Se è un addio

31 maggio 2015

Come ci si deve comportare quando si chiede il trasferimento in un’altra scuola? Non dico la domanda da compilare, quella lo so, sta tutta sul portale istruzionepuntoit ed è tutta telematica, la compili e la spedisci. Dico dei ragazzi con cui hai lavorato sudato condiviso discusso patito riso, insomma. Vissuto.
Glielo devi o non glielo devi dire?

“Eccerto che glielo devi dire! Vorrai mica sparire così, senza dire niente ai nostri studenti!”
“Ma che gliene frega a loro, scusa.”
“Che gliene frega?! Parecchio gliene frega. E comunque non si fa. Non si scompare da un luogo in cui si è lavorato cinque anni senza salutare i diretti interessati e soprattutto senza spiegare le ragioni.”
“Spiegare le ragioni?! Ma le ragioni sono mie: che faccio, vado a dirgli che la decisione dipende dalla mia natura inquieta? Che anche se questa è la scuola dove sono stata meglio (tanto da restarci cinque anni), ho bisogno di cambiare? E che se non cambio adesso poi non cambio più perché dopo è troppo tardi, divento troppo vecchia, e mi impigrisco, e mi ritrovo ad aspettare la pensione qui? E che invece voglio levarmi la curiosità di insegnare in altri tipi di scuole, con altri tipi di alunni, che voglio rimettermi in gioco finché me ne sento addosso le energie e continuo a credere in questo lavoro? E che questa scuola, che sembra un mercato multietnico, è tanto stimolante per certi aspetti ma è altrettanto frustrante per altri? E che le classi quando arrivano in quinta sono sempre una delusione perché di studiare non gliene frega più niente, si sentono già grandi, tu diventi un peso e non vedono l’ora di andarsene e lasciarti qui? Vuoi che vada a dirgli che per me le cose della vita sono come le cose dell’amore, vanno interrotte quando sono all’apice senza aspettare che sfioriscano?”
“Esattamente.”
“Ma figurati. Che cosa gliene frega a loro di questi discorsi? I ragazzi lo sai meglio di me come son fatti: finché ci sei ti amano, se te ne vai amano quella che arriva al posto tuo. Giustamente, tra parentesi. Del resto noi non facciamo la stessa cosa con loro? Lo diceva anche don Milani: le insegnanti son tutte puttane.”
“Ma che dici, tu sei pazza. Guarda che a quelli di quarta gli spezzi il cuore se, dopo tre anni trascorsi insieme, sparisci senza una parola.”
“Infatti io non sparisco senza una parola, senti come l’ho imbastita bene: l’ultimo giorno, alla fine della festa in classe, prima che partano per lo stage, lascerò sul banco di ciascuno una letterina in cui comunico di aver presentato domanda di trasferimento in sette licei e che, se non sarò scavalcata da nessun collega che ha crocettato le stesse sette scuole ma con un punteggio più alto del mio, a settembre potrei non esserci più. E questo dunque è un addio. Se invece sarò scavalcata e non avrò il trasferimento, pace, a settembre sarò di nuovo qui, sarò contenta uguale. E questo dunque è un arrivederci.”
“Pace?! Contenta uguale?! Un addio?! Un arrivederci?! Ma ti sembra il modo di parlare? Una lettera?! Che gesto ignavo! E sì, tu sai quanto io ami le lettere. Ma non in questo caso. In questo caso devi parlare. E mentre lo fai devi guardarli tutti negli occhi.”

Allora.
Li ho guardati tutti negli occhi.
E ho parlato.

Me gusta muchissimo

27 maggio 2015

“Profe, andiamo a pranzo tutti insieme prima che cominciamo lo stage?”
“Sì profe, andiamo al cinese!”
“No, al giapponese!”
“No, al messicano!”
“No, al texano!”

Poi le tre peruviane si mettono a parlare di lomo saltado, chicharron de pollo, anticucho mixto, mata hambre, bisteck a lo pobre, tallarin criollo, sudado de pescado, chupe de camarones, trio marino, arroz con mariscos, parihuela, combinado chifa, chaufa especial, papa a la huancaina, salcipapa, tamal e sustancia de carne.
Cessa repentinamente ogni esitazione.

