Dopo la correzione

25 ottobre 2015

Quando sai di dover passare la domenica a correggere due pacchi di compiti, inizialmente stramaledici il lavoro che ti sei scelta un quarto di secolo fa.
Man mano che procedi, però, scatta in te qualcosa. Specialmente se è la prima volta che correggi i compiti di studenti nuovi.
La grafia, per esempio.
Ti metti a guardarla nei dettagli e impari come fanno le t, se assomigliano alle f, quanto arrotondano le a e le o, se chiudono un po’ troppo le u, se alle i ci mettono il puntino. Le m e le n le fanno all’insù o all’ingiù? Scrivono in corsivo o provano a convincerti (non ci riusciranno mai) che in stampatello è meglio? Procedono a caratteri cubitali o mettono su carta famigliole di pidocchi? Certo che ci vedi sempre meno, anche con gli occhiali da vicino.
Il biondo ti priva delle ultime diottrie.
La dark poteva anche evitarti quest’appiccicottume.
Il moro ha consumato dieci facciate a protocollo da come scrive largo.
La bionda con il mono-dred ha usato una penna chiara come il colore dei suoi occhi.
L’anarchica ha fatto un compitino molto dignitoso.
Quello coi capelli blu che prende sempre 9 questa volta non l’ha preso.
Quella che non si sente mai ma che quando la chiami risponde alla perfezione ha preso 10-. Il meno glielo dai quasi per scherzo.
I due che ti fanno sempre ridere tanto anche se non lo vorresti, hanno preso 4. Via ragazzi, poi domani se ne parla.
Alle due che sono passate da pochi giorni in classe tua lasciando la loro vecchia sezione il voto non lo hai messo perché sarebbe stato troppo basso e ti dispiaceva.
In mezzo a questi estremi c’è il gruppone che oscilla tra il 6 e il 7.
Per te non è più un gruppone a caso.
Hanno nomi che hai memorizzato alla perfezione, volti che riconosci in mezzo alla folla che fluisce lungo i corridoi ai cambi dell’ora e all’intervallo, modi di fare, atteggiamenti, voci inconfondibili, destinati a diventare indimenticabili.

Dopo la prima ufficiale, accurata, puntigliosa correzione, non saranno mai più persone qualsiasi, per te.

Nulla osta

24 ottobre 2015

Stamani (loro alle prese con la Verificona) primo controllo a tappeto dei quadernoni, con relativa valutazione scritta sul registro.
“Ragazzi scusate se vi disturbo mentre lavorate: posso fotografare i vostri quadernoni? Avete degli appunti curatissimi e delle copertine con dei disegni straordinari. Naturalmente non li diffondo.”
“Veramente se li pubblica sul blog ci fa un piacere.”
Be’, allora.

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La verificona

24 ottobre 2015

Nella scuola in cui ho insegnato per cinque anni, ho lasciato una classe seconda che adesso fa la terza.
Anch’io ho una terza, nella nuova scuola dove insegno da settembre.
Ieri sera a casa preparavo per loro la cosiddetta “Verificona di Letteratura”, un questionario articolato in più sezioni (“Caccialverso”, “Cacciallaparola”, “Dillocomellui”, “Ricordati di non scordare”, “Retorico è bello”, “Who si who”, roba così) che va a piluccare tra i meandri degli argomenti spiegati fino ad ora.
Pensando di compiere un gesto gradito, l’ho fotografata e girata sul gruppo di whatsapp che avevo l’anno scorso con le ex secondine e che è tuttora aperto e molto attivo, intimando loro di farla anche se non siamo più insieme.

Ci sta che ora chiudano il gruppo.

Musicalmente

24 ottobre 2015

“Professoressa scusi.”
“Sì?”
“Ma lei, musicalmente, ascolta solo Vasco?”
“Mannò, ci mancherebbe!”
“Ah, ecco, sennò le levavo la parola. E cosa ascolta?”
“Tanti generi.”
“Per esempio?”
“Be’, tutto il rock straniero, fatta eccezione per il metal che non è musica ma rumore.”
“Ok, poi?”
“La classica e la lirica.”
“Mh, poi?”
“Il jazz mi piace molto.”
“Poi?”
“L’indie, l’ambient, gli chansonnier francesi, i vecchi cantautori italiani.”
“Ma il reggae?”
“Il reggae mi viene a noia alla seconda traccia.”

M’ha levato la parola.

