Tanti saluti al sole

10 agosto 2015

La postura infelice e coercitiva a cui mi costringe la stesura di questo nuovo lavoro scritto mi distrugge.
Il mio corpo urla, si ribella, rifiuta l’obbligo di stare a sedere su una sedia per quattro ore la mattina e altrettante il pomeriggio, non ci è abituato, neanche a scuola io sto mai appollaiata in cattedra, scavallo per corridoi aule segreterie e cortili, passeggio tra i banchi a seminare pappine in testa agli studenti e a ciacciargli negli zaini e negli astucci.
La scrittura però è un’altra cosa, essa ti inibisce il movimento e ti paralizza a una scrivania e tu abbandoni l’amato cinetismo per fare della staticità la tua condizione quotidiana.
Una cosa è certa: il giorno in cui brevetteranno una scrivania portatile da legare al collo simile al banchetto delle bibite fresche che allo stadio raggiunge in loco i tifosi, io la comprerò e allora mi vedranno passare su e giù per le Cascine, lungo le vie del centro, nei giardini pubblici di Coverciano, scrivendo e camminando insieme.
Mentre attendo che qualcuno inventi il prodigioso attrezzo, faccio tanti saluti al sole per sgranchirmi.

La pratica del saluto al sole è nota a chi ha sperimentato lo yoga. Ne basta uno, la mattina, appena il sole si manifesta alto nel cielo. Salutàtolo una volta, ci si prepara e si va a lavorare.
Ma in questo mio lavoro stazionario da cui non mi posso liberare, il saluto al sole rappresenta l’unica via di fuga dalla sedia. Ce ne sarebbe un’altra (lo spalancamento del frigo), ma è sconsigliata per chi tende a una produzione d’adipe eccessiva.

Sono settimane che non faccio che salutare il sole: mani unite all’altezza del petto in posizione di preghiera, allungamento delle braccia verso l’alto con flessione all’indietro della colonna vertebrale, piegamento del busto fino a toccare terra con le dita, distensione all’indietro di una gamba lasciando l’altra piegata al petto, posizione del cane a testa in giù, flessione a busto e gambe tese, posizione del cobra, ritorno all’indietro coi movimenti precendenti fino alla riconquista della postura originale.
E vai da capo. E poi riparti. E dai un altro.
In un giorno mi sparo roba come dieci, venti, trenta saluti al sole.

Tant’è che alla fine s’è sfavato e oggi piove.

Io e lui

7 agosto 2015

Lui è alto e magro, io una tappa tracagnotta.
Lui è biondo, io rossa. Lui naturale, io tinta.
Lui è dolce, disponibile, accomodante. Io lunatica: devi dare nella giornata buona.
Lui non si arrabbia quasi mai. Io mi arrabbio quasi sempre.
Lui è morbido, liscio. Io dura e spigolosa.
Lui è discreto, riservato. Io ciarliera, sfacciata e ridanciana.
Io amo leggere, studiare, andare al cinema e a teatro. Lui odiava la scuola, al cinema ci va di tanto in tanto, a teatro (credo) mai. Però va a moltissimi concerti perché adora la musica.
Anch’io amo la musica, a fasi quella rock o quella lenta, uggiosa, classica, jazz, cantautoriale. Lui predilige il rap, l’elettronica leggera o ambient e nelle note cerca soprattutto l’evasione, l’allegria, la pace.
Lui da ragazzo qualche volta è andato a ballare. Io mai.
Lui balla spesso nudo in casa con suo figlio. Io no, perché non ce l’ho.
Lui è anche sposato. Io per niente.
Lui passerebbe una vita intera a viaggiare: ha visto La Thailandia, la Malesia, il Laos, il Vietnam, gli Stati Uniti, il Messico, Cuba, l’Egitto, la Spagna, la Francia e la Grecia. Anch’io viaggio volentieri, ma ho visto meno di lui.
Lui vorrebbe fosse sempre estate e trasferirsi per sempre in un’isola alle Baleari, io sogno un eterno inverno e una casa a San Pietroburgo.
Lui è vegetariano. Io capitolo davanti alla finocchiona.
Lui è un assiduo della palestra. Io giusto ieri ho disdetto (magno cum gaudio) l’abbonamento annuale a quella cazzo di Virgin.
Lui è pieno di tatuaggi. Io lo chiamo carta geografica.
Lui lavora nella moda, io mi metto ancora le magliette di dieci anni fa.
Io alla tele guardo solo i film, lui va matto per i talent.
Lui sa fare delle melanzane alla parmigiana da collasso, io me la cavo con la mozzarella in carrozza.
Lui frequenta ancora gli amici dell’infanzia. Io li ho cambiati tutti.
Lui toglietelo dal paesino di 1971 abitanti a mezza collina circondato dal verde dove vive e (a meno che non lo trasferiate alle Baleari) diventa pazzo. A me levatemi dalla mia città di 381357 abitanti e (a meno che non mi regaliate una casa a San Pietroburgo) muoio di disperazione.

