Il medio sdoganato

26 febbraio 2016

L’unica conseguenza esilarante del mio incidente sportivo sul ghiaccio è lo sdoganamento del terzo dito della mano, che notoriamente rappresenta un simbolo ancestrale dal significato assai profondo.
Whatsapp, in questo caso, fornisce un aiuto prezioso grazie a un’emoticon stilizzata alla perfezione.

Io scrivo ai miei studenti per dire loro che lunedì interrogo, firmandomi con il simbolo del medio.
Loro per risposta me ne mandano una fila.

Trigger finger

25 febbraio 2016

Dalla caduta rovinosa sul ghiaccio di ieri mi ero rialzata abbastanza elegantemente. L’immediato soccorso di quel buon uomo, l’arrivo in differita dell’alunna pattinatrice, un senso innato di dignità e amor proprio e ualà, rimessa in piedi al volo. Scesa dai pattini e rientrata negli anfibi, poi, ero tornata a casa stanca, un po’ ammaccata, ma molto contenta. A chi mi messaggiava per chiedermi se mi fossi spaccata qualche osso rispondevo un signorile tiè. Poi sono andata a letto.
Questa notte un braccio completamente informicolato mi ha svegliata: era il mio. Mi doleva dalla spalla alla punta del dito medio, il quale (inspiegabilmente gelido) si chiudeva solo dopo uno scatto che produceva una lieve scossa elettrica lungo tutto l’avambraccio. Mi sono riaddormentata con difficoltà contando pattini bianchi con lame affilate.
Il giovedì è il mio giorno libero. I miei programmi di stamani prevedevano una bella colazione (a tutto latte), una lunga doccia, una rigenerante passeggiata al parco, magari un giro in centro, forse un pranzo fuori, un pomeriggio con l’amica del cuore, una serata al cinema.
Ho trovato il mio braccio, però, un po’ in disaccordo. Ancor più in disaccordo il mio dito medio, rigido, gonfio, freddo e recalcitrante ad ogni movimento. Non solo entrambi non volevano saperne di svegliarsi, ma anzi, trasmettevano un dolore che, col passare delle ore, si è fatto sempre più lancinante e sempre meno sopportabile. Il medio si apriva e si chiudeva solo dopo il solito scatto, che ora però provocava una scossa elettrica fortissima che si diramava fino alla spalla e colpiva lo stomaco, causando quegli accennati conati di vomito che nascono da un dolore intenso.
Improvvisamente mi sono resa conto di quanto dipendiamo dalla nostra mano destra e di quanto la vita sia invivibile senza essa.
Prova a stappare il cartoccio del latte, prova ad afferrare le quattro scatole di cereali misti, prova a tagliarti una fetta di pane integrale per spalmarci sopra il miele, prova a spremerti una, due, tre, quattro arance. Prova a lavarti i denti, il viso, il culo, senza la mano destra. Prova a farti una doccia. Prova a legarti i capelli facendo fare all’elastico quello strano giro che ti paralizza la mano su cui ieri ti sei fiondata per salvarti il coccige. Prova a truccarti. Prova a vestirti, sollevarti le calze, infilarti il maglione, entrare dentro gli stivali tirandoli su dai lati con la pressione delle dita.
Di afferrare una penna neanche a parlarne. L’unico gesto salvo da questa piazza pulita era spippolare sul computer o sull’iphone. Così prima ho aggiornato il blog, ignorando l’evidentissimo problema. Poi ho scritto un messaggino a una mia amica dottoressa.
“Mi vergogno a dirtelo, ma ma ieri sono stata a pattinare sul ghiaccio e mi è successo questo questo e questo. Ora mi sento così così e così.”
“Vieni immediatamente al Pronto Soccorso.”

Di rotto non c’è niente, ma il dito medio è irreversibilmente diventato “a scatto”.
Dicesi dito a scatto (tecnicamente “tenosinovite stenosante dei flessori”) quella patologia stronza che impedisce la chiusura e l’apertura morbida delle dita della mano e crea l’effetto “trigger finger”, il dito a grilletto. Grilletto una sega. Fa un male bestia.
Soltanto due sono i rimedi per guarire dal dito a scatto, con il quale una convivenza non è da prendere neanche in remota considerazione: tentare delle infiltrazioni di cortisone, che non funzionano quasi mai. Passare all’intervento chirurgico.
“Intanto, fino a lunedì, stia ferma e mi tenga questa fascia. Poi pianifichiamo il resto.”
“Che cosa?!?!”
“Ha capito bene, signora.”
“Ma non è possibile tornare a stare meglio senza fare niente, semplicemente tenendo la mano un po’ a riposo e aspettando che i postumi della caduta passino da soli?”
“No. Mi dispiace. Potrebbe, e ripeto potrebbe, passare dopo le infiltrazioni. Ma è cosa rara. Lei ha detto che fa l’insegnante. Cosa insegna?”
“Insegno Lettere.”
“Ecco. Allora ha capito benissimo quale verbo ho usato. Quale verbo ho usato?”

