Chico detto Pelo

29 maggio 2016

Con gli animali è come con le persone: esistono i colpi di fulmine, l’antipatia a pelle, la paziente sopportazione, l’educato evitarsi. Basta un’annusata, uno sfregamento, un colpetto di naso umido, e tutto appare immediatamente chiaro.
Di Chico m’innamorai prima ancora di vederlo di persona. Nella foto che lo ritraeva troneggiava un ammasso di pelo nero e bianco lungo e vaporoso. A nulla valse che la sua Umana me ne parlasse come di un caratteraccio. Chico era fighissimo: dovevo conoscerlo prima possibile.
Il nostro fu un approccio blando e affettivamente univoco: io lo pedinavo chiamandolo Pelo con la voce falsettata, lui mi scansava con superba accuratezza scricchiolando di fastidio.
Si accorse di me ed apprezzò la mia esistenza solo quando la sua famiglia partì per le vacanze e io (insieme ad altre amiche di fiducia) fui scelta per la sua cura quotidiana. Incredibile come lo spaccio di buon cibo agevoli l’insorgere di stretti legami affettivi con un gatto. Adesso Pelo mi aspettava a zampe aperte e mi ronzava intorno come mettevo piede in casa sua.
Un giorno si ammalò.
“Ha un tumore: dovranno amputargli la zampina destra” mi disse la sua Umana.
Dopo l’intervento, Pelo mutò di carattere. Abbandonata la sua genetica vocazione all’eremitaggio, si fece più sociale e prese a frequentare il computer e chi ci lavorava. Si stendeva dietro lo schermo, contemplava il vuoto cosmico e (certamente) s’interrogava sugli eterni perché dell’esistenza.
Di tutti i componenti della famiglia a cui apparteneva, Pelo prediligeva l’Imperatore, ossia il capofamiglia. Costui, dal canto proprio, soleva definirlo “il mio unico amico”: insieme condividevano il bagno dei maschietti e il desco serale spesso tardo.
Un giorno sul corpo di Pelo presero a spuntare nuovi bubboni. Crescevano e si moltiplicavano con virulenza lasciando increduli familiari, visitatori, e lui medesimo.
“Sono metastasi: ne è pieno” mi spiegò Umana.
La fase finale della lunga e felice vita di Pelo è stata vivacizzata dall’ingresso in casa di Bagheera, una micia completamente nera, schizzata e impulsiva. Costei ha regolarmente vanificato i tentativi di riposo e scientificamente compromesso il concetto di quieto vivere con salti, agguati e piroette.
Ma Pelo ha sopportato tutto, perché ha capito che tutto è stato fatto per il bene del suo corpo e del suo cuore. Un cuore grande e resistente, che ha smesso di battere qualche notte fa.
Chi trova eccessivo il dolore che si prova per la scomparsa di un animale, non ha mai vissuto accanto a un animale.

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Datemi un libro

29 maggio 2016

In genere ho la mia. Ma oggi l’ho lasciata a casa.
“Per favore, datemi una Divina Commedia.”
La sfoglio, lo vedo.
E d’un tratto sono risucchiata nei ricordi, quando anch’io mi scrivevo messaggini dentro i libri con le amiche del liceo, amo Davide, cheppalle, bastascuola, greco-ti-odio, Socrate-the-best, Fame!-I-wanna-live-forever, aoristo-vaffanculo, Leopardi-sposami.
Oggi gli argomenti sono un po’ diversi, ma il polso umorale è quello.

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Voragini

29 maggio 2016

Firenze che cammina sul passato, che campa sui ricordi. Firenze che corrode la memoria, sputa sulla terra, allaga le sue acque. Firenze bottegaia e maleducata, avida e cieca. Firenze si addormenta e al suo risveglio manca un pezzo. E sembra impossibile, Firenze, che sotto di te possa aprirsi l’abisso.
Firenze piange, addita, sacramenta, si arrende.
Firenze così splendida, così fragile e malconcia.

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Nel Canto XIII dell’Inferno Dante incontra Pier delle Vigne, famoso suicida trasformato in un gran pruno.
Udito il triste racconto della disgrazia personale di costui, il poeta rimane basito e stranamente privo di parole, tant’è che Virgilio stesso lo esorta a porre all’anima le domande che vuole: “Da ch’el si tace, non perder l’ora; ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace”.
Dante però tergiversa perché è molto turbato.
“E voi -chiedo a quelli di terza, intendendo in questo modo ravvivare la lezione e cucirgliela addosso perché non la sentano troppo distante- se foste Dante, che cosa chiedereste a Pier delle Vigne?”
“Che ore sono” ha detto il Biondo.
“Quando finisce questo canto” ha detto Vladimiro.

