Una cena da dee

28 dicembre 2015

Nel 1992, quando per la prima volta misi piede in una scuola nelle vesti di insegnante, conobbi due colleghe che mi piacquero dal primo sorriso che mi regalarono. Non insegnavano le mie materie, al contrario, gravitavano sul versante opposto, quello scientifico, da cui bado sempre bene di tenermi alla larga come quando a scuola ci andavo nelle vesti di studente. Ma loro erano simpatiche e io riuscii a vincere la mia intolleranza alla chimica. Erano anche intellettualmente vivaci e umanamente delicate: non parlavano mai di atomi e molecole in mia presenza e io la presi come una chiara dimostrazione affettuosa. Lavorammo quattro anni nella stessa scuola. Poi io partii per Bergamo e ci perdemmo.
Ne ritrovai una sei anni fa, in una scuola di Sesto Fiorentino. Grazie a lei, ritrovai anche l’altra. Non solo non ci siamo perse più, ma adesso facciamo spesso qualcosa per mantenerci più vicine, andiamo al cinema, ci incontriamo a qualche evento culturale. A dirla tutta, più che altro ci attiviamo per mangiare insieme. Il destino, che da settembre scorso ci ha riunite al Liceo Artistico, ce ne offre ampie possibilità. Collegio dei docenti, consiglio di classe, riunione per materia, corso d’aggiornamento, in noi scatenano solo una domanda: indò si sgrana oggi? Ad agevolare la macchina organizzativa, abbiamo aperto un gruppettino a tre su whatsapp, nell’icona una foto scattata il primo giorno di lezione, lo scorso 15 settembre. Come siamo cambiate dal 1992, ma come siamo sempre sorridenti.
In virtù e per estensione del cognome di una di loro, io le chiamo “le dee”.
Ieri sera ho invitato le dee a cena a casa mia.

Le dee arrivano alla spicciolata: una molto presto perché ha voglia di chiacchierare, una molto tardi perché ha una famiglia di sei elementi da governare. Quando la dea tarda arriva, un Berlucchi è già sparito. Poco male: ce n’è un altro. Il menù prevede un antipasto scfizios’ di sacchettini in pasta fillo con ripieno di caprino misto a erba cipollina serviti con miele di castagno, involtini di cavolo verza con salsiccia e brie; una vellutata di porri condita a crudo con pioggia di prezzemolo, parmigiano e olio nuovo dell’alunna che me lo ha regalato; pollo al tegame con aromi accompagnato da carciofi ritti alla giudia. Solo il dessert non è opera mia, ma di Silvano e Valentino. Ho acceso così tante candele che il presepe mi fa un baffo. Il sottofondo musicale è zuccherosamente natalizio. Con le dee puoi ragionare di tutto e passare dal politico all’intimo, dal tragico al faceto, nel tempo di un boccone. Ma la svolta alla serata la danno i King.

“I King?! Occosa sono?!”
Ci spostiamo nel salottino, ci scegliamo le sedute più adeguate, una il tappeto bianco, una il puf nordafricano, una la poltrona futurista. I King prima di tutto esigono comodità e relax. Subito dopo, pretendono fiducia. Inutile (talora pernicioso) fare i King in assenza di predisposizione psicologica.
“Sì, ma dicci cosa cazzo sono.”
Altro diktat: mai essere volgari né aggressivi con i King, mai tampinarli, opprimerli, soffocarli con il nostro bisogno di immediate risposte alle grandi domande della vita. Con i King funziona solo la gentilezza.
“Puoi dirci per favore di cosa stai farneticando da mezz’ora?”
Bene, possiamo cominciare. Pensa a un interrogativo che vuoi porre ai King: puoi decidere di condividerlo con noi o di tenerlo per te, caso in cui l’interpretazione starà nelle tue mani. Viceversa, potremo fare luce insieme. Attribuisci un valore alle due facce di queste tre monete: due o tre, a scelta tua. Quindi passa al lancio delle stesse, per sei volte. Nel frattempo la vaticinante (io) si cala nel ruolo e prende a sfogliare con studiata lentezza le misteriose pagine. Fa tutto parte della pantomima. Kkienn, Kou, Siau Cciu, Ta Yu, Kuai, Tunn, U Uang, Ciung Fu, Ta Cciu, Ta Ciuang, Sung, Kkui, Sunn, Li, Tui, Ting, Ko, Ta Ko, Pi, I, Ttai, Ppi, Kui Me, Tsienn. Il lago, il monte, l’acqua, il tuono, il fuoco, il legno. L’abissale, l’arresto, l’ostruzione, la ritirata, l’accrescimento, la raccolta, la limitazione, la preponderanza. Un tripudio di filosofia orientale. Perché questo sono i King, un libro vivente, un oracolo che nei casi della vita ci dice cosa è giusto fare in armonia con la legge celeste.
“Ma che, dici sul serio?”
Vedrai, la prefazione non l’ho mica scritta io, l’ha scritta Jung.

