Usanze

29 aprile 2015

Su Chon (femmina), sorella gemella di Su Chin (maschio), fu mia alunna cinque anni fa.
Anche su Chin fu mio alunno, ma in questo momento ci interessa Su Chon.
Su Chon fu mia alunna solo per un anno: poco, ma sufficiente per diventarmi molto cara.
Ella (oltre che di una bellezza sconcertante) era di un’intelligenza sopraffina: bravissima in tutte le materie, faceva prevedere un diploma a pieni voti e una laurea con lode. Ma spesso la vita dei ragazzi cinesi viene scritta dai loro genitori, e infatti la previsione si dimostrò errata.
Su Chon lasciò (= fu costretta a lasciare) la scuola e iniziò a lavorare in una fabbrica di borse in pelle. Lì conobbe un giovanotto asiatico che la chiese in sposa. Su Chon avrebbe voluto dire accetto, ma non poteva. In quanto sorella minore di una femmina più grande, stando alle regole sociali vigenti ancora in Cina, doveva aspettare che quella prima si fidanzasse e poi si sposasse, per dire il proprio sì e per non ridurre l’altra alla miseranda condizione di zitella a vita.
Oppure poteva ricorrere a un assurdo escamotage: fidanzarsi con quel giovanotto, ma trasferirsi altrove insieme a lui.
Alla faraonica festa di fidanzamento, avvenuta un anno fa, Su Chon invitò tutti i compagni della sua ex classe. E me.
Finito il pranzo e le lacrime (di felicità o disperazione?) lasciò per sempre Firenze e partì per Roma, dove dovrà restare finché la sorella maggiore non avrà messo su famiglia e scongiurato il pericolo di rimanere sola a vita.
In questo anno di esilio (in)volontario, Su Chon è rimasta incinta.
E pochi giorni fa ha dato alla luce Tiffany (ripeto, Tiffany).

“Plofe! E’ nata Tiffany!”
“Oddio che bello! Raduniamo tutta la classe e andiamo a trovarla a Roma!”
“Ok, pelò solo femmine.”
“Perché?!”
“Maschi non possono vedele donna che ha paltorito, pel qualanta giolni.”
“Come sarebbe a dire?!”
“E pel qualanta giolni non può nemmeno uscile, usale cellulale, andale su intelnet.”

Avranno anche un’economia fiorente, ma in Cina hanno soprattutto delle usanze del cazzo.

Mein Kampf

28 aprile 2015

“In quale opera Hitler elabora ed espone la teoria dello spazio vitale?”
“In quella che scrive mentre è in carcere dopo il putsch di Monaco.”
“Sì, ma voglio il titolo.”
“Be’, ora, il titolo…”
“Proprio così: il titolo. In tedesco e in italiano.”
“Eh, addirittura. Ma che, per l’esame bisogna imparare il nome di tutta questa roba?!”
“E’ naturale.”
“Esagerata…”
“Insomma! Voglio quel titolo!”
“Profe, il titolo non me lo ricordo. Ma mi pare (se non sbaglio) fosse un libro di poesie.”

Mi aggiorno

27 aprile 2015

L’avevo presa sottogamba. La storia che i giornalisti iscritti all’ordine devono fare corsi di aggiornamento obbligatori. E accumulare 60 crediti. In due anni. Li farò, dicevo. Però (non riesco a fare le cose obbligatorie) non li facevo. Poi un amico giornalista mi fa: bada che se non li fai ti fanno il culo. E io gli faccio: capirai che culo mi faranno. E lui mi fa: ti fanno il culo.
Allora oggi ho fatto il primo.
Villa Reale di Castello, sede dell’Accademia della Crusca.
“La lingua del diritto com’è, com’è stata e come dovrebbe essere”.
4 crediti.
E non m’è neanche dispiaciuto farlo.

