Da Kandinsky a Pollock

27 aprile 2016

Lei era una ragazza curiosa e stravagante, ricca sfondata e intraprendente. Ci fu un momento in cui si disse: da oggi voglio provare a comprare un quadro al giorno, vediamo se mi riesce. Incredibilmente, le riuscì. Conobbe, lanciò e si portò all’altare (o semplicemente a letto) quelli che sarebbero diventati gli artisti più rappresentativi di tutto il Novecento.
Lui era suo zio.
Sono Peggy e Solomon Guggenheim.
Insieme dedicarono l’esistenza a collezionare e promuovere l’arte moderna più estrema e avanguardista. Fottendosene della critica, che stentava ad aprirsi alle correnti artistiche sfrontate e scandalose di quegli anni, scommisero tutto su giovani pittori e scultori sconosciuti e apparentemente squilibrati. E vinsero quella scommessa.
Una parte della loro infinita collezione è a Palazzo Strozzi dal 19 marzo e ci resterà fino al 24 luglio.
Questa mattina io e la collega di Discipline Geometriche ci abbiamo portato i ragazzi di seconda.

“Mi sento così importante” ha mormorato una di loro sulla maestosa scalinata del palazzo.
Era l’inizio di una mattina suggestiva e coinvolgente in compagnia di una guida dalla voce delicata che ci ha accompagnati a una lettura personale ed emotiva delle opere.
Finalmente ho potuto capire qualcosa di quell’arte che non conosco e che mi è meno familiare di tutto quel Rinascimento in mezzo al quale vivo tutti i giorni. E finalmente l’ho potuto fare accanto a chi non liquida la questione con la solita frase che mi fa tanto incazzare: “Questo lo saprei fare anch’io”. Col cavolo lo sapresti fare anche tu, ignorante.
Finalmente ho potuto guardare, oltre ai quadri e alle sculture, gli occhi concentrati di venticinque adolescenti affamati di notizie e spiegazioni, di aneddoti e interpretazioni; ascoltare le loro domande intelligenti, toccare la loro sensibilità artistica, condividere le loro ipotesi bizzarre. “Io ci vedo una donna”. “Io ce ne vedo due”. “Io ci vedo una folla di persone”. “Io vedo un primo piano astratto ma uno sfondo naturalista”. “Io vedo che manca la linea dell’orizzonte”. “Io vedo un sistema d’ombre sbagliate”. “Io vedo che manca il punto di fuga.” Nessuno ha detto: io non ci vedo nulla. Neanche davanti alle tele squartate di Lucio Fontana.

Adesso so un sacco di cose che prima non sapevo.
Che Kandinsky inventò l’astrattismo il giorno in cui, tornato a casa, vide un suo quadro rovesciato e non lo riconobbe.
Che L’aurora di Paul Delvaux fu la prima tela acquistata da Peggy Guggenheim.
Che Marcel Duchamp fu suo amico, consigliere e le insegnò a capire l’arte.
Che l’arte concettuale è l’elevazione di un prodotto a un più alto significato.
Che Jackson Pollock inizialmente non era altro che un falegname e che solo dopo l’ingaggio propostogli da Peggy inventò il dripping e l’action painting, che vorrebbe dire dipingere sgocciolando il colore e pesticciando una tela non più appoggiata sopra un cavalletto ma distesa in terra.
Che Sam Francis tutti quei colori li imparò ad usare negli anni in cui visse in Giappone.
Che Mark Rothko, dopo aver creato quadri luminosi e vivi, si spense per sua stessa mano togliendosi la vita.
Che il fumetto gigantesco di Roy Lichtenstein non nasconde altro che una denuncia dell’imminente guerra che gli Stati Uniti si stavano apprestando a combattere in Vietnam.

Adesso ho capito perché avevo tanta voglia di venire a insegnare in questa scuola.
Perché avevo tanta voglia di imparare.

