Un uomo che mi conosce molto bene mi ha raccontato che, nei giorni in cui suo padre stava per andarsene per sempre, gli capitò tra le mani un libro di Yehoshua e si accorse che era il libro perfetto per un momento come quello.
“Ma non L’amante, non il Viaggio alla fine del millennio, non La sposa liberata, e nemmeno Fuoco amico. Non i romanzi, insomma. E nemmeno i racconti. Ma neanche i saggi. Una pièce teatrale. Possesso. Lo conosci?”
No, non lo conoscevo.
“Passa da me che te lo presto.”

Forse in un altro momento Ezra Saporta mi sarebbe passato indifferente tra le dita.
Invece si è fermato e mi ha detto che non solo l’unica a provare ciò che provo.
Del resto, non si legge per questo motivo?

“Lasciamo liberi i vivi,
prendiamo congedo dai morti.”

Non ti buttare

31 luglio 2015

Francesco ha 8 anni. Da quando ne aveva 4 nuota come un nemo. L’acqua (superata grazie a dio la fase in cui s’era messo in testa di volare) è il suo secondo elemento: mare, piscina o vasca da bagno che sia, gli mancano solo pinne, scaglie e branchie per essere scambiato per un pesce.
La sua seconda patria è Formentera. La sua seconda casa Barbarossa a Terranuova Bracciolini.
Ha il corpo lungo a barracuda, i piedi lunghi a coda di sirena, la bocca grassa e turgida del colisa labiosa. E’ nato, insomma, per nuotare.

Impresa completamente differente, il trampolino.
Francesco lo brama, ma al contempo ne è terrorizzato.
Così passa pomeriggi interi a salire e scendere quelle scalette, arriva in cima, percorre la tavola di legno, ne raggiunge l’estremità che pencola sul vuoto. Si affaccia, ci ripensa. Torna indietro, se ne pente, ci riprova. Si riaffaccia, si spaventa, si ritira. Contempla i suoi compagni che ci saltellano sopra prendendo in altezza la rincorsa per poi fare una U rovesciata e cadere di testa tagliando a metà la vasca. E pensa: se lo fanno loro, posso farlo anch’io. Però poi non ce la fa. Non ce la fa mai.
“Ti sei buttato oggi?” gli chiede tutti i giorni il nonno.
Lui sconsolato, imbarazzato, umiliato, dice no.
“Gnamo, falla poco lunga: buttati!” gli dice tutti i giorni il babbo.
Lui promette che lo farà domani.

La zia pensa di capire cosa prova quel bambino. Per questo stamani, prima che lui entrasse in piscina, gli ha mandato un messaggio vocale sul cellulare del suo babbo.
“Franci, non ti buttare. Guarda la zia: non si è mai buttata. E’ sempre stata bene. E’ sempre stata felice.”
E vaffanculo ai trampolini.

Lo stesso film preso in un momento non ti dice niente, preso in un altro grida guardami, sono un capolavoro.
Chissà cosa mi avrebbe detto Youth-La giovinezza, se lo avessi visto a 30 anni (ipotesi assurda perché è uscito a maggio scorso), se lo avessi visto mentre mia madre era ancora viva (ipotesi remota perché è morta), se lo avessi visto in uno stato d’euforia (ipotesi improbabile perché sto di merda).
Fatto sta che ieri notte, inghiottita dal boschetto del cinema all’aperto Chiardiluna, sovrastata da nuvole ciccione che giocavano a rincorrersi imbiancate da una luna grassa, rinfrescata da quel vento perfetto a cui esporrei perennemente il mio corpo che passa l’estate ad aspettare l’inverno, il nuovo film di Sorrentino è stato la medicina perfetta di cui avevo bisogno, e mi ha detto le parole che volevo ascoltare, e mi ha fatto scappare dalla vita per due ore e mezzo, e quando poi ci sono ritornata non ero più quella di due ore e mezzo prima.