“Profe, ha mai visto The Big Bang Theory?”
“Ne ho sentito parlare, ma no, non l’ho mai visto.”
“E Two broken girls?”
“No.”
“E Breaking bad?”
“No.”
“E Fringe?”
“No.”
“Maremma profe, la ‘un conosce nulla. Ma icché la guarda alla televisione?!”
“Guardo i film.”
“E magari quelli italiani!”
“Perché, cos’hai da dire sui film italiani?”
“Che fanno (scusi eh) cacare.”
“Per niente.”
“Invece sì profe, io li odio, tutti in casa mia li odiamo, e come parte un film italiano la mi’ mamma dice oioi questo l’è italiano, cambia cambia.”
“Ma perché? Ci sono film italiani bellissimi.”
“Sì, c’è stato effettivamente un periodo della mia vita in cui li apprezzavo anch’io. Ma erano i classiconi. Poi, crescendo, ho scoperto il cinema americano e con quello italiano ho chiuso per sempre.”

E io pensavo che per film-italiani-classiconi intendesse Fellini, Visconti, Rossellini, Antonioni, Pasolini.
Intendeva Boldi.

Un uomo da favola

26 aprile 2015

“Ciao…”
“Ciao!”
“Tanto piacere…”
“Piacere mio!”
“Complimenti, lo spettacolo è stato bellissimo…”
“Davvero vi è piaciuto?”
“Sì, tanto, davvero, bravi tutti e tre, e tu bravissimo…”
“E pensate che stasera ha preso una piega più malinconica, intimista. Si sentiva?”
“No, veramente…”
“Rispetto a quello di ieri, quello di stasera è stato tutto un altro spettacolo, un’altra atmosfera. Ero molto commosso!”
“A noi è piaciuto tanto…”
“Sì, ma infatti volevo dire che è stato più bello ancora rispetto a ieri: che culo avete avuto!”
“Sarai stanchissimo adesso…”
“Sì. Ma poi una fatica con questi cosi alle mani!”
“Davvero, fai vedere, oddio che unghie! Ma non le togli mai?”
“No eh, è gel, è fisso, vedi?”
“Uh, guardate qua, davvero, ma come fai a fare le cose?”
“Non ditemi niente, non posso usare il cellulare, battere al computer, un inferno! Però almeno ho ricominciato a scrivere a mano.”

Dopo due ore e mezzo della sua Favola, Filippo Timi ha aperto le porte del suo camerino alla Pergola per poche, pochissime persone.
Ha gli occhi che glieli guarderesti per un’ora, la bocca che quando ride si storce un poco, la voce cupa profonda vagamente metallica che ti scioglie le gambe, una maglia color mattone, il 47 di scarpe.
E’ gentile, accogliente, disponibile, non dice neanche un “cazzo”, “merda”, “vaffanculo” dei suoi.
Ed è bello. Bello. Bello da levare il fiato.

Nel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovai per una selva oscura: il giardino della scuola dove insegno.
Ma ecco gli Angeli del Bello, la Fondazione di Partecipazione che nasce nel 2010 su iniziativa di due Soci Fondatori (Quadrifoglio SpA e l’Associazione Partners Palazzo Strozzi) per promuovere e coordinare progetti e azioni di volontariato volti a migliorare il decoro e la bellezza di Firenze.
Con 1500 volontari fra privati, scuole, università per stranieri e associazioni, gli Angeli del Bello operano suddivisi in gruppi non solo per rimuovere le scritte vandaliche dai muri dei palazzi fiorentini, ma anche per curare i giardini e gli spazi di verde pubblico.
Oggi sono venuti da noi e hanno aiutato studenti e colleghi a fare il ripulisti del verde vigor rude che ci allacciava i malleoli e c’intricava i ginocchi.
“Professoressa! Noi si comincia! Ma lei dov’è?!”
Io, dopo la sesta ora di lezione, ero al ristorante messicano a sfondarmi di tacos e a recuperare le energie necessarie ad affrontare, dopo quella mentale, la fatica fisica. Scattare le foto.

