Buongiorno

14 maggio 2016

Ti svegli alle 6, accendi la luce, non funziona. Vai al gabinetto, accendi il lampadone sullo specchio, non funziona neanche quello. Provi il corridoio: buio. Vai in cucina: notte.
Cerchi di recuperare nel pensiero la ricevuta della bolletta pagata. C’è. Apri la porta e ti affacci sul pianerottolo con una camicina da notte ristretta e trasparente: tanto non c’è nessuno e la luce non fa neanche per le scale. Ti consoli, però poco.
Non ti fai la doccia perché non c’è acqua calda, ti lavi a pezzettini e ti fa schifo, il maquillage te lo fai a casaccio davanti alla finestra, le notizie sui quotidiani online le salti perché è saltata anche la connessione. Ti metti addosso i primi cenci che trovi ramazzando nella penombra della camera e finalmente esci.
Ma l’ascensore non funziona, ti toccano le scale. Mentre le scendi pensi che oggi non andrai come ogni mattina a Porta Romana, bensì al Teatro Aurora di Scandicci perché c’è l’assemblea d’istituto e tutti gli studenti sono lì, lontano, ma tanto hai la tua macchinina.
Poiché non c’è corrente, non funziona neanche la sbarra elettrica e la tua macchinina rimane prigioniera del parcheggio.

Nelle botti piccine

13 maggio 2016

Nell’ora di epica, freschi di lettura del brano dell’Odissea in cui Ulisse malauguratamente incontra Polifemo, decido di far vedere alla classe il pezzo dello sceneggiato datato 1968 ma incredibilmente attuale e veritiero.
“Avvicinatevi al computer e fate molto silenzio però, perché senza le casse esterne l’audio è piuttosto limitato.”
Ma ecco lei estrarre dallo zaino una micro-mono-cassa ricoperta di gomma rosa fucsia.
“Ti ringrazio tanto, ma questa è troppo piccina, non risolve il nostro problema.”

Mentre mi spiega che la sua micro-mono-cassa è un portento di potenza, aggiunge che “anche lei professoressa è piccina, ma come la mia cassa è piena di risorse.”

Mi sento grande.
Invece mi hanno appena dato della mezzasega.

Fratello sambuco

12 maggio 2016

Per wikipedia il sambuco è un genere di piante tradizionalmente ascritto alla famiglia delle Caprifoliacee, che la moderna classificazione filogenetