatica. Mi erano piaciuti molto, tutti e trenta quanti sono, molte femmine, pochi maschi ma significativi. Non so come mi sia venuto. Non so proprio dire cosa mi abbia preso.
“Secondo me dovremmo creare un gruppo su whatsapp”. L’ho detto così, come potevo dire: adesso prendiamo antologia. L’ho detto disinvolta, scialla. M’è venuto spontaneo. Non ho colpe.
Loro invece hanno quella del boato d’esultanza che è seguito alla mia proposta del tutto inattesa: questo manico di granata, questo paletto rigido, questa cazzuola intonsa (faccio sempre un po’ la dura, i primi giorni) che propone a noi di aprire un gruppo su whatsapp?!
“Intendo un gruppo didattico, ovviamente. Una specie di registro elettronico, che nella nostra scuola ancora manca. Uno modo per mantenerci in contatto durante la giornata e organizzare meglio il lavoro che ci aspetta. Voi mi potreste contattare per eventuali chiarimenti, io potrei farlo per rammentarvi determinate scadenze. Cosa ne pensate?”
Che ne pensavano tutto il bene possibile lo disse il loro urlo festoso e corale.
Due minuti e il gruppo era lì, bell’e apparecchiato, arredato e pronto ad accogliere il nostro ingresso trionfale, con tanto di nomignolo e iconcina, simbolo e stato.
“Stato?!”.
“Sì profe, è la definizione di come si sente in questo momento.”
“Bene, perché?”
“Ecco, lo deve scrivere. Ma lo faccia con stile. Per esempio mettendo un aforisma a effetto.”
Misi “sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso”, nessuno capì che era De André e partii per quell’avventura.
E’ quasi gennaio e non tornerei indietro, perché non me ne sono mai pentita, non ho mai maledetto me stessa per quell’idea bislacca, non mi sono mai morsa le dita per aver fatto quello che credevo non avrei fatto mai nella mia vita.
La classe è capacissima di gestire con grazia naturale i tempi della chat: non esubera, non esonda. Non travalica, non tracima. Ne fa l’uso per cui il luogo virtuale è stato inaugurato. Torna a tutti molto comodo: per un cambio di materia, una comunicazione dell’ultimo minuto, una domanda in privato su qualcosa che non si è capito.
Sì, certo, a volte arrivano 30 buonanotte con 3000 cuoricini. A volte partono battute e conseguenti risate a garganella scritte in stampatello maiuscolo con la faccina gialla che piange mentre ride. Confesso che da quando ho imparato a usare il microfonino incorporato al cellulare tendo talora a sconfinare nel giocoso. Quando riesco a contenermi, mi limito a salutarli in classe con l’annuncio: “Ci whatsappiamo più tardi.” A volte ci sentiamo solo per dirci che c’è un film imperdibile alla tele, lo guardiamo tutti insieme e commentiamo in diretta le scene più maestose. Con Rapunzel il sistema ha subito un autentico collasso.
Ma il gruppo su whatsapp è stata la svolta didattica di cui avevo bisogno. Lo consiglio caldamente a tutti gli insegnanti scettici e prevenuti come me.

(Oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Nazionalità

7 gennaio 2015

Ore 11:00, quarta ora, classe seconda, grammatica.

Toc toc!
“AVANTI!”

Entrano due figuri (belli quanto loschi).
Le 25 femmine accusano un mancamento.
Io indìco l’immediata sospensione della lezione, li abbraccio, li sbaciucchio e li introduco in classe.
“Ragazze, indovinate chi sono questi!”
“Due suoi ex alunni? (sospiro passionale, n.d.r.)
“Brave. E indovinate di che nazionalità sono.”
“Quello a destra è albanese (sospiro denso di eros, n.d.r.), quello a sinistra (sospiro pregno di libido, n.d.r.)… napoletano.”

Che bello essere a scuola.