Proprio quando avevo deciso che in queste vacanze non avrei fatto nient’altro che oziare e ciondolare, ecco una delle Dee al telefono.
“Domattina andiamo a correre insieme alle Cascine?”
Le dico sì con lo spirito con cui Zerocalcare dice sì agli accolli: nella certezza di poter di lì a poco correggere quel sì con un no più argomentato.
“Oh, però presto eh.”
“Presto quanto?!”
“Tipo le 9.”
“Tu sei pazza. Siamo in vacanza. Prima delle 10 neanche a parlarne.”
Contrattiamo per le 9,30.
“Ci vediamo alla passerella.”
Come Miranda Hobbes quando va incontro a Steve Brady sul ponte di Brooklyn e lo intravede tra la folla, individuo la Dea tra le massaie che tornano dal mercato, i vecchini che vanno a leggere il giornale sulla panchina e gli sportivi che si accingono a fare allenamento nel polmone verde di Firenze. Entrambe spenzoliamo il capo per guardarci e ridere di quello che vediamo: due cretine che anziché restare a letto al caldo hanno deciso di farsi prendere a ceffoni dal vento della primavera.
“Posso farti una foto da mandare alla Deona?”
“Non siamo qui per allenarci?!”
“Ma tu se’ troppo buffa con il completino nero e fucsia, ti voglio immortalare.”
Oppongo resistenza, le impongo di non dire cazzate e parto con la marcia.
“O che passo t’hai?! Non ti sto dietro.”
“Pensavi di venire a correre o a chiacchierare?”
Diceva di venire a correre, ma pensava di venire a chiacchierare. Come i cani riempiono la vita e danno un senso all’esistenza; di quella volta che c’incontrammo in libreria mentre io ero in gita qui con una classe bergamasca; perdere l’amore quando si fa sera quando tra i capelli un po’ d’argento li colora; quanta gente strana c’è a giro per il mondo; quanti pappagalli volteggiano sui tigli del nostro parco urbano; come ci starebbe bene un bel panino col salame alle undici di mattina anche dopo un allenamento blando.
“Ora vo a casa e me ne sparo uno con la mortadella.”
Io invece, rientrando, faccio sosta dal Pugi per una slappa di pizza margherita e mando in vacca quelle 12 calorie bruciate.

Bombe

23 marzo 2016

“Rieccomi!”
“Buongiorno! Come andiamo?”
“Benissimo! Non vedevo l’ora di tornare.”
“Mi fa molto piacere. Sintomi di questa settimana?”
“Caldane attenuate fin quasi a scomparire. Colpo della strega ormai un ricordo. Quest’agopuntura è la mia salvezza!”
“Sono proprio contenta. E vedrà che starà sempre meglio. Ne avrebbero tutti così bisogno, sa. Anche chi pensa di non averne. Perché l’agopuntura cura anche i disagi ignoti, quelli che non sospettiamo di portarci addosso, quelli che vengono dall’esterno, dal mondo. Perché magari noi pensiamo di essere impermeabili a quello che accade lontano da noi, ma non è così.”
“Ma a che si riferisce, scusi dottoressa?”

Si riferiva alla tragedia di Bruxelles, di cui in quel momento non sapevo ancora niente perché all’alba non avevo fatto in tempo a leggere i giornali online, perché in macchina anziché il giornale radio avevo ascoltato Signora Bovary, perché poi ero entrata in classe e avevo fatto lezione nel clima ovattato e protetto che è la scuola.
Mentre mi spogliavo e mi distendevo sul lettino per farmi bucare tutto il corpo, invece, la dottoressa Fior di Prugna me ne ha narrato ogni dettaglio.
Poi, coprendomi con il mio lenzuolino garzato personale, mi ha augurato il solito “buon pisolo”.
Ma io, stavolta, ho sognato solo bombe.

