Selfie

26 marzo 2015

La mia collega è in gita.

“Come stai? Com’è Budapest? E come si comportano i ragazzi?”

“A parte i selfie con la statua della Madonna nella Basilica di Santo Stefano, tutto bene.”

Il Secco

26 marzo 2015

Ho un alunno secco secco secco.
Alto com’è, io dico peserà sì e no 67 chili con la coratella.
“Dopo i recenti problemi di stomaco che ho avuto, forse anche qualcosina meno”.
E’ così secco, che uno stinco dei suoi corrisponde a un braccio dei miei.

“Ma te, gnudo, come sei?” gli chiedo stamani.
La classe ride.
“Secco” risponde lui, senza scomporsi.

“I miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse”.
Lo ha detto ieri Giuliano Poletti. E oggi nelle scuole non si parlava d’altro.
“Avete sentito le parole del nostro Ministro del Lavoro?” ho chiesto ai miei studenti.
Meglio se non riporto quello che mi hanno risposto. Eppure molti di loro a lavorare d’estate ci vanno da quando li conosco. Cosa li disturba tanto, allora, delle dichiarazioni del Ministro? Forse le medesime cose che disturbano anche me.
A me disturba che sia lo Stato a decidere che piega dare all’estate degli adolescenti. Se un ragazzo, durante le proprie vacanze estive, debba o non debba andare a lavorare, penso sia affar suo e della sua famiglia. Tra istituzione scolastica e nucleo familiare esiste un confine: alcune decisioni spettano alla prima, altre alla seconda. Auspicabile è che ciascuna decisione sia protesa a un bene comune, quello del ragazzo stesso, di cui si occuperà la scuola quando egli veste i panni da studente e i suoi genitori quando la scuola finisce e lui se ne torna a casa nelle vesti di figlio. Fondamentale è che nessuna delle due sconfini nel territorio di pertinenza dell’altra.
Secondo Poletti le tredici settimane di vacanze estive che si osservano in Italia sono troppe: nessuno in Europa fa uno stacco cronologicamente così corposo. Infatti. E’ vero. In Spagna e Ungheria le scuole chiudono per undici settimane. In Francia, Austria, Belgio, Irlanda e Slovacchia per nove. Nella Repubblica Ceca otto. In Germania e in Danimarca sei. Però in tutti questi luoghi i break interni all’anno scolastico durano (almeno) il doppio di quelli stabiliti dal nostro calendario nazionale.
Ipotizziamo che uno studente nei nove mesi in cui è andato a scuola sia stato un po’ lazzarone (oppure un po’ duro) e a giugno (per congenita vagabondite o difficoltà oggettive) abbia incassato qualche materia da rimediare a settembre: quando studia, se deve lavorare?
Ipotizziamo il caso opposto: lo studente, dotato e zelante, è stato promosso a giugno con una pagella di tutto rispetto: non merita uno stacco rigenerante, che a me pare sacrosanto?
In questa ottica, la vacanza non equivale all’ozio, ma a un’occasione per rimediare, a un premio di cui godere, a un momento da vivere (perché no, anche nella noia, status necessario per il fiorire delle migliori intuizioni) per cercare dentro sé quello che si è davvero e che nella scansione dell’anno scolastico in trimestri o quadrimestri si perde in mezzo ai doveri, alle scadenze, al ritmo forsennato di settimane che s’inseguono a velocità allucinante.
Ultima considerazione, meno poetica, ma più pratica: se tutti gli studenti d’estate andranno a lavorare, che ne sarà di chi a scuola non ci va più da un pezzo e magari aspetta proprio quella per rimediare qualche impiego stagionale?
Definire un lavoro estivo (probabilmente sottopagato) “una questione educativa e culturale” mi sembra eccessivo. Le questioni educative e culturali sono altre: non si circoscrivono a un mese, hanno dimensioni ben più ampie e compromettono la qualità della vita dei giovani in tutti gli altri mesi dell’anno.

Istanze online

24 marzo 2015

In questi giorni il sito vuvvuvvù punto istanzeonlàin punto ittì è sempre intasato.
Due sono i motivi per cui un insegnante lo frequenta.
Per presentare la domanda degli Esami di Stato, oppure per presentare la domanda di trasferimento.

Oppure per presentarle tutt’e due.

大家好!

16 marzo 2015

大家好!
我的意大利語老師.
你好嗎?
我很好,謝謝你.
讓我們的教訓!
暫時再見 !

E’ intuibilmente ripartito il corso di cinese.
Quest’anno fo le buche.