Siamo fratelli, ci vogliamo molto bene, ieri siamo usciti insieme per una serata tutta nostra.
La mamma, vedendoci, sarà stata fiera di noi.

Presenze

6 agosto 2015

Sarà che da ragazza vidi “Ghost”.
Fatto sta che sono molto sensibile alle presenze “altre” nelle case.

Quando vivevo in via di Belvedere con Fidanzato Belpelato, in realtà coabitavamo in tre in quaranta metriquadri (di cui solo trentotto calpestabili): io, lui e un fantasma che si divertiva a spostarmi le pentole e i coperchi. Belpelato rabbridiviva reclamando il pagamento di una percentuale per l’affitto mensile. Io ne ero inebriata. Al di là del fattore compagnia, provo un piacere sottile misto a brividi di panico all’idea che l’anima di un defunto frequenti le mie stanze e tocchi le mie cose all’evidente scopo di manifestarsi, forse per dirmi qualcosa d’importante.
In via dell’arcolaio non ci seguì, infatti nelle ore in cui Belpelato era in ufficio uggiolavo perché mi sentivo sola.

La notte successiva alla morte della mamma, nella casa dell’infanzia in cui mi fermai a dormire, accaddero due episodi sospetti: 1. andai a lavarmi i denti, appoggiai lo spazzolino sull’ampio bordo del lavabo (uno spazzolino dall’impugnatura gommata, fatta apposta per non scivolare) e mentre uscivo dal bagno lo spazzolino scivolò dentro la buca; 2. in cucina le bottiglie di plastica dell’acqua presero a scricchiolare rumorosamente come quando uno le accartoccia perché sono finite.
“Va be’, lo spazzolino è semplicemente scivolato nonostante il manico gommoso e le bottiglie scricchiolavano a causa del caldo” sentenziò quello scettico del babbo.

Una volta tornata a casa mia, altri casi si sono verificati: 1. i fiori finti e decorativi, che da un anno stavano nel vaso in quella precisa e immutata posizione, si erano posizionati in altro modo e il fiore rosso anziché pendere a sinistra, pendeva evidentemente a destra, senza che niente e nessuno lo avesse potuto spostare (le finestre erano sbarrate, la signora delle pulizie è in Polonia a fare le vacanze); 2. le infradito thailandesi che avevo lasciato in cucina, furono ritrovate in camera da letto; 3. le stesse infradito thailandesi, la sera successiva, finirono ben allineate nella cuccia di Micino da Scansano (data la sua momentanea assenza, è improbabile che a portarcele sia stato proprio lui); 4. due monetine dal valore di centesimi 1 cadauna, rinvenute a giro nella borsa e appoggiate sul fornino elettrico, furono sostituite da una moneta dal valore di euro 1 all’indomani. 5. La micropiantina grassa appoggiata saldamente (grazie a piedini adesivi) sul ripiano di cucina fu trovata adagiata di schiena all’alba.

“Babbo, la mamma mi ha seguita fino a Firenze e ora vive a casa mia.”
“Ma sta’ zitta, strulla.”
“Babbo, ti dico che è così: ne ho prove eloquenti.”
“Ma ‘un dire strullate, stai bonina e pensa a scrivere.”
“Io scrivo, ma ti dico che lei è qui. Forse vuole dirmi qualcosa?”
“Ti vorrà dire strulla.”

