Quelli del sesto piano

31 agosto 2015

Ho avuto la fortuna di nascere al sesto piano di un palazzo di dieci.
E ho avuto la fortuna di dividere il pianerottolo con una famiglia che aveva due figli, un maschio e una femmina, lei maggiore, lui minore, come me e mio fratello, tutti a scalare, con uno scarto di due o tre anni l’uno dall’altro.
I quattro genitori si aiutavano in caso di bisogno, si prestavano il sale e lo zucchero quando erano finiti e si stavano simpatici pur non assomigliandosi per niente: la mia mamma nata per star fuori, la loro nata per star dentro, il mio babbo (all’epoca) inteccherito come un baccalà, il loro cerimonioso e sempre sorridente. Eppure ci piacevamo tutti. In una delle sue innumerevoli espressioni iperboliche, Sgomèa diceva (urlava) (generalmente aspettando l’ascensore e sfruttando l’effetto eco) che eravamo “I BELLI DEL SESTO PIANO”.

I cucinotti confinanti consentivano di venire a conoscenza gli uni dei cazzi degli altri. Ma in realtà a nessuno interessava stare a origliare. Quello che ci stava a cuore era frequentarci di persona.
Mio fratello (il più piccolo di questo gruppo sghembo) entrò nelle dinamiche ludiche con un ritardo tale che gli precluse il grosso della storia: la condivisione dei giochi da bambini. Quando lui fu in tiro per aggregarsi e proporsi come partecipante attivo, noi entrammo nell’adolescenza, iniziammo a pomiciare e ciao bello.

Ma quando ero piccina io, i due figli dei dirimpettai erano perfetti per me: la femmina più grande di tre anni, il maschio più giovane di due. Io, nel mezzo, parevo la papessa Giovanna.
La nostra passione più sconsiderata e duratura fu “giocare a gatti”. Un passatempo cervellotico e tatticamente elaborato che consisteva nel convincersi di essere animali, procedere in quadrupedia, costruirsi una tana nei luoghi meno raggiungibili dell’appartamento eletto per quel giorno a spazio comune, e gattonare a pomeriggi interi, miagolando. Il che spiega le toppe di renna sui pantaloni di velluto a coste con cui appariamo ritratti in quell’era geologica. Poiché il verbo era bandito dal regolamento, la difficoltà del gioco stava nell’interpretazione logica dei logoranti miagolii.

Lei si prestò alla felina pantomima il tempo di uno starnuto. Sentenziato che quella era “roba da bambini”, si sottrasse all’insano gioco, si proclamò Organizzatrice d’Eventi e prese il possesso delle feste ricordate. Di fare la gatta non voleva saperne. Ma quando arrivavano il Natale e il Capodanno, eccola che compariva con il suo arsenale di forbicine, metri da sarta, pennarelli, bristol e carta crespa. Costruiva tutù svasati e svolazzanti, inventava trame elaborate, scriveva copioni, sceglieva scalette musicali avanguardiste, curava scenografie cubo-dadaiste, dettava coreografie azzardate con tanto di spaccata sul finale. Io, come un’ebetulla, obbedivo con piacere adorante. Suo fratello (obiettivamente poco portato per il ballo) diventava un inquietante ibrido tra Pippo Baudo, Corrado e Mike Bongiorno. Allo spettacolo (incredibilmente) era sempre presente la medesima, invariata quantità di pubblico.

Altro momento topico che ci riguardava da vicino, la benedizione delle case.
La Pasqua si avvicinava a gran falcate e dalla Basilica partivano i tre preti con (almeno) un chierichetto a testa che portava la borsa (per le offerte) e la peluzzica dell’acqua santa (per le schizzate nelle stanze). Nei giorni precedenti, le nostre madri avevano pulito gli anfratti più irraggiungibili dei rispettivi appartamenti, integralmente pavimentati in marmo e tutti tirati a lustro.
Nell’attesa, scattava il toto-prete: chi verrà quest’anno?
Come un tam-tam, dalle vie del centro fino alla piazza dove abitavamo noi, l’identità del sacerdote passava di bocca in bocca e arrivava almeno mezz’ora prima di lui.
C’è don Giovanni! Menomale!
C’è don Roberto! Bene, dai!
C’è don Falai! Dupalle.
Don Falai era il parroco e noi non si voleva perché era musone, scoglionato e con la testa a mitria.
L’evento aveva la durata di un intero giorno e imponeva il coinvolgimento di tutto il condominio. Dalla tromba delle scale si spenzolavano capini per la telecronaca in diretta: l’è al decimo piano, l’è all’ottavo, è di sopra, arriva (il prete pigliava sempre l’ascensore e da cima calava in fondo, mai il contrario, digli scemo). Noi l’era tutto un razzolare di case e di scale, tutto un entrare e un uscire, tutto un ridere e un chiacchierare.