Controllo finale

22 maggio 2016

Prima che anche questo nuovo anno scolastico finisca, annuncio il controllo finale del quadernone: ognuno deve consegnarmi il suo in modo che possa visionarlo sfogliandone pagina per pagina e apponendo un giudizio personalizzato insieme a un voto complessivo che ne premi la manutenzione estetica e la completezza contenutistica.
Detta così, appare come la pratica di una follia maniacale.
Forse lo è.
Ma è anche (per loro) il modo di veder riconosciuto un lavoro quotidiano perpetrato con cura per nove lunghi mesi.
Ed è (per me) l’occasione di ripercorrere da capo -in una carrellata di titoli, colori, disegni, appunti, schemi, esercizi, correzioni e valutazioni- quello che in nove lunghi mesi abbiamo fatto insieme.
E sarò pure idiota.
Ma tutto questo mi commuove.

Durante la correzione delle domande sui Promessi sposi, lei confessa di averne fatte 8 su 10.
“E perché?”
“Perché quando ce le ha dettate ho finito la pagina e le ultime due non ci sono entrate.”
“Stai scherzando, vero?”
“Nonò, è la verità.”
Sono solo le 8 di mattina e mi ritrovo alterata come alla fine di una giornata lunga pesa e storta: alzo la voce e inizio a dire che finito un foglio ce n’è sempre un altro, che se non c’è si chiede a quello accanto, che in alternativa esiste il diario, che alle brutte c’è sempre il banco (che poi va ripulito), che uno non si dovrebbe neanche sognare di portare certe argomentazioni, ma soprattutto che una scusa così assurda in 25 anni di insegnamento non me l’ero mai sentita raccontare.
“Be’, almeno oggi può scriverla nel blog!” esclama Pierino Porcospino bello sorridente.
“NO! INVECE SUL BLOG NON CE LA SCRIVO!” grido nervosissima.

Ora però m’è passata, ce la scrivo.

L’odore dell’infanzia

19 maggio 2016

Devo attaccare nella Moleskine un disegnino omaggio di un mio studente, chiedo della colla, mi porgono l’inconfondibile tubetto di plastica bianca col tappino rosso a incastro.
“Uh! Il Vinavil! O che esiste ancora?! Quanti ricordi! Fatemi annusare il profumino indimenticabile… quante memorie legate a quest’odore! Avete mai fatto questo giochino?”
E mi spalmo sul dorso della mano uno strato bianco di colla molliccia.
“Ma che fa?!”
Lo faccio asciugare e poi, sollevatone un lembo laterale, tiro via la pellicola che nel frattempo si è formata, come se mi asportassi il primo strato di epidermide.

Poiché sostengono che è un giochino assurdo e mi guardano come si guarda una cretina, dico loro che non hanno avuto un’infanzia vera.

Noi mangio

19 maggio 2016

“In certe forme di scrittura come il saggio breve o l’articolo di giornale è sconsigliato l’uso della prima persona. Meglio allora ricorrere al pluralis maiestatis.”
“E che cos’è?”
“E’ la forma verbale in cui chi scrive si riferisce a se stesso usando la prima persona plurale anziché singolare. Serve a sottolineare l’importanza e l’ufficialità di quanto si dice.”

Vladimiro, per dare ufficialità e importanza al suo gesto imminente (ma senza aver afferrato in pieno la regola) ha dichiarato “Noi mangio” addentando un panino.

Può uscire?

19 maggio 2016

Bussano alla porta, diciamo avanti, entra uno studente di un’altra classe.
“Scusi, c’è Tizia?”
“Sì, eccola qui.”
“Può farla uscire per favore? Dovrei dirle una cosa.”
“Profe, posso?”
“Certo cara, prego.”

Tizia esce, lascia la porta socchiusa. Tutti i suoi compagni si spenzolano col capino per carpire la cosa che quel tipo è venuto a dirle. Le ipotesi vanno da una dichiarazione d’amore personale a una dichiarazione d’amore per conto terzi. Ma ecco Tizia rientra.