L’ultimo ago

26 aprile 2016

E così otto settimane sono passate, dalla prima volta in cui varcai l’ingresso del centro di medicina cinese Fior di Prugna. Otto settimane iniziate con un’allegra chiacchierata lunga un’ora volta a stabilire l’entità del mio problema, proseguite su un lettino in mutande e reggiseno con il corpo punteggiato di aghi a sorridere dei guai con le dottoresse, ma concluse (oggi) a suon di pianti e colate di mascara.
“Su, non fare così…”
“Ma perché non posso continuare?”
“Perché il protocollo prevede che dopo otto sedute la paziente sospenda il trattamento per un anno. Il prossimo aprile ti aspettiamo!”
“Il prossimo aprile è lontanissimo, come farò senza il mio appuntamento del martedì?”
“Intanto ti abbiamo insegnato a farti da sola la moxa e ti abbiamo fatto i segni con il pennarello sulle zone in cui dovrai applicarla: appena sopra il pube e appena sotto le ginocchia. Tu penserai a noi ogni volta in cui te la farai.”
“Ma chi si prenderà cura dei miei polsi? E chi mi guarderà la lingua?”
“La lingua ormai puoi guardartela da sola allo specchio, adesso sai com’è quando c’è uno stato di stress e come dev’essere quando c’è uno stato di benessere, salute ed energia.”
“Ma nessuno mi metterà più gli aghi nella pelle.”
“No, gli aghi nella pelle non te li metterà nessuno, ma tu devi stare tranquilla e devi avere fiducia nel tuo corpo e nelle tue risorse fisiche e psicologiche.”
“Allora addio?”
“Allora arrivederci.”

Dei miei polsi, della mia lingua, degli aghi e della moxa non me ne frega niente.
A me piaceva sapere che tutti i martedì alle 13 c’erano due dottoresse dolci e gentili ad aspettarmi per accarezzarmi il corpo, coprirlo con un velo bianco e impalpabile, abbassare le persiane della stanza per creare la penombra e augurarmi un buon pisolo.
A me piaceva avere quell’angolino tutto mio dove accucciarmi, sentirmi autorizzata a pensare tutto quello che volevo e a dire tutto quello che pensavo. Avere venti minuti netti per essere ingoiata dal sonno più profondo, abbandonarmi ai sogni più sfrenati e riemergere stremata ma leggera. Dare la stura alle angosce e piangere quanto mi pareva, anche con la voce e coi singhiozzi, mentre le lacrime mi scivolavano sui lati del viso e mi entravano dentro i buchi delle orecchie.
Per me era bello giungere in quel luogo e come prima cosa spogliarmi di tutti i miei vestiti e restare nella nudità di chi non vuole trattenere le emozioni. E alla fine della seduta rivestirmi, mentre la dottoressa Federica mi dava delle dritte esistenziali e la dottoressa Silvie mi raccomandava: “Prima di andare a casa, passa dal vivaio di Gavinana e comprati una pianta di mughetto: il suo profumo ti curerà.”

La sindrome della statua

25 aprile 2016

Documentandomi sulle peculiarità dei galgos, ho scoperto (oltre al fatto che non puzzano per niente, che sono dei gran pantofolai, che quando si affezionano all’umano diventano la sua ombra, che oltre al freddo soffrono terribilmente il caldo come me) che sono affetti dalla “Sindrome della statua”.
Intendi indurli a fare qualcosa che non vogliono, mediti di condurli in un luogo che non gradiscono, vuoi obbligarli a quello che non gli interessa?
Non è che ringhiano, smusano, si ribellano o fanno scenate.
Semplicemente, s’immobilizzano e assumono le sembianze di un marmo scolpito.
Per risultare più credibili, fissano lo sguardo nel vuoto, fingendosi una sfinge.

D’ora in poi lo faccio anch’io.

Gli occhi del galgo

24 aprile 2016

Da quando ho cambiato scuola, ne vedo tanti ogni mattina, dentro il parco che la cinge.
Sfidano il vento correndo all’impazzata per sfogare la bomba di energia che hanno dentro. Oppure camminano dolcemente al guinzaglio dell’umano che ha deciso di adottarli.
Due li ho avvicinati e conosciuti di persona: Fuka, che arriva tutti i giorni al seguito di un ragazzo dagli occhi orientali; e Minni, ombra timida al fianco di Francesca, che me ne ha raccontato la storia agghiacciante.

Si chiamano galgos. Sono levrieri spagnoli indiscriminatamente utilizzati per la caccia alla lepre.
A differenza di tutte le altre razze canine, il levriero non è stato creato e selezionato dall’uomo: è un prodotto della natura che compare nei primi graffiti dell’alta Mesopotamia e arriva a noi praticamente intatto.
Fu il primo animale a collaborare con l’uomo: morbosamente attaccato al suo padrone, è pigro e adora dormire, ma -sguardo vigile e muscoli pronti allo scatto- è pronto in un attimo a trasformarsi in un incredibile corridore.
Pare sia tenero, affettuoso, riservato, mai invadente, una discreta presenza al fianco di chi lo accoglie. E’ un cane elegante, maestoso, veloce come il vento quando soffia forte, lieve come una parola gentile.
Disgraziatamente, la sua virtuosità è la sua maledizione: un cane utile per le corse, per la caccia e per tutto ciò che serve all’uomo per aumentare il proprio maledetto reddito, diventa un oggetto che, una volta rotto, inevitabilmente si getta.
Allevati in eccesso, se sono fortunati a fine stagione vengono solo abbandonati. In quantità abominevole vengono invece impiccati ai rami più bassi degli alberi, dove subiscono la morte lenta e dolorosa detta “del pianista” per il frenetico tentativo della vittima di appoggiare per terra le zampe. Se non impiccati, vengono buttati vivi nei pozzi con un peso legato al collo, trascinati dalle macchine, abbandonati per strada con le zampe appositamente rotte; altri vengono uccisi dal fucile del galguero.