Poi si crebbe.
Ciascuno prese la strada a sé più congeniale.
A parte mio fratello, scegliemmo tutti di trasferirci altrove; a parte lui nessuno abita più in zona.
Se ci siamo rivisti, è stato di striscio, di straforo, in ascensore, sul pianerottolo.
Se siamo rimasti informati sugli accadimenti esistenziali, è stato grazie ai racconti dei genitori, che come bollettini riportavano il narrato.
Poi a luglio la mamma è morta.

Si dice che, quando se ne va una persona che è stata importante nella nostra vita, ne arrivano altre a compensare quell’assenza. Di chi lo diceva ho sempre pensato fosse un imbecille. Ora (considerati anche certi recenti accadimenti) ci credo anch’io, ciecamente e completamente.

Ieri il babbo dei due dirimpettai miei compagni d’infanzia compiva 88 anni.
“Ma se (tipo) te e il tuo babbo vi palesaste al momento del caffè per fare un coro d’auguri al mio?” ha scritto l’Organizzatrice di Eventi su whatsapp (sempre sia lodato in questi casi).
Così io e il babbo ci siamo palesati con un vassoio di mignon del Badiani e uno spumante.
Dal frigo sono comparsi una fedora del Semplici e un Antonori ghiacciato.
Sono volati tappi e tappini. Si sono alternate varie fogge di cristalleria. Si sono uditi cori augurali (una stonava). Si sono imbastiti svariati cappottini. Si sono fatte infinite confidenze.
Per la prima volta, non erano più i miei vicini, non erano più i miei dirimpettai.
Erano un pezzo di vita. Erano persone con cui confidarsi, a cui abbandonarsi, con cui parlare del serio e del faceto, di tutto quello che è stata ed è la nostra vita. Di come potrebbe andare a finire questa lunga avventura condivisa.

“Mah, sentite citte, io se un giorno mi girano più del solito, piglio e mi butto giù dal sesto piano.”
“Ma scherzi? Ho letto il rapporto di certi ritrovamenti di cadaveri volati dai palazzi: ma lo sai che se tu caschi di capo c’è il caso che ritrovino pezzi di cervello a venti metri di distanza?”
“Peggio per chi mi raccatta.”
“Ah, no, io allora preferisco la vasca. Un bel bagno profumato immersa nell’acqua e vai col taglio delle vene.”
“Oddio che orrore! Ti ritrovano affogata in un mare di rosso!”
“Sì, però pensaci: ti metti un cappello con un fiocco o dei fiori in tinta ed è perfetto.”
“Io sentite, opto per la morte bianca, da signora ottocentesca. Un bel vestito addosso, un’elegante posizione sopra il letto, una bella scorpacciata di pillole e via”.

Ma per questo ancora c’è tempo.

Collegio dei Docenti

29 agosto 2015

Dice la mia amica: “Non faccio che sognare il rientro a scuola. Un incubo dietro l’altro, situazioni paradossali e atroci, ansia da prestazione.”
Rispondo io: “Che strano. Io niente. Sono tranquillissima.”