I giorni poi sono passati e i fenomeni paranormali si sono attenuati fino a scomparire. Dispiaciuta per quel secondo abbandono, ho trovato consolazione nella convinzione che la mamma ha accettato la propria dipartita ed è andata a cercare Nello tra i campi (quelli elisi).

“O Nini, ma lo sai mi scricchiola l’armadio?” dice il babbo l’altro giorno.
“Come ti scricchiola l’armadio?!”
“Ti dico che mi scricchiola l’armadio.”
“Sarà il caldo: il legno lo fa.”
“Ma ‘un dire strullate: lo sanno tutti che quando gli armadi scricchiolano c’è l’anima di un morto che girella per la casa.”

Ora siamo ad aspettare che vada a Montemarciano a dare noia a mio fratello.

Lo cunto de li cunti

5 agosto 2015

No re c’aveva poco penziero, cresce no polece granne quanto no castrato, lo quale fatto scortecare, offere la figlia pe premmio a chi conosce la pella. N’uerco la sente a l’adore e se piglia la prencepessa: ma da sette figli de na vecchia con autetante prove è liberata.

Il seminario più affascinante che mi condusse a dare il primo esame all’università con Giorgio Luti fu “Letteratura italiana del Seicento”.
E fu in quell’occasione che venni a conoscenza de Lo cunto de li cunti, ovvero Lo trattenemiento de peccerille detto anche Pentamerone, raccolta di cinquanta novelle scritte in lingua napoletana da Giambattista Basile tra il 1634 e il 1636.
Bella e complessa, l’opera nonostante il titolo fanciullesco è destinata a un pubblico di adulti perché tratta temi particolari in chiave molto originale, azzardata e tuttora assai attuale.

Matteo Garrone ne ha scelte tre e ci ha tirato fuori Il racconto dei racconti, il film che davano iersera all’arena del Poggetto.
Io detesto il fantasy.
Ma questo l’è un gioiello.

Audentes phantasia iuvat

4 agosto 2015

Quattro mesi fa ho ricevuto una bellissima proposta editoriale.
E l’ho accettata.
Raccontandolo a una collega che è anche la mia amica del cuore, man mano che scendevo nei dettagli mi accorgevo di quanto la sua collaborazione a questo progetto sarebbe stata perfetta per realizzare un lavoro molto più completo e di quale piacere avremmo potuto godere lavorando insieme. Così prima ho chiesto il permesso agli editori e poi gliel’ho proposto.
E anche lei ha accettato.
Da allora (adempimenti scolastici finali, esami di maturità, ferie -lei- e funerali -io- permettendo) lavoriamo alacremente.

La settimana scorsa, per festeggiare la definizione del contratto e per distrarmi un po’ dai miei pensieri mesti, mi ha portata a prendere un aperitivo.
“Lo so che detesti gli aperitivi nei locali beceri -ha detto- ma io ti porto in un luogo eccezionale d’atmosfera, un posto esclusivo, storico, letterario, onirico”.
Quando mi ha detto che saremmo andate alla Pensione Bencistà ho pensato: questa ha perso il capo.

Sono decenni che, salendo verso Fiesole, vedo sulla penultima curva, srotolato e gigantesco, il cartello con la scritta “PENSIONE BENCISTA’” e penso: madonna che posto vecchio e triste dev’essere, ci saranno più vene varicose che camere da letto.
In realtà la Pensione Bencistà non si vede dalla strada: il cartellone indica infatti con una freccina di imboccare una stradella che si stacca dalla principale e s’inoltra in mezzo al verde collinare. Mi ci immaginavo una clientela più che attempata, coppie di vecchini rigorosamente straniere perché mai un fiorentino si farebbe infinocchiare in un pernottamento tanto prossimo alla città ma più che altro tanto vetusto.

