Quel tipo

31 marzo 2016

“Professoressa, io non so se riuscirò a finire il libro per la data che ha fissato. Non mi piace per nulla. E odio il protagonista.”
“No, ma che dici! Professoressa invece a me quel libro piace un sacco e quel tipo mi fa impazzire!”

Domani per il giovane Holden sarà il giorno della resa dei conti.

Il terzo occhio

31 marzo 2016

“Bentrovata!”
“Salve dottoressa Fior di Prugna, come sta?”
“Io bene. Lei e le sue caldane?”
“Sono tornate a infastidirmi negli ultimi tre giorni.”
“Non sono le caldane: fa caldo. Ad ogni modo, potenziamo gli aghi.”
“In che senso?!”
“Ecco qua: oggi gliene metto uno anche nel terzo occhio. Lei però chiuda gli altri due che altrimenti le fa effetto. Buon pisolo.”

Buon pisolo un corno, penso con un ago piantato tra le sopracciglia.
Invece per i 20 minuti successivi sprofondo nel consueto sonno-bomba e divento la protagonista di una nuova avventura onirica. Piena campagna, mezza collina. Una casa rosso fegato, sette galline con cinque uova fresche sotto il culo, un’oca chiacchierona che fa il bagno in una vasca, tre gatti che fanno come se fosse casa loro. Due fratelli grandi, due bambini piccoli, una donna con gli occhi azzurri ai fornelli. Un pranzo vegano, un dolce ai lamponi. Un orto da zappare e vangare, erbacce da estirpare, fragole e insalata da impiantare. Una raccolta di vermi lunghi e ciccioni lasciati ad abbitorcolarsi in un bicchiere. Una passeggiata tra gli olivi, un maiale nero che si crede un cane in un giardino, la testa piena di ossigeno e di sogni.
Poi, come ogni volta, il sogno finisce.

E’ scritto sui muri

31 marzo 2016

Livorno. Ci vai d’inverno e il vento ti spettina tra i vicoli, nel lungomare, sulla terrazza Mascagni. D’estate ti stende un tappeto rosso di vocali aperte e parolacce. In autunno ti fa venire voglia di tornare alla vita di sempre perché è lì a dirti: guardami, sono bella e vera com’è bella e vera la vita. Se però ci vai a primavera è il top.
La frutta e la verdura, le mutande e i reggiseni, le pentole e le scarpe del mercato esterno; il pesce fresco messo a mostra in quello al chiuso; le barche attraccate nei canali del quartiere Venezia; le piazze grandi e fiorite e le viuzze anguste e pisciose; i ristoranti di pesce senza smancerie; le botteghe come non ci sono più; le torte della Gagarina con le melanzane unte dentro.
A Livorno non andiamoci la domenica, andiamoci nel mezzo della settimana, quando è tutta nelle mani della gente che la abita e che la usa. I livornesi.
I livornesi biascicano un toscano tutto loro, sono sempre un po’ incazzati e ce l’hanno coi pisani. Le donne camminano sulle zeppe, gli uomini son tutti fascinosi, a modo loro. Non sono eleganti, eppure sono belli da guardare, gli girano i coglioni, ma per finta. Non sono ruffiani, se ti va è così, sennò lè’ati di ‘ulo (dé).
I livornesi scrivono sui muri.
E sono perfetti anche in questo.

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Creme antirughe

30 marzo 2016

Ore 11,15: intervallo.
Sosto nel parco ciaccerando con le mie colleghe quando arriva un messaggino. E’ la Bionda.
“Profe! Dov’è?”
“Fuori a frescheggiare.”
“Dopo in che aula è?”
“208″
“Le devo dare un regalino!”
“(faccina con occhi sgranati + sfilza di trombettine suonanti)”
“Sìsì! Venga in ottagono, l’aspetto lì!”

Il regalino sta dentro una bustina di tulle verde pistacchio. E’ una serie di campioni e campioncini, creme e cremine, per il viso e per il corpo. Me lo manda la sua mamma erborista.

“Oddio bello! Grazie! Ringraziala tanto da parte mia!”
“Sa, le ho detto: mamma, non ci mettere quelle antirughe pese, mettici solo quelle per chi inizia appena appena ad avere i primi segni dell’età, sennò la profe si offende.”

Giustificazioni

30 marzo 2016

“Professoressa, per caso ha mica riportato le verifiche fatte prima di Pasqua?”
“Ragazzi, ve lo dico: NON LE HO NEANCHE GUARDATE! In queste vacanze mi sono riposata, ho dormito, passeggiato, oziato. Nient’altro. Vi chiedo scusa!”
“Ma cosa dice profe, tranquilla, ha fatto benissimo!”

Amo quando mi giustificano.

Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com’era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.

