Fischia il vento

6 marzo 2015

D’accordo, il vento andava a 66 all’ora.
Va bene, volavano cappelli, guanti spaiati, sacchetti di plastica, residui di spazzatura.
E’ vero, si è sradicato qualche albero.
Ok, poteva essere un po’ pericoloso.
Ma le quinte avevano la simulazione della prova d’esame e soprattutto loro hanno deciso (per lo più preventivamente, non dopo essere rimasti bloccati nel traffico) di restare a letto.
Per tutta la mattina mi sono fatta la stessa domanda: che fine hanno fatto gli studenti di Barbiana?
D’accordo, non c’è più neanche don Milani.
Però così mi pare troppo.

Verbi e posizioni

3 marzo 2015

Ho ripreso ad andare a yoga.

Di questa disciplina amo tutte quelle posizioni assurde fin dal nome: posizione del loto, posizione del sole, posizione dell’elefante. Della montagna, del bambino, del cane a testa in giù, del cobra, della sfinge. Della mezzaluna, della gru, del ciabattino, dell’arco, del bastone a terra, dell’aratro, dell’aquila, della locusta, della scimmia. Della candela con supporto, del pesce, del ponte, del leone, del cammello, della sedia, del cadavere, dell’albero, dell’eroe, del piccione reale su una zampa, del muso di vacca. Giuro, del muso di vacca.

La maestra è abile e sdinoccolata, preparata e seria. Parla a voce bassa, lentamente, agevolando il rilassamento dei presenti.
“Ora sento che le mie gambe scendAno… si distendAno… si aprAno…”

Sarebbe perfetta, se non sbagliasse i verbi facendomi trasalire con alto rischio di strappo muscolare.

In diretta radiofonica

2 marzo 2015

Una sera passeggiavamo insieme, io e lei, la mia amica del cuore, la donna che per una vita ho aspettato di incontrare e che da qualche anno mi cammina accanto senza mai pestarmi i piedi.
Tornavamo non ricordo più da dove e a braccetto arrivammo alla stazione. Il suo autobus passava dopo una ventina di minuti, così nella stazione ci entrammo proprio dentro, tagliandola nel mezzo, seguitando a chiacchierare, e scoprendo in quale misura ci accomunasse la passione per quel luogo di transito perennemente attraversato dagli umani, che la sera si fa forse un po’ inquietante e minaccioso, ma mantiene quel fascino che non si può spiegare né negare.
“Amo le stazioni, esercitano su di me un’incredibile attrazione” disse lei.
“Le amo molto anch’io -risposi- soprattutto da quando, ragazzina, lessi quel libro che mi avrebbe cambiato la vita, che non sono mai più riuscita a ritrovare e che qualche anno fa ho scoperto essere fuori catalogo.”
“Che libro?”
Seppellitemi con i miei stivali, di Sally Trench. Me lo prestò il prete della mia parrocchia, lo divorai, rimasi fulminata e mi misi in testa di diventare la versione italica di quella ragazza inglese che – spinta da una tensione ingenua e pura di altruismo, di amore cristiano – dedicò alcuni anni della sua vita alla cura e al soccorso di giovani tossicodipendenti, di senzatetto, di alcolizzati.”
“E non lo hai più trovato?”
“Mai più: in libreria mi hanno detto che non lo ristamperanno. Non so cosa darei per averne una copia tutta mia da rileggere con occhi adulti.”
“Perché non chiami Fahrenheit, la trasmissione radiofonica su RaiRadioTre? C’è una rubrica, Caccia al libro: tu chiedi e loro lanciano l’appello all’etere, sicuramente raccolto da un ascoltatore che ne possiederà per caso una copia e, mosso a tenerezza dal tuo grido, te la spedirà in dono. Una cosa romanticissima.”

Mi parve una cazzata. Le dissi lo farò. Non l’ho mai fatto.

Oggi alle due mi manda un messaggino.
“ALLE 15,30 DEVI ASSOLUTAMENTE ASCOLTARE FAHRENHEIT.”
Le rispondo che non ci penso neanche, sono al corso di cinese.
“CHI SE NE FREGA DEL CORSO DI CINESE: DEVI ASCOLTARE FAHRENHEIT.”
Le argomento che a quell’ora la lezione sarà già cominciata e io non potrò alzarmi e uscire davanti a tutti, soprattutto davanti al maestro di cinese, che come tutti i cinesi è simbolo vivente della disciplina.
“DEVI FARLO: PARLERO’ IN DIRETTA.”