500 euro

22 ottobre 2015

Io sinceramente non ci credevo neanche. Pensavo fossero parole e che i fatti non sarebbero arrivati mai. Poi ho aperto il conto on-line e li ho visti spiattellati lì, in cifra tonda, inconfondibili: 500 euro. Non mescolati alla busta paga mensile, ma isolati in un accredito a parte. Ciccando sulla voce “bonifico in entrata”, sono venuti fuori tutti i dettagli. “Controparte: sistema NoiPa. Motivo pagamento: benef/stipendio rata speciale mese di ottobre 2015”. E’ di ieri mattina la notizia dell’arrivo di questo bonus promesso dal governo per l’aggiornamento professionale. E io infatti l’avevo letta sul giornale. Però non ci avevo creduto. Invece è vera. Pare però che non siano stati ancora definiti i termini di rendicontazione delle spese che potremo sostenere. A parte l’acquisto di un oggetto di cui potrò chiedere il rilascio di una fattura o la frequenza a un corso in cui compare esplicitamente il mio nome, come potrò dimostrare che a teatro o a un museo ci sono andata proprio io?
Però, per una volta, non bruciatemi una bella notizia costringendomi a considerarne i risvolti negativi prima ancora di aver goduto di quelli vantaggiosi. Per una volta, lasciatemi sognare.
Ecco, io con questi 500 euro in più che mi sono trovata in busta paga, tanto per cominciare, ci vado alla prima della Pergola. Gabriele Lavia mette in scena la Vita di Galileo di Bertold Brecht e non me la voglio perdere per niente al mondo, nonostante duri quattro ore. Uscita dal teatro (o prima di entrarci), mi voglio fiondare in una delle librerie del centro a comprare quei libri a cui ho dovuto rinunciare perché più di due a settimana per il mio stipendio è troppo. Già che ci sono, prendo anche un paio di cd di musica medievale, da affiancare alle lezioni di letteratura che sto facendo in terza. Quello in corso e quelli a venire paiono i mesi dell’arte da quante mostre ci sono in giro per l’Italia. Bene, io mi vorrei sparare a breve Piero della Francesca ai Musei San Domenico di Forlì e “Cobra. Una grande avanguardia europea 1948/1951” al Palazzo Cipolla di Roma. Non mi vorrei perdere “Fattori” al Palazzo Zabardella di Padova. Tantomeno “Toscana ‘900” in mostra a Villa Bardini, considerato anche che è a un passo da casa mia. E come si fa a rinunciare a “Bellezza divina. Tra Van Gogh, Chagall e Fontana”, sempre a casa mia (ma sempre a ovvio pagamento), in Palazzo Strozzi? Neanche a parlarne: ci voglio andare. Ci devo andare. Non lo conosco, ma appunto per questo vorrei recarmi a Bergamo per conoscere Kazimir Malevič in mostra alla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea. Ma poi, parliamo di “Raffaello, Parmigianino, Barocci. Metafore dello sguardo” ai Musei Capitolini: ora che insegno all’Artistico, ho il dovere morale prima ancora che professionale di mettere le tende nei musei.
Infine, il parco elettronico. Dove credo di andare con il mio MacBook bianco datato 2005 a cui manca un tasto e di cui tutti gli altri hanno perso traccia visibile delle lettere a cui corrispondevano da quanto ci ho ticchettato sopra in dieci anni? Come penso di scrivere e scambiarmi file professionali, se nel mio portatile non si aggiorna più neanche il programma Word, mio pane quotidiano? E come posso lavorare coi cd rom allegati ai libri di testo, se questo carcassone non me li apre neanche?
Non venitemi a parlare di rendicontazione, fatture e scontrini. Non venite a sindacare su quanto sarà farraginoso dimostrare che le mie spese hanno avuto fini culturali e sono state effettivamente effettuate da me. Non svegliatemi. Sto ancora sognando. E (come invocava Palazzeschi) lasciatemi divertire.

(oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Nell’ora di buco, tra le vie del quartiere in cui sorge la mia nuova scuola, cerco una cartoleria: ho finito la penna rossa, quella nera e quella blu.