Il passaggio

23 marzo 2016

Nel solito tragitto che con l’auto faccio ogni mattina per andare a scuola, passo davanti a molte fermate dell’Ataf e li vedo, alla spicciolata, due a quella, quattro a quell’altra, una decina a quell’altra ancora, i miei studenti.
Quello che vedo meglio di tutti è Vladimiro (recentemente detto Cristoforo Colombo) poiché per dimensioni (e non solo del suo sedicente pipino) e per note cromatiche (nessuno ha i capelli biondi come i suoi) spicca in mezzo a tutti.
Ieri non ho resistito e gli ho ammollato una sclacsonata da svegliare il quartiere intero. E mentre lui si voltava a vedere chi diavolo fosse quell’incivile che oltre all’atmosfera inquinava anche l’acustica, ho spenzolato la mano fuori dal finestrino facendogli ciaociao.
Proseguendo lungo i viali mi dicevo: certo, potevo anche fermarmi e dargli un passaggio, risparmiandogli l’incubo del pigia-pigia tra la folla.
Ma poi mi rispondevo: figuriamoci, magari si vergognerebbe e tra sé m’infamerebbe pure, e magari il pigia-pigia coi compagni, a sparare cazzate e ridere tutti insieme, è la parte più bella dell’intera mattinata. E poi io ora sono in fissa con Guccini, pensa te se sopporterebbe di arrivare a Porta Romana insieme a quel vecchio brontolone e a questa vecchia professoressa di Italiano.

Mi ha affiancata al banco del mio verduraio di fiducia, mentre facevo scorta di fragole e banane.
“Professoressa, la prossima volta anziché strombettare e andarsene, mi dia uno strappo!”
Così abbiamo deciso che, dopo le vacanze, occasionalmente gli farò da taxista.

Sì, siamo in vacanza.
Per una settimana.
(Faccina a tutti denti)

Il monello

23 marzo 2016

La mia collega di Arti Grafiche ama Charlie Chaplin.
Lo ama così tanto, che dall’inizio di questo anno scolastico ha organizzato una serie di mattine in Aula Magna in cui proiettare le pellicole più belle e più famose dell’omino.
Ieri c’era The kid, Il monello, che io (lo confesso) non avevo mai guardato per intero, ma intravisto solo a pezzi.
Due cose mi hanno commossa.
Il film (la trama toccante, le interpretazioni magistrali, l’accompagnamento musicale perfetto, le gag buffissime, la tematica attuale).
E il pubblico (adolescenti digitalizzati e disabituati alla concentrazione su qualcosa che non sia iperparlato, incantati e muti davanti al meraviglioso cinema muto).

Come Cristoforo Colombo

21 marzo 2016

Stamattina ho riportato a quelli di terza i loro Corpi corretti e valutati.
Ero molto contenta, sono volati voti molto alti.
“Sì, però devo dirvi una cosa in totale sincerità. Ragazzi, ho sentito la mancanza dei pipini.”
“Di che?!”
“Dei pipini. Intendo i vostri, di voi maschi. Un lavoro così bello, ma senza l’ombra di un pipino. Che tristezza. E io che m’aspettavo grandi cose, specialmente da te Vladimiro. Non eri tu che all’assegnazione del compito per casa avevi annunciato la necessità di pagine e pagine e pagine per descrivere il tuo?”

Vladimiro ha risposto che il suo progetto prevedeva un’opera d’arte mista di parole e immagini. Fotografie, nella fattispecie, visto l’indirizzo scelto nel triennio. E che insomma aveva deciso di fotografare il suo pipino, ma che una sola foto non bastava, e neanche due, tre, quattro, cinque. E che le dimensioni del suo pipino sono tali che lui ha dovuto chiedere l’ausilio di un suo amico che vive negli Stati Uniti. E che quindi lui ha fotografato il pipino dall’Italia (tipo) fino a metà Oceano Atlantico. E che il suo amico ora sta aspettando lo sbarco del pipino sulle coste americane. Ma ci sta che, come Cristoforo Colombo, il pipino una volta toccata terra intenda proseguire per giungere in Oriente navigando verso ovest.