La bastarda di Istanbul

14 marzo 2015

Non si può dire che sia bella, ma che sia ipnotica sì, con quella faccia che sembra sempre di cattivo umore. Fu l’indimenticabile fata ignorante dall’accento a metà tra il turco e il francese e da dieci anni va in scena con la stessa commedia, dello stesso regista, nello stesso luogo, della stessa città: L’ultimo harem, Angelo Savelli, teatro di Rifredi, Firenze.
Ma l’altra sera presentava il suo ultimo lavoro -tutto esaurito per l’intera stagione- La bastarda di Istanbul, incentrato sulla rimozione di quegli eventi che cento anni fa aprirono l’annosa e irrisolta questione armena, tratto dal romanzo di Elif Shafak.
E’ arrivata alle Oblate dentro un cappottone informe, persa in uno scialle enorme e coi capelli turchini in testa. Come nei cartelloni che troneggiano in città, sembrava scocciata e incupita.
Prima di lei sono intervenuti il regista e la vicesindaco.
Poi ha parlato lei.
Ed è stato come tornare a Istanbul, a braccetto di un’ammaliante affabulatrice.

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Promiscuità montana

12 marzo 2015

Gli studenti della mia quinta (che saluto) come gita dell’ultimo anno hanno scelto di andare in settimana bianca in compagnia del professore di Educazione fisica (saluto anche lui).
Cinque ragazze della mia seconda (figuriamoci se non saluto queste) hanno chiesto di unirsi al gruppo dei grandi e di andare a sciare insieme a loro.

Sarà, ma io di bianco vedo parecchie lenzuola.

E’ arrivata Sally

11 marzo 2015

Il vento, che per quattro giorni ha soffiato impetuoso, aveva disperso le sue tracce.
Ma ecco, suonano alla porta.
“Chi è?”
“Posta! Scenda, c’è da firmare.”
D’stinto penso a Equitalia, una personcina simpaticissima che -senza invito- è venuta a trovarmi spesso ultimamente.
Ma già mentre faccio le scale il presagio oscuro mi si muta in un’esaltante prospettiva: e se invece fosse lei?
Era lei.

Che nessuno mi cerchi per le prossime 24 ore.

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Chère amie

10 marzo 2015

Ho un amico che è nato e vive a Nantes.
Ci conoscemmo 23 anni fa, in Inghilterra, a Bath.
Io mi dedicavo a una vacanza-studio post-universitaria. Lui espletava uno stage all’estero insieme a quattro colleghi ingegneri come lui. Alloggiavamo nella medesima, immensa, vittoriana casa di Mrs Margaret Favager, io al terzo piano, loro al secondo. Trascorremmo un buon tempo, quindi tornammo alle nostre case e alle nostre vite.
Io e Stephane prendemmo a scriverci lettere su carta, a cui egli allegava delicatissimi acquerelli che ritraevano la sua città e che gelosamente tuttora conservo. Dopo qualche anno di silenzio epistolare, ci siamo ritrovati qui e al cartaceo abbiamo sostituito il digitale.
La lingua che ci unisce è l’inglese. Una lingua che mi sono sempre sentita in dovere -ma che non ho mai provato il piacere- di imparare. Una lingua che, fondamentalmente, mi sta sulle palle, non esercita su di me fascino alcuno, non trovo romantica, musicale, armoniosa, fantasiosa. Al contrario, trovo l’inglese insulso e impersonale, buono al limite per tradurre le indicazioni all’aeroporto e per ordinare un cheeseburger al Mac.
Una fatica ogni volta con quel dizionario, e cerca quello, e come si dice quell’altro, ma poi così, senza il reale desiderio di saperlo, di memorizzarlo, di acquisirlo per sempre.

“Caro Stephane,
senti che ideona: d’ora in poi io ti scriverò in italiano, e tu mi risponderai in francese. Che ne dici?”

Lui ha detto: “Chère amie”.

Vuoi mettere?

100 giorni alternativi

9 marzo 2015

Ricorrono oggi i 100 giorni, la discutibile pratica ormai sdoganata ed elevata a consuetudine annuale di boscare la scuola e andare al mare per scrivere sulla sabbia il voto sperato all’esame aspettando che un’onda -a garanzia di realizzazione- lo cancelli.
La mia quinta proprio stamattina è partita per la settimana bianca.
“Ma scusate, sono i 100 giorni e voi anziché al mare mi andate in montagna?!” wozzappo appena realizzo.

Dice che il numero lo scrivono sulla neve.
Il primo che passa di lì, sciando, lo cancella.