Ero così sconvolta che a quel giocherellone ho risposto: il congiuntivo.
Così, oltre che da idiota per essere andata a pattinare a cinquant’anni, sono passata pure da ignorante.

Fior di Prugna

25 febbraio 2016

Si chiama Fior di Prugna.
E’ il Centro di Medicina Tradizionale Cinese che abbiamo a Firenze e di cui ignoravo del tutto l’esistenza fino a poco tempo fa, quando sono arrivate le prime caldane da premenopausa, simpaticissimo disturbo fisico che si manifesta all’improvviso quando meno te lo aspetti. Tu sei in classe a far lezione, la tua temperatura corporea è equilibrata, gradevole, perfetta. D’un tratto una vampa inspiegabile e incontrollabile s’impadronisce di te e ti fa prigioniera di un’ondata di calore disumana mai provato prima, che ti colora il volto di vermiglio e le orecchie di viola.
“Profe, occosa c’ha?!”
Eh, cosa c’ho. C’ho le caldane porcaputtana.
“Le ho avute anch’io -dice una delle Dee- Mi davano un fastidio cane. Poi ho fatto l’agopuntura al Fior di Prugna. E sono rinata.”
“Buongiorno, ho le caldane. Vorrei venire da voi per rinascere come ha fatto una mia amica.”
“La aspettiamo.”

Il Centro di Medicina Tradizionale Cinese sorge nel presidio ospedaliero di Camerata, a San Domenico, proprio sotto Fiesole. E’ un ambiente luminoso, immerso nel verde, molto accogliente.
La dottoressa che mi apre la porta a vetri si chiama come me e, come me, sorride volentieri.
“Mi dica tutto.”
“A scuola faccio delle quotidiane figure di merda perché, proprio mentre spiego, divento paonazza, inizio a sudare e sono costretta a estrarre dalla borsa uno dei miei ventagli spagnoli per respingere la caldana, fenomeno che trovo imbarazzante, fastidioso e antiestetico. Voglio assolutamente guarire, ma mi rifiuto di ingoiare pasticche che mi sottoporrebbero a un bombardamento ormonale di cui ho paura, visti gli effetti che ha avuto su mia madre.”
“E’ nel posto giusto: massimo otto sedute e guarirà. In questa prima seduta, però, ci limiteremo a fare una bella chiacchierata, d’accordo?”