In Spagna tutti possono allevare galgos, non esiste nessuna forma di controllo: basta possedere un maschio e una femmina. I cani sono tenuti in condizioni misere, costretti a vivere in baracche o in buchi scavati sotto terra, al buio. Sono nutriti e abbeverati solo lo stretto indispensabile per poter sopravvivere. Il cibo consiste quasi esclusivamente in pane secco. I cani sono brutalmente picchiati e maltrattati. Le femmine destinate alla riproduzione sono costrette a sfornare una cucciolata dopo l’altra. Quando si ammalano o sono completamente sfinite dai continui parti, la loro sorte è l’eliminazione. Qualcuno tiene i propri cani come richiesto dalla legge, ma la maggior parte dei galgueros non li considera esseri viventi, solo oggetti utili per cacciare. Non vengono fatte terapie per i parassiti o vaccini e i cani vivono spesso in condizioni igieniche vergognose in mezzo ai loro stessi escrementi.

Vivono al buio in buche scavate nel terreno, in baracche cadenti o in celle, oppure legati a una catena senza un riparo che li protegga dalla pioggia o dalle fredde notti d’inverno. Soffrono di eczemi e ferite perché nessuno pulisce i luoghi dove sono tenuti. Sono scheletrici e pieni di piaghe perché costretti a sdraiarsi direttamente, con le ossa a fior di pelle, sul terreno duro. Un unico galguero può possedere anche dozzine di cani, la maggior parte senza tatuaggio, microchip o alcun segno d’identificazione. A parte il (deprecabile) momento della caccia, la loro vita scorre senza stimoli. Vivono privi di ogni contatto umano, non ricevono nessuna manifestazione di affetto. Nella maggior parte dei casi arrivano a due o tre anni, poi sono rimpiazzati. Solo le fattrici sono tenute in vita più a lungo.
Condannati a morte già alla loro nascita, non conosceranno mai l’affetto di un umano, né il calore di una casa.

Forse della mia sì.
Mi sto attivando per adottarne uno.
Dopo averli visti da vicino (e dopo aver visitato in due settimane tutti i siti presenti in Rete), non si può restare inermi di fronte agli occhi del galgo.

A 15 anni

22 aprile 2016

Ispirato all’ultimo libro letto dai ragazzi di seconda, l’esercizio chiedeva di scegliere un loro insegnante, di immaginarselo a 15 anni e di descriverne le caratteristiche fisiche e comportamentali.

Io la profe d’Italiano a 15 anni me la immagino freakkettona con le gonnellone lunghe a fiori o la salopette di jeans, i capelli sempre sciolti. La vedo circondata da tanti libri o mentre suona la chitarra su degli scalini insieme a un amico che le insegna qualche accordo. La immagino sempre allegra e molto socievole, curiosa di conoscere cose nuove e viaggiatrice. Secondo me la profe già a quell’età amava visitare le città e le piaceva farlo da sola, in modo da concentrarsi sui particolari e goderseli fino in fondo, proprio come piace fare a me.

Il ragazzo è giovane e mi frequenta solo da sette mesi.
Ma dà pappa e ciccia a chi crede di conoscermi e invece non ci ha capito nulla.

Tanti auguri a lei

21 aprile 2016

Un’alba azzurra con striature rosa.
Una cesta da picnic arredata di tutto il necessario.
Un ordine da ritirare all’una nella gastronomia chic di Porta Romana.
Una stuoia thailandese grande come un letto a due piazze.
Una tovaglia ricamata.
Il Parco della Pace che circonda il mio liceo.
Un’apparecchiatura tutta gialla.
Panzanella, insalata di farro, arancini di riso, fagiolini al pomodoro, pisellini in bianco, olive miste, carciofoni sott’olio, mozzarelle di bufala, pane a lievitazione naturale, fragole mature e un ottimo Bolgheri ghiacciato.
Un pranzo rilassato e allegro, un cane nero che racimola gli avanzi, la collega Dea che si unisce a noi, gli studenti di terza che passano, salutano, si fermano e fanno conoscenza.
Il monologo teatrale di un detenuto di Sollicciano venuto a recitare dentro la mia scuola.
Un tea time con macarons consumato nel salone e nel parco del Four Seasons.
Una pianta di mughetto e un’altra cosa ma segreta per regalo.