Stanotte ho sognato il primo Collegio dei Docenti.
Non ero nella scuola che lascio e non ero neanche in quella in cui entrerò martedì primo settembre.
Ero in una scuolaccia orrenda di pessima reputazione locale, in cui non andrei a lavorare neanche in caso di disoccupazione cronica.
Si procedeva all’assegnazione delle classi. A me ne appioppavano un fottìo.
Alzandomi in piedi in mezzo a tutti i professori, trascurando l’ars oratoria e la diplomazia esclamavo : ma io non insegno in questa scuola di merda!
Mi veniva risposto: allora vattene.
Improvvisamente mi veniva in mente che la scuola dove sarei dovuta essere era il liceo artistico.
Abbandonavo l’aula magna e iniziavo a correre.
Correvo, correvo, correvo come una cavalla impazzita, il fiato mi mancava, le gambe mi cedevano, e l’artistico non arrivava mai.
Da quanto correvo, mi sono svegliata.

Ora sì che si ragiona.

L’unica estate

24 agosto 2015

Questa che sta per finire, che oggi sembra finisca davvero spazzata via dall’acquazzone del mattino, anche se si sa che da domani torna il sole, lo ha detto il lamma, questa estate insomma, è stata l’unica estate che non ho fatto vacanza, che non ho fatto un viaggio, che non ho mai visto il mare, l’unica estate che l’idea dei villeggianti in ciabatte mi rivoltava lo stomaco, che i pic nic in montagna non ci potevo pensare, e sì che a me i pic nic in montagna son sempre piaciuti un sacco, un’estate che il caldo ci s’è messo d’impegno per farmi fuori, che le notti sono state un’impresa dormirle e che non mi è riuscito aggiustare la sveglia, quella biologica dico, ai ritmi estivi come invece mi capita tutte le estati, dieci minuti al giorno e a settembre arrivavo alle undici, l’unica estate che non ho fatto neanche un bagordo, che non sono stata lucignola, che ho detto no all’invito degli amici a raggiungerli in ferie, l’unica estate che le ferie non sono proprio esistite ma è esistito solo leggere e scrivere, scrivere e leggere, in un isolamento cocciuto, fatte rare eccezioni, l’amica del cuore, la cugina del cuore e francescoguccini, come gli elefanti quando non si sentono bene.
L’unica estate che è morta la mamma.
In un’estate come questa si possono sbagliare anche i relativi e la punteggiatura metterla a caso con un bell’anacoluto alla fine, così.

Coming soon

20 agosto 2015

“Profe! Come sta?”
“Mh.”
“Via, che tra pochi giorni tornerà a fare quello che le piace di più!”
“?”
“Conoscere, educare e amare nuovi studenti in una scuola tutta da esplorare.”

Già.
Non ci ripensavo.

Andiamo a bencistare

19 agosto 2015

Che all’inizio si faceva tanto le gargiùle, ma poi arrivate al dunque (“Venite quando volete. Vi aspettiamo molto volentieri.”) non s’aveva più coraggio.

“Ma insomma icché si fa, si va davvero a bencistare?”
“Vedrai, ce l’hanno detto loro. Anzi, l’hanno scritto nero su bianco.”
“Magari l’hanno fatto solo perché sono gentili e non gli riusciva dire no.”
“Forse. Ma se non fosse così? Se gradissero davvero la nostra presenza bislacca nei loro bellissimi locali?”
“Allora andiamo?”
“Andiamo.”

E allora sì, ci siamo andate.

La colazione alla Pensione Bencistà è l’apoteosi della genuinità e del gusto.
Confetture artigianali, quattro tipi di miele, pane bianco e nero, tarte-tatin gialla e rossa, torta paradiso fatta in casa, cereali croccolosi e agglomerati, latte fresco, yogurt magro, cocomero, pere, uva, uova, affettati, formaggi, caffè.
E dura due ore.
Noi le usiamo tutte. Ci guardiamo intorno, studiamo la fauna umana, la clientela.
C’è un uomo che le cameriere chiamano “maestro”.
Diversi francesi.
Qualche anziano fiorentino che a un albergo marittimo o montano preferisce il paradiso a due passi da casa.
Vuoi del burro?
C’è una coppia giovane, lui tatuato, ma bello.
Metto il pane ad arrostire.
Il tempo è bello, il tempo è brutto, è del tutto irrilevante: qui c’è un non-tempo che ridicolizza ogni previsione. Un tempo perfetto, cristallizzato, eterno.
Te il cocomero lo mangi?
Io sì, mi lascia la bocca fresca e buona.