La bella chiacchierata è una seduta psicoanalitica in piena regola in cui la mia omonima si fa tutti i cazzi miei, dalla tavola al letto, passando per le abitudini spicciole della quotidianità.
Scopro, per esempio, che i 5 litri di latte che consumo a settimana sono perniciosissimi.
“Lei è pazza. Deve assolutamente smettere di bere latte.”
“Smettere?! Ma se io campo di latte da una vita.”
“Bene, da oggi camperà d’altro, perché il latte, soprattutto quello di mucca, fa malissimo agli adulti, alle donne specialmente, e contrariamente a quanto si creda, favorisce l’insorgere dell’osteoporosi.”
“E cosa devo bere la mattina a colazione, il pomeriggio a merenda, e la sera a cena?! Io senza le mie dosi di latte divento una persona triste.”
“In una fase iniziale provi solo ad annacquarlo.”
“Annacquare il latte?! Qui la pazza è lei.”
“Allora sia radicale e scelga altri tipi di latte.”
“Tipo?”
“Tipo il latte di riso.”
“L’ho provato: mi fa schifo.”
“Il latte di mandorla.”
“E’ stradolce, mi fa vomitare.”
“Il latte di soia.”
“Non sono mica cinese.”
“Non a caso le donne cinesi non soffrono quasi per nulla di caldane.”
“Sì, ma mangiano di merda. Dottoressa, sia onesta: ma che vuol mettere il latte di mucca con il latte di soia?”
“Lei ha ragione: ma il latte di mucca fa male. Oltretutto denuncia una carenza affettiva materna: che rapporto ha con la sua mamma?”
“Non ce l’ho. Mia madre è morta l’estate scorsa.”
“Me lo immaginavo. Motivo in più per orientarsi altrove. Tra parentesi, mi dica: ma come lo beve codesto latte, caldo, freddo o a temperatura ambiente?”
“Dipende dalla voglia del momento: o caldissimo o ghiacciato.”
“Ma si rende conto del danno? Lei rischia una congestione o la gastrite!”
“Vedrà dottoressa: la temperatura ambiente non la digerisco! E’ così anche con l’acqua. Ha presente quando a cena si mangia una pizza Napoli l’arsura che prende nella notte? Ecco, io mi alzo, spalanco il frigorifero e mi attacco alla bottiglia dell’acqua gelida. Che ristoro, che goduria.”
“Cambiamo discorso che è meglio. Verdura ne mangia?”
“Ni.”
“E frutta?”
“Oh, la frutta sì! Da quando ho cambiato scuola e davanti al cancello del liceo ho fatto amicizia col fruttaiolo, tutte le mattine ne compro un sacchetto, benché mezzo me lo soffino i miei alunni di terza.”
“E quale frutta mangia?”
“Da settembre a ottobre ho mangiato uva. Grappoli e grappoli d’uva bianca. Quando l’uva è finita mi sono buttata sui mandarini.”
“Ma lei a livello alimentare è di una monotonia patologica!”
“In effetti sono poco fantasiosa.”
“E si è mai chiesta perché?”
“Perché non posso sprecare tempo a pensare al cibo: mangio quando me ne ricordo e quello che trovo a portata di mano.”
“Questo è sbagliatissimo, per cui adesso facciamo un bel progetto alimentare.”
“Ovvia giù, facciamolo.”
“Fumare fuma?”
“Ho fumato per due anni, ho smesso lo scorso primo di febbraio, giorno del mio cinquantesimo compleanno.”
“Questa è una buona notizia. E mi dica: perché ha smesso? Ma soprattutto, perché aveva iniziato a 48?”
“Perché ho l’intestino pigro e il cicchino mattutino agevolava l’evacuatio.”
“Raramente ho trovato una testa più bislacca della sua. Lo sa che esistono mille metodi più intelligenti per defecare?”
“Certo che lo so: ora lei mi parlerà dei kiwi, frutto che adoravo finché non me l’hanno imposto per andare meglio al gabinetto. Poi mi dirà le fibre, che mi fanno effetto perché mi danno l’impressione di ingoiare fili che mi s’attorciglieranno ai budelli, infine mi citerà lo Psyllogel, che ho assunto per un periodo, lo stesso in cui i miei amici mi chiamavano Miss Mousse perché producevo una cacca paragonabile al gelato del Badiani.”
“Senta, parliamo di sessualità. Immagino che avrà avuto un calo della libido.”
“Neanche per idea. Al contrario, non sono mai stata più libidinosa di così.”
“Lei è un caso raro, che va studiato con molta attenzione. Mi riservo di pianificare un trattamento ragionato per lei: forse non le basterà l’agopuntura, probabilmente dovremo ricorrere all’auricoloterapia (una stimolazione con aghi o semi di colza nell’orecchio), alla coppettazione (l’applicazione di coppette con effetto ventosa su determinati punti del corpo), al fior di prugna (un martelletto con piccoli aghi da utilizzare su tutte le superfici cutanee) e la moxibustione (il riscaldamento di determinate zone del corpo). Ma tutto questo a partire dall’8 marzo, quando inizieremo ufficialmente la terapia, se lei è d’accordo.”

D’accordo?! Non vedo l’ora di cominciare a giocare con tutti quei balocchi orientali.

Il fiore petaloso

25 febbraio 2016

La maestra di una scuola elementare di Ferrara ha assegnato un esercizio ai suoi alunni: scrivi due aggettivi per ogni nome.
Matteo ha scritto: gatto leggero piccolo, casa grande bella, biro blu grossa, fiore profumato petaloso.
Petaloso, fino a quel momento, non esisteva.
Ma nel giudizio a fine pagina, pur segnandolo di rosso, la maestra lo ha definito “errore bello” e lo ha segnalato all’Accademia della Crusca, che immediatamente ha capito il valore estetico, semantico e comunicativo dell’aggettivo e lo ha inserito tra i neologismi adottabili perché coerenti e comprensibili da tutti. Insomma belli.