I loro corpi

19 marzo 2016

Ed ecco il giorno tanto atteso della consegna del lavorone scritto assegnato due settimane fa ai ragazzi di terza una volta finita la lettura di Corpo di Tiziano Scarpa, libro che adoro per la genialità stilistica con cui è stato realizzato e per le idee didattiche a cui spinge.
“Mmmmmmhhhhh che bello: ora che vi ho restituito le tesine corrette, passo tra i banchi a ritirare i vostri corpi, gli do un’occhiata al volo e magari se ne legge anche qualcuno subito qui in classe, che ne dite?”
“Assolutamente no! Sono testi personali, intimi, segretissimi, io mi vergogno!”
“Anch’io!”
“Anch’io!”
“Se lo levi dalla testa.”
“Infatti, non ci pensi nemmeno.”
Ma questo non fa che accrescere in me la bramosia di spiare che cosa hanno scritto sulle loro membra, con quali parole le hanno vivisezionate e analizzate, rielabrate e presentate.
“Cresta Rossa, un cartellone pieno di post-it?!”
“Sì profe, m’è presa di farlo in questo modo.”
“Bello, originale, non vedo l’ora di guardarlo con calma. E tu, Ballerina, che bella foto hai messo in copertina!”
“Sono io in chiaroscuro professoressa, è una foto in reggiseno scattata in sala pose con la Pina.”
“Ma guarda che bei librettini hanno realizzato Le Tre Grazie, grazie ragazze, li leggerò con gran curiosità. Anche tu, Onnivora Lettrice, che bel cofanetto di parole. Anarchica, cos’è questo troiaio?!”
“Profe, io credevo si dovesse scrivere a mano su una pagina qualsiasi del quadernone, così, senza una cura particolare, se vuole lo riscrivo meglio, lo approfondisco e lo batto al computer, intanto però le darei questo.”
“Attrice, che bella confezione, e che belle queste immagini di corpi stilizzati. E tu Cocchin… ehm, Cocc…, cioè, C, cosa hai preparato per me oggi?”
“Questo libro nero rilegato, dove ho descritto e fatto anche i ritratti del mio corpo in bianco e nero.”

Quella che segue è una selezione, mescolata, anonima e censurata, delle loro produzioni.
A me hanno fatto provare l’illusione che non tutto quello che si fa a scuola sia nooiso.
E hanno dato dato la conferma di qualcosa che sapevo già: i ragazzi, quando si mettono in gioco, giocano sul serio.

LABBRA
Secche, piene di morte, enormi, bagnate, gli pende da un lato un pezzettino di titanio che aiuta il corpo a interrompere gli attacchi di panico. Le mie labbra sembrano dei cuscinetti deteriorati dal trambusto a cui sono soggette, hanno un colore rosso opaco che ricorda vagamente il colore delle macchie di ciliegia che in estate colorano i divani. Sono estremamente grandi, una caratteristica di cui mi vanto parecchio: potrai anche aver preso un dottorato in astrofisica, ma non potrai mai dire di avere le labbra come quelle di Loredana Berté senza il supporto della chirurgia plastica. Per qualche strano motivo, nonostante la mia abitudine di usare il burro di cacao, sono sempre piene di pelle morta, ma sinceramente non mi dispiace: gli dà un’aria più vissuta.

PELI
I peli racchiudono tutta la mia virilità e sono quasi prova della mia mascolinità, caratteristiche che sono solito considerare insensate e deleterie perché non sono altro che la base degli stereotipi di genere. Ma per qualche motivo i miei peli mi trasmettono un senso di equilibrio e appartenenza. Il mio corpo è ricoperto di peli: in faccia, sulle braccia, sulle gambe, sul pube, lungo l’ombelico; ne sono orgoglioso.
Li trovo irresistibili, trattengono l’odore dell’uomo, stranamente piacevole e, osservandoli, riescono a rompere ogni legame con la civilizzazione, tirando fuori l’istinto animale.

PIEDI/1
Metto anche i piedi in questo librino ma solo per manifestare lo schifo che mi fanno; il solo pensare a quei ditini che si muovono mi disgusta. Non importa che tu sia uomo o donna, crotalo o pavone: i tuoi piedi saranno brutti comunque. Non ho intenzione di descrivere i miei: sono orripilanti come i vostri.

POPPE
Le mie poppe sono piccole, ma non troppo. Le posso racchiudere perfettamente nella coppa della mano. Mi piace molto scegliere i vestiti per le mie poppe. Se ne vanno in giro vestite di bianco, di rosa, di blu, con il pizzo, coi fiorellini stampati, coi merletti applicati o piccoli fiocchi inseriti nello spazio che le divide, che le tiene distanti l’una dall’altra.
Le mie poppe non si sono mai incontrate, se non nei rari casi in cui vengono schiacciate l’una contro l’altra con la forza. A me va bene questa cosa perché quando indosso le collane queste stanno nella pianura tra le poppe, almeno i ciondoli non vanno da una parte all’altra ma restano raccolte in quello spazio.
Non riesco a capire quelle ragazze che vorrebbero avere una quarta o una quinta, a me la mia terza va benissimo. Sono molto orgogliosa della mia terza. Che me ne farei di tutte quelle poppe? Con le poppe grosse le maglie tirano sul petto, anche per questo mi piace siano piccoline, non ho la sensazione di soffocamento, della stoffa che tira.
E poi troppe poppe pesano e basta, e quando si è giovani magari sono anche carine, lisce e sode, ma quando invecchi? Iniziano a raggrinzirsi, a cadere, non sono più un bello spettacolo.
“Non potrei mai essere una donna: starei tutto il giorno a toccarmi le poppe” (Oscar Wilde).