“Be’?”
“Be’ cosa, professoressa?!”
“Be’, cosa voleva quel ragazzo?”
“Voleva dirmi che l’associazione di cui facciamo parte…”
“Ah, no, allora non ci interessa, riprendiamo immediatamente la lezione.”

Tizia allibita.

Come quella volta

15 maggio 2016

La Deona da un paio d’anni canta nel coro del quartiere delle Piagge. Ci sente abbestia, è motivata e fogatissima, vorrebbe che tutto il mondo cantasse insieme a lei.
Dice la Deina: “La Deona si esibisce alle Leopoldine in piazza Tasso: dobbiamo assolutamente andare ad ascoltarla e applaudirla.”
Alle nove siamo lì, schierate e fiere della nostra amica, interessate al programma che leggiamo sull’opuscolo appoggiato su ogni sedia: Jiva Jive di Ben Oakland, O Jesu Christe di J. van Berchem, Ai preat la biele stele (un canto popolare friulano), Otche Nach (un Padre Nostro in lingua russa) di Kedrov, Signore delle cime di De Marzi, O Shenandoah di nonsocchì, C’è un uomo in mezzo al mare di Rastelli.
Prima di loro però deve esibirsi un altro gruppo, quello del quartiere delle Cure. Zona cittadina più elitaria e snob (che io chiamo le Curegge proprio per ridimensionarne la supponenza), le Cure(gge) hanno anche il coro più serio e musone, il cui programma non a caso prevede pezzi pesi e impegnativi che includono perfino quattro sonetti musicati di quell’uggioso di Petrarca.
Ma insomma, via, partiamo, noi siamo pronte, concentrate e assorte.
“Oh -dice a un certo punto all’orecchio la Deina- hai visto? il prossimo pezzo s’intitola Rostiva i corni. O icché vòl dire secondo te?!”
E’ bastato questo.
Niente di che, in effetti.
Ma io l’ho guardata.
Lei mi ha guardata.
E un’onda ingestibile di riso ci ha invase.
Quel riso immotivato e inspiegabile che ti viene a scuola quando hai quindici anni, in classe c’è la tua professoressa più cattiva, tu sai bene che se ti becca a ridere ti fa un culo come una regione, eppure a te scappa da ridere, tanto, tantissimo, da morire, non ce la fai a trattenerti, a distrarti, provi a pensare a qualche cosa di brutto e di terribile (per esempio che se lei ti becca sei fottuta), ma niente funziona e tutto ti fa ridere, anche la prospettiva di finire in presidenza. E più sai di non poter ridere e più ti scappa, più cerchi (almeno) di ridere piano e più il tuo corpo sussulta, ondeggia, traballa, e tu sai, sai perfettamente che quelli dietro ti vedono la schiena tentennare e quelli davanti ti sentono il respiro moccicoso che ti smuovono le lacrime.
Piangi dal ridere, gli occhiali ti si appannano e si appannano anche alla Deina, infatti contemporaneamente ve li sfilate per spannarli con l’angolo della maglietta ma anche quel gesto sincrono è la vostra rovina, anche quello vi fa ridere, come tutto vi farebbe ridere, anche una mosca che si trovasse a passar da lì per caso.
La Deina poi a un certo punto s’innervosisce, vorrebbe smettere di ridere perché in un moto d’orgoglio si ricorda di avere cinquant’anni, ma non può, e dà la colpa a te, quando è evidente che tutto è partito da lei e la responsabilità giace interamente nelle sue mani. Si mette i capelli di lato per non doverti guardare, tu allora la bussetti con il gomito perché non è giusto, non vuoi che ti tagli fuori così dalla sua vita, ti senti sola nella tua disperazione comica, devi condividere, devi smezzare tutto quel riso o soffocherai.

E mi è tornata in mente quella sera di tanti, tantissimi anni fa.
Io e la mamma eravamo andate su fino al castello di Cennina, ad ascoltare un concerto di chitarra classica.
Siccome eravamo arrivate all’ultimo momento, trovammo due posti liberi, ma lontani, uno in cima, uno in fondo a una lunga panca di legno. La mamma si mise da una parte, io dall’altra. E il concerto cominciò.
Poche, pochissime note, e la mamma si sporse dalla fila di persone che ci separavano, cercò i miei occhi e quando li ebbe trovati storse bruttamente i suoi, facendomi quell’espressione a cui non resistevo.
Non resistemmo neanche quella volta e ci toccò andar via dopo dieci minuti passati a far traballare la panca per quanto ridevamo.