Potrei scrivere un vocabolario intero con i neologismi buffi, originali, fantasiosi, assurdi e bellissimi dei miei studenti.
Forse lo farò.
Sai contenta la Crusca.

Pattini d’argento

24 febbraio 2016

Era tanto che si diceva.
O non potevo io, o non poteva lei.
Oggi, finalmente, ci siamo accordate.
“Professoressa, la aspetto all’ingresso della pista.”
“Cosa devo indossare?”
“Un paio di calze robuste, un paio di leggings, dei calzini grossi. Nella parte superiore si vesta a cipolla perché all’inizio avrà freddo, ma poi suderà.”
“Mi terrai la mano?”
“Certo.”
“E se casco mi aiuterai a rialzarmi?”
“Ma certo!”
Quando sono cascata, lei chiacchierava con le sue amiche pattinatrici, pianificando una coreografia per il prossimo saggio.
“STELLAAAAAA!” mi hanno sentita urlare tutti, mentre giacevo con il culo sopra il ghiaccio. Tutti tranne lei. Un uomo gentile mi ha offerto la sua mano per rialzarmi, stoppando le mie lame ribelli con le sue, messe di traverso.
Per il resto è stato bellissimo.
Stella mi dava la mano e mi guidava.
Scivolando sull’enorme lastra bianca e facendoci reciproche confidenze, abbiamo scoperto di avere una cosa in comune.
“Vede professoressa, io vorrei avere due vite: una la userei interamente per viaggiare. Nell’altra farei tutto il resto.”
Io uguale a lei, e in tutto il resto c’infilerei anche tante ore di pattinaggio, per sentire il vento contro il viso, e provare quella sensazione di libertà sfacciata nella testa.

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La scuola secondo lui

23 febbraio 2016

Ho la costante impressione che la scuola insegni l’autorità e nient’altro: non c’è da sorprendersi se gli studenti vanno a scuola malvolentieri, se ciò che ottengono è essere definiti idioti per aver espresso il loro pensiero (che viene demolito o rimpiazzato). La scuola ha perso il suo originale obiettivo di aprire la mente delle persone espandendola e ha iniziato a fare l’esatto contrario: limitare il sapere. La maggior parte degli insegnanti segue una scaletta dalla quale non si sbilancia, decidendo di rientrare nello stereotipo del professore medio: ma è proprio rompendo le barriere che si fanno appassionare gli studenti e gli si lascia veramente qualcosa. Non so se me la sento di attribuire tutta la colpa ai professori, sono ancora incerto su questo, ma penso che gli individui che decidono di intraprendere la strada dell’insegnamento debbano essere preparati e pronti a incoraggiare e migliorare lo studente e la sua emancipazione, non limitarlo a una concezione di vita fatta con lo stampino.

Tu gli fai leggere il Galimba. E loro danno la stura.

Sesso vintage

23 febbraio 2016

Mi manda un messaggino in privato, fuori dalla chat del gruppo classe.
Il messaggino contiene una foto, con una scritta a mano, intuibilmente vergata di suo pugno, e dice: “Scrivere è un po’ come il sesso quando si invecchia: cominciare diventa ogni giorno più difficile, ma quando hai cominciato non vorresti più smettere”. E poi chiede che ne penso.

Le rispondo che dissento e che, anche se vecchia, comincio sempre parecchio volentieri.
Dopo un AHAHAH! ribatte che il riferimento non era a me, “perché lei non è vecchia, è vintage”.

Quella parte lì

22 febbraio 2016

“Il prossimo libro che vi assegno in lettura domestica è Corpo di Tiziano Scarpa.”
“Di cosa parla?”
“E’ un testo delizioso in cui l’autore descrive minuziosamente in modo realistico, metaforico, simbolico ed evocativo ogni parte del suo corpo.”
“Per ogni parte intende tutte?”
“Esatto.”
“Ma tuttetuttetutte?”
“Tuttetuttetutte.”
“Eheheh! E poi che cosa ci fa fare, una verifica in classe?”
“No, penso che vi farò scrivere con calma a casa qualcosa di analogo a quello che avrete letto.”
“In che senso, ci farà descrivere tuttetuttetutte le parti del nostro corpo?”
“Sì, potrebbe essere un’idea molto carina.”