Il primo Natale

26 dicembre 2015

Io non mi vergogno a dirlo: a me il Natale piace. Mi piace tantissimo aspettarlo, fare la conta dei giorni che mancano alla chiusura delle scuole, vedere la città bardata a festa che diventa un po’ pacchiana, ficcarmi nelle strade che rigonfiano di gente, dire ma che freddo fa anche se non fa. E mi piace anche quando arriva, anche quando mi delude. Perché diciamolo, è specialità propria del Natale deludere le aspettative e metterci un carico di stress legato agli obblighi e alle convenzioni.
Ma non quest’anno.
Quest’anno il Natale me lo sono fatto su misura, come piaceva a me, ascoltando ciò che il corpo mi chiedeva. La notte della vigilia mi ha chiesto: portami in un posto che non sia bardato né pacchiano, un posto lontano ma non troppo, isolato ma non deserto, mistico ma non retorico. Portami in una chiesa che non sia una chiesa. Un luogo che sia fraterno anche senza conoscere nessuno.
E io l’ho portato da don Gigi.

Luigi Verdi era un ragazzo quando io ero una cittina. Sangiovannese come me, ha otto anni più di me. Si andava all’Oratorio d’inverno e a Gastra d’estate. Si passava molto tempo insieme, ma non si parlava quasi mai. Gigi era timido, timidissimo, bastava che lo guardassi perché si facesse rosso, ma tutto, guance, naso, orecchie. Testa e occhi bassi. Sorriso sornione e delicato. Mai una parola fuori posto, Gigi, mai un eccesso, molto silenzio. In casa sua erano cinque fratelli, quattro dei quali maschi, tutti strampalati. Una delle famiglie più povere di San Giovanni. Il suo babbo Vasco faceva lo spazzino, la sua mamma non lo so. Gigi la domenica andava a distribuire “L’Unità” di porta in porta, il raccolto lo consegnava alla Casa del Popolo di via Mannozzi, poi veniva dal prete al campettino: don Giovanni era l’unico che gli garbava, differente da tutti quelli di prima, gli dava da leggere un monte di libri, gli insegnava un po’ di latino e greco, non lo giudicava mai, lo accoglieva e basta. Finché Gigi decise che voleva fare il prete anche lui. Mancapoco Vasco se lo mette all’anima. Ma Gigi non intese: mollò tutto e infilò in seminario a Fiesole. Ne uscì prima diacono, poi sacerdote, insieme ad altri due ragazzi come lui. Solo che loro furono destinati in due paesoni del Valdarno, luoghi noti, vivaci, popolati da tanta gente, tanti giovani. Gigi invece fu spedito in Casentino, la valle che corre parallela al Valdarno, geograficamente bellissima ma logisticamente eremitica. Tempo poco e dette di matto. Ebbe una crisona di dimensioni tali che fece lo zaino e partì per l’America Latina. Fece il deserto. Incontrò un bambino lungo un fiume che lo abbracciò senza dirgli niente. Conobbe i poveri, quelli veri, ancora più poveri di come era stato lui.
Quando tornò, andò dal vescovo e gli disse: sèguito a fare il prete, ma come dico io. E come dici? gli domandò il vescovo. Gigi si fece dare una pieve abbandonata e semidistrutta, sempre in Casentino. Voglio quella, disse al vescovo, e il vescovo gli disse mi sta bene, prendila.

