Qui

16 novembre 2015

Lui si chiama Richard McGuire.
Here/Qui è il suo libro più famoso.
Dirompente nella sua concettualizzazione e sperimentazione, apparve per la prima volta in trentasei panels in bianco e nero nel 1989 sul numero due della rivista di fumetti Raw, curata da Art Spiegelman, autore della serie Maus.
E’ la storia di un luogo e di ciò che vi è accaduto nel corso di centinaia di migliaia di anni.
McGuire ripercorre la storia di quel luogo considerando la prospettiva fissa dell’angolo di un salotto, che cambia con il cambiare delle persone, delle epoche e delle situazioni.
Il tempo, vero protagonista nel suo fluire pagina dopo pagina, viene reso da una serie di sequenze sovrapposte, collocate all’interno delle pagine realizzate con una grafica vettoriale e con l’aiuto di acquerelli dai colori pastello. Il risultato è un unico racconto composto di attimi vicini e distanti, intrecciati, incastrati e sovrapposti; è la fitta trama della micro e della macro storia di questo mondo, o perlomeno di un angolo, immobile, dunque qui, eppure mobilissimo e testimone di mille attività e storie.
Era in libreria a presentarlo pubblicamente.
Parlava in inglese.
Ci ho capito il giusto.
Ma sempre meglio che nulla.

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Pecore e fratelli

15 novembre 2015

Allo Stensen c’è questo film con questo titolo strano, Rams, e un sottotitolo per fortuna più eloquente, Storia di due fratelli e otto pecore.
Fanno le Dee: “E’ bellissimo! Va visto!”
Impronunciabili i nomi degli attori, notevole la locandina: otto pecore fotografate di culo, con la testa tra le gambe di altrettanti umani.
Vediamolo.
Due fratelli, entrambi abitanti di una landa sperduta dell’Islanda ed entrambi pastori, pur vivendo vicini non si parlano da quarant’anni. Testardi, competitivi e rancorosi, non riescono a trovare il verso di ricucire il loro rapporto sbertucciato. A sparigliare le carte ci pensa un’epidemia ovina, che giunge impietosa a decimare le loro pelosissime e morbidissime pecore, tutte soppresse, fatta eccezione per le otto che uno dei due fratelli nasconde di sgamo in cantina eludendo il controllo dell’ufficio veterinario locale. Finché, a un certo punto.

Per i lunghissimi silenzi, l’ambientazione isolata e innevata, l’azione lenta e l’episodica ironia, mi ha ricordato Kitchen stories, il vecchio film svedese-norvegese che sta fisso nella memoria del mio Mac e che mi riguardo quando ho bisogno di resettare la testa e garantirmi il relax.
Ecco.
Meglio quello.

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Paris sera toujours Paris

15 novembre 2015

La prima volta che vidi Parigi fu tanti anni fa.
Ci andammo d’inverno, sotto le vacanze di Natale, faceva un freddo cane e meraviglioso, io indossavo un cappellone nero, lui un giubbottone verde, dormivamo all’Hotel Printania, divoravamo i boulevards coi piedi e le baguettes coi denti.
Sulla collina di Montmartre c’imbattemmo nell’unica italiana che non avremmo mai voluto incontrare, ci beccò con una crepes per uno in bocca, dopo il panico per fortuna ci prese il ridere.
Non entrammo al Louvre e neanche al Musée d’Orsay, vagabondammo per i quartieri tipici e galleggiammo sull’Ile de la Cite.
Quando il vento ci pungeva troppo le mani e il viso, ci rifugiavamo in albergo e ci scaldavamo nel metodo più naturale e più bello del mondo.
La notte dell’ultimo dell’anno cenammo in un ristorante chic che alla fine della cena chiamò la polizia apposta per noi.
A mezzanotte eravamo sugli Champs-Élysées, lui ebbe in odio tutti quei bonne anne bonne anne accompagnati ai baci degli sconosciuti.
Visitammo il Père Lachaise, sostammo a lungo sulla solita tomba.
Alla Tour Eiffel facemmo una litigata di dimensioni epiche.
Fu una vacanza indimenticabile.
E infatti ci penso ancora, ora che Parigi l’hanno sventrata, privandola per sempre della serenità.

