Son meglio quelli d’ora

30 giugno 2015

Come dei fòchi di San Giovanni si suole dire che “eran meglio quelli d’anno”, io vorrei dichiarare che gli studenti “son meglio quelli d’ora”. In barba alle analisi degli esperti e ai luoghi comuni dell’opinione pubblica, spezzo non una lancia bensì due a favore degli adolescenti di oggi.
Vedo che sgranate gli occhi. Ma dico: ve lo ricordate com’eravate voi intorno ai diciotto, diciannove anni? Io sì me lo ricordo, e bene. Non ero nemmen parente alla lontana dei maturandi che mi si palesano davanti in questi giorni. Eppure anch’io facevo il liceo. Tra parentesi classico. Anch’io studiavo tanto. E leggevo per piacere oltre che per dovere. E cercavo d’informarmi, di ampliare i miei orizzonti, di migliorare il mio linguaggio, la mia capacità critica, la mia disinvoltura espositiva. Ero una frana. Gli adulti mi mettevano in soggezione, i professori mi facevano terrore, le mie analisi si fermavano laddove vi venivo condotta, accompagnata per mano, il mio linguaggio era scolastico, la mia capacità critica non scavalcava i confini del consentito, la mia disinvoltura era quella di un marmo di Carrara. Non mi permettevo di rischiare, non osavo osare. E non ero un caso a parte. I miei compagni di classe, anche quelli molto più bravi di me, erano uguali a me. Per carità, bravi. Ma quei bravi inquadrati, ubbidienti, ingessati.
Guardali oggi, i maturandi. Se sono vagabondi, ti metti le mani tra i capelli. Ma se sono bravi come lo eravamo noi, in realtà ti accorgi che lo sono molto di più. Lo sono nella scioltezza dell’eloquio, nella padronanza della postura e delle movenze, nella velocità con cui colgono un particolare, un indizio, una sollecitazione e sono capaci di farla propria, elaborarla e riproporla; lo sono nella predisposizione naturale ad orientarsi dentro la selva d’informazioni a cui hanno accesso con la fortunata immediatezza consentita dalla Rete, nel coraggio di chi (pur nel rispetto del maturo interlocutore che si trovano di fronte) è consapevole di poter perorare la propria causa ed è disposto quindi a osare mettendosi in gioco. E lo fanno. Senza troppi problemi. Fino in fondo. Sì, certo, la voce un po’ vacilla, la mano a volte trema. Ma il mondo è cambiato. Non sempre è cambiato in peggio. Alcuni di loro ne sono la dimostrazione.

Il giochino

30 giugno 2015

Tra i cinque candidati di stamani ne figurava uno di una bravura mostruosa.
Pianista virtuoso, ottimo studente, ragazzo maturo, serio, rispettosissimo, capace di porsi e confrontarsi con gli adulti che lo interrogavano con grazia ed equilibrio.
Aspettando il mio turno e scommettendo con me stessa che gli avrei garantito un figurone, ho estrapolato una lista lunga così di citazioni tratte dai testi in poesia e in prosa dell’intero programma di quinta, da Foscolo a Luzi.

“Ti propongo un giochino -gli ho detto quando mi si è seduto davanti- io ti leggo versi a caso e tu individui l’autore, citi il titolo corretto dell’opera, la spieghi e la contestualizzi.”

Lui ha accettato.
E io ho vinto la scommessa.

La Grande Domanda

30 giugno 2015

Dopo l’esposizione della tesina e alla fine dell’esame orale, la commissione deve rivolgere al candidato la Grande Domanda. Sottolineo: non può. Deve. L’obbligatorietà della tappa è prevista dallo stesso verbale, che reclama la registrazione delle risposte.
“Cosa farai, adesso?”

Una ragazza (forse aggiungendo mentalmente a quel quesito “adesso che non rivedrai più i tuoi compagni ogni mattina, adesso che non varcherai più questo portone, adesso che ti lascerai tutto dietro alle spalle, adesso che un’età è finita per sempre, adesso che diventi veramente adulta, adesso che decidi il tuo futuro, adesso che si fa sul serio, adesso insomma che è tutto finito”) si è sciolta in un pianto che mi ha lasciata lì a chiedermi: di liberazione o di disperazione?