Oggi compleanno a sorpresa per la mia amica del cuore.
Ci siamo divertite come du’ bimbe.

Il calo

16 aprile 2016

Oltre alle caldane, un’altra calamità perseguita le mie mattinate a scuola: il calo.
Il calo è quel momento in cui le energie vengono meno, la visuale si appanna e tu (proprio come in quella pubblicità) non ci vedi più dalla fame.
Per questo porto sempre in borsa la mia scorta di crackers, dadi di cioccolata fondente, frutta secca e fresca.
Stamani no.

“Ohiohi c’ho un calo, c’ho un calo, ragazzi: c’ho un calo!”

Dalla prima fila partono i soccorsi.
La Ballerina estrae dallo zainetto una crostata alla marmellata di albicocche e me la cede. Con difficoltà, ma la rifiuto. Ballerina insiste. Accetto di aprire la confezione e di staccarne un pezzettino, lasciando il resto a lei per il meritato intervallo che l’attende.
La Valdarnese, allora, sguaina da un accurato incarto una sleppa di pizza al pomodoro fresco prodotta e acquistata nientepopodimenoché dal mitologico e insuperabile CANU.
Nessuno (se lo conosce) può dire no a Canu.
Canu è un forno di origine sangiovannese che nel tempo si è espanso con empori farinacei in diversi punti della mia valle natale, giungendo ad aprire una filiale perfino nel quartiere di Campo di Marte a Firenze.
Quella che la ragazza mi sta offrendo con mirabile generosità viene proprio dalla madrepatria.
“TOGLIMI SUBITO DAGLI OCCHI CODESTO BEN D’IDDIO!” esclamo con la bocca invasa di saliva.
La Valdarnese però è molto gentile e generosa: insiste con dolcezza.
“Te ne prendo solo un angolino” annuncio.
Sotto un mastichìo dentale lento e gaudioso del miracoloso impasto, il calo rientra, si riduce, scompare. Posso riprendere il Principe di Machiavelli.

A fine lezione, impacchettati e nascosti vicini alla borsa, trovo due regali: il resto della crostatina e un altro pezzo di Canu.
Sopra, un post-it celeste.
Il calo è un dono, quando studenti amorosi accorrono a placarlo.

Il maschio alfa

16 aprile 2016

Parlando della scoperta -e poi della conquista- del continente americano, quelli di terza chiedono come gli spagnoli abbiano potuto assoggettare tanto facilmente i cosiddetti indios. Nella vicenda messicana, in particolare, come ha potuto un pugno di uomini guidato da quel sanguinario megalomane di Hernàn Cortès abbattere un impero vasto e così ben organizzato come quello azteco di Montezuma?

“Le ragioni sono molteplici -rispondo- l’avidità, prima di tutto: il desiderio fanatico di trovare ricchezze, oro, schiavi e terre mise questi uomini in una posizione emotiva di vantaggio. Al tempo stesso quegli avventurieri si sentivano animati da uno spirito missionario parossistico che li induceva a considerare le proprie azioni come una nuova versione di crociata. L’intelligenza tattica di Cortès è un altro motivo. Egli oltretutto venne creduto l’ambasciatore del capostipite della popolazione azteca, che lo accolse con tutti gli onori. Contò anche il fatto che i guerrieri aztechi erano spaventati dalle strane armi e dagli strani animali di cui i nuovi arrivati erano in possesso: le armi da fuoco e i cavalli, per esempio. E infine, ultimo ma non meno importante, quel sentimento di bellicismo maschilista che caratterizzava la cultura europea e che era celebrato da una prestigiosa tradizione in cui figure storiche, letterarie o leggendarie di eroi e combattenti hanno avuto un posto di primissimo piano.”

Non so cosa si sia scatenato nella porzione maschile della classe.
I ragazzi hanno iniziato a sollevarsi le maniche delle felpe, gonfiare il muscolo del braccio, alzarsi la maglietta, mettere in mostra nascoste tartarughe. Tutti si contendevano il titolo di maschio alfa.
Le femmine nel frattempo urlavano buuuuuu.
Io ridevo come una pazza ed esclamavo: “Però, Cece! Sai che coperto dai vestiti ti facevo meno macho e più cicciotto?”

Hanno bussato alla porta.
La collega dell’aula confinante con la nostra è venuta a farci un cazziatone per la confusione che sentiva.