Uno ha detto che allora dovrò concedere qualche mese perché a lui per descrivere quella parte lì gli ci vorrà un monte di tempo, viste le dimensioni.
Gli hanno risposto che sicuramente quella parte lì ce l’ha piccola, come tutti quelli che sbandierano il contrario.

La sua verifica

22 febbraio 2016

“Professoressa, scusi la sincerità, ma io trovo che fare una verifica dal taglio indagatore su un libro letto per piacere sia una pura violenza: sul libro e sul lettore. Ha presente il saggio di Pennac Come un romanzo? Ecco, io la penso come lui.”
Mi sentii una merda. Perché anch’io l’ho sempre pensata come Pennac. Però se dai un libro da leggere per casa e non fissi una verifica, più di metà classe non lo legge. A volte dirmi “peggio per loro” mi basta, altre volte no, perché so che se non lo leggono perdono un’occasione che difficilmente tornerà.
“Però potrebbe proporci qualcosa di meno scolastico.”
Ebbi un’intuizione.
“La verifica sul prossimo libro la preparerai tu!”
“Sie, bellino, così lui la fa a occhi chiusi!” dissero i compagni.
E invece io sono andata fino in fondo, lui ha accettato (sotto promessa solenne di non spoilerare) e loro si sono adeguati.
Stamani c’è stata la resa dei conti.
“Per qualsiasi protesta, rivolgetevi a lui. Anzi, già che ci siete, dopo aver svolto le attività proposte, dedicate qualche riga al commento di questa verifica.”

E’ passato a pieni voti.
Ora se le corregge tutte e ventitré.

Vi presento il Galimba

21 febbraio 2016

E poi arriva il giorno in cui presenti loro il Galimba, come confidenzialmente lo chiami con la tua collega e amica del cuore, la donna che hai scelto per scrivere un’antologia perché i tuoi gusti letterari coincidono in (quasi) tutto e per tutto con i suoi (lei ama anche il giallo, mentre tu lo detesti).
Prima ne parli con la classe dei più grandi, perché il Galimba scrive di filosofia e alla filosofia bisogna arrivare preparati. Ma presto ne parlerai anche con i più piccini, perché alla filosofia l’uomo nasce predisposto per natura.
“Avete mai sentito parlare di Umberto Galimberti?” chiedi un sabato mattina, mostrando fresca di stampa la pagina con la sua rubrica settimanale.
“No” rispondono loro.
“Bene. E’ ora di fare la sua conoscenza.”
Perché è vero: il Galimba è molto discusso, talora infamato, accusato perfino di plagi occasionali. Ma va conosciuto. Va letto, masticato, gustato, perché ragiona e scrive bene. E perché molto spesso scrive di loro: gli adolescenti. E spesso scrive di scuola, accusando gli insegnanti di non essere adatti al mestiere che fanno. Per cui fa bene ai tuoi alunni, ma fa bene anche a te: magari prima o poi impari a fare il lavoro che fai.
Nel primo articolo che hai scelto per loro il Galimba parla dell’assurdità del concetto di alternanza scuola-lavoro e di come la scuola, prima di preoccuparsi dei lavoratori che sfornerà, dovrebbe preoccuparsi degli studenti che accoglie, preparandoli all’arte della riflessione.
Che scuola è se non addestra al pensiero? dice il titolo del pezzo.
Capisco che oggi parlare di formazione significa parlare di qualcosa che non interessa ai genitori, che pensano unicamente all’attività futura che il figlio potrà intraprendere. Questo spiega per esempio perché assistiamo a un’iscrizione in massa al liceo scientifico rispetto al liceo classico, nell’ingenua supposizione che quest’ordine di studi addestri meglio la mente al mondo della scienza e della tecnica, che è diventato per noi oggi l’unico mondo, a discapito del mondo della vita. Chiamo mondo della vita quel mondo dove fanno la loro comparsa arte, letteratura, cinema, teatro: in una parola la cultura, che poi è l’unico tratto per cui l’uomo si distingue dalla bestia.
“Be’, che ne pensate?”
Alzano la mano, prendono la parola, dicono la loro. Scopri di ciascuno qualcosa di nuovo che non conoscevi, ti fai un’idea ancora più precisa delle loro teste, ne apprezzi l’ardire e la fantasia.
“Per casa scrivetemi qualcosa che sappia interessarmi e travolgermi.”
Perché a scuola non si può solo chiacchierare. Bisogna scrivere. Scrivere. Scrivere.
Lo dice anche il Galimba.