CUORE
Be’, io il cuore non l’ho mai capito. So per certo che senza lui non potrei fare niente, non c’è nessuna parte del corpo in grado di fare ciò che lui può fare. Mi viene da dire che il mio cuore sono io, forse perché è davvero la cosa più bella e grande che ci sia in me e che mi fa vivere ogni giornata diversa dalle altre.
Siamo amici, io e il mio cuore, andiamo d’accordo, mi piace ciò che mi fa provare e come mi fa sentire dentro.
Il cervello non lo può neanche vedere, non vanno assolutamente d’accordo e sono sicura che la maggior parte delle volte ha ragione il cervello, lui è rigoroso e non sgarra mai, è una macchina attiva. Invece il mio cuore è una persona che fa la dieta, soprattutto nell’amore: all’inizio parte con un grande presupposto e si esonera da tutto ciò che può ferirlo o possa in qualche modo danneggiarlo. Poi però i giorni passano, lui si concede sempre qualcosa in più, fa lo strappo alla regola che il cervello dice di non fare, non ascolta nessuno, non si ferma mai.
Per questo il cuore, se va tutto bene, si ferma una sola volta nella vita, lui deve sempre correre, per lui sono sempre le sette di mattina quando stai per perdere l’autobus, non ci sono pause caffè con tanto di cicchino, esiste solo una strada da percorrere senza mai fermarsi.
Deve essere pronto a qualsiasi paura, a quel punto corre ancora di più, come per scappare. Il cuore emette un suono continuo, sempre uguale, ci ho riflettuto e l’ho provato. Se stai in silenzio, completo silenzio, e appoggi la testa da qualche parte, che sia un braccio o anche un cuscino, capita che senti il cuore, e anche forte, lo senti rimbombare. Molte volte mi dava quasi fastidio, ma magari stavo comoda in quella posizione e ci restavo un altro pochino, poi quando davvero diventava insopportabile staccavo l’orecchio e la musica finiva.
Ma poi c’è stata anche la volta in cui, anziché lui ascoltare me, io ho ascoltato lui, è emozionante sentire come quella cosa possa tenerti in vita con quel suono cullante, un suono davvero ritmico e perfetto che ti fa sentire pieno di vita, ti tranquillizza e ti addormenta, perché non ha assolutamente paura di niente.
E il mio cuore, in questo momento, a sentir parlare di lui, si è emozionato.

DENTI
Il 27 novembre 2007 arrivò il mio primo apparecchio per i denti. Fortunatamente iniziai con quello mobile nella parte superiore della bocca, che mi accompagnò per molto tempo. Poi però oltre a quello dovetti mettermi purtroppo anche quello fisso, stavolta nella parte inferiore. Quello mobile dovevo portarlo solo di notte, quello fisso non si vedeva molto quando parlavo.
Questa pacchia finì in terza media. Oltre che una liberazione, ci rimasi anche un po’ male: ormai era un’abitudine.
Nonostante siano una parte molto forte e resistente del corpo, non so perché ma ho sempre paura di mordere una cosa troppo dura che mi rompa i denti. Amo masticare chewing-gum o caramelle, farle passare da una parte all’altra della bocca giocherellandoci anche con la lingua. La cosa che amo dei denti è che contribuiscono a formare il sorriso. Penso che non ci sia niente di più bello che vedere le persone sorridere.