Da mi basia mille

16 aprile 2016

“Voi non fate Latino, ma in questo caso permettetemi di scrivervi alla lavagna il testo originale del carme V di Catullo, l’iniziatore della poesia lirica.”
“Di cosa parla?”
“Parla d’amore e di passione: è dedicato a Lesbia, donna emancipata e colta da lui immensamente amata.”

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

“Riuscite a intuire qualche parola prima che ve la traduca?”
“Sì: lui dice a lei di vivere e di amare.”
“Bravi. La invita quindi a infischiarsene dei pettegolezzi e delle chiacchiere dei vecchi severi e invidiosi.”
“Ha ragione, bravo Catullo.”
“Guardate poi i versi successivi: le dice che il sole tramonta e sorge ogni volta da capo, ma per loro (come per tutti noi) verrà un giorno in cui la breve luce (ossia la vita) cesserà, e al suo posto inizierà una notte eterna (ossia la morte) da dormire.”
“Scusi professoressa, ma non doveva essere una poesia d’amore?! Questo porta merda!”
“Porta quello che porta la vita: tanta bellezza, ma vincolata a una scadenza temporale. Per questo Catullo, nella seconda parte del carme, esplode in un’esortazione accorata. Osservate, seguite con me le sue parole: dammi mille baci, e poi cento…”
“Eeeeeeeh!”
“… poi mille altri, e poi cento…”
“Accidenti, esagerato!”
“… poi ancora mille altri…”
“Maremma, o quanti ne vòle!”
“… poi ancora cento!”
“Ancora??!”
“Alla fine, quando ne avremo accumulate molte migliaia, mescoliamoli per non sapere, e affinché nessun malvagio possa invidiarci, conoscendo un numero così esagerato di baci.”
“Ma è bellissima!”
“Vero ragazzi?”
“Sì, è meravigliosa!”
“La penso come voi: non è esattamente così, quando ci si sente innamorati?”
“Boh.”
“Come boh. Non lo siete mai stati?”
“Boh, sì, forse, però…”
“Però cosa? Tu, Primo Banco, sei mai stato innamorato?”
“No.”
“E tu, Jamaica?”
“Io? Penso di sì.”
“Ma come pensodisì?! O sì o no!”
“Ma veramente non lo so, profe. Cioè, quando uscivamo insieme lei mi piaceva, e quando non c’era mi mancava molto. Ma non lo so se posso dire di essere stato veramente innamorato. Anche perché, scusi, come si fa a stabilirlo?”
“Non si stabilisce: si sente!”
“E come si fa a sentirlo?”
“Quando la mattina, alzandoci dal letto, anziché andare in bagno trascinando i piedi o camminando normalmente, saltelliamo come gazzelle felici!”

Tutti concordi, hanno dichiarato che -siccome la mattina non si alzerebbero neanche a pagarli- non sono mai stati innamorati in vita loro.

Gemellaggio di classe

14 aprile 2016

“Profe! Ma insomma, come sono i suoi nuovi studenti dell’Artistico?”
“Artistici.”
“Ma sono anche simpatici?”
“Molto.”
“E belli?”
“Bellissimi.”
“Ma il Cece, il Cece… com’è?”
“Il Cece è fantastico: intelligente, acuto, sensibile.”
“Ma è fidanzato?”
“Ancora no. Io tento di combinare con La Bionda, ma loro titubano.”
“Profe, ma all’inizio dell’anno non aveva detto che voleva darlo a me?!”
“Certo Pùgia, vieni a trovarmi nella nuova scuola così te lo presento.”
“Profe, e Vladimiro? Troppo buffo Vladimiro! Ma qual è il suo vero nome?”
“Il suo vero nome è ***, anche lui è buffo come il Cece, ed è biondissimo, porta sempre il cappellino, è il più alto della classe.”
“Profe! Io il suo Cocchino lo conosco! Faceva un corso di teatro insieme a me!”
“Il Cocchino è il top: ora è un po’ stanchino e non vede l’ora che la scuola finisca, ma nelle mie materie ha navigato tutto l’anno tra il 9 e il 10, è bravo, serio e scrive benissimo.”
“E poi chi c’è?”
“Ce ne sono tanti e sono tutti interessanti.”
“Ma allora organizzi qualcosa per tutti noi, un gemellaggio di classe!”

Idea: picnic di primavera.
Luogo: parco della Pace in cui sorge la mia scuola.
Partecipanti: studenti ed ex studenti.
Scopo: favorire la comunicazione fra pari agevolando i contatti tra ordini di scuola differenti.
Data: da concordare.

Domani ne parlo a quei piacioni.