Un’altra, dotata di una capacità di sintesi oltre che di un naturale pragmatismo, ha fatto intendere che sarebbe andata semplicemente a casa.

L’altra maturità

25 giugno 2015

Pur essendo a fare la maturità in un’altra scuola, penso spesso alla mia quinta e m’informo sull’andamento del loro esame.

Pare che stamani all’orale uno di loro abbia rilasciato le seguenti dichiarazioni al commissario esterno di Italiano: 1. Saba aveva la baby sitter; 2. la moglie di Saba era una cagna.

Che dire.

Semplicemente incanto

24 giugno 2015

“Ma te, i testi, li capisci?”
“Io per nulla, te?”
“Neanch’io, zero.”
“Secondo me non hanno senso.”
“Neanche secondo me.”
“Per questo faccio tanta fatica a impararli a mente.”
“Anch’io.”
“Però potrebbe essere anche perché siamo invecchiate e la memoria non ci funziona più come una volta: mia figlia ha quindici anni e li memorizza tutti dopo un paio di ascolti.”
“Resta il fatto che contenutisticamente sono oscuri e sintatticamente non stanno in piedi. Per non parlare poi dell’uso improprio del pronome relativo e della totale mancanza di consequenzialità logica. Di sere nere che non c’è tempo non c’è spazio e mai nessuno capirà. Che cazzo vuol dire?!”
“Ma che ne so. A me comunque piace quella dei giornali.”
“?!”
“Dai, quella che dice fogli di giornale…”
“Ah, quella lista astrusa che non sono mai riuscita a imparare in fila.”
“Davvero, bisognerebbe trovare una strategia, un’associazione di idee per rispettare l’ordine.”
“Dunque. La cosa più importante da avere: una casa. Ma una casa senza libri non è casa. Altro oggetto base per una vita confortevole: l’auto. Anche perché senza quella non viene la parola successiva: viaggi. Infine i fogli di giornale, che non c’entrano una sega ma almeno si ricordano con facilità.”
“Vai, proviamo.”
“Case libri auto viaggi fogli di giornale che anche se non valgo niente perlomeno a te ti permetto di sognare e se hai voglia di lasciarti camminare scusa sai non ti vorrei mai disturbare ma puoi dirmi come questo andrà a finire?”
“Mah.”
“Boh.”

Eppure in concerto rende.
Perché ha due peculiarità speciali: una voce originale e una grande umiltà.
Un incanto, semplicemente.

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La seconda prova

22 giugno 2015

Nei Licei Musicali e Coreutici (che giungono quest’anno per la prima volta alla maturità, dopo la loro introduzione dalla riforma Gelmini di cinque anni fa) la seconda prova dura tre giorni: uno per la parte scritta (che coinvolge la materia detta TAC, non Tomografia Assiale Computerizzata bensì Teoria Analisi e Composizione), gli altri due per la prova pratica di strumento. Di fatto, mentre tutte le altre scuole hanno chiuso i battenti giovedì verso le due per riaprirli alle otto questa mattina, noi abbiamo passato al Dante tutto il venerdì e quasi tutto il sabato. Che incubo, diranno i miei giovani lettori. Che meraviglia, rispondo invece io.

Per la prova pratica ogni candidato ha a disposizione mezz’ora: sceglie una scaletta, presenta il programma alla commissione, entra nel teatro della scuola con il proprio strumento, firma il verbale, si esibisce.

L’atmosfera nell’immensa stanza col piano a coda è un ibrido esaltante tra “Fame -Saranno famosi” e “Flashdance” nella scena finale in cui Jennifer Beals si scatena davanti a una commissione prima algida poi sempre più coinvolta.

I look con cui i candidati si palesano al cospetto dei commissari e del presidente variano dal completo nero su camicia bianca al pantalone sbrèndolo su maglietta verde recante scritta “Quarto podere” con trattore in mezzo (per i maschi); da uno chignon intenzionalmente spettinato a una testa rasta e ossigenata (per le femmine).

A un’ora dall’inizio delle prove ho già imparato che le acciaccature sono le notine svirgolate, le schubertiadi sono le feste che Schubert organizzava a casa degli amici che lo ospitavano a rotazione visto che lui era privo di fissa dimora, che le fioriture sono tante note brevissime e vicine, e che un violino di media qualità costa intorno agli 8-9 mila euro.