MUSCOLI
Penso che i miei muscoli provino un grandissimo odio verso di me per due motivi: primo, li ho fatti sforzare più del dovuto e sanno meglio di me, perché sono proprio loro i protagonisti, il dolore che si prova a sforzarli in eccesso. Hanno passato anni a tirarsi e rilassarsi, tirarsi e rilassarsi, così tutti i giorni. Immedesimandomi in loro, capisco che dev’essere stata una fatica numero uno, pensare tutti i giorni di doversi tirare fino al dolore e poi di rilassarsi per un tempo molto minore rispetto a quello durato a faticare. Non mi hanno mai deluso, sono sempre stati presenti e mi hanno sempre dato la forza necessaria. Non sono mai stati pigri, non si sono mai opposti al loro dovere provocandomi chissà quali stiramenti muscolari, niente di di tutto questo, hanno sempre fatto tutto quello che gli ordinavo di fare, che gli piacesse o meno, sono cresciuti piano piano diventando sempre più forti e pronti alla vita.
Poi è arrivato quel giorno, il giorno in cui per motivi vari ho deciso che il divano era migliore, e che dovevo piantarla di farli soffrire così tanto. Da quel giorno, una semplice stiracchiata e un po’ di addominali non sono niente per loro, non gli piace neanche più. Sono sicura che adesso durano un sacco di fatica per quei dieci minuti, lo fanno ma non più con determinazione, impegno e passione. Anche loro ci erano dentro, ci hanno messo il loro anche nello sport. Adesso sono come delusi, perché erano diventati dei professionisti, erano pronti a qualsiasi sfida, erano pieni di vita e di voglia di fare sempre di più perché sapevano che il dolore e la forza che ci mettevano servivano a colmare una gioia.
Mi dispiace averli delusi, mi dispiace averli fatti affaticare se poi un giorno non avrebbero più lavorato come prima ma solo quando avrei avuto voglia e tempo.
Ogni tanto vado a correre e mi parlano, dopo poco mi fanno capire che sono stanchi e che lo fanno controvoglia.
Io forse ho deluso loro, però non posso dire che loro mi abbiano deluso, diciamo che non sono più come prima, come tutte le cose.
Non si vive nel passato, si vive nel presente.
Però ogni tanto li osservo, quelli che ancora ci sono, e li tiro, per vederli ancora.

FEGATO
Penso messo malino. Grazie, ansia.

UNGHIE
Le mie unghie ci sono, ma è come se non ci fossero. Le mie unghie non sono lunghe, al contrario: cortissime. Le mie unghie, l’unico smalto che vedono, è quello trasparente, che le aiuta a rinforzarle e farle crescere. Di solito mi mangio le unghie quando sono in ansia o stressata per qualcosa. Ho provato a comprare le unghie finte per passare (come dice la mia mamma) da signorina, ma non è servito, mi sono mangiata anche quelle. All’età di otto anni mi mangiai l’unghia del pollice fino a farmela andare via. Le mie unghie non sono una cosa bella da vedere.

SCHIENA
Bona Nanni, ci si sente! Torta, sfaticata, sicché lei sta gobba, e per di più con la lordosi.

BOLLICINI
Quando mi dicono “fidati di me” penso a mia mamma quando dice “vieni qui che non ti faccio niente”. A mia mamma piace strizzarmi i bollicini. Due scimmie, mamma spulcia, io non soffro in silenzio. Non sopporto né lei, né loro.

PIEDI/2
Non capisco che problemi abbiano le persone con i loro piedi, a me i miei piacciono, non sono a banana, non hanno diti stretti e lunghi. Ho un bel 41 con una pianta larga; da piccola ci mettevo una vita e mezzo a scegliere un paio di scarpe, quelle mi battevano in cima, quelle mi davano noia dietro, invece ora ho trovato i modelli che mi stanno comodi e ne compro a go-go.

OCCHI
Due palle attive, sempre sveglie e attente, non gli sfugge mai niente. I miei occhi osservano e io lo so benissimo, mi piace osservare tutto, in una persona noto anche il minimo particolare. Hanno visto di tutto, hanno visto tutta la mia vita, logico, e mi piace che molte persone mi ricordino proprio per i miei occhioni, alla fine sono lo specchio di ciò che sono dentro. Mi sento di condividere la poesia che mi ha scritto mio nonno quando ero piccola, la lessi per la prima volta a sette anni ma gli dissi solamente “grazie nonno per la poesia che mi hai scritto, sei molto carino”. L’ho riletta poco tempo fa nel libretto di poesie che mi ha regalato, sono andata alla pagina dove c’era il titolo della poesia, e l’ho riletta tante volte. Adesso che sono cresciuta mi rendo conto di quanto davvero mio nonno mi conosca bene e quanto cuore abbia messo in questa poesia piccola e semplice, tanto da farmi emozionare.
Tanti piccoli geni
venuti da lontano
s’incontrano danzando
nei tuoi occhi,
e il lampo di furbizia
che appare sul tuo volto
diviene poi d’incanto
dolcezza di un sorriso.

