Il pony

31 gennaio 2016

Il libro a cui per nove mesi ho lavorato con la mia collega e amica è finito: si va in stampa martedì.
“Adesso vi chiediamo l’ultimissima fatica -ci dicono dalla casa editrice- La correzione delle bozze. Come ci organizziamo, passate a prenderle voi in sede o mandiamo un pony a una di voi due?”

Improvvisamente il pony diventa un caso.
“Io prima di chiudere questo lavoro voglio provare l’ebbrezza del pony: mandatelo a me.”
“No, se lo mandate a lei, allora lo mandate anche a me: anch’io voglio provare l’emozione di ricevere un pony.”
“Va bene, lo mandiamo a tutt’e due. Preferite a casa o a scuola?”
“A scuola, così ce la meniamo un po’ e ci sentiamo importanti per un giorno.”
“Perfetto, allora lo mandiamo domattina nelle vostre rispettive scuole.”

Non so lei, ma io sono stata una mattinata intera a dire ai miei studenti che, di lì a poco, un pony avrebbe attraversato a galoppo il parco del liceo per venire a consegnarmi un pacco.
Uno di loro ci ha creduto e ha detto che i pony fanno schifo: sarebbe stato meglio un bel cavallo.

Si va in banda

28 gennaio 2016

Tra due lunedì, al Cinema Spazio Uno di Firenze, avrà luogo una serata interamente dedicata a David Bowie. Mando ai ragazzi di terza la foto della locandina.
“Profe! Si va tutti insieme, in banda? Ha detto quella d’Inglese che viene anche lei!”

E poi dicono che i ragazzi d’oggi hanno l’encefalogramma piatto.

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Me lo regali?

28 gennaio 2016

Giovedì, giorno libero, ma vado a scuola: dalle 12 alle 14 i ragazzi di terza hanno Fotografia.
“Pina, posso entrare?”
“Ma come no, vieni che ti facciamo vedere il progetto finito.”
Il progetto prevedeva la realizzazione di cartoline.
“Ma sono straordinarie!”
“Davvero professoressa le piacciono?”
“Moltissimo! Ecco, a tal proposito, pensavo: visto che lunedì è il mio compleanno (e non un compleanno come tanti), perché non mi fate un bel regalo?”
Me ne hanno fatti tre.
Una basilica di Santo Spirito ritoccata e montata su jeans.
Un paesaggio invernale con aforisma funebre.
Una passera di Boboli.
Li ho attaccati al lato della cassettiera che tengo accanto al letto: saranno le ultime cose che guarderò ogni sera prima di addormentarmi e le prime ogni mattina appena sveglia.

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La tata fotografa

28 gennaio 2016

Vivian Maier, New York 1926-Chicago 2009.
Di lei si sapeva solo che era una tata.
Finché un giorno a un’asta un certo John Maloof (anche lui americano, figlio di un rigattiere) acquistò in blocco per 380 dollari il contenuto di un box zeppo degli oggetti più disparati, espropriati per legge ad una donna che aveva smesso di pagare i canoni di affitto. Mettendo ordine tra le varie cianfrusaglie (cappelli, vestiti, scontrini e perfino assegni mai riscossi di rimborso delle tasse), Maloof reperì una cassa contenente centinaia di negativi e rullini ancora da sviluppare. Dopo aver stampato alcune foto, Maalof le pubblicò su Flickr ottenendo un interesse entusiastico e virale e l’incoraggiamento della community ad approfondire la sua ricerca.
Gli si spalancò un universo: l’universo di una donna introversa fino all’ossessione, affascinante e inquietante insieme, sensibile e al contempo spietata. In poche parole una pazza. Ma con l’arte della fotografia nel sangue.
Quello di Vivian Maier è diventato un caso, che è diventato mostre itineranti, che sono diventate un film.
Il film è nelle sale di categoria, non in quelle dove proiettano la merda.
Cercatelo.
Ne stravale la pena.

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Da quando (due anni fa) fui operata nelle parti più segrete, la mia ginecologa è rimasta la dottoressa della clinica di Empoli dove scelsi di ricoverarmi. Mi piacque e mi piace perché è di poche ciance, delicata ma molto diretta, apparentemente di pessimo umore ma in realtà simpaticissima. Insomma una finta scoglionata. E poi, alla fine di ogni frase, dice sempre D’ACCORDO? alzando la voce come faceva Wanna Marchi nelle televendite degli anni Ottanta, e mi strappa una risata.
“Le sue ovaie sono ancora sveglie: segno che la menopausa ancora non è arrivata. Bisogna però cominciare a prepararsi. D’ACCORDO?”
“Intende psicologicamente?”
“Macché psicologicamente! Dico ma fisicamente: deve fare molto sesso e molto moto. D’ACCORDO?”
“Sono più d’accordo sul primo che sul secondo. Vede dottoressa, io di lavoro insegno e scrivo: le mie giornate sono piuttosto sedendarie.”
“Non va per nulla bene. Che ne so, s’iscriva in palestra. D’ACCORDO?”
“D’accordo un corno. Lo scorso novembre, quando finalmente è scaduto l’abbonamento annuale che avevo fatto alla Virgin, mancapoco organizzo una festa dalla contentezza.”
“Sia seria. Il rischio osteoporosi in menopausa è elevatissimo per noi donne: è indispensabile assumere calcio, vitamina D, e tenere il corpo in allenamento. D’ACCORDO?”