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Bologna la rossa e fetale

26 maggio 2015

Il bello di avere un’amica che vive a Bologna è che ogni tanto puoi andare a trovarla.
Io ce l’ho e ieri ci sono andata.
Dalla mia città alla sua il treno ci mette 35 minuti: non fai in tempo a sederti che già devi scendere. Riemergi dai sotterranei di Italo e sei in Piazza Medaglie d’Oro. Il sole ti scalda, Bologna ti abbraccia, il taxista ti dice “scialve, dove andiamo?” con la nenia più scensciuale della penisola. Tu gli rispondi “Aspetti he le leggo il messaggino della mi amiha: via del giascinto, specifihare che è una strada chiusa, ha capitho?”. Lui ride e ti prende in giro “Ho hapitho he lei è di Firenze. Bell’azzénto, il vostro”. Tu rilanci: “E’ più bello il vostro. Facciamo così: io le parlo in fiorentino, lei mi parla in bolognese” e in via del giacinto ci arrivate chiacchierando come se vi conosceste da tempo.

Gaia è a scuola.
Fa la professoressa di Lettere come me.
Ogni anno coinvolge le sue classi in uno spettacolo teatrale a cui ha dedicato mesi di lavoro, di prove, di fatica, di incazzature, di amore.
L’anno scorso fece il musical “Amor ch’a nullo amato” su quella mia storia alternativa della letteratura, riportando in vita un delicatissimo Leopardi e un fighissimo Foscolo che seguitai a sognare per settimane nonostante lo scarto anagrafico, e creando coreografie su un soundtrack raffinato che oscillava tra gli One direction di Story of my life e Dean Martin di That’s amore, tra Michael Bublè di Come fly with me e James Brown di Sex machine, per culminare nel bacio eterno di Prince.

Quest’anno l’ha buttata sul fantascientifico, con una performance che è partita da 2001 Odissea nello spazio e ha toccato i mostri del genere, dalla saga di Star Wars a Doctor Who, da Hunger games a Blade runner passando per Men in black e mescolandoci la Sentinella di Frederick Brown.

Arrivo e la vedo: è agitata, rossa in viso, sudata per le prove finali e gli ultimi berci fatti ai suoi studenti perché si concentrino, non si distraggano, diano il meglio di sé al pubblico che sta per entrare. Loro la guardano come si guarda una dea con le scarpette da swing.
Per un’ora recitano, cantano, ballano sulle note di Elton John, David Bowie, Jennifer Lawrence, Michael Jackson, Mark Ronson, e non le staccano mai gli occhi di dosso, lei ancheggia indemoniata e come un Mangiafuoco in paillettes muove i loro fili, decide i loro passi, guida le loro mani.
Mi sbuccio le mie per gli applausi e nella sigla finale mi ritrovo sul palco a saltare con cinquanta adolescenti bolognesi.

Passa un acquazzone. Lo guardiamo dal terrazzo di casa sua al quinto piano bevendo cocacola e aspettando che la Nina finisca un riassunto sul significato della libertà. Bologna ci chiama giù dalla strada. Portiamo la Nina all’allenamento di scherma. Ci appollaiamo in un baretto all’aperto e ordiniamo un aperitivo, ci inondiamo di racconti, di confidenze, di ricordi, di confessioni. L’aria è aprìca e amica, il tempo va via veloce, lo usiamo tutto senza sprecarne niente, ridiamo contente di questa nostra amicizia fortunata e imprevista che nacque dieci anni fa dai nostri blog e si è fatta solida come se fossimo state compagne di banco al liceo.

Si fa buio.
Trentacinque minuti, e sono a Firenze.

Le lingue straniere mi piacciono un po’ tutte.
Da quando insegno in questa scuola multietnica, soffro il fatto di non conoscerne decorosamente neanche una.
Dell’inglese ho un ricordo liceale piuttosto sbiadito e non abbastanza rinfrescato dai miei viaggi all’estero.
Il francese mi fa tanto sospirare, ma non l’ho mai studiato quindi non lo so.
Del tutto inutili si sono rivelati i due corsi di cinese che ho seguito: non vado oltre i saluti di base, i numeri da zero a dieci e la frase wo shi làoshì=io sono l’insegnante, che ripeto a chiunque incroci per i corridoi e abbia gli occhi a mandorla.
Con l’albanese, il rumeno e il moldavo non mi ci son nemmen provata.
Per l’arabo non ho predisposizione alcuna.
Resta lo spagnolo.
In quarta ho tre alunne peruviane.