Giunte a malapena nel parcheggio, intuisco immediatamente che la Pensione Bencistà è un paradiso in terra di cui ero scandalosamente all’oscuro. Immersa in un parco fresco e curatissimo, la villa che va sotto questo nome d’altri tempi si staglia in tutta la sua meraviglia panoramica verso Firenze.
I titolari, marito e moglie di una gentilezza ormai perduta altrove, ce ne narrano la storia: nel Cinquecento convento di suore, nei primi anni del Novecento ampliata e restaurata in rispettosa armonia con il complesso originale, la Pensione accoglie oggi per lo più studenti e professori dell’Università Europea di San Domenico, oltre a una particolare clientela che viene a Firenze per contemplarla dall’angolo migliore. Ce ne mostrano gli interni: io e Coautrice notiamo subito la sala da giorno, un cofanetto d’arredamento romantico, uno scrigno di buon gusto e tranquillità. Partoriamo la medesima fantasia, che però sul momento ci taciamo perché non siamo sole e perché, dalla saletta, veniamo accompagnate sul terrazzo dell’aperitivo. Sotto un glicine maestoso ci si mostrano tavoli in ferro battuto finemente apparecchiati. Il nostro è quello centrale: tirando una linea retta in aria arriviamo in cima al Duomo. Ecco laggiù la Sinagoga con la sua cupola verde acqua marina. Ed ecco Santa Croce, il Piazzale Michelangelo, San Miniato al Monte, il Forte Belvedere. Ecco la Stazione centrale e la Basilica di Santa Maria Novella, ecco Novoli, ecco l’orrore architettonico del nuovo Palazzo di Giustizia, che in quel contesto però non fa tanta paura.
Sedute al nostro tavolino, consumiamo l’aperitivo più fresco, sano e buono mai gustato in vita nostra, libiamo con calici di bianco e finalmente torno a ridere di gusto come non mi succedeva più da settimane.

Il giorno imbruna, calano le ombre, si affaccia la luna dall’angolo della camera 18.
Viene notte e noi ridiamo ancora, consapevoli della fortuna di esserci incontrate, felici del nostro legame affettivo ormai quinquennale che ha le peculiarità di un’amicizia dell’infanzia senza averne la monotonia, speranzose nel futuro professionale parallelo che ci attende.
I proprietari ci invitano cortesemente a lasciare i locali perché è ora di chiusura.
Uscendo, ancora un’altra occhiata alla meraviglia di quel salottino, ancora quel sogno in testa a entrambe.
“Ma sai cosa pensavo…”
“Anch’io pensavo una cosa…”
“Dimmela.”
“No, dimmela prima tu.”
“Quel salottino…”
“Davvero, quel salottino!..”
“Come sarebbe bello se…”
“Sì, sarebbe bellissimo se…”

“Ma che siete sceme?! -ci dicono a casa- Ora sarà che vi danno il permesso di andare a scrivere un libro in quel salottino, a costo zero, limitandovi a qualche piccola consumazione, con le argomentazioni che portate, l’esigenza di una potente ispirazione, il bisogno di creare in un luogo creativo, la disponibilità a indossare abiti d’epoca affittati in un teatro per contribuire a fare ambiente?!”

Invece il giorno dopo abbiamo scritto un’e-mail ai due adorabili proprietari, abbiamo avanzato la nostra bislacca richiesta, allegato queste oneste argomentazioni, aggiunto che “vorremmo lavorare in Bencistà, dove tanto ben-ci-stemmo”, abbiamo inviato con fiducia e con fiducia abbiamo atteso una risposta.

La risposta è arrivata ed è positiva: ci aspettano quando vogliamo nel salottino.

Perché non è la fortuna ad aiutare gli audaci.
E’ la fantasia.

Giallo in ascensore

3 agosto 2015

Sono nata e ho vissuto fino a 25 anni in un paese tranquillo dove non succede quasi mai nulla di eclatante. Gli abitanti sono cordiali, simpatici, accoglienti, in netta maggioranza onesti, tutti lavoratori, molti impegnati nel sociale, per lo più credenti, in cospicua percentuale di sinistra.
I livelli apicali di pathos cronachistico raggiunti da quando San Giovanni esiste sono stati tre: 1. quando il pittore Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai (noto come Masaccio) vi nacque; 2. quando Daniele Carnasciali fu acquistato dalla Fiorentina; 3. quando Beatrice Bocci venne eletta Miss Toscana.
Da allora l’acqua è abbondantemente passata sotto i ponti e le cose sono drasticamente cambiate: 1. Masaccio è morto; 2. Daniele Carnasciali ha smesso di giocare a calcio; 3. Beatrice Bocci alla finale di Miss Italia è arrivata solo seconda.
Sabato scorso, però, la vita si è nuovamente scossa a San Giovanni, riportando la placida cittadina in vetta all’interesse dell’informazione locale.