“E qui, ragazzi, comincia l’addio monti, il momento più lirico dell’intero romanzo. Ma io devo avvertirvi di una cosa. Due opere mi commuovono fino a indurmi al pianto: L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello e l’addio monti di Manzoni. Non c’è volta in cui io non legga questi passi senza piangere. E non solo per i contenuti che presentano e per lo stile in cui furono scritti. E’ che mi risucchiano indietro di molti anni, quando seduta dietro quei banchi c’ero io e qui alla cattedra c’era la mia professoressa d’Italiano, che ce li lesse così bene da spingerci alle lacrime. Quindi, non preoccupatevi se piangerò.”
“Professoressa -ha detto lui- facciamo così: ce lo assegni da leggere a casa da soli. Così noi ci impegneremo per capirlo e lei questa volta non piangerà.”

Ho pensato che era un bel consiglio.
E l’ho seguito.

Guacamole pasquale

27 marzo 2016

Per fare un guacamole come dio comanda bisogna: trovare gli avocado buoni e maturi e non quelle zucche verdi dure e insapori che spacciano al supermercato, procurarsi un mazzo di cipolle fresche di Tropea, dei pomodori rossi e succosi, e infine del lime, il limoncino verde che si usa nel mojito. Bisogna poi conoscere la ricetta originale, senza affidarsi ai siti culinari della Rete. Meglio ancora sarebbe conoscere un messicano o uno spagnolo. Va bene anche un italiano, purché abbia vissuto un po’ da quelle parti. Che ve lo insegni bene a voce, che ve lo faccia vedere in diretta, mentre ve ne spiega la derivazione etimologica (da ahuacatl = “avocado” + molli = “salsa”).
L’avocado è bellissimo da sbucciare, ma bisogna andarci con la mano delicata perché sennò si sdegna. Estrarre il nocciolone, ma non buttarlo: servirà a non far annerire la salsa finita. Schiacciare la polpa con una forchetta, lasciare qualche pezzo un po’ più grossolano degli altri. Intanto ridurre a dadini i pomodori e a dischetti le cipolle, unendoli via via al composto. Strizzarci dentro il succo di un lime. Un pizzico di sale, due giri di pepe, e razzolare tutto. Lasciare insaporire prima di mangiarlo, ricordando appunto d’infilarci dentro il grosso nocciolo marrone per evitare che si ossidi.
Si gusta con i nachos, ma è favoloso anche sul pane integrale abbrustolito, accompagnato alle patate lesse, o direttamente ciucciato dal dito precedentemente infilato nella ciotolina.
La mia mamma (quando -pochi mesi prima che morisse- glielo feci scoprire) ne andava pazza.
Oggi con il babbo ce ne siamo ricordati, mangiandolo insieme nella prima Pasqua senza lei.

Lo chiamavano Jeeg Robot

26 marzo 2016

I film d’azione non li sopporto. Gli effetti speciali m’indispongono. I supereroi mi stanno sulle palle.
Poi esce “Lo chiamavano Jeeg Robot”, io mi fido del consiglio di un’amica che consiglia sempre bene, e vado a vederlo.
Chi non ci va è scemo.

Insegnando ai ragazzi di terza come si fa una tesina, insistevo molto sull’originalità: del taglio, dell’impostazione, dello stile e dell’argomento.
“La Seconda Guerra Mondiale mi esce dalle orecchie, non ne posso più (soprattutto di leggere le solite scopiazzature da wikipedia): scegliete un tema che vi rappresenti e fate in modo che tutto quello che scriverete sia veramente scritto da voi. Capito? Stupitemi! Scioccatemi! Siate originali a partire dal titolo!”

Cristoforo Colombo come argomento ha scelto la musica techno e fin qui va be’, nulla di che.
Come titolo ha messo TI SFONDO A SUON DI CASSE.
Sottotitolo: Se hai una giornata NO (ma anche una Si’) leggimi.
Nella parte bassa del frontespizio, sotto i dati della scuola e della classe, ha messo (a mo’ di casa editrice) TUNZE TUNZE PARA PARA TUNZE.
Veniamo all’indice.
Capitolo 1: EPIDEMIA.
Capitolo 2: NOI NON CI DROGHIAMO.
Capitolo 3: E’ UNA PAGINA BIANCA, SCRIVICI QUALCOSA TE.
Capitolo 4: FONTI.
Ma prima dei capitoli, la Premessa, sulla quale insisto sempre tanto perché spesso è l’unica parte che i professori leggono davvero.

Salve lettore di questa tesina. Ti vorrei informare sul perché di questo argomento. All’età di sette anni ho cominciato a fare le mie prime esperienze con la musica, escludendo subito quella italiana perché troppo noiosa e composta per lo più da lacrime e delusioni. Sono passato al rap straniero perché mi dava una carica pazzesca, ma ho abbandonato anche quel genere perché era monotono e così ho deciso di ascoltare solo musica senza parole. I miei amici mi hanno consigliato la techno, che all’inizio non mi piaceva molto. Ma dopo averla ascoltata meglio me ne sono innamorato e non riesco più a levarmela dalla testa. Questo genere è adatto per qualsiasi emozione tu stia provando.
Non voglio annoiarti, per questo mi fermo qui e ti invito a leggere le pagine successive nelle quali ti parlerò di cosa è composta la musica techno e cosa possono scaturire i suoi suoni.
Non sarebbe nel mio stile, ma qualcuno mi ha detto di augurare buona lettura per cui, ehm… buona lettura.