La Pieve di Romena, oggi, è un gioiello.
Gigi l’ha ricostruita come fece Francesco a San Damiano. Prima da solo. Poi con la poca gente che ci si affacciava a curiosare. Infine con un popolo che ora giunge da tutta Italia pur di ascoltare cosa c’ha da dire. Gigi dice sempre cose forti, ma le dice in modo delicato. Tira schiaffoni che assomigliano a carezze. Più che di Dio parla dell’uomo, parla di noi, di come siamo, di come stiamo.
Alla veglia di Natale Romena era stracolma.
Noi ci siamo arrivati scollinando la Consuma, dopo una sosta al rifugio in legno a bere un bombardino in compagnia di tanti come noi che arrivavano da tutte le parti della Toscana e dell’Italia.
Dopo tutte quelle curve, il colpo d’occhio della pieve illuminata in mezzo al buio di un campo ci ha lasciati senza fiato.
Nella chiesa Gigi non ci tiene le panche. Via tutto, in terra solo stuoie giganti, si sta a gambe incrociate sul duro della pietra. Neanche lui sta all’altare come fanno i preti: siede sui gradini, con la gente accanto, i bambini che gli s’addormentano ai piedi, le signore che si portano il cuscino o la seggiola da casa, gli omini che s’appoggiano alle colonne, i giovani che stanno ritti, seduti, distesi, abbracciati. A Gigi, tanto, gli va bene in tutti i modi.
All’omelia ha detto poche cose, chiare, scarne, essenziali. Cinque punti, chi mi sono scritta sulla mano per non me li scordare: 1. Tornare a vedere il mondo nudo, senza maschere né veli; 2. Ricominciare a gridare, perché nel grido i polmoni si rafforzano; 3. Riprendersi il futuro tra le mani e non aver paura di sporcarsele; 4. Muoversi. Perché se ti muovi infinite cose accadono; 5. Non temere i colpi duri della vita: beati coloro che nei momenti bui non sono scappati.

E ho pensato a te, mamma. A come ti piaceva ogni tanto, la domenica, andare a trovare quel ragazzo che avevi visto crescere e di cui stimavi l’esperienza. E a quanto mi rompevi i coglioni perché volevi sempre che a trovarlo c’andassi anch’io. E io per picca non ci andavo ma anzi, ti sbattevo in faccia la mia fiera metamorfosi ideologica: mamma, io non ci credo più a queste fandonie, mi son venute a noia, Cristo, la Madonna, i Santi, non me ne frega niente, mi lasci in pace o no.
Ma questo è stato il primo Natale senza te.
E io, forse, da Gigi ci sono andata proprio per cercarti.

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Gli attimi migliori

23 dicembre 2015

Quando suona la quarta campanella, se ne vanno tutti.
Tutti tranne noi.
“Guardi qua che tavola imbandita abbiamo apparecchiato!”
Ma io non voglio stare in classe. Io voglio scendere nel parco. Mi voglio infradiciare le scarpe, voglio che i capelli mi s’ammoscino e mi s’increspino per l’umidità, voglio partire il pane e buttare le briciole agli uccelli, ungerlo d’olio novo e bono e darne un bocconcino ai cani che ci pascolano vicino, suonare la chitarra e lanciare voci a quel cielo bigio con le femmine, giocare a calcio e a pallavvolo sopra l’erba insieme ai maschi.
“Va be’, allora scendiamo.”
Il parco è grande, ma non è attrezzato. C’è solo un tavolino che io chiamo “della droga” per via degli aforismi in lode alle sostanze psicotrope che ci sono scritti sopra, e una panchina rugginosa che sparisce sotto gli zaini e i giubbotti.
Viola e Irene hanno portato l’olio, Zeno il vino rosso, Camilla il panbriacone, Sara l’affettato, io quattro filoni da un chilo l’uno e un pandoro, Alessia un gianduiotto gigante pieno di gianduiotti piccini, Leo piatti e bicchieri, Tommy il pallone, Nanni non la sa suonare ma ha portato la chitarra, per me.
“Dedico L’isola che non c’è a chi l’aveva messa nella top ten della propria vita.”
“Sì, ma poi ce la fa Gianna?”
Diobonino icché ci vòle, son tre accordi, la re mi, la imparai da ragazzina subito dopo La canzone del sole, la mi re anche lei.
“Voi intanto però fate qualche foto, bisogna immortalare questi attimi.”
“Professoressa, gli attimi migliori non si fotografano.”
Mentre dico “è vero, hai proprio ragione”, estrae un arsenale multimediale-audiovisivo dalla borsa e fa mille scatti da professionista.
Ora il nostro gruppo pullula di immagini.
Una volta a casa, ricevo questo. E’ dell’Anarchica.