“Yo quiero muchissimos l’espanol!”
“Profe guardi che non basta mettere la esse in fondo…”
“Alora porque non me lo insegnates por bien una voltas para todas?!”
“Profe la smetta, il suo spagnolo è terribile.”

Stamani entravo alla quarta ora.
Fino alle 10 mi sono esercitata a casa con i video di Andrea Bocelli e Natalie Cole.
Poi in classe, prima di iniziare la lezione, ho chiesto il silenzio e gliel’ho cantata tutta.
“Amapola, lindisima amapola/ sera siempre mi alma/ tuya sola/ Yo te quiero amada nina mia/ igual que ama la flor la luz del dia/ Amapola, lindisima amapola/ no seas tan ingrata/ Mirame/ Amapola, amapola/ como puedes tu vivir tan sola?…”

Mi guardavano come si guarda una demente.
E hanno detto che quell’Amapola lì pare una canzone di chiesa.
Di quelle tristi.

Prove Invalsi 2015

21 maggio 2015

“Profe, per caso, ha mica corretto le prove Invalsi?”
(Segue risatina loschissima e sospetta).

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Il giochino del cavolo

15 maggio 2015

Coi grandi classici faccio sempre il solito giochino: spalanco il libro a caso, leggo una frasina e chiedo al malcapitato di indovinare dove siamo.

“Non si tratta di torto o di ragione: si tratta di forza.”
“Deo gratias!”
“Non c’è niente da sperare dall’uomo.”
“Chi dice le bugie al dottore è uno sciocco che dirà la verità al giudice.”
“Gettate nel fango questo ribaldo!”

“Senta professoressa, la c’ha bell’e rotto con codesto giochino del cavolo. Troppo facile fare le domande col libro davanti. La lo chiuda, che ora il giochino gli si fa noi.”

Ho pregato perché la campanella suonasse.
Lassù qualcuno mi ha amata.

Abito da sposa

15 maggio 2015

Nell’ora manzoniana, commentare il vestito per le nozze di Lucia Mondella, passare a descrivere quello dei nostri sogni e approdare a “Abito da sposa cercasi” su Real Time TV è stato tutt’uno.

L’espulsione

15 maggio 2015

“Aprite il quadernone e andate alla sezione dei Promessi sposi che vi detto le domande da fare per casa.”
“Adesso suona, profe.”
“Ideona: ve le invio oggi da casa su whatsapp. Sono o non sono un genio?”

Hanno deciso di espellermi dal gruppo.

“A cosa pensi se ti dico Belluca?”
“Penso al protagonista di una novella di Pirandello.”
“Sì. Quale?”
“Quella del treno.”
“Come sai (per il fatto che sono 5 anni che lo ripeto) delle opere va citato il titolo con estrema precisione. Qual è il titolo esatto della novella in questione?”
“Il treno…”
“Il treno?”
“Il treno fischia… canta… insomma, qualcosa del genere.”

Riderete.
In realtà non c’è niente da ridere.
L’esame è alle porte.
Ma l’unica che se ne rende conto sono io.

Gli uccelli di Renzo

13 maggio 2015

Che bello, quando si arriva in quarta a fare Manzoni, pensare che i Promessi sposi si son già fatti nel biennio e si può galoppare veloci con un bel ripasso e basta!

Gruppo classe su whatsapp.
“Venerdì interrogo a tappetto.”
“Oddio! No profe! Ragazze, chi di voi ricorda quanti erano gli uccelli di Renzo?”
“????”
“Quelli che porta al conte!”
“Mi sembra 3.”
“E che uccelli erano?????”
“Galli, se non sbaglio.”
“No, faraone.”

A volte vorrei non avere gli occhi.
O essere analfabeta come Renzo.