Il candidato entra e non è in niente quello che diventerà una volta imbracciato lo strumento: i timidi, gli imbranati, gli ansiosi, gli introspettivi, i riservati, gli introversi. Dagli uno strumento in mano e si fanno tutti eroi, semidèi, dèi.

Una candidata entra e annuncia che, tra gli altri pezzi, canterà l’aria “O mio babbino caro” tratta dal “Gianni Schicchi” di Puccini. Immediatamente prendo a ripetere a me stessa “guai a te se piangi, guai a te se piangi, guai a te se piangi”. Lei non è ancora in Porta Rossa a comperar l’anello che già ho il mascara a mezze gote.

Un candidato diventa il mio preferito perché mi ricorda David Helfgott da ragazzo.

Un candidato mi fa desiderare di essere la sua chitarra per come la guarda, la accarezza, la pizzica, la titilla, la ama.

Quando un candidato esce, la commissione si riunisce e, udito il giudizio dell’esperto esterno nominato apposta, si pronuncia.
Anziché un voto, a me viene sempre da dire “PER ME E’ UN SI’”.

Da quando quei due hanno venduto la magione maremmana, le mie estati si sono fatte prevalentemente cittadine e conseguentemente avvilenti.
Per una forma di consolazione animalesca, nel fine settimana vengo condotto in un luogo ameno che gli umani chiamano agriturismo. Di buono c’è che non è lontano come la Maremma anzi, è a due passi da Firenze; l’appartamento è freschissimo e posso farmi delle gran ronfate; il paesaggio esterno è un paradiso in cui vorrei perdermi per sempre, se perdermi non comportasse rinunciare a tutta una serie di agi a cui sono irrimediabilmente avvezzo e a una forma di amore dato e avuto di cui non potrei fare a meno.
Di meno buono c’è quel cane. Un canino innocuo, con l’espressione neanche tanto acuta.
Dice: è buonissimo, non fa nulla, vai tranquillo.
Vai tranquillo una sega.
Quell’infido è buonissimo e non fa nulla solo quando c’è un bipede nei paraggi.
In tutti gli altri casi menomale che c’è il noce.

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Valutatemi

20 giugno 2015

E’ cominciata la maturità e, insieme a molti altri professori, sono stata scelta per valutare gli studenti. Leggerò i loro elaborati, porrò domande e ascolterò risposte. Quindi, insieme ai colleghi, esprimerò un giudizio, attribuirò un punteggio e tutto si tradurrà in un voto finale che verrà esposto a un vetro del liceo dove sono stata nominata. Mentre aspetto che tutto questo avvenga, mi sorprendo a covare la speranza che, prima o poi, qualcuno venga a giudicare me. Io voglio essere valutata. Voglio che il mio lavoro sia sottoposto a un controllo e quindi a un giudizio.
Vorrei, per esempio, che nel mezzo di una mia lezione ogni tanto piombasse qualcuno (il preside? Un commissario? Un esperto?) nella classe in cui mi trovo, prendesse una seggiolina, si mettesse a sedere in silenzio rispettoso da una parte, e stesse un po’ a guardare; che osservasse l’approccio che riservo ai ragazzi quando li rivedo ogni mattina, oppure il metodo che adotto nelle spiegazioni, lo stile con il quale vado a interrogarli. Di sicuro mi sentirei agitata e avrei l’ansia da prestazione. Ma sono certa che mi farebbe bene. Vorrei che poi, a cose fatte, questa persona mi dicesse ciò che pensa del mio modo di fare l’insegnante. Per esempio: quando spiego sono abbastanza seducente? (Perché cos’è l’insegnamento, se non un atto seduttivo?) Sono cioè coinvolgente, convincente, interessante, comprensibile, credibile, affidabile? Conduco una vita culturalmente attiva, ossia mi aggiorno, vado al cinema e al teatro a vedere roba di qualità, o me ne sto in poltrona a imbottirmi di televisione? Insegnando Italiano, faccio delle librerie la mia seconda casa o sono convinta che la produzione letteraria finisca a Montale?
E i miei studenti: cosa pensano di me? E le loro famiglie, dentro le quali essi racconteranno pur qualcosa, che idea si sono fatta del mio modo di lavorare? Io lo voglio sapere. Esigo saperlo.
Ma qui mi fermo, perché non sono un presidente del consiglio né un ministro dell’istruzione dell’università e della ricerca, e non so individuare la strategia migliore per attuare tutto questo. Io sono solo un’insegnante che a volte si è sentita un poco sola e a cui non basta la compagnia di altri insegnanti, come termine unico per un confronto professionale. Vorrei qualcuno che ogni tanto venisse a farmi visita e alla fine mi dicesse qui hai fatto bene, qui puoi fare meglio, qui hai proprio toppato. Vorrei che lo dicesse a me e a tutti i miei colleghi.
Potrebbe essere il preside della scuola, a cui non sarebbe neanche necessario conferire chissà quali ulteriori strapoteri perché quelli che ha potrebbero bastare per permettergli di assumersi la responsabilità di pronunciarsi (e conseguentemente agire) sui docenti che lavorano per lui.
Potrebbe essere un commissario esterno alla scuola, ma esperto di come vanno le cose a scuola e di come sono cambiate negli anni, uno insomma che non abbia visto l’ultimo istituto il giorno in cui si è diplomato.
Potrebbero essere dei colleghi interni alla scuola dove insegno: però devono essere i migliori e non i soliti imbucati che tanto ambiscono a ruoli di potere quanto poco amano (e sanno) lavorare nelle classi.
O potrebbero essere tutti questi insieme, accompagnati però da chi il mio lavoro lo osserva tutti i santi giorni, cioè i miei alunni, gli unici in grado di pronunciarsi consapevolmente e fino in fondo sul mio potere seduttivo d’insegnante.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Cancellino