Nel Capitolo 1 (“Epidemia”) Cristoforo Colombo sostanzialmente avverte noi lettori del fatto che la techno è una malattia sprovvista di rimedio. “Non cercate di combatterla, tanto perderete”.
Nel Capitolo 2 (“Noi non ci droghiamo”) Cristoforo Colombo sostiene che solo l’un per cento di chi ascolta quellammerda quella musica fa uso di droghe e che a lui l’ascolto non ha causato alcun problema. “Se mi dite: dal cervello che hai non si direbbe, vi rispondo: tranquilli, sono così dalla nascita”. Il capitolo si conclude con un urlo: NOI NON CI DROGHIAMO E TI DIFENDEREMO. Tra parentesi: techno.

Le Fonti hanno dell’incredibile e cominciano così:
Premetto subito che non sono riuscito a trovare libri che parlassero di questo argomento, ma ho fatto molte ricerche online e ho preso le notizie a mio parere più interessanti.
La mia testa è stata un cassetto dentro al quale ho trovato molte fonti per esperienza personale.
Poi www.treccani.it dove trovi qualsiasi cosa.
Dopo www.repubblica.it un sito che parla di attualità.
Infine www.cutegirlbadlighting.it un sito che parla di tutto.

Sinceramente non so se dargli un voto o se andare a cercarlo all’Isolotto per picchiarlo.

Addio, Paolo

26 marzo 2016

La mia prima volta con Paolo Poli avvenne che ero ancora una bambina. Non ricordo esattamente quanti anni avevo, di sicuro non arrivavo a dieci. La mamma mi portò al Teatro Bucci di San Giovanni dicendomi che saremmo andare a vedere un grande artista. Non conoscevo la letteratura e non dicevo mai, neanche per errore, una parolaccia. Mio fratello era già nato, ma parlava ancora la lingua degli infanti rispettando alla lettera il diktat familiare del babbo, che vietava nella maniera più assoluta perfino lo “stupìdou” delle comiche di Stanlio e Ollio. Solo molti anni dopo, insieme, io e Tommaso avremmo intrapreso la crociata per lo sdoganamento di lemmi volgari e variopinti, mettendo all’angolo nostro padre e la sua educazione nazi-puritana e liberando dalle catene comunicative anche la mamma, che entusiasta si unì ai nostri “cazzi”, alle nostre “fiche” e ai nostri “coglioni”. Ma quella sera in cui andammo insieme a vedere Paolo Poli, eravamo entrambe ancora linguisticamente vergini.
Quando tornai a casa ero sconvolta.
Quell’omino alto e asciutto, dalla calata sfacciatamente toscana, aveva detto di tutto. Ricordo tra le altre cose che si cimentò in una interminabile lista di sinonimi con cui (sosteneva candido) era lecito chiamare il pisello dei maschi. Antesignano del celebre sketch di Benigni (quello in cui sarebbe comparso per la prima volta il neologismo composto “sventrapapere”), Paolo Poli pronunciò una lista di parole irripetibili per indicare il pene. Ma soprattutto ricordo che mai prima di allora avevo visto ridere in quel modo la mia mamma. Col mio animo puro di bambina, mi voltavo a guardarla seduta accanto a a me e le vedevo cascare le lacrime dagli occhi, mentre la sua poltroncina sussultava per le risate a cui si abbandonava. Tacitamente autorizzata dalla sua reazione, risi anch’io come una pazza. Ci divertimmo da morire.
Da grande tornai molte volte a vedere Paolo Poli. Quando mi trasferii a vivere a Firenze era un appuntamento fisso. A volte ridevo meno (allo spettacolo su Guido Gozzano per esempio mi vennero due palle che fregavano per terra), ma a lui non rinunciavo mai.
Conobbi sua sorella Lucia quando fummo chiamate entrambe dal Comune di Firenze per leggere pubblicamente la favola della nostra vita alla Biblioteca delle Oblate. Io lessi Cecino e il bue di Italo Calvino. Lei recitò a memoria la favola del gallo di Aldo Palazzeschi (Carlo Monni si cimentò in un porno-rap in cui descriveva il coitus di una coppia sopra la panchina di un parco, ma è un’altra storia). A spettacolo finito, mi avvicinai a lei per dirle che la stimavo tanto, ma che amavo suo fratello.
Insomma, Paolo Poli è morto.
Lo ha fatto ieri, a poche settimane da quello che sarebbe stato il suo 87mo compleanno, lo ha fatto in modo decoroso ed elegante, nel suo stile, con la sua grazia masco-femminile, la sua levità congenita, in un silenzio da cui fu immune nella vita.
Io l’ho saputo in tempo reale, da un sms personale spedito da Palermo, prima ancora che le testate online aggiornassero l’home page e ne dessero l’annuncio. Mi è venuto da pensare che poco tempo fa, all’inaugurazione del restaurato Teatro Niccolini, mi era sembrato il ritratto della salute e mi ero detta: vedi?, chi tiene in forma il proprio cervello, non invecchia e non muore mai.
Invece si invecchia e si muore tutti.
Perfino Paolo Poli.