Arrivano le vacanze, suona la campanella, tutti a gran passo scendono le scale, la festa in giardino, il vinello, le risate, i gavettoni in pieno dicembre. E poi arriva un’ora -decisa dal tempo- in cui si deve andare. Tutti si salutano, si baciano. si abbracciano. Si augurano un buon Natale e si promettono di sentirsi in chat. Pure io saluto tutti, mi incammino verso il viale lungo umido e con le foglie bagnate in terra, un vassoio con un dolce avanzato, lo zaino sulle spalle. A un tratto mi fermo e mi metto a riassaporare tutte le emozioni provate in quell’ora che so non tornerà. Carpe diem, dicono i ragazzi quando fanno i filosofi. Be’, allora buon carpe diem a tutti.

Sono tutti questi, gli attimi migliori di questo mestiere.

Party nel parco

22 dicembre 2015

Tutte le altre scuole domani -ultimo giorno prima delle vacanze- faranno festicciole in classe con pandori e panettoni.
Noi porteremo filoni di pane, bottiglie d’olio novo (produzione dei babbi di due alunne), bottiglie di vino rosso (produzione del babbo di un alunno), melanzane alla parmigiana (cucinate dalla collega di Fotografia e farcite di prodotti tipici del sud), salumi e insaccati vari.
Ospite d’onore, l’indiscusso re della tavola natalizia: il celeberrimo Panbriacone del Bonci, made in Montevarchi.
Attrezzistica: coperte, teli, stuoie per giacere sull’erba.
Strumentazione: chitarre e monocasse per jam session sgangherate.
Location: il parco più bello della scuola più bella.

Meteo: di merda.

God save whatsapp

21 dicembre 2015

L’anno scorso, nella scuola dove ho insegnato per cinque anni, caddi vittima della trappola del gruppo di classe su whatsapp.
Fui io stessa ad autointrappolarmici, quell’insospettabile mattina in cui (ingenua e candida) proposi ai secondini: “Ma perché non apriamo un gruppo?”. Mentre ne sottolineavo gli scopi squisitamente didattici, il gruppo era già nato e si chiamava BellaProfe. I ragazzi furono bravissimi a mantenere il patto e per qualche giorno tutto filò come da statuto: Ragazzi vi ricordo che domani interrogo, Profe cosa portiamo giovedì, Confermo verifica per martedì e così via.
Funzionava così bene, che ne aprii altri due, uno con la quarta e uno la quinta. E sarebbe andato tutto alla stragrande. Se io non fossi andata a stuzzicare i cani che dormivano. Buonanotte bimbi belli, ci vediamo domattina digitai una sera. Non avrei dovuto.
I gruppi si snaturarono nel giro di una manciata di ore, trasformandosi in un ibrido inquietante tra un diario di bordo redatto in diretta, un album di foto che gonfiava come la pancia di una donna incinta, un confessionale di segreti inenarrabili e uno sfogatoio a cuore aperto. I bip delle notifiche piombavano nella mia vita nelle ore più impensate.
Al che, quando l’anno scolastico finì, tirai un sospiro di sollievo e giurai a me stessa: mai più e mai poi.
Poi ho cambiato scuola.

All’Artistico, nessuno ha ventilato l’ipotesi gruppo per tre mesi. Io, poi, figurarsi: zitta e mosca.
Fino a qualche settimana fa.
“Con i ragazzi di seconda abbiamo aperto un gruppo su whatsapp” dice la collega d’Inglese.
“Dio ce ne scampi e liberi.”
“Ma no, è a scopo esclusivamente didattico, gliel’ho detto sai: guai a chi scrive qualcosa che non abbia a che fare con questioni di scuola! Dai, entraci anche tu, siamo solo noi.”
Siamo solo noi è diventato che ci sono 22 studenti e quattro professori, quella d’Inglese, quella di Discipline Geometriche, quello di Religione e io: Goodnight everybody!, Buonanotte fate sogni belli (cioè geometrici), Buonanotte ma non date retta alla collega, fateli poetici, Buonanotte, Dio vi protegga.