ORGANO GENITALE FEMMINILE
Vagina, vulva, fica, passerina, passerotta, passera, cicala, cicalina, ciociala, gigia, iolanda, pagnotta, patonza, pisciotta, prugna, sniacchera, chitarrina, patata, patatina, fessura, natura, patonza, potta, bernarda, topa, fregna.
Questo conosco del mio organo sessuale; attendo istruzioni.

Oggi niente scuola

18 marzo 2016

Volteggiava nell’aria da una settimana bona, lo scioperone indetto per oggi.
“Profe, lei lo fa?”
“A parte il fatto che lo sciopero non si dichiara sennò che sciopero è, ma poi cosa c’entro io, questo è per il personale Ata, quindi custodi e segretarie. Voi non dovete neanche porvi il problema, dovete venire a scuola zitti e buoni come sempre.”
E loro, bellini, ci son venuti tutti a scuola, a un quart’all’otto stamattina eccoli schierati davanti al portone ancora chiuso. E c’ero anch’io, puntuale come un orologino svizzero, bellina anch’io coi miei librini in borsa e due dvd da proiettare (uno sulla dinastia dei Medici, uno sulla guerra di Troia) per tirare un respiro di sollievo in mezzo alle sei ore che mi aspettano tutti i venerdì e da cui esco distrutta perché ormai non c’ho più il fisico.
Quand’ecco, all’improvviso, un boato.
Il portone s’era aperto, la vicepreside s’era materializzata, e l’annuncio era stato fatto: oggi niente scuola per assenza totale di personale non docente. Dopo il boato, la fuga in massa verso il parco, ragazzi coloratissimi e vocianti che mettevano in moto un passaparola furioso col quale dare la lieta novella ai compagni ancora per la strada, sull’autobus, o fuori dal cancello.
“Non ci posso credere” ho detto alla Dea.
“Neanch’io” ha detto lei.
“E’ un sogno: avevo SEI ore!”
“E io? CINQUE!”
“Senti, io ne approfitto e vado subito a casa a correggere qualche pacco di verifiche: mi sono intasata e sono rimasta indietro.”
“Non dire cazzate, guarda che giornata, praticamente è primavera: tanto per cominciare si va subito al Caffè Petrarca a fare colazione, poi si torna al parco e si sta al sole, dopo ci spariamo Boboli e Bobolino.”

Però ci tengo a dire che sei ore me le sono fatte tutte.
All’aperto, sull’erba, sotto gli alberi, sul bordo di una fontana, lungo i cespugli del Viale Machiavelli, tra le bancherelle di Porta Romana, con un cremino in bocca, sorseggiando un cappuccino, biascicando caramelle, chiacchierando a raffica con chi mi s’accostava, pensando ai fatti miei.

Il tracollo del Cocchino

17 marzo 2016

Ho avuto già modo di parlare del Cocchino.
Il Cocchino (che potremmo indicare anche con gli epiteti di Ciuffone Azzurro, Riccioli Celesti, Polenta Gialla, Nido Grigio e, più di recente, Testa al Naturale per via delle sue frequenti e fantasiose metamorfosi tricologiche) è stato battezzato in questo modo dal resto della sua classe, che ha sgamato la particolare simpatia che provo per lui in virtù del suo ottimo profitto nella mia materia. Il Cocchino non ha mai perso un colpo, non ha mai preso un voto non dico insufficiente, ma neanche medio, ha sempre navigato intorno all’otto, al nove, raggiungendo più di una volta addirittura il dieci. Allo scritto si mette in gioco fino in fondo e dà tutto se stesso, curando la forma ed elaborando contenuti di profondità e intuizione, senza mai rinunciare alla dose di ironia e autoironia che lo tipizza. Il Cocchino, per intenderci, è l’avanguardista del compito bello, quella verifica preparata da uno studente per gli studenti e pensata non per tendere trappoloni sadici ai compagni ma per estrarre dal loro midollo cerebrale tutto il meglio.
Il Cocchino ha sempre studiato, ha sempre rispettato le scadenze, ha sempre fatto i compiti per casa.
Sempre tranne ieri.
“E adesso correggiamo le domande che vi avevo assegnato su Ciacco e il Canto VI dell’Inferno. Cocchino, vuoi cominciare tu per cortesia?”
Il Cocchino legge una risposta che non gli corrisponde.
“Cocchino! O che risposta stitica m’hai fatto?! Mi meraviglio di te!”
“Ha ragione professoressa, scusi.”
“Va be’, leggimi la seconda.”
“La seconda non l’ho fatta…”
“Ma Cocchino! Non ho parole!”
“Ahahahah professoressa, le sta bene! Ha visto il suo Cocchino? Anche lui è uno di noi!”
“Cocchino sono molto delusa. Talmente delusa che mi vedo costretta a sottoporti a una squalifica onomastica: da questo momento non sei più Cocchino, sei solo Cocco.”
“No, professoressa, la prego!”
“Leggimi la terza.”
“Anche la terza l’ho un po’ tirata via…”