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(Pre)occupata

11 novembre 2015

Ore 7:30, chiamo a scuola per comunicare che sono bloccata nel traffico e probabilmente arriverò con qualche minuto di ritardo.
Risponde una voce che non dice la frase canonica (“Liceoartisticoportaromanabuongiornosonopincapallina, dica”) ma dice solo “Pronto!”. E oltretutto lo dice con una voce in falsetto a presa di culo.
“Pronto? Scusi, con chi parlo?!”
“No, scusi, con chi parlo io!”
“No, mi scusi, con chi parlo io!”
Mi riagganciano sul viso.
Richiamo.
Stessa voce falsettata che dice “Pronto” nello stesso modo di un minuto prima.
“Ma insomma, chi parla?”
“Ma insomma! Con chi parlo io!”
“No, lei mi deve dire chi è!”
“No! Lei mi deve dire chi è!”
“Io sono…”
Mi riattaccano sul viso un’altra volta.
Richiamo per la terza volta. Stessa voce. Stesso “Pronto”. Intorno frastuono.
“Ma si può sapere che diavolo… o ragazzi: ma che, avete occupato?!”
“Sì, abbiamo occupato.”

Hanno occupato la mia scuola.
Solo che quella non è una scuola come le altre.
E’ una scuola che custodisce un patrimonio d’arte.
E quindi io sono ufficialmente preoccupata.

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In nomine patris et filii

11 novembre 2015

“Te lo prendo un biglietto per la visita del Papa?”
Avevo risposto sì quasi sovrappensiero, sì quasi per caso, sì perché mancava un sacco di tempo e poi si starà a vedere, sì perché Francesco è tosto, sì perché veniva al Franchi, al Franchi come Vasco, e che facevo, non ci andavo?!
“Sì, prendimelo.”
Poi è arrivato il giorno, e Firenze si è fermata, e Firenze si è svuotata, e Firenze si è radunata.
Lui girellava per il centro fagocitato dalla folla e noi sessantamila a dire un centinaio d’avemmarie e padrinostri mentre s’aspettava che arrivasse.
Ed eccolo, ritto sulla papamobile, bianchi tutt’e due, lei che procedeva piano, lui che salutava e benediceva con la mano, e un coro da concerto rock che urlava Fran-ce-sco Fran-ce-sco.
Mi guardavo intorno e mi sentivo strana, novembre e pareva primavera, una cattedrale a cielo aperto con il palco, Fiesole di lato e Settignano, sessantamila bandierine sventolanti all’aria, i ricordi dell’infanzia quando andavo in chiesa e questo presente di ora che non ci vado più.
Mi domandavo che cosa ci faccio io qui, e mi rispondevo io qui ci faccio quello che mi pare.

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Cosa farà da grande

8 novembre 2015

In relazione al suo futuro professionale ha sempre avuto le idee un po’ ballerine.
In tempi più recenti aveva fatto cenno al giocatore di basket o al cantante rap.
Permaneva in cima alla sua classifica personale, tuttavia, il sogno di una vita: l’artista di strada.
Ieri sera a cena.

