Scuola e polizia

28 febbraio 2015

Ero in quinta, leggevo, parafrasavo e commentavo La pioggia nel pineto. Uno che era andato in bagno rientra e annuncia: “C’è la polizia con i cani antidroga, sono in sede, tra un po’ arriveranno in succursale”. Scompiglio. Commenti. Curiosità. Euforia.
Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse precipitano nella dimenticanza generale. I miei dodici studenti, fino a un momento prima (abbastanza) concentrati sulle onomatopee del testo poetico più musicale del programma, buttano gli occhi alla finestra, improvvisano qualche battuta, fanno un coretto sottovoce. Il tempo rallenta, resta sospeso, si ferma. Come se fare lezione in quel momento non avesse molto senso. Come se in quel momento l’unica cosa da fare fosse aspettare. Ma come funzionerà: entreranno nell’edificio? Penetreranno nelle classi? E in che ordine? Cominceranno di fondo e saliranno o da cima e scenderanno? Taci, ascolta. Dai corridoi, però, non arriva un suono.
Chiedo loro se fossero al corrente di qualcosa. Dicono di sì. Raccontano che la questione (dopo il recente incontro tra insegnanti, dirigenti scolastici e forze dell’ordine tenutosi nel Salone de’ Dugento in Palazzo Vecchio) è approdata pochi giorni fa all’ultimo Consiglio d’Istituto. E che nella votazione ha prevalso il consenso: sì ai cani antidroga nei nostri corridoi, nelle nostre aule, nei nostri gabinetti. A me, che non ne sapevo niente, spontaneo esce dalla bocca il mio pensiero: “Che brutta cosa”. E mi paralizza il loro algido commento: “Bene invece. E chi viene beccato, paghi”.
Sono così contraria e aliena alla droga, che venti anni fa una canna dovetti fumarmela per forza, a scopo propedeutico, dato che avevo scelto questa professione: per imparare quantomeno a distinguere l’odore dell’erba da quello del tabacco ed evitare di esser fatta fessa dai miei alunni.
Però sono altrettanto contraria e aliena a mescolare la mia professione con quella (pur encomiabile) delle forze dell’ordine. Io credo che la scuola sia una comunità educante. Credo che scuola e polizia generino un ossimoro. Non credo nella politica del sospetto. Non credo nell’efficacia preventiva di gesti simbolicamente e materialmente forti come questo. E non credo che punire (marchiandolo a vita e travolgendo chi gli vive accanto) un ragazzo di quindici, sedici o diciassette anni sia la strada giusta per salvarlo da qualcosa che pur consideriamo pericolosissimo e sbagliato. Credo invece che la scuola debba usare altri strumenti, i propri, la parola, le immagini, i racconti, le testimonianze, i libri, l’ascolto, la presenza: mezzi dall’impatto meno poliziesco ma dal risultato più efficace.
Dopo un’ora i cani e i poliziotti non ci sono più.
Noi invece siamo ancora tutti lì: io con le mie convinzioni educative, loro con quella posizione intollerante, che scelgo d’interpretare come una richiesta d’attenzione.

(sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

L’ira di Achille

19 febbraio 2015

Abbiamo fatto un sacco di miti e infine la questione omerica, a introdurre Iliade e Odissea.
Domattina la verifica sarà (è il caso di dirlo) epica.

BI-BIP!

“Profe! Ma bisogna portare i fogli protocollo? (faccina che sorride)”
“E bisogna imparare tutti quei nomi? (faccina con occhi fuori dalle orbite)”
“Profe, non può farci un po’ di sconto sulle pagine da studiare? (faccina con occhi a cuoricino)”
“Già, oppure permetterci di tenere un foglio con gli schemi (cuoricione da un chilo e mezzo rosso e pulsante)”
“Sììììììì profeeeeeee (faccina a bocca spalancata)”
“Profe non sia cattiva (facciona rossa incavolata)”
“E non ce la faccia difficile (faccina di diavolo viola con corna all’insù)”
“Profe insomma, possiamo tenere gli schemini? (faccina con dentiera a vista)”
“Profe, se non ci fa tenere gli schemini… (pistola puntata verso la parola profe)”
“Profe, guardi che se non scende a un compromesso con noi, da domani le linkiamo il blog su facebook, che lei non vuole (tre manine che applaudono)”
“(cinque manine che applaudono)”
“(quindici manine che applaudono)”
“Profe, allora????”

Allora ho optato per una risposta che risultasse fondamentalmente breve, sufficientemente esplicita, indiscutibilmente chiara.
“ETTOREEEEEE! ETTOREEEEEE!!! ETTOREEEEEEEEEEEEE!!!!”

Su whatsapp è calato un gran silenzio.
Achille (o Brad Pitt?) fa sempre il suo porco effetto.

Madre e figlia

19 febbraio 2015

A lei (un’alunna di quinta con una magnifica pagella) i compagni di classe dicono sempre che è distratta, che è stordita, un po’ rintronata, più che sognatrice credulona, che vive su una nuvola e in un altro mondo, che non acchiappa al volo le battute, che quando lo fa ci ride troppo tardi, che insomma non è tutta quella perspicacia, quell’intuizione. Praticamente che è una tontolona.

“Profe -dicono stamani a me- ma lei e la Franci siete madre e figlia?!”

Parzialmente mi consola la consapevolezza che la Franci è molto benvoluta.
Sentitamente spero nella proprietà transitiva dei sentimenti.