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L’Islam spiegato dai miei alunni. Potrebbe essere il titolo di un libro coniato sull’onda dei noti Il razzismo spiegato a mia figlia e La scuola spiegata al mio cane. Con la novità che stavolta a spiegare qualcosa agli adulti sarebbero i ragazzi. E’ successo (con incalcolato successo) nella mia classe seconda, dove col programma di Storia siamo giunti appunto a questo corposo e attualissimo tema. Ho pensato che, data la presenza di due ragazze marocchine, potevo cedere la parola a loro: che tenessero una lezione ai compagni sulle origini, lo sviluppo, i fondamenti e la diffusione della religione professata da entrambe, benché in modi distinti (a partire dal velo, che una indossa regolarmente e l’altra no). Gliel’ho proposto con qualche titubanza, preparata a un educato ma fermo rifiuto (una di loro, sotto il velo, nasconde anche un’imbattibile timidezza). E invece hanno accettato con entusiasmo, constatato il quale mi sono spinta a chiedere loro di portare a scuola anche tutto quel materiale che reputassero utile al coinvolgimento della classe.
Così, nel giorno convenuto, si sono presentate con due sacchettate di roba: veli multicolore, abiti originali, tappeti da preghiera, Corano in lingua araba e perfino, salvata nel telefonino, la voce del muezzin che salmodiava dal minareto.
Avevano pianificato una regia meticolosa della lezione, studiata nei tempi e nell’alternanza dell’esposizione: partendo dall’origine nomade e politeista delle popolazioni arabe, ci hanno accompagnato all’avvento di Maometto e ai momenti significativi della sua biografia, con curiosità assenti nei libri di testo (una su tutte: sua madre, nel darlo alla luce, non si sarebbe minimamente accorta che un feto le stava uscendo dal corpo). Ma sono stati i cinque pilastri dell’Islam a inchiodare l’attenzione dei presenti e a scatenare una pioggia di interventi, alcuni dei quali spassosi. Primo pilastro, la testimonianza di fede: non esiste divinità all’infuori di Allah, e Muhammad è il Suo profeta (“Ma anche la nostra religione, più o meno, dice così”). Secondo pilastro, la preghiera (ṣalāt) cinque volte al giorno (“E se uno è a scuola o a lavorare come fa?!”). Terzo pilastro, la sadaqa, la carità volontaria (“E se uno, con questa crisi, i soldi non ce li ha?!”). Quarto pilastro, il Sawm, noto come Ramadan, forma di digiuno che investe altri ambiti oltre a quello alimentare (“Ma davvero non si può fumare né avere rapporti sessuali?!”). Quinto pilastro, l’Hajj, ossia l’obbligo di andare in pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita (“E voi ci siete state o ci dovete ancora andare?”).
Rotto il ghiaccio, il mare delle domande è straripato: ma è vero che a voi il marito lo sceglie la famiglia? E cosa succede se un giorno tornate a casa senza il velo? Ma un musulmano può scegliere di non esserlo? E se v’innamorate di un cristiano cosa vi fanno? Non vi sembra che la vostra religione sia sessista e maschilista? Cosa pensate della poligamia? E cosa pensate di quelli che uccidono nel nome di Allah? Travolte dai punti interrogativi, le due ragazze hanno provato a rispondere a tutto. E, alla dolce cantilena del muezzin, si sono inginocchiate sul tappeto orientato verso La Mecca sussurrando parole misteriose.
Gli accordi prevedevano che la prima ora avrebbero tenuto lezione loro e la seconda avremmo fatto a turno la lettura interpretativa di un capitolo dei Promessi sposi. Ma le due ore sono volate e a Manzoni non sono rimasti neanche cinque minuti. L’insegnante di sostegno che mi affiancava ha detto che l’attenzione riservata alle due compagne era stata doppia (forse tripla) a quella concessa generalmente a me. Col velo in testa in pieno stile arabo, non ho potuto far altro che dargli ragione.

(domani sul Corriere della Sera)

Voglio mettere una tenda in cucina. Per montare il palo, vanno fatti i buchi nel muro con il trapano. Io del trapano (che comunque non posseggo) ho pure paura. Chiedo consiglio al babbo.