Ma questo forse mi sembrava ancora troppo poco.
Spinta da una forma patologica di par condicio, ho detto a quelli di terza che probabilmente un gruppo classe su whatsapp avrebbe coadiuvato il nostro programma di lavoro mantenendoci vigili sui rispettivi impegni.
“Veramente noi il gruppo ce l’abbiamo già: lo ha aperto la professoressa di Fotografia”.

Mentre lo dicevano, ero già dentro a far casino.

Il regalo suo più grande

20 dicembre 2015

E’ nato a Latina da genitori veneti. Alle elementari e alle medie lo scacavano tutti: era timido, imbranato, e bulimico. E’ arrivato a pesare 111 chili. A cinque anni Babbo Natale gli portò in dono una tastiera Bontempi e lui cominciò a comporre. La musica divenne il suo rifugio personale: studiò sette anni la chitarra classica, due anni il pianoforte, un anno la batteria. Nel frattempo si diplomò al liceo scientifico. All’università prima scelse Ingegneria, poi passò a Scienze della comunicazione.
Fece un corso a distanza per diventare doppiatore e collaborò come speaker in una radio locale.
Fu scartato dalle selezioni di Sanremo. Su di lui decise di puntare Mara Maionchi. Buona parte della critica stroncò l’album Xdono additando il cantante come l’ennesimo bluff studiato a tavolino per intortare le ragazzine tonte. Ma per lui fu la svolta, prima europea, poi mondiale.
Fatta eccezione per l’incidente diplomatico in cui scivolò in quella puntata di Che tempo che fa, quando disse a Fazio “Ho voluto imparare lo spagnolo per non ripetere sempre le solite frasi fatte. Per esempio, non si può andare in Messico e dire che le messicane sono le donne più belle del mondo: hanno tutte i baffi!”, la sua carriera è stata un costante fuoco d’artificio.

Ieri sera è tornato a Firenze. Il marito dell’amica del cuore ci fa “il regalo suo più grande”: tre biglietti, uno per me, uno per lei, uno per la sorella di lei. Tra il pubblico ci sono anche le loro figlie adolescenti. Noi ce ne strafreghiamo: per una sera siamo più adolescenti di loro. Come mettiamo il naso nell’arena del MandelaForum e buttiamo un occhio al fondo-palco, un gruppo di braccine si alza in aria e sventola le mani: e te pareva non ci fossero le alunne.
L’amica del cuore ha avuto una forma acuta di labirintite da cui non si è del tutto rimessa: come si spengono le luci e parte il concerto, si accorge di essere nel posto giusto al momento giusto. Il luogo ideale per perdere definitivamente i sensi e soccombere. Ella però non soccombe. Al contrario, si regge forte al mio braccio e dice: madonna com’è bello Tiziano.
Tiziano non è bello. E’ bellissimo. Si materializza in smoking nero da una nuvola densa di fumi bianchi. Uno pensa che inizi con un pezzo blando. Ci schiera Xdono così, a tonfo. Secondo pezzo La differenza tra me e te. Terzo, Sere nere, il brano che da settimane urlo dentro i messaggi vocali di whatsapp. Per me il concerto è già tutto lì. Cosa può succedere ancora?
Ancora succede che dal palco è tutto uno sfavillare di raggi di luce e immagini tridimensionali. Ancora succede che Tiziano ha una voce che spacca e due bicipiti che non gli avevo mai notato. Ancora succede che balla come un pazzo scatenato e non gli viene neanche un accenno di fiatone. Ancora succede che quando l’aria imbronciata si dissolve dal suo viso, gli si affaccia un sorriso sornione e luminoso che mette troppo bene.
Quando canta Imbranato mi volto verso una ragazza: il mascara le cola fino al collo. Quando canta Voglio farti un regalo il mascara cola a me.
Ma uno e uno solo è il momento topico. Quello che io e l’amica del cuore aspettavamo come un’epifania. Quando Tizi ci fa i fogli di giornale.
Per settimane abbiamo ripassato l’infernale sequenza. Perché, se tutte le canzoni di Tiziano Ferro sono praticamente prive di senso compiuto, ce n’è una in particolare che lo è più delle altre. Non me lo so spiegare. Proprio come sostiene il titolo, non ci si sa spiegare cosa cazzo voglia dire. Ma ci piace. Da morire.
“CASE LIBRI AUTO VIAGGI FOGLI DI GIORNALE CHE ANCHE SE NON VALGO NIENTE PER LO MENO A TE TI PERMETTO DI SOGNARE E SE HAI VOGLIA DI LASCIARTI CAMMINARE SCUSA SAI NON TI VORREI MAI DISTURBARE MA VUOI DIRMI COME QUESTO PUO’ FINIRE NON ME LO SO SPIEGARE IO NON ME LO SO SPIEGARE”
Tutte e due. In coro. A una voce sola.
Ed eravamo contentissime.