E’ mattina e, come ogni sabato, nelle due piazze centrali e lungo la via maestra imperversa il mercato. Bancherelle urlanti reclamizzano sconti eccezionali sulla merce d’ogni tipo: frutta e verdura, borse e portafogli, abiti e calzature, porchetta e mutande.
Lory, elegantissima inquilina del Cimbellone (il grattacielo dove sono nata, chiamato così per i dieci piani che svettano al cielo e lo distinguono da tutti gli altri palazzi barzotti e insignificanti del paese), esce a fare acquisti. Lo fa nel suo stile consueto: i capelli sono freschi di parrucchiera, il trucco è leggero ma perfetto, veste un abito griffato e ingentilito da una preziosa parure di finissimi gioielli. Girella tra i banchi, sceglie la frutta e la verdura, fa una passeggiatina, e poi si avvia verso casa, dove la aspetta Luciano, il marito che la ama da una vita.
Giunta al portone del Cimbellone, Lory cerca le chiavi nella borsa. Dietro le si accosta un uomo che parla al telefono e a cui lei non fa caso. Lory apre il portone e l’uomo ne approfitta per entrare. Lory sale la rampa di scale che conduce al piano dei due ascensori e aspetta il primo. Anche l’uomo la sale, però si mette ad aspettare il secondo, sempre parlando al cellulare e dicendo: “Sì, sono qua, sto arrivando”. Quando il primo ascensore arriva, Lory ci entra dentro.

Ma ecco l’uomo, con un balzo da felino, palesarlesi sulla porta elettronica all’evidente scopo di bloccarne la chiusura. Lory non ha il tempo di capire. L’uomo le si getta addosso e, mentre lei urla AIUTOOO, la copre di pugni, le strappa via tutta l’aurea parure e si ributta per le scale verso il portone dell’uscita.

Sono mesi che il pulsante del portone è guasto. Per aprirlo, bisogna voltarsi verso il muro di sinistra e individuare, tra i quattro allineati su due file, quello giusto che supplisce il pulsante principale. L’uomo questo non lo sa e perde secondi preziosi a schiacciare quello guasto dando violenti scossoni alla maniglia.
Lory intanto, straziata dal terrore e stordita dai cazzotti, urla AIUTOOO in cima alle scale.

Ma ecco il mio babbo.
Anche lui è stato al mercato, anche lui ha fatto un po’ di spesa come Lory, e anche lui ha tutta l’intenzione di tornare a casa per prepararsi il pranzo.
Giunto al portone, la scena che si trova davanti è la seguente: Lory che urla in cima alle scale e agita le mani invocando AIUTO; un uomo affannato, rosso in volto, agitatissimo, che tenta vanamente di conquistarsi l’uscita.
Il babbo fa uno più uno e pensa: qualcosa di terribile deve essere accaduto a Luciano, sua moglie è scesa in cerca di soccorso, e questo uomo qui davanti a me è un loro parente/amico/conoscente che vuole uscire a chiamare qualcuno che li segua su, al decimo piano, dove Lory e Luciano abitano un signorile appartamento.
Con la gentilezza che lo contraddistingue, il babbo bussetta al vetro del portone e indica all’uomo le due file di pulsanti, specificando con una sillabazione articolata del labiale, che quello da premere è il primo in basso.
L’uomo preme, apre, uscendo urta il babbo, fugge.
Il babbo non bada all’urto: è in ansia per Lory, vuole capire che diavolo è successo al povero Luciano per indurla a urlare tanto disperatamente.

Ora è lì che si mangia le dita.