Uscita dalla clinica, tanto per sentirmi d’accordo con la dottoressa, vado in centro a Empoli e mi sparo una slappa di pizza con i funghi, tre frittelle di riso e un marocchino. Già che ci sono, ci allego una passeggiatina. Quand’ecco, la vedo.
Una pista di pattinaggio sul ghiaccio, di quelle che d’inverno allestiscono nelle piazze pubbliche.
Calzare un paio di pattini con la lama sotto è sempre stato uno dei sogni mai realizzati della mia vita. Come un flash si fanno largo nella mia memoria “Pattini d’argento”, il libro sbertucciato che leggevo da bambina e che conservo ancora, e i pomeriggi passati al tv color a guardare i campionati di pattinaggio artistico sospirando su quelle piroette a coppia.
“Io non ho mai pattinato in vita mia e tra pochi giorni faccio 50 anni. Secondo lei se provo oggi m’ammazzo?”
“Massie signora! Basta che la si tenga al bordo. E poi guardi, in pista c’è anche il mi’ figliolo: la si faccia insegnare un po’ da lui.”
Il suo figliolo è un cimbellone bello massiccio che volteggia sulle lame con la leggerezza di Carolina Kostner.
“Inclina il busto un po’ in avanti, non stare rigida, tieni le gambe morbide e i piedi leggermente piegati verso l’interno. Vieni, dammi la mano.”

Un’ora dopo sono madida, ma ho scoperto un mondo. Ho scoperto che si può fare attività fisica senza annoiarsi ma anzi, divertendosi da morire. Ho scoperto che se rinasco mi chiamerò Carolina anch’io. E ho scoperto che il ghiaccio è parecchio ma parecchio duro, soprattutto se preso di culo. Volteggiando sulla pista (con lo stile di un pinguino in ritardo a un appuntamento) mi viene in mente lei. La mia studentessa di seconda, campionessa di pattinaggio sul ghiaccio.

“Ieri sono stata a pattinare e ho pensato a te. Ho deciso che io ti aiuterò di più con l’Italiano scritto. E tu mi darai lezioni all’Obihall.”
Le li sono illuminati gli occhi. Sarà la svolta per entrambe.

Vita interiore

26 gennaio 2016

“Come va mia figlia a scuola?”
“Nel rendimento è ottima. Nel carattere però è strana: a volte sembra che mi adori. Altre volte che mediti di incenerirmi con lo sguardo.”
“Lo fa anche con me. Il fatto è che ha una ricca vita interiore. In questo periodo adolescenziale ancora di più. Io rispetto i suoi umori e mi adeguo ad essi.”

E io mi sono ricordata di quando, proprio mentre ero adolescente, dicevo alla mia mamma la stessa cosa.
“Mamma, lasciami in pace: io ho una ricca vita interiore.”
E lei mi rispondeva: “Spara meno cazzate e vai a spolverare la tua stanza.”

Fuka

25 gennaio 2016

Sono quattro mesi che la punto, nel parco della scuola.
Arriva tutte le mattina verso le dieci con il suo proprietario, lui in bicicletta, lei a corsa dietro. Sotto il solito albero lui si ferma, scende dalla bici, la parcheggia, si sfila la tracolla e ne estrae un freesby giallo fluorescente.
Quindi cominciano la danza.
Lui lancia il freesby, lei corre a prenderlo.
Lo afferra al volo con la bocca molto prima che si acquatti a terra.
Lo riporta a lui e lui glielo rilancia.
Stanno lì un’ora, a volte due. Silenziosi, discreti, lui non proferisce verbo, lei non accenna un abbaio. La loro danza è uno spettacolo a vedersi, perché lui ha l’eleganza tipica degli orientali, e lei quella dei levrieri. Lei non ha un corpo: ha un giunco. E non ha una coda: ha una poesia.
Tutti i miei colleghi hanno fatto caso alla coda di quel cane, che quando è in movimento non è uguale a nessun’altra coda. A volte ci batte sopra il sole, e t’ipnotizza come l’oro.
“Ma secondo voi che cane è?”
“Un levriero certamente.”
“Ma che tipo di levriero?”
“A colpo d’occhio parrebbe afgano.”
“Invece no: gli afgani hanno il pelo lungo dappertutto. Questo di peloso ha solo quella coda spaziale.”