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Il testo, fresco e brillante, è il riadattamento di una drammaturgia contemporanea inglese del trio Third Angel. Nella sua trasposizione, il giovane regista Edoardo Zucchetti ha spostato l’ambientazione dall’originale gelido appartamento nordico a un campeggio mediterraneo dal retrogusto vintage, luogo romantico per eccellenza. Purché non si sia raggiunta da (troppo) tempo l’età della ragione.
Al centro, l’amore un po’ sconclusionato fra Beth e Tom, coppia di trentenni insicuri che tirano avanti con la loro relazione facendosi molte domande e trovando pochissime risposte, fra infiniti battibecchi; incapaci di dirsi un semplice ti amo, quando ci provano approdano all’effetto opposto. Stressati e un po’ cinici, ma in fondo teneri e allegri, trovano rifugio in una tenda canadese per una vacanza fuori dal tempo, nella quale la loro convivenza prende la forma di un duello combattuto con le armi dell’ironia. Così, tra una sdraio, un fornellino, un tavolino da campeggio e qualche bicchiere di troppo, si disegna il ritratto di una coppia lontana da quelle a cui ci abitua la (peggiore) televisione.
Titolo: Presuction, Presunzione.
Sottotitolo: Due cuori e una tenda canadese.
Ieri (e oggi) al teatro di Rifredi.
La protagonista è una mia amica.
Buffissima. E bravissima.

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Ritratto

18 dicembre 2015

Che uno dice: vado a insegnare all’Artistico, chissà che bei ritratti mi faranno.

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What a feeling

18 dicembre 2015

A parte che Jennifer Beals era una figa pazzesca. Ma poi era il 1983, i film sulla danza -se si escludono i balletti idioti di Ginger e Fred- non s’erano mai visti, la colonna sonora era una bomba, la storia faceva un po’ patire (lei talentuosa ma squattrinata, costretta a fare l’operaia in una fabbrica di maschi, innamorata del capo ma abbastanza etica da starne alla larga e da incazzarsi pure quando scopre che lui ha messo una parolina buona con l’accademia a cui lei aspira, insomma oggi fantascienza) ma garantiva la catarsi finale. Una ricetta infallibile. Infatti fu un trionfo.
Inutilmente la solita critica rosicona con la puzza sotto il naso ci si mise d’impegno per stroncarlo. Inutilmente gli furono affibbiate due stelline su cinque. Flashdance fece una bella pernacchia a tutti e spopolò nel cuore dei ragazzi. Compreso il mio.
Sarà per questo che stamani, al Teatro Puccini, incastrata tra i miei alunni che hanno l’età che avevo io quando quel film uscì, ballonzolavo sulle poltroncine e canticchiavo what a feeling/ being’s believin’/ take your passion/ make it happen/ what a feeling.

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Ci vediamo

16 dicembre 2015

“Arrivederci ragazzi.”
“Arrivederci professoressa, ci vediamo domani.”
“No, domani non ci vediamo: ho il giorno libero.”
“Ah, già! Allora ci vediamo venerdì.”
“No, non ci vediamo neanche venerdì: porto l’altra classe a teatro a vedere Flashdance in lingua originale con la collega d’Inglese.”

Brutta bestia, l’invidia.