Vai Girardenga

2 agosto 2015

Eravamo nella zona di Campo di Marte, in via del Mezzetta per la precisione.
Io, la mamma, il babbo e Bona Vox (la mia cugina preferita, intuibilmente figa e dai toni vocali elevatissimi, talora inascoltabili).
Pigiati nella mia C3 che io stessa guidavo, andavamo a Nonsoddove.
A un certo punto il babbo fa: “Accosta, io e la mamma si procede in bicicletta.”
Io e Bona Vox però dissentivamo: “Ma che siete pazzi? Ma non vedete che nero c’è laggiù? Tra un po’ viene giù un ràgano, s’allaga ognibendiddìo, dove andate, state qui con noi!”, ma loro nulla.
“Accosta t’ho detto, facci scendere, noi si vòle pedalare.”

Allora io accostavo e loro scendevano, afferravano due biciclette allucchettate a un palo, ci saltavano sopra al volo e partivano a tutto fòco.
“Ma indò andate! Tornate indietro! Sta per arrivare una tempesta! Tornate indietro!” si berciava noi (Bona Vox molto più di me, il che la bercia lunga).
Ma quelli imboccavano spavaldi la direzione delle Poste vicine all’Esselunga del Gignoro.
Immediatamente prendeva a diluviare, le strade si riempivano d’acqua, si formavano all’istante pozze immense: i due, incuranti, non li fermava più nessuno. A un certo punto dovevano passare attraverso dei tornelli: chiunque sarebbe sceso e avrebbe spinto la bici a mano. Il babbo invece faceva una manovra da ragazzo e la mamma dietro, agile e veloce come lui.
Io e Bona Vox non la finivamo più di ridere, spaccate in due tra preoccupazione e divertimento.

Cara mamma, aspettavo che tu mi apparissi nel primo sogno.
Ti sei palesata solo di spalle, non ho fatto in tempo a guardare il tuo viso.
Ma quello che ho visto mi è bastato: tu eri Girardengo, tu eri sana e libera di muoverti come ti pareva, disobbidiente come sempre, strafottente e sfidante, contro il maltempo minaccioso che, proprio stanotte, ha devastato Firenze.

C’è stato un tempo in cui ero andata in fissa con il decoupage, la non-arte che dà a tutti i non-artisti l’illusione di avere inspiegabilmente ereditato i geni del Buonarroti.
Dopo che un’amica d’infanzia me lo ebbe casualmente insegnato (basta un’ora per diventarne grandi esperti), tronfia d’orgoglio e d’incoscienza presi a decoupare ogni oggetto mi capitasse a tiro. Se foste passati di lì, in un batter d’occhio avrei decoupato anche voi.
Al mio compagno dell’epoca il decoupage faceva cacare. Io aspettavo a gloria di litigarci, così lui usciva sbattendo la porta e io con la scusa di calmarmi decoupavo anche quella.
Convintissima di compiere un gesto gradito, realizzavo tristi operucce da oggetti strappati alla rottamazione e ne facevo dono ai miei amici. Essi mi guardavano con una compassione che io scambiavo per invidia malcelata.
In realtà a nessuno di quelli che gravitavano intorno alla mia vita piaceva il mio decoupage, che pure era preciso, pulito, talora di buon gusto. Perché diciamoci la verità: il decoupage è (oggettivamente) una cacata.
Solo una persona apprezzava il mio talento artistico.
La mamma.

“Nini, perché un tummi decupagi questo sgabellino? Poi quando tull’hai finito, tummi decupagi questa scatolina. Mi garberebbe anche che tummi decupassi il porta-scottex. Già che tucci sei, attaccami du’ farfalline in questo legno e dagli una passata di vernice lucidante. Hai visto il secchione per la raccolta differenziata com’è brutto? Via, decupami anche quello.”
Io (considerato anche il fatto che per lo più producevo a San Giovanni) mi sentivo un Masaccio in gonnella e decupavo a quell’oddìo.
Gli anni sono passati. Il decoupage non lo posso più nemmen sentire nominare. E la mamma non c’è più.

“Nini -dice l’altro giorno il babbo- pensavo: la scatolina con le ceneri della mamma, di quel legno così minimale, mi fa un po’ tristezza. Poi però m’è venuta un’ideona!”