Carlà

28 luglio 2015

Quando Francesco era piccino e la mamma stava ancora bene, uscivano tutti i giorni a zonzo insieme.
Pascolavano in compagnia del babbo lungo la pineta che costeggia l’Arno per lanciare il pane secco alle nane; attraversavano il viale dove i tigli scuotevano al vento le chiome, all’epoca folte e non spelacchiate come adesso; ma più che altro bivaccavano in piazza, nel cuore del centro storico, all’ombra del Palazzo d’Arnolfo, di Marzocco e Garibaldi.
Un giorno, proprio in piazza, mentre Francesco giocava a nascondino e il babbo infamava il presidente del consiglio coi suoi amici, la mamma venne avvicinata da una donna, prossima a lei d’età e simile a lei d’aspetto. Anche lei portava fuori il nipotino. Si presentò alla mamma dicendole di chiamarsi Paola. La mamma però se ne scordava sempre e a ogni nuovo incontro la chiamava Carla. “Mi chiamo Paola, non Carla!”, ma non c’era verso. Finché un giorno, all’ennesima correzione onomastica, la mamma disse col suo fare spicciativo: “Senti. Paola non è il tuo. Ti sta meglio Carla. Anzi, Carlà, alla francese. Te fai come ti pare, io ti chiamo così.”

“Vieni, ti presento Carlà” mi dice l’altro giorno il babbo.
E io conosco per la prima volta questa donna di cui non sapevo niente e che invece sapeva tante cose di mia madre. Le stringo la mano e la sto ad ascoltare mentre mi racconta di come era affascinata dai suoi modi, i suoi colori e le sue pose, tanto da averla avvicinata, un giorno di anni fa, per il desiderio puro di conoscerla.
“Diventammo amiche, ma lei si ostinava a chiamarmi Carlà. Anche alla fine, quando non usciva più di casa e stava sul terrazzo su quella sedia a rotelle che tanto l’ha umiliata, vedendomi passare mi gridava su dal sesto piano: CARLA’! CARLA’! Io non riuscivo a intravederla, confusa tra i gerani e la distanza, ma sventolavo la mano in quella direzione e intanto mi faceva male il cuore per il dispiacere.”

Abbiamo deciso che la chiamerò Carlà anch’io.

Crema di mamma

27 luglio 2015

Un giorno di tanti anni fa il babbo e la mamma vennero a Firenze.
Andarono in via dell’Ariento ed entrarono al numero 13.
Trovarono un uomo dietro un banco e gli dissero: “Noi, quando saremo morti, si vuole essere cremati: come si fa?”
Quell’uomo gli consegnò un modulo per uno e loro lo compilarono.
Poi vennero a cena da me.

“Allora senti -disse il babbo mentre si mangiava- io sono del ’36 e la mamma del ’40.”
“Questo lo so” dissi.
“Ecco -aggiunse- abbiamo deciso che io morirò a 84 anni, la mamma a 80.”
“Va bene” dissi io.
“Se muoio prima io, mi fate cremare e la mamma tiene con sé la cassettina delle ceneri.”
“Ok.”
“Se invece muore prima la mamma, la facciamo cremare e la cassettina la tengo io.”
“D’accordo.”
“Poi quando muore anche il sopravvissuto, te e tuo fratello prendete le due cassettine, andate in punta al Pratomagno e disperdete le ceneri al vento.”
“No, come!”
“Invece sì. Noi vogliamo così. Oggi ci siamo iscritti alla società fiorentina di cremazione.”
“Ma scusa, non possiamo io e mio fratello fare a mezzo delle ceneri e tenervi con noi?”
“No.”
“Perché?”
“Perché no. Noi vogliamo essere dispersi in cima alla nostra montagna.”
“Ma io vi voglio tenere con me.”
“T’ho detto di no.”
“Ma potrei mettervi sulla mensola in cucina in mezzo al sale e al pepe. Pensa bellino: magari una volta son lì che cucino, mi confondo e vi mescolo nel sugo. Sgomèa ne sarebbe fiera.”
Sgomèa rise, ma furono entrambi irremovibili.