18 giugno 2015

Alla prima prova della maturità ho incontrato per la prima volta i 35 studenti che dovrò esaminare.
Li ho trattati come vorrei che fossero trattati i 14 studenti della mia quinta, anch’essi sottoposti al giudizio di un commissario esterno che li vedeva ieri per la prima volta e si ritroverà a dare di loro una valutazione importantissima dopo aver letto un solo elaborato e averci parlato a tu per tu sì e no dieci minuti.
Mi sono presentata dicendo il mio nome e confessando che ero molto felice di conoscerli.
Mentre aspettavamo l’arrivo del plico ministeriale, ho dato indicazioni per la prova scritta che avrebbero cominciato a buttare giù di lì a poco. Coraggio, originalità, personalità, no banalità, creatività, consultazione del vocabolario per qualsiasi minimo dubbio.
Poi ho speso le successive sei ore a contemplarli.
Guardandoli nei loro magnifici dettagli, cercavo di indovinare chi fossero i pianoforti, chi gli oboi, chi i violini, le chitarre, i corni, le trombe e i tromboni. Sono andata alla caccia del violoncello, cercando nelle dita di ciascuno i segni di quello strumento bellissimo e straziante il cui suono mi travolge.

Verso lo scadere del tempo uno di loro mi chiama gentilmente al banco per sottopormi una questione: la sua bella copia non risultava tanto bella a causa di alcune cancellature avvenute per ripensamenti finali.
“Non ti preoccupare -gli dico- l’importante è che il tuo elaborato sia ben leggibile e soprattutto che tu non abbia usato il cancellino.”
A quella parola le teste di tutti i suoi compagni si alzano e si voltano di scatto verso un altro ragazzo, che badava alla sua prova ma ora sgrana tanto d’occhi.
“Be’? Che avete da guardare tutti lui?!” chiedo.
“No, sa professoressa -dicono gli altri- sono cinque anni che lui dice cancellino e cinque anni che noi lo prendiamo in giro perché cancellino non si dice.”

Prima ho proposto di elevare il lemma alla dignità di sostantivo in uso comune per cui accettabile nell’italiano, come ogni altra lingua sempre in mutamento.
Poi mi sono nascosta per consultare nel mio iphone un numero cospicuo di dizionari online.

Cancellino esiste e si può dire.
Il mio amico Cancellino sarà molto favorito al colloquio orale.

I sogni son desideri

16 giugno 2015

Da quando ho cominciato a fare questo lavoro, ho avuto un sogno.
Insegnare in un Liceo Artistico.
Tre anni fa fui nominata membro esterno nella commissione del Liceo Artistico di Grosseto.
E mi convinsi che il mio sogno era un desiderio così forte, che avrei dovuto cominciare a darmi da fare per provare a realizzarlo.

Oggi si è avverato.