Stamani sono andata incontro all’orientale.
“Scusa.”
“?”
“Vorrei conoscere il tuo cane: me lo presenti?”

E’ un levriero persiano. Si chiama Fuka. Significa vento di alba. E’ timidissima e riservata. Non si è fatta mai accarezzare. Però si è lasciata fotografare. Cioè: s’è messa proprio in posa. Così.

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Standing ovation

25 gennaio 2016

Entro in classe e li vedo: tutti schierati a forma di compito, ciascuno nel proprio banchino isolato dagli altri, seri e concentrati, qualcuno col quaderno degli appunti davanti a ripassare le ultime date, a memorizzare gli ultimi nomi.
E io non so da che parte farmi per dirglielo.

“Dirci cosa?”
“In questo fine settimana sono stata fuori Firenze…”
“E quindi?”
“Non avevo il materiale scolastico con me…”
“E allora?”
“Né carta, né libro, né fogli, né computer…”
“Sì, ma allora?”
“La verifica non l’ho preparata: la facciamo la prossima volta.”

Un alunno di un’altra classe ha bussato ed è entrato proprio in quel momento, il momento del boato, il momento dell’esplosione, della folla che ruggisce di gioia, dello stadio che esulta.

“Non farci caso -gli ho detto- Mi accolgono in questo modo tutte le mattine.”

Valdarno t’odio e t’amo

24 gennaio 2016

In una classe del liceo ho un’alunna valdarnese. Questo fa di me e lei una diade empatica e compatta, forte e indistruttibile di fronte a ogni forma più o meno ventilata di dileggio.
“Ovvièn via, stai zitta te, che tu vieni dal Valdarno…”
“EMBE’?! COSA VORRESTI DIRE?!”
Io e la valdarnese ci sentiamo fiere della nostra origine semi-agreste, orgogliose di venire dal contado (come Leonardo che veniva da Vinci, Boccaccio che veniva da Certaldo, Giotto che veniva da Vespignano, Poggio Bracciolini che veniva da Terranuova, Marsilio Ficino che veniva da Figline come lei e Masaccio che veniva da San Giovanni come me).
Questo, quando siamo in mezzo agli altri. Poi, quando siamo sole, l’è tutto un lamentarsi zitte zitte.
(“Professoressa, ma a lei il Valdarno manca mai?”)
(“Mai, nella maniera più assoluta.”)
(“Ma a quanti anni se ne andò?”)
(“Dopo l’università.”)
(“E perché non prima?!”)
(“Perché non potevo chiedere ai miei genitori di pagarmi anche una stanza qui a Firenze: mi sembrava già tantissimo che mi pagassero le tasse, l’abbonamento al treno e tutti i libri.”)
(“E quando se ne andò cosa provò?”)
(“Come una seconda nascita.”)
(“E se n’è mai pentita?”)
(“Starai scherzando.”)
(“Anche a me sta tanto stretto. Dice che dopo il liceo dovrei andarmene anch’io?”)
(“Nella maniera più assoluta.”)
(“E starò bene?”)
(“Non bene. Benissimo.”)

Ma ecco i compagni a molestare.
“Certo il Valdarno l’è proprio brutto.”
“MA CHE DITE!!”
“Via, anche a livello paesaggistico, una tristezza: tutto spoglio.”
“SPOGLIO SARAI TE.”
“Senta professoressa, a me è capitato più di una volta di passare da San Giovanni: bello non è.”
“Ma come no! Ma che ci sei passata dalla via maestra? Ma che l’hai visto il Palazzo d’Arnolfo?”
“Ma non c’è nulla di tipico, nulla di carino…”
“Ma come no! E il panbriacone? E lo stufato? E la fantoccia? E il Perdono?”
“Ma icché l’è codesta roba?!”
“Vedi? Se non lo sai informati.”

Perché il Valdarno è come la mamma: nessuno può dirne male, a parte te.
Babbo apparecchia: oggi vengo a pranzo.

Ortografia

24 gennaio 2016

“Trovo inaccettabile che, in terza superiore, voi facciate ancora errori di ortografia.”
“Ma tipo?”
“Tipo accenti buttati a caso, apostrofi presenti dove non vanno e assenti dove andrebbero.”
“Va be’, accento più accento meno…”
“Ma che accento-più-accento-meno! L’ortografia è basilare e determina la valutazione finale dell’elaborato!”
“Ma scusi professoressa, alla nostra età li avrà sbagliati pure lei.”
“Neanche per sogno! Io non ho MAI fatto errori di ortografia, neanche alle scuole elementari!”

Dice che secondo loro dovrei tirarmela un po’ meno.