Poiché non si può scegliere quando nascere né quando morire, la decisione cronologica di quel giorno è stata disattesa dal destino. Ma tutte le altre volontà sono state rispettate.
La mamma adesso siede sul cassettone in camera da letto; ha un abito di legno chiaro, levigato ma non laccato, naturale; un po’ in tralice, guarda il babbo mentre cerca il sonno tra i pensieri.
A molti questa cosa fa impressione.
A noi fa compagnia e dà consolazione.
Come mi ha scritto l’amica del mio cuore, cremazione non è una parola brutta. Incenerimento sarebbe stata di gran lunga peggiore, per quel suo rimandare a un’operazione quasi criminale, simile a uno sterminio di cui non si voglia lasciar traccia. Bruciatura, al contrario, avrebbe privato l’evento della sua aura tragica riducendolo ad una scottatura da quattro soldi.
Cremazione, invece, è perfetta.
Come una crema di mamma.

“Scrivi qualcosa in memoria della mamma” dice il babbo.

Hai ragione babbo, dovrei e vorrei farlo.
Ma lo sai? Non ci riesco.
Lascia che passi ancora qualche giorno da quel venerdì 10 luglio spaventosamente vicino, quando ho visto come fa la morte ad arrivare, ad attaccare, e a vincere, anche se è estate e non l’aspettavi.
Lascia che dimentichi almeno in parte l’orrore a cui ho assistito su quel letto d’ospedale dove a una donna nata sotto il segno del leone è stata iniettata così tanta morfina da annientarne fino all’ultimo ruggito.
Lasciami fare ordine tra l’orda dei ricordi che m’invade testa cuore e corpo, che mi sveglia in piena notte madida di sudore e di dolore per tutto quello che è stato e non potrà più essere, per tutto ciò che avrei voluto fosse e non è stato.
Da quel giorno, per ogni nuovo giorno che nasce, la mamma per me cambia d’aspetto, ed è sempre meno malata, meno inferma, meno amara, sempre più ragazza, più morbida, più felice, e la vedo sempre meno immobile su una sedia di lillà, sempre più libera su un tappeto di margherite insieme al nostro cane Nello.
Quando sarò pronta, scriverò.
Ma ora ho bisogno di musiche e di soliloqui.
O ancora meglio, di silenzi.

Griglie di valutazione

2 luglio 2015

Il sistema perfetto per la misurazione del livello di sintonia umana che si crea (quando si crea) in una commissione di maturità si colloca nel momento della pausa.
Finché la pausa si consuma in una modalità esclusivamente individuale (vado al bar, mi compro una brioscia e me la pappo), il livello di sudetta sintonia è quello basico della civile convivenza tra individui che il giorno prima non si conoscevano e dal giorno dopo sono costretti a lavorare gomito a gomito per un incarico oltretutto tanto delicato.
Se la commissione è fortunata, arriva il giorno dell’alea iacta est: un commissario (generalmente interno, ma può essere anche esterno) va al bar, compra le briosce per tutti e le porta in dono alla commissione nell’aula degli esami.
Tràttasi di momento topico e meritevole di un’analisi più dettagliata: da quel momento l’aula abbandona la freddezza dell’estraneità e prende ad assumere sfumature calde, sentimentali, quasi romantiche. Gli umani che la occupano abbassano gradualmente le barriere e si rilassano, la faccia si distende, il sorriso inizia a manifestarsi, prima timido, poi sempre più convinto. La pausa diventa una fase che definirei fondamentale anche per gli stessi candidati: quello che viene prima della pausa trova una commissione in calo energetico ma mentalmente proiettata all’ora successiva, quando affonderà il dente in qualcosa di sfizioso; quello che viene dopo ne trova una pienamente appagata da quello in cui lo ha appena affondato.
Da quando il dado viene tratto, è impossibile tornare indietro. Del resto, perché farlo?
Più sovente scatta il meccanismo opposto, detto della corsa agli alimenti: ciascun membro della commissione (a meno che non sia un pidocchio) farà di tutto per ritagliarsi un giorno da protagonista e offrire gentilmente un vassoio di leccornie.
Ricordo per esempio la regolare baldoria quotidiana a cui ci abbandonavamo due anni fa al Liceo Artistico di Grosseto, il cui Presidente (senese, contradaiolo dell’Onda) si presentò dopo la vittoria del Palio di luglio con un tripudio di dolci e di salati irrorato da una bottiglia di champagne.