Palinsesti

18 febbraio 2015

“Scommetto che nessuno di voi ha guardato L’Oriana. Era un po’ fictionato, ma per farsi un’idea sul personaggio era meglio che niente. Lunedì avrete guardato quello schifo dell’Isola dei famosi, e ieri sera?”
“Personalmente ho guardato The walking dead.”
“Bravo: così se all’esame uscirà un saggio breve sul giornalismo al femminile, tu non sarai neanche in grado di citare la Fallaci!”
“Se però saremo invasi dagli zombie, io mi saprò mettere in salvo e lei invece verrà divorata.”

Tolstoj (il cartoon)

18 febbraio 2015

“All’Università sostenni l’esame di Letteratura russa e mi sciroppai tutti i più grandi narratori: Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj…”
“L’ultimo lo conosco anch’io: ho visto il cartoon.”
“Il cartoon?! Hanno fatto un cartone animato su Tolstoj?!”
“Ma dove vive profe?! Ne hanno hanno fatti due! VERSO L’INIFINITO E OLTRE! Grande Buzz!”

Effettivamente bisogna riconoscere che una certa assonanza con Toy Story c’è.

Il gatto e la strega

17 febbraio 2015

Venticinque anni fa qualcuno inventò la Festa del Gatto.
Furono scelti un giorno e un mese: quelli d’oggi.
Perché febbraio è il mese dell’acquario e l’acquario è libero indipendente individualista originale e un po’ mettinculo, come i gatti.
Perché febbraio secondo i detti popolari è il mese delle streghe, e il gatto con le streghe ci va a braccetto volentieri.
Perché il 17, se lo scrivi coi numeri romani viene XVII, e se lo scomponi viene VIXI, cioè vissi, cioè ora non vivo più, cioè sono morto, ma in quanto gatto ho altre sei vite (tiè).

Io invece, in quanto proprietaria di Micino da Scansano -detto Mimmo- e strega, dichiaro iniziati i festeggiamenti.

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Qui pro quo

16 febbraio 2015

Ore 23:30, a letto, leggo qualche pagina della Szymborska.
Il cellulare è sul tavolino accanto, in carica, con la sveglia puntata a portata di mano per lo schiaffeggiamento all’alba dell’indomani.

BI-BIP!

“Comunque uno che dice che deve fare sesso con una donna almeno una volta al giorno è da manicomio.”
Il senso del dovere dell’insegnante mi costringe a rispondere, rettificando.
“Veramente sosteneva di dover fare sesso dalle 5 alle 7 volte al giorno, possibilmente con donne diverse.”

Solo che io (professoressa tonta in pieno Decadentismo col programma) parlavo di Gabriele.
Lui (alunno di quinta sintonizzato sull’Isola del famosi) parlava di Rocco.

Educazione affettiva

15 febbraio 2015

A Firenze c’è una scuola.
Ce ne sono tante.
Ma poi c’è questa.
Una scuola statale, che però sembra privata, esclusiva, elitaria.
Una scuola in mezzo al verde, ma poi scopri che sta dietro Santa Croce.
Una scuola che passando quasi non la vedi, però c’è.
Poi un giorno leggi una locandina appiccicata alla vetrina di una bottega, le scatti una foto, vai a quel cinema, guardi quel film, girato in quella scuola, dove i protagonisti sono quei due maestri e quei venti ragazzini.
E finalmente entri in quella scuola.
Piena di luce, piena di colori, piena di cose che nelle altre scuole non ci sono, non esistono, non vengono neanche sperate, desiderate, sognate, perché la fantasia di chi insegna o studia nelle scuole normali viene azzerata sempre dalla stessa frase: mancano i fondi.
Quella è una scuola sperimentale, che altrove non esiste, e pure a Firenze non c’è altro che quella, e c’è dal 1945, quando fu fondata come scuola di sperimentazione metodologica e didattica, contro le correnti, contro i programmi, contro le abitudini consolidate e mai più messe in discussione.
Quella non la chiamano scuola e basta: la chiamano Scuola-Città.
In quella scuola, al centro di tutto il discorso e al posto di tutte le scartoffie, vengono messe le relazioni personali.

Se vivete a Firenze, andate a vedere quel film girato in quella scuola.
Se non ci vivete, contattate quella scuola affinché vi mandino quel film.

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Le guardone

14 febbraio 2015

Quelle ciaccione ciabattone casinare ridanciane di seconda passano di qua, leggono le mie cose, fotografano le schermate politicamente più scorrette (“Fenomenologia della passera in palestra”, per dirne una) e le girano sul gruppo classe di whatsapp, di cui io sono dovrei essere socia fondatrice, presidentessa onoraria, direttrice artistica e capo assoluto.
Ho provato a inibirle con un messaggio vocale dai toni intimidatori, però nulla.
Ora le minaccio anche da qui.
Se non la fanno finita, martedì compito a sorpresa su tutto il programma di storia, antologia, epica e grammatica.
O vediamo.

Oltraggi

13 febbraio 2015

Già era stata dura digerire l’oltraggio numero 1 (la sua foto -da me attaccata a una parete della classe con l’aggiunta di un “Vasco ti amo” vergato a lato di mio pugno- profanata da un corredo di indecorose immagini e da un più che esplicito “fava” scritto in fronte).

E’ fuori discussione che io prenda anche vagamente in considerazione l’ipotesi remota di perdonare loro l’oltraggio numero 2.

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