“Insomma, a scuola come va?”
“Bene.”
“A Italiano cosa state facendo?”
“La punteggiatura.”
“Che bella! Posso interrogarti?”
“Ok.”
“Quando si usano i due punti?”
“Quando si deve fare un elenco o spiegare, descrivere qualcosa.”
“Bravo. Quando si usa il punto esclamativo?”
“Quando siamo arrabbiati, felici, quando vogliamo gridare qualcosa oppure dirla con molto entusiasmo.”
“Molto bene.”
“E il punto interrogativo?”
“Quando dobbiamo fare una domanda, o comunque attirare l’attenzione del lettore su qualcosa.”
“Bravissimo. La virgola?”
“La virgola serve a riprendere fiato.”
“E il punto?”
“Il punto lo usi quando hai finito.”
“Finito tutto?”
“No, finito il discorso che stavi facendo.”
“Bene. Conosci i puntini di sospensione?”
“Sì. Devono essere sempre tre. E si usano per creare un’attesa.”
“Sei molto preparato. Adesso attento, questa è difficile. Il punto e virgola.”
“Il punto e virgola è una pausa un po’ più lunga della virgola, ma un po’ meno lunga del punto. Però a dirti la verità non l’ho capito tanto. Infatti non lo uso mai!”
“Non ti preoccupare. Non lo usa quasi nessuno. Imparerai col tempo, leggendo molti libri.”
“Però ho capito cosa farò da grande.”
“Davvero?!”
“Sì. Farò il maestro bravissimo.”
“Il maestro bravissimo di che?!”
“Ancora non lo so. Però voglio essere bravissimo. Vorrei che i miei alunni mi adorassero.”
“Accidenti. E sai come si fa?”
“Be’, dipenderà anche da come si comportano loro.”
“In che senso?”
“Se loro si comportano bene, io sono bravissimo. Se loro (per dire) mi fanno un po’ arrabbiare, non gli faccio fare l’intervallo.”
“Mi sembra una strategia vincente. Poi? Altre metodologie didattiche?”
“Per ora no.”
“Hai solo 8 anni: avrai tempo per affinare una tecnica tutta tua. E quindi sei convinto che il maestro bravissimo sarà il tuo mestiere?”
“Uno dei due. Poi la sera terrò concerti in giro per l’Italia.”

La zia esaltata.
Il nonno (che lo sogna ingegnere) a pezzi.

Tema per caso

6 novembre 2015

La prima volta andò così.
Un loro compagno, per essersi fatto male a un piede, viaggiava (male) con le stampelle. Ne conseguiva che tutto quel carico di materiale artistico che devono portarsi dietro di aula in aula, lui non sapeva come trasportarlo e lo aveva lasciato a pianterreno, dai custodi.
“Qualcuno scenda nell’ottagono a recuperare la cartellina del vostro amico” ordinai.
Ci andò lei.
Tornò dalla prima spedizione completamente priva del materiale di cui era andata in cerca.
La rispedii indietro.
Tornò una seconda volta, distrutta (dalle scale) e frustrata (dall’insuccesso): “Professoressa, non riesco a trovare il custode che sa dov’è la cartellina. Nell’ottagono mi dicono di cercare un uomo con una felpa blu e i polsini delle maniche a righe grigie e nere. Ma lei capisce, non è semplice.”
In effetti, in 23 mila metri quadrati di edificio, semplice non era.
Fu necessaria una terza spedizione, nel corso della quale ella ebbe il clamoroso culo di imbattersi per mera fatalità in un custode che vestiva proprio quella felpa.
“Accidenti, che avventura!” disse rientrata definitivamente in classe, stremata.
“Davvero. Meriterebbe di essere messa per iscritto” commentai.
E (per scherzo) le appioppai un tema da fare a casa su questo argomento oggettivamente inesistente.
Solo che lei (come farà ancora per poco) mi prese sul serio. E alla lezione successiva si presentò con una versione altamente romanzata dello spicciolo episodio di cui era stata protagonista involontaria.
Fu costretta a leggerlo pubblicamente e pubblicamente applaudita.
Tornò a casa con un bel voto che premiava la serietà dell’impegno preso, oltre che le doti narrative da verbale dei Carabinieri.

Questa storia del “tema per caso”, da allora, ha preso a piacermi un sacco.

“Professoressa, io ho una nonna buffissima a partire dal nome.”
“Bene: fatti raccontare tutta la sua vita e scrivi un tema su di lei, eternandola.”

“Professoressa, com’è vestita male Lucia Mondella per sposarsi. Io guardo sempre Abito da sposa cercasi, ho una specie di fissazione per quel programma e adoro Randy!”
“Bene: fammi un tema su questa tua perversione insana.”