“Quella rossa però la voglio un po’ speciale.”
“In che senso?”
“Con la punta adatta per correggere gli errori in modo giusto.”
“Non capisco.”
“Né troppo fine, né troppo larga. Che la correzione si veda bene, ma non appaia come un atto vandalico.”
“Provi questa.”
“Per carità! Troppo fine.”
“Questa?”
“Mmmh. Ancora troppo fine.”
“Questa?”
“Questa non va bene. Troppo grossa: sfonda.”
“Sfonda?!”
“Sfonda il foglio: vede?”
“Ha ragione. Questa?”
“Questa puzza: sente? Sfonda di sicuro.”
“Ma è sicura?”
“Sono 23 anni che correggo compiti: vuole che non lo sia?!”
“Ma cosa insegna, scusi?”
“Italiano.”
“Qui al liceo?”
“Sì, qui all’artistico.”
“Io ho un figlio che fa lo scientifico.”
“E come va a correzioni?”
“Insomma. L’altro giorno è tornato tutto arrabbiato. Quella di Italiano gli ha detto che nell’esercizio fatto a casa non ci aveva capito niente.”
“E lei cosa gli ha detto?”
“Che l’insegnante avrebbe dovuto usare altre parole.”
“Be’, ha fatto male.”
“Come?!”
“Gli insegnanti vanno sostenuti. Se gli ha detto che non ci aveva capito niente, vuol dire che non ci aveva capito niente. Non gli ha mica detto idiota. Gli ha detto solo che quella volta non ha inteso.”
“Sì però…”
“Però non si contesta l’insegnante. Ora suo figlio si sentirà forte della sua difesa. E forse continuerà a non capirci niente.”
“E quindi io…”
“E quindi lei doveva dirgli ha ragione l’insegnante. O al massimo tacere.”
“Ma lui ha bisogno di essere rincuorato, sostenuto…”
“Non fa mica le elementari: fa il liceo. Lasci che si arrangi.”
“Certo dev’essere difficile fare il vostro mestiere.”
“Facile no.”
“Io duro fatica con uno solo a casa. Lei quanti ne ha in classe?”
“Da un minimo di 22 a un massino di 28.”
“E come fa?”
“Uso la penna buona. Mi dia questa.”

Entrata in classe, la testo subito vidimando le domande sui Promessi sposi.

“Professoressa, la sua penna sfonda.”

Te pareva.

Dentro i Colloqui

20 ottobre 2015

Da quando (dieci anni fa) cominciai a parteciparvi con i miei studenti, di anno in anno mi sono sempre detta: chissà come sarebbe bello non solo assistere ai “Colloqui fiorentini”, ma farne proprio parte. Sedere, cioè, dall’altra parte del tavolone, accanto al presidente e al direttore, due persone che stimo profondamente e di cui amo il modo di lavorare.
Oggi è accaduto.
Mi avevano invitata a fare un intervento sulla mia decennale esperienza come fruitrice del famoso (e bellissimo) convegno-concorso letterario a cui prendono parte duemila persone a botta, per ragionare ogni volta di un autore diverso.
Ho accettato piena di ansia da prestazione ma anche di speranza. La speranza di fare un bell’intervento.
Se l’ho fatto bello non lo so.
Di certo so che ero seduta accanto al presidente e al direttore, che ho sentito chiaramente pronunciati il mio nome e il mio cognome, e che mi sono buttata.
Tra il pubblico sedevano anche i miei ex studenti che ho lasciato nella vecchia scuola.
Mentre parlavo ho fatto di tutto per non guardarli.
Non è facile parlare mentre un nodo ti strangola la gola.

Fidati di me

20 ottobre 2015

L’ora di epica e mitologia è un’occasione preziosa per sensibilizzare gli studenti alla riflessione sui grandi temi della vita. Mi chiedo altrimenti che senso avrebbe studiare oggi le favoline di ieri.
Se fai il mito di Teseo e Arianna, poi li fai riflettere sul tema della fiducia.
Se fai il mito di Amore e Psiche, poi li fai ragionare su ragione e sentimento.
Se fai il mito di Narciso, poi li fai lavorare sull’analisi del ruolo della bellezza nella società contemporanea.
Già che ci sei, li fai scrivere come degli ossessi.

“Professoressa, posso farle una domanda?”
“Certamente cara, dimmi.”
“Non le sembra che questi argomenti siano troppo da grandi per noi? Cosa possiamo saperne di fiducia, di amore, di rapporto con il corpo, a questa età? Non potremmo semplicemente studiare questi miti e basta?”

In tutta sincerità, la prima cosa che mi è sembrata è che queste parole non siano state partorite dalla sua testa ma che le siano state suggerite da qualcun altro. Per cui ho fornito una risposta da destinare a lei (nel caso in cui da lei siano nate) o a qualcun altro (nel caso in cui il mio sospetto risponda a verità): a. devi fidarti di me; b. devi fidarti di me perché faccio questo lavoro da 23 anni; c. devi fidarti di me perché ho maturato esperienza e so quello che faccio; d. devi fidarti di me perché studio, mi aggiorno, leggo, m’informo e soprattutto faccio questo lavoro con coscienza e con un forte senso di responsabilità; e. devi fidarti di me perché mi sono laureata a pieni voti e già che c’erano m’hanno dato anche la lode; f. devi fidarti di me perché ho quasi cinquant’anni e una testa che ragiona; g. devi fidarti di me perché so quello che faccio; h. devi fidarti di me perché sono la tua insegnante, punto.