Collegialmente, abbiamo deciso di chiamarlo solo C.

Quando (anni fa) il babbo comprò una Dacia Sandero, i commenti in casa furono sintetici ma espliciti.
“Che roba è” dissi io.
“Una macchina di merda” disse mio fratello.
La mamma invece sostenne suo marito in quell’acquisto incauto e prese a salire a bordo di quella scatola di latta dandosi pure una certa boria.
“Ma non lo vedete che aria aggressiva ha la mia Dacia? Che piglio, che carattere, che aria da sparviera?” ha sempre chiesto il babbo a me e a mio fratello quando ci capitava di incontrarlo nel parcheggio.
“No” abbiamo sempre risposto noi.

Due domeniche fa il babbo ha fatto 80 anni e io l’ho raggiunto nel Valdarno per festeggiarlo insieme a ciò che resta della nostra famiglia. Giunta esattamente sotto casa, intorno alle otto, la mia C3 ha dato due o tre colpi di tosse, un paio di rinculi, ed è spirata. Completamente morta.
“Sarà la batteria.”
Invece era la cinghia di trasmissione e (tanto per non farsi mancare niente) sette valvole saltate.
“E ora come fo a tornare a Firenze?” ho detto appanicata a mezzanotte.
“Non ci sono problemi: ti do la Dacia!” ha detto il babbo, tronfio e con una certa aria di rivincita spennellata in viso.
Mio fratello ha iniziato a ridere e ha smesso ieri, quando (alla modica cifra di 1300 euro) mi hanno riconsegnato la C3.

Non sarà facile scordarsi questi dieci giorni insieme a Dacia.
Il servosterzo duro come un legno, la frizione molle come il burro, il volante in bocca, il sedile calibrato male, l’autoradio sensibile alle buche, il freno idraulico dai tempi pericolosamente opposti a quello elettrico. A volerci nazzicare dentro, una manopola lentissima da svitare per abbassare lo schienale. Per non parlare delle prese di culo a scuola. Una delle Dee ha preteso di immortalarmi in una posa strana sul suo cofano fumo di Londra.
“Di’ la verità: che macchina t’ho dato!” diceva tutti i giorni il babbo al telefono informandosi sullo stato di salute del suo gioiello.
Eppure mi ci sono affezionata per davvero e restituirgliela iersera è stato un dispiacere.

La libidine dell’ago

16 marzo 2016

“Buongiorno e bentornata! Allora, come andiamo?”
“Andiamo alla grande.”
“Dice davvero? E’ stata bene dopo la prima seduta di agopuntura? Non ha avuto i sintomi tipici da prima volta che le avevamo anticipato, spossatezza, disagio, agitazione, mal di testa, niente?”
“Niente nella maniera più assoluta, sono stata benissimo.”
“Benone, allora ripartiamo.”

Evvai con l’ago in punta al capo, lungo il collo, sulle spalle, vai con gli aghi sui polsi, dietro le ginocchia, sulla punta dei piedi. Un pizzicottino e poi più niente, solo quel torpore che s’impadronisce di me all’improvviso e quel “buon pisolo” che mi viene augurato e a cui mi sto abituando con incredibile piacere, nulla di che, venti minuti di sonno prepomeridiano subito dopo la lezione a scuola, uno stacco totale dal mondo materiale e un viaggio fisico e mentale in una dimensione altra, dove trovo immagini che sono specchio del mio stato d’animo in quel momento. A questo giro un paesaggio notturno di collina, una luna turca e tante stelle, cani a passeggio nelle tenebre con i loro padroni, i fari di una macchina a squarciare il buio, un uomo che diceva a una donna come sei bella, una donna che diceva a un uomo ti amerò tutta la vita qualsiasi cosa accada.
Quando il ciclo di sedute finirà sarò disperata.