In quella di quest’anno ho proposto di elaborare una griglia di valutazione declinata in varie voci (dalla consistenza dell’impasto all’omogeneità dei ripieni) per stabilire (domani, ultimo giorno) la migliore pasticceria di tutta Firenze.

“Io abitualmente faccio una cena con la commissione della maturità” dice qualche giorno fa la nostra presidente all’improvviso.
“Cucina lei?” domando.
“Ma scherzi?! -sussulta- Se siete d’accordo prenoterei alla Terrazza del Principe”.
La Terrazza del Principe è un posto strasciccoso, superpanoramico ed extraesclusivo alle spalle del Piazzale Michelangelo, da cui si domina il Forte Belvedere. Mai stata prima in vita mia.
“Trattandosi di una commissione musicale, estenderei l’invito anche ai maestri di strumento del liceo e proporrei a tutti voi, se possedete un qualsivoglia talento, di esibirvi. Tu per esempio potresti declamare una poesia.”
“Ma scherza?! -sussulto- Io intendo cantare.”

Avevo scelto Parole parole parole di Mina. E avevo convinto il collega di Storia dell’Arte a fare Alberto Lupo.
Poi invece, visto il taglio squisitamente classico conferito alla serata, ho optato per il violoncello.
Così, solo da tenere tra le braccia giusto il tempo di una foto.

Come a casa

1 luglio 2015

E’ dal 15 di giugno che entro tutti i giorni nel liceo in cui faccio gli esami.
La prima volta è stato come entrare in un luogo sacro, un tempio del sapere davanti al quale ero passata in mille occasioni ma dentro cui non avevo mai osato mettere piede. Quei posti che t’immagini solenni e terrificanti. Quelle scuole che mettono paura anche agli insegnanti.
Il primo giorno non sono andata oltre la stanza in cui mi hanno detto di aspettare il presidente e l’aula in cui si è riunita la mia commissione per l’insediamento.
Ma già il secondo giorno ho azzardato un tour individuale della struttura, ficcanasando nella sala professori dove troneggiano un paio di poltrone, nelle altre aule romanticamente fatiscenti, nei laboratori antichi, dentro il teatro sotterraneo.
Il terzo giorno mi si è accostato Carlo, il custode, col quale mi sono immediatamente intesa.
Il quarto ho messo il capino in segreteria per chiedere la colla, il timbro, quattro o cinque cartelline, dei fogli protocollo.
Ho sperimentato tutti i gabinetti, eleggendo quello dell’atrio centrale a mio preferito per l’enorme finestra che affaccia sul giardino.
Ho socializzato col barista della piazza.
L’edicolante mi dice “e buon lavoro!” tutte le mattine.
Ho fatto amicizia con le macchinette del caffè e delle bevande.
Ora entro ed esco dall’istituto con disinvoltura allegra.
Chiedo alle bidelle se mi prestano un coltello per fare a metà un vassoio di paste alla crema.
Attacco post-it rosa confetto a forma di fumetto nel libro di letteratura del docente interno.
Attraverso gli ànditi e gli androni a gran falcate.
Dico alle amiche di venirmi a prendere direttamente lì quando finisco.
Carlo oggi mi ha portato quattro pezzi di schiacciata all’olio da un panificio favoloso di Borgo San Lorenzo.

Mi sento come a casa mia.