“Ci penso io -dice- senti come si fa. Domattina piglio il trapano, monto in treno e arrivo a Firenze, poi alla stazione piglio l’autobus e ci si trova a casa tua: ti buco il muro, ti monto il palo, si mette la tenda e poi tu mi riaccompagni a casa in tempo per desinare con la mamma, che lascio un paio d’ore con Juliana.”
“Va bene. Che ci sai arrivare a casa mia con l’autobus?”
“Ma che vòi insegnare al culo a scoreggiare?!”
“Va be’, ascolta: appena arrivi alla stazione, chiedi al conducente o a qualche passeggero di segnalarti l’ultima fermata della via parallela alla mia. Della parallela, capito? Perché quell’autobus lì non passa direttamente dalla mia via, ma da quella parallela interna. Hai capito?”
“Ma che vòi insegnare al culo a cacare?!”
“Ascolta babbo, un’altra cosa: non ti mettere a perdere tempo a fare il biglietto cartaceo, memorizza sulla rubrica del tuo cellulare questo numero (4880105) e prima di salire sull’autobus mandagli un sms con scritto solo ATAF, tutto maiuscolo. Nel giro di pochi secondi ti arriverà la notifica coi dati del biglietto.”
“E se passa il controllore come fo?!”
“Tu gli fai leggere il messaggio. Hai capito?”
“Ma per chi m’hai preso, per Cinci di Siena?!”

Il babbo monta in treno. Arriva a Firenze. Scende i gradini della stazione, punta verso la fermata degli autobus. Si ricorda di inviare il messaggino all’Ataf. Spippola mentre cammina come fanno i ragazzini. Non vede uno scalino, inciampa, batte una randellata in terra, si sbuccia il ginocchio e lo stinco. In molti lo vedono. Nessuno lo soccorre.
“Brutti fiorentinacci pezzi di merda.”

Rialzatosi, il babbo raggiunge la fermata. Arriva il bus su cui gli ho detto di salire.
“Senta -dice all’autista- questo va indove sta la mi figliola, vero?”
“PER NULLA” dice l’autista, che gli chiude le porticine in faccia e se ne va.

Costernato, il babbo mi manda un messaggino che leggo appena esco da lezione.
“Tumm’hai fatt’icculo: quel busse non porta a casa tua.”
Lo chiamo immediatamente.
“Babbo! Perché non sei salito a bordo?!”
“O nini, quel fiorentinaccio pezzo di merda dell’autista m’ha detto PER NULLA, ha serrato le porticine e s’è levato da’ coglioni. Ci so’ rimasto come un bischero.”
“Ma non dovevi nominargli la mia via, bensì la parallela interna, te l’avevo detto ieri sera! Prendi il prossimo che passa, io ti aspetto alla fermata convenuta.”

Mentre vado alla fermata, mi fermo al forno e compro 10 pizzette a sfoglia caldissime e fragranti per offrirle al babbo appena arriva.
Ed eccolo, il mio babbo, in prima fila, ritto dentro il busse, aggrappato al maniglione accanto al conducente, il sorriso sulla bocca, la luce negli occhi, quasi vola, atterra alla mia altezza, scende guardando bene dove mette i piedi e ridendo sotto i baffi.

“Grande babbo, ce l’hai fatta!”
“Sono o non sono il Mega?”
“Non ti davo tutta questa fiducia.”
“Sono o non sono il Gano?”
“Però tu sei cascato in terra come una piota.”
“E nessuno m’ha aiutato! Certo che questi fiorentinacci son proprio dei pezzi di merda.”
“E il primo busse utile l’hai perso.”
“La colpa non è mia, è di quel fiorentinaccio dell’autista.”
“Ti ho portato le pizzette calde calde.”
“Ci si sciupa il desinare.”
“Almeno una.”
“Prima però dammi un bacino.”