Tutto questo sarebbe stato riassumibile in una frase molto più breve (” ma che vuoi insegnare al deretano a produrre escrementi?= ma che vuoi insegnare al culo a cacare?), ma me la sono risparmiata per decoro.

“Per la prossima volta mi scrivete un sonetto analogo a Io voglio del ver la mia donna laudare di Guido Guinizzelli. Ricordatevi naturalmente di rispettare tutte le regole stabilite da Jacopo da Lentini: quattordici versi endecasillabi divisi in due quartine e due terzine, rima alternata nelle due terzine, a discrezione vostra nelle due terzine.”
“COSA?!”
“Avete capito benissimo. Un sonetto che ricalchi quello dello stilnovista. Lo intitolerete Io voglio del ver il mio amore laudare.”
“Perché ha modificato il titolo?”
“Perché che ne so io di chi amate: magari amate una donna, magari amate un uomo. Ho messo amore, così va bene in tutti i casi.”
“Professoressa.”
“Dimmi.”
“Vorrei scrivere Io voglio del ver la play station laudare. Posso?”
“La/mia/don/na. La/play/sta/tion. Sono sempre quattro sillabe: puoi.”

Io però all’Artistico pensavo di trovare solo artisti.

Dopo un mese

17 ottobre 2015

L’edificio è strepitoso, ma questo si sapeva.
Con le tre classi che mi sono state assegnate vado d’accordo e mi trovo bene, ma come sempre accade una mi piace più delle altre due. Non parlerò neanche sotto tortura.
Il cambio dell’ora, quando tutta la scuola si muove in cerca dell’aula per l’ora successiva, resta uno dei momenti più stranianti e fascinosi della mattinata.
L’orario provvisorio era fantastico.
L’orario definitivo è un massacro che finirà a giugno.
Il lunedì ho promesso che non interrogo.
Il sabato però fo il culo a tutti.
In gita non ci vado.
Neanche al Museo del Cinema di Torino, che (sigh) sogno di visitare da una vita.
Un collega mi ha regalato il suo cassetto.
Un altro l’ho occupato con l’abuso e ci tengo le scorte alimentari: taralli pugliesi al peperoncino, crakers di riso, barrette ai cereali, frutta fresca.
La frutta fresca la compro tutte le mattine al banco di fronte al cancello della scuola (quello di sinistra): mele, uva, banane. Da qualche giorno in qua anche diosperi (mammina boni).
Il parco cambia di colore tutti i giorni.
Mi sta sulle palle fare sorveglianza all’intervallo.
Quelli di terza scrivono benissimo.
Quello di terza coi capelli azzurri scrive meglio di tutti e io lo adoro.
Se a uno viene un calo mentre spiego può mangiare.
Se non tengono i quaderni come dico io peggio per loro.
Gli ho insegnato ad alzarsi in piedi quando entro. E pure quando entra qualcun altro.
I panini dell’intervallo fanno schifo.
Il caffè Petrarca sul piazzale è favoloso.
Da quando ho visto i miei colleghi appoggiare il portafoglio alla macchinetta per far suonare il badge senza stare a estrarlo, ce lo appoggio anch’io e mi sento furba.
Chiederò a quella mia alunna bionda di farmi un dred uguale al suo con una ciocca di capelli. Sotto, che non mi si veda tanto.
Le aule le ho provate quasi tutte, alcune hanno l’acustica perfetta, altre sono troppo grandi, alte, solenni, rimbombano e mi viene la capaccina. Le mie preferite sono quelle con il lavandino incorporato.
Le scale piene di murales psichedelici mi piacciono tantissimo.
Gli armadietti come Saranno famosi uguale.
Hanno conosciuto Francesco d’Assisi, Jacopone da Todi, Federico II e Jacopo da Lentini. Però Dante è sempre Dante.
Hanno scritto un Cantico delle Creature moderno e personale in cui lodavano il Signore (o chi per lui) per le cose belle della loro vita.
Hanno scritto un dizionario emotivo individuale con le 10 parole preferite spiegate e commentate e sono venute fuori delle cose pazzesche.
Sono educati, attenti e curiosi.
Ma non hanno la faccia come il culo dei miei vecchi studenti e a volte guardano la mia con aria esterrefatta.
Stamani è venuto il sindaco a trovarci.
Da quanto è grande quella scuola, io non me ne sono neanche accorta.
In un mese qui ho fatto più passi e salito più scale che in cinque anni là.
A volte succede che finisce la lezione, esci dal portone, guardi verso il parco, e trovi una sorpresa ad aspettarti.
Sì, sono molto felice.