Il primo giorno un salottino.
Il giorno dopo un altro.
Nelle pause, il giardino, gli anfratti, gli angolini, i panorami.
Due labrador, lei nera, lui bianco, lei Gegia, lui Otto.
Mi sento Jane Austen.
Si sente Charlotte Bronte.
Ai piedi, Firenze.

Un luogo ideale per le confidenze, le confessioni, il riso di pancia, il pianto di cuore, la pace interiore.

Sì, un po’ abbiamo anche lavorato.

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Cambia musica

17 agosto 2015

C’è un ragazzo.
Vive solo, nella parte opposta di un cortile interno.
Forse fa l’università.
Quando non studia, si rilassa con la musica.
Gli piace il rock.
Lo ascolta a volume molto alto.
Dato il caldo, lo ascolta a finestre spalancate.
Le schitarrate e le distorsioni si diffondono nel cortile su cui affacciano le sue finestre.

“DA’ RETTA, O GIOVANE, MA PERCHE’ UN TUVVA’ AFFANCULO? TU C’HAI ROTTO I COGLIONI CON TUTTO QUESTO CASINO! CHE LA FAI FINITA CON CODESTA MUSICA DI MERDA?”
E’ una dirimpettaia che malcela il proprio disappunto in quello stile che potremmo definire tipico locale.
Chiunque avrebbe optato per una delle seguenti tre reazioni.
Reazione a. Spengere tutto e rintanarsi in casa ammutolito dall’imbarazzo.
Reazione b. Infischiarsene degli improperi e, anzi, dare un’alzatina al volume.
Reazione c. Affacciarsi alla finestra e rimandare a sua volta affanculo la vicina.

Il nostro giovane opta però per una quarta.
“Signora, dice a me?”
“A CHI TU VO’ CHE DICA?!”
“Cosa la disturba, esattamente?”
“CODESTA MUSICA DI MERDA!”
“Capisco. Mi scuso tanto. Vuole dirmi per cortesia quale musica le piace?”
“MA… CHE NE SO… LA CLASSICA?”
“Benissimo. Grazie signora. E scusi ancora.”

Rientra in casa, toglie il rock e a tutto fuoco spara Beethoven.

Lo giuro.

A cena da Guccini

15 agosto 2015

Per anni (da piccina) ho pensato che dicesse “… e Panama un ricordo, lasciato fra i castagni dell’Appennino”.
Tant’è che mi chiedevo: va be’ che in Amerigo siamo nel continente americano, ma cosa c’entra lo stretto con Guccini?
Pavana.
Diceva Pavana.

Pavana è uno sputo di case nel comune di Sambuca Pistoiese a 491 metri sul livello del mare.
Ci si arriva percorrendo la strada statale 64 detta anche Porrettana, un andirivieni di curve in saliscendi ingoiate dal bosco.
Francesco Guccini ci vive da diversi annetti, da quando ha lasciato Modena (città natale) e Bologna (città adottiva e artistica) per ritirarsi nel Mulino di Chicòn, costruito da un suo omonimo trisavolo nel 1881.
A Pavana ci arrivi e ci trovi come prima cosa 18 meravigliosi gradi centigradi.
Poi ci trovi un cartello che dice “Mulino”, sinistra, e tu svolti a sinistra, scendi per una stradina scortecciata, lasci l’auto in uno spiazzo sterrato, imbocchi a piedi la via Francigena e ti ritrovi proprio a casa sua.
A casa di Francesco Guccini.
Con Francesco Guccini.
Che per una sera, eccezionalmente, apre le porte a chi va a trovarlo per una cena e uno spettacolo.