“Professoressa, ma secondo lei dopo la morte cosa c’è?”
“E secondo lei c’è davvero quello che descrive Dante?”
“E se c’è davvero, non s’annoiano quelli in Paradiso?”
“Bene: per la prossima volta un tema sulla vostra personale interpretazione dell’aldilà.”

“Professoressa, noi eravamo assenti perché siamo stati al Lucca Comics.”
“Bravi: per la prossima volta un tema sull’abuso vacanziero di queste due giornate a zonzo.”

Solo che loro si divertono.
E io mi fo un culo così a correggere tutta questa roba.

Altro che Govoni

6 novembre 2015

Nel percorso poetico che abbiamo intrapreso, ci stiamo sbizzarrendo con gli autoritratti in versi.
Dopo lo schema rigido del sonetto foscoliano, che hanno imitato cercando di avere la meglio su endecasillabi, quartine, terzine e rime alternate, li ho lanciati allo sbaraglio all’inseguimento di quello squinternato di Corrado Govoni, poeta futurista autore dell’arcinoto schizzo in cui ritrae se stesso come farebbe un bambino artisticamente ipodotato.
I versi di Govoni disegnano un viso, gli occhi sono tutto ciò che guardano, dunque sguardi come dei raggi, le orecchie “tamburi, imbuti”, la bocca come “una macchina dattilografica delle parole, tromba d’oro suonata dall’angelo bianco, divano pallido dei baci”.

“Per la prossima volta fatemi qualcosa del genere anche voi” ho detto a fine lezione.
Mi aspettavo ragazzate analoghe a questa.
Lui invece se n’è saltato fuori con il suo piccolo, immenso capolavoro.

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Fumetti in diretta

6 novembre 2015

Io spiego e leggo, leggo e spiego. Faccio le voci (“GETTATE NEL FANGO QUESTO RIBALDO!”), cerco di teatralizzare quella palla di Romanzo che adoro e che cerco di far amare nonostante sia maledettamente datato e lontano dai ragazzi d’oggi. Analizzo le parole desuete (massaio, gride, puntiglio), gliele faccio imparare a memoria, li convinco che esclamare “AH, CANE!” come fa Renzo quando s’incazza è più elegante che dire “MA PORCA TROIA!” come fanno tutti.
Loro ascoltano, mi guardano con gli occhioni a palla, un punto interrogativo sulla testa dentro il quale si concentrano le loro perplessità (una su tutte: ma chi ce l’ha mandata, questa?), spesso ridono, lavorano tanto, s’impegnano, si mettono in gioco, si lasciano trascinare dalle mie mattane.

Solo lui, laggiù, in fondo alla classe, rimane chino sopra i fogli, li volta e li rivolta, scribacchia di continuo, aggeggia, disegna. Non mi guarda quasi mai.
Sarà timido, mi dicevo.
Gli farò impressione.
Lo metterò in soggezione.
Poi una mattina le sue compagne limitrofe di banco hanno parlato.
“Professoressa, guardi!”
E m’hanno portato alla cattedra tutti i suoi fogli.

Fumetti.
Strisce di fumetti.
Strisce di fumetti sui Promessi sposi.
Fatti in diretta.
Mentre io spiego e la storia si dipana, lui dà corpo con le mani a ciò che ascolta con le orecchie. Rivisitando il tutto in chiave strepitosamente umoristica.

Ha disegnato l’incontro tra i bravi e don Abbondio, Bettina che sale da Lucia a dirle quella parolina all’orecchio, il miracolo delle noci, il tafferuglio prima verbale e poi materiale tra Lodovico e il signor tale.
E adesso, ogni volta, prima che la campanella suoni e io me ne vada, lui mi si avvicina -la faccia sorniona, lo sguardo sfuggente ma complice- e mi consegna il prodotto finito.
Io fotocopio tutto e gli restituisco gli originali.

Mi sembra di avere in classe Zerocalcare.

Il parco dorato

3 novembre 2015

Il parco che abbraccia il liceo s’è fatto dorato.
Io lo percorro e ogni giorno spero di trovarci qualcuno che abbracci me.

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