Riccio d’aprile

19 aprile 2015

Quello che penso di Alessandro Riccio lo scrissi tempo fa in questo post.
Ma se a uno gli facesse fatica andare a leggerlo, lo riscrivo ora veloce: lo amo, punto.
E proprio come un’innamorata, lo seguo, lo pedino, gli do la caccia per sapere indove va.
Va alla Biblioteca dell’Orticoltura a presentare le tre commedie che porta in scena in questo mese al Teatro di Rifredi? Eccomi lì, bellina col capino rosso in prima fila a sorridergli sul viso.
Non solo, quando cede la parola al pubblico presente, alzo la manina come a scuola e (anche se un po’ mi vergogno) glielo dico.
“Mi sono perdutamente innamorata di te (di un amore erotico oltre che intellettuale) dopo aver visto Come Galileo l’estate scorsa e da allora vengo sempre ai tuoi spettacoli!”
“Bene, mi fa piacere, grazie” dice lui contento.
“Le prime tre commedie mi sono piaciute da morire, la quarta, quella di Natale, per nulla: mi ha rovinato le vacanze.”
“Male, mi dispiace, ma grazie lo stesso” dice lui gentile.
E così s’attacca a chiacchierare come se in biblioteca non ci fosse più nessuno e si fosse in confidenza.
Alessandro Riccio è quello che raramente sono i registi e gli attori di teatro: umile, semplice, alla mano. Felice per il plauso, accogliente con le pomodorate. Talmente fortificato dal suo percorso professionale (fatto di grandissimi successi ma anche di qualche cenciata sul muso, di un pubblico che lo adora ma anche di una critica pseudointellettuale che per troppo tempo gli ha negato la stima che merita) che non sente più il bisogno del riconoscimento roboante dei grandi palcoscenici. Semplicemente si accontenta di essere contento. Che poi è il segreto della vita.
Quest’anno il Teatro di Rifredi gli ha ritagliato la parte conclusiva di una felicissima stagione, ospitandolo addirittura con una trilogia: La meccanica dell’amore, Gran Cabaret Deluxe e Totentanz.
Vi siete persi le prime due? Poveri voi. Ma siete ancora in tempo per la terza, dedicata al fascinoso mistero della morte, di cui nessuno vuole mai parlare e di cui lui ride bellamente. A quelli che erano all’Orticoltura ha mostrato il copione, un gioiello interamente scritto a mano e costellato di roba appiccicata sopra, foto, disegni, didascalie, appunti.
Io lo ascolto, me lo gusto, poi torno a casa e gli scrivo la maillina.
Lui risponde sempre perché, prima ancora di essere un grande artista, è un signore.

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Masha e Orso

19 aprile 2015

Mi sentivo una cretina, così non lo confidavo a nessuno.
Lo guardavo di nascosto, segretamente sintonizzata su Rai Yo-Yo mentre ufficialmente dichiaravo di guardare, chessò, un documentario d’arte, un balletto, un concerto di classica su Rai Cinque, o un film colto su LaEffe.
In realtà rimanevo incantata davanti alla bambina autonoma e petulante che vive senza genitori, nel bosco, insieme a un orso succube e un po’ tiranneggiato, con cui stringe un legame ai limiti del parentale.
Oggi non ti scovo su Lettura del Corriere due paginate dedicate al fenomeno “Masha e Orso”, con tanto di interventi firmati da esperti dell’educazione? E non ti becco la classifica dei libri per ragazzi più venduti e scopro che quei due occupano la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava (con la nona l’ha spuntata Geronimo Stilton) e la decima posizione?
Dice Anna Antoniazzi (ricercatrice di Letteratura per l’infanzia nel Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Genova) che tràttasi di un cartone coraggioso perché esce dagli schemi. Aggiunge Massimo Liofredi (direttore della rete che manda in onda il cartone) che quello che doveva essere solo un programmuccio riempitivo gli è sbombato tra le mani. Commenta Angelica Bassi (specialista in Etologia applicata al benessere animale) che la serie educa alla rispettosa convivenza tra essere umano e mondo animale. Chiosa Gustavo Pietropolly Charmet (psichiatra e psicoterapeuta infantile) che la solitudine (serena e vincente) della piccola Masha è simbolo dell’attuale assenza dei genitori nell’infanzia dei figli.
Sia quel che sia, io so solo che quei due (l’orso privo di parola, la bambina dalla voce odiosa) mi ipnotizzano.
E da oggi -avallata da tutto questo bendiddìo di nomi di espertoni- potrò finalmente dichiarare di essere un’affezionata della serie, come da bambina lo fui di Pippi Calzelunghe.
E’ vero, Masha e Orso sono tarati per quella fascia d’età cosiddetta prescolare.
Infatti li guardo prima di andare a scuola.