Ora.
La mia amica del cuore è una persona allegra, vivace, simpaticissima e scherzosa. Se siamo in due. Già se siamo in tre s’intimidisce. Se siamo in quattro si fa rossa rossa in viso. In cinque diventa scarlatta. In sei s’impappina. In sette si blocca. In otto ha un malore. In nove un cedimento. In dieci sviene.
Per questo non le credo neanche un po’.
Ma per verificare se dice sul serio o (come adora fare per poi darmi della tonna) mi piglia per il culo, alle 15,30 devo alzarmi davanti al maestro di cinese simbolo vivente della disciplina, attraversare l’aula davanti a tutti, mormorare scusate, balbettare torno subito, uscire senza urtare una sedia con un piede o un banco con un fianco, scendere due piani di scale, uscire nel parcheggio della scuola, barricarmi dentro l’auto e sintonizzarmi su RaiRadioTre. Lo faccio.

In un’incredibile diretta radiofonica, la sento mentre dichiara che quello è il suo regalo a un’amica.
Pronuncia il titolo del libro, il nome dell’autrice.
Confida all’Italia in ascolto l’episodio della stazione.
Già che c’è, fa pure un po’ di conversazione sciolta con la Lipperini (e ora sogna di rubarle il posto in radio).

Mentre lei a casa suda per la prova emotiva che sta affrontando, io chiusa in macchina nel parcheggio della scuola piango come quando, ragazzina, lessi per la prima volta un libro che presto, grazie a lei, forse tornerà a essere mio.

Massacri fiorentini

1 marzo 2015

E con questo fanno dieci. Dieci anni che porto le mie classi al più grande convegno letterario destinato alle scuole superiori d’Italia: i Colloqui fiorentini.
Me lo chiedevo proprio mentre ascoltavo parlare i relatori e mentre sul palco si alternavano gli studenti dei licei: cos’è che ogni anno mi convince a tornarci? Cos’è che ogni settembre mi spinge ad accollarmi questo impegno, ogni dicembre a sciropparmi una pila di tesine da seguire e da correggere, e ogni febbraio a chiudermi per tre giorni interi dentro il Palazzo dei Congressi? Voglio dire, ci sarà un perché se tra colleghe li chiamiamo in codice i “Massacri fiorentini”: sono difficili, faticosi, impegnativi. La risposta me la danno i duemila, tra docenti e alunni, che vi prendono parte tutti gli anni: sono troppo belli, per non ricascarci.
Come tutto ciò che è molto bello, però, costano una fatica cane. Ai ragazzi costano la fatica della concentrazione, di cui sono sempre meno capaci, e del silenzio, a cui sono sempre meno avvezzi. Ai professori costano la fatica di mettere in discussione il proprio metodo didattico. Poche categorie professionali rifiutano l’autoanalisi come quella di chi insegna. Forse perché, insegnando, ci si convince di stare sempre dalla parte della ragione. Niente di più lontano dal vero. Insegnando, si prendono certe cantonate, si combinano certi arrosti, si fanno certi macelli da vergognarsene fino alla pensione. Per questo, prima dei ragazzi, bisognerebbe interrogarsi tra di noi. Ai Colloqui fiorentini si fa.
Quest’anno ho capito perché m’erano sempre suonate tanto brutte certe frasi che ci diciamo tra di noi quando c’incrociamo per i corridoi: “Tu dove sei arrivata?”, come se la poesia fosse un’autostrada. “Ho finito Pascoli, ora comincio D’Annunzio”, come se trattare i poeti equivalesse a lavorare a maglia (ho finito una sciarpa, ora inizio un cappellino). Il motto di quest’anno ai Colloqui era “Conoscere è incontrare”. L’autore che abbiamo incontrato era Umberto Saba. “C’è solo un genere di uomini a cui interessa la poesia: quelli a cui interessa qualcosa di più che la poesia”, ha detto Valerio Capasa introducendo i lavori. E i lavori sono stati al contempo una sorpresa e una conferma. La sorpresa è stata accorgersi che quello lasciataci in eredità dal triestino non era il (fin troppo) facile inganno in cui scivolano spesso gli studenti “poesia facile, ergo banale”, ma la significativa rivelazione “poesia onesta, ergo preziosa”, cioè una poesia in cui ciascun essere umano può riconoscersi, ma che non tutti gli esseri umani sono capaci di produrre. La conferma è stata constatare ancora una volta che da ogni autore si può succhiare e assaporare il valore profondo che lo rende eccezionale.
Da docente, invece, ho imparato che la lezione è “un avvenimento”, un mistero che si dipana mentre ti ci addentri, una sceneggiatura che non puoi scrivere prima e che non puoi decidere da solo, perché accade sopra un palco condiviso su cui sale chi vuole conoscere qualcosa, conoscerlo anche in senso biblico, conoscerlo sensualmente. Del resto il processo educativo cos’è, se non il risultato di una seduzione?

(domani sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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