E io, quando me lo trovo davanti coi suoi 192 centimetri d’altezza, quest’omone possente che ho sempre visto a distanza e ascoltato cantare in un microfono, gli vorrei dire un sacco di cose, tipo madonna francescoguccini come sei bravo e come mi garbi e come è stato importante per me crescere con te che mi borbottavi nelle orecchie con codesto vocione “io più mi chiedo e meno ho conosciuto”, gli vorrei dire ma lo sai che anch’io più mi chiedo e meno conosco? E che però è sempre bello chiedersi, per cui ne vale la pena anche se poi non conosciamo. Gli vorrei fare la mia classifica delle canzoni preferite e dirgli madonna francescoguccini come mi piace l’album Radici e quante volte ho ascoltato Tra la via Emilia e il West, e come mi piacevano Via Paolo Fabbri 43, La canzone dei dodici mesi, quella delle osterie di fuori porta, quella del bambino nel vento, quella per un’amica, e tutte quelle di notte, la numero 1, la 2, la 3 e la 4, ma anche Signora Bovary e Culodritto. E poi gli vorrei dire ma lo sai che son venuta cento volte ai tuoi concerti e che ti ho tradito solo con Vasco sennò ti sarei stata fedele come una sposa innamorata? E dirgli certo però sei un po’ invecchiato ma sei ancora il bell’omone di sempre e come mi piacerebbe provare a farmi abbracciare da te e sentire come stringi forte. E dirgli ma lo sai che io capivo Panama e te invece dicevi Pavana, e oggi a Pavana ci sono anch’io e non mi sembra vero, ma poi buone queste crescentine col salame di cinta. E dirgli insomma grazie francescoguccini che ci hai aperto la porta di casa stasera e come sono felice di trovarmi qui, con te e con questa gente diversa e uguale a me, contenta come me e discreta, senza fare tanti versi, come se si fosse tutti uguali, anche se uguali uguali non siamo perché noi non siamo nessuno mentre tu, diamine, tu sei francescoguccini, quello che da piccola mi ha insegnato le parole grandi.

Invece di tutto questo non ti ho detto nulla perché mi vergognavo ma ti ho messo in mano una letterina scritta su un foglietto mentre venivo da te e tu hai detto: “Che cos’è?” e io ti ho detto: “Una letterina, leggila quando sei da solo” e tu hai detto: “Ah, va bene, grazie” e te la sei messa nel taschino della camicia (speriamo Raffaella non la butti in lavatrice).

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Pitza e datteri

14 agosto 2015

Per me Giuseppe Battiston è sempre stato una garanzia.
In Pane e tulipani desiderai di essere Grazia Reginella che massaggia le carni in esubero di Costantino Caponangeli e da allora me li sono visti quasi tutti: Agata e la tempesta, Giorni e nuvole, Non pensarci, Il comandante e la cicogna e Zoran, il mio nipote scemo (una chicca).
Allora ieri sera via di corsa a vedermi Pitza e datteri, sul tema dell’immigrazione, sull’incontro-scontro tra civiltà, sull’integrazione e la coesistenza di religioni differenti. Dopo cinque anni consumati in una scuola multietnica con il 75% degli studenti non italofoni, era il mio.
Invece no, non era il mio neanche per sogno.

Una esigua comunità islamica con sede a Venezia deve fronteggiare una crisi imprevista: il suo luogo di culto è stato evacuato dalle forze dell’ordine e ha lasciato posto a un hair stylist unisex, gestito da una musulmana turco-francese progressista che tra un colore e una piega tiene collettivi femministi. In aiuto alla piccola comunità arriva un giovanissimo imam di origini afghane cresciuto in Italia. Del gruppo fa parte anche Vendramin, un veneziano dall’identità smarrita che ha mutato nome in Mustafà e crede così tanto nella causa (ma più che altro nell’avvenenza della parrucchiera) che è disposto a farsi saltare in aria. Pratica su cui mi pare ci sia poco da ridere.

Invece il film è questo che si propone: buttarla sul ridere.
Ma le battute sono dei cliché, il messaggio è buonista, il sugo è retorico.
Ne consegue che il film è un pacco.
Battiston però è sexi anche con il camicione.

A naso in su

13 agosto 2015

Devon’essere stati tutti i saluti che gli fo in questo periodo: il sole è tornato e, con lui, il gran caldo.
Un po’ meno insopportabile di prima, ma pur sempre caldo.
“Bisogna andare in tutti i modi a frescheggiare in collina” dice iersera Cyrana (non perché ha il naso grosso, ma perché dodici anni fa esclamò: “Ce l’ho io l’omo perfetto per te” e mi piazzò davanti il Belpelato).

Sulla via Casentinese, in località Diacceto (un nome, una garanzia), sorge “Il quartino”, l’enoteca dei Marchesi Frescobaldi.
Una colonica finemente ristrutturata in cui l’antico e il moderno convivono con grazia. Un piazzale immenso affacciato su una delle nostre tante valli verdi. Una clientela mista e variegata, gradevole e discreta. Un menù del cazzo.

Se c’è una cosa che non sono più disposta a sopportare, son le chiacchiere a vanvera scritte sui menù.
Ventaglio di formaggi pecorini, con girotondo di affettati selezionati, su intingolo di miele di Pomino.
Ventaglio? Girotondo? Intingolo? Ma scrivimi “tagliere toscano” come tutti e falla meno bozzolosa. Datti meno arie. Vendi meno fumo.

Detto questo, siamo state come si sta sempre quando ci si vede.
Di lusso.
Anche perché le stelle d’agosto -che cascano a pioggia e a casaccio- fanno pochi discorsi, creano tanta atmosfera e ricolorano un’amicizia che non sbiadisce mai.

Franco il Grande

12 agosto 2015

Quando arrivò la notizia che Patatina Fritta era rimasta incinta e che sarebbe stato maschio, in qualità di zia di primissimo grado mi permisi di proporre il nome che mi sarebbe piaciuto: Vasco?
Ricevuto in risposta dal Rondine un secco “scòrdatelo”, ne controproposi un altro: Franco?
Nessuno mi prese in considerazione e alla fine mi dovetti accontentare di quello che scelsero loro: Francesco.
Francesco è stato per me “Ippallina” fino a che non ha abbandonato la posizione ovoidale (una sfera di 4 chilogrammi con le gambe acciambellate) tenuta per i primi mesi di vita.
Era bellissimo. Il bambino più rotondo, armonioso e perfetto che io avessi mai visto in giro. Io e mio fratello gli dovemmo cedere il titolo di “Ippiubellodituttimmondo” che (secondo i nostri genitori) ci era appartenuto fino a quel momento.
Crescendo, Francesco ha cambiato completamente fisionomia: ereditati i fortunati geni di suo padre e di sua madre, è diventato luuuuuungo e magro come un fuso. Nonostante la metamorfosi che si compiva giornalmente sotto i nostri occhi, non ha perso un grammo della sua bellezza originaria.
Oggi Francesco è alto 133 centrimetri e pesa 26 chili. Ha i denti perfetti e due nèi prossimi alle labbra.
Ha i capelli di grano, gli occhi d’acqua, la pelle di seta, la bocca a ciliegia, il pisello a bocciolo di rosa.
A scuola naviga fisso tra il nove e il dieci, nei quaderni non ha neanche un fricciolo, nello zaino porta anche i libri che forse non servono perché non si sa mai, piace alle maestre (fatta eccezione per la volta in cui fu beccato in bagno a pomiciare con una tipa che dice di amare), socializza con facilità estrema.
Il nonno lo sogna ingegnere. Lui ha già annunciato che farà l’artista di strada. A tempo avanzato, il rapper. Il nonno è psicologicamente distrutto.
E’ attratto da tutti gli sport, ha rinunciato al karate per il basket perché la squadra gli piace più dell’individualismo, in piscina gli crescono le squame, a carte non accetta di perdere e arriva anche a bluffare.
A tavola mangia tutto. Anche gli spinaci, l’insalata, i piselli, i pomodori e il cavolo lesso. Perde la testa davanti a una ciotola di fragole.
Dove lo metti, sta. E sta bene dappertutto.
Piange solo se batte una boccata; nel frattempo mostra con fierezza i suoi ginocchi sbucciati.
Si scaccola pochissimo; personalmente, non l’ho mai sentito scoreggiare. In compenso tira dei gran rutti, anche finti.
Non si vergogna a dire “ti voglio bene” a chi ne vuole veramente, stravedeva per nonna Sgomèa, dimostra con spontaneità tutto ciò che prova, occhio però alle poppe se le avete.
Oggi Francesco fa otto anni.
Franco il Grande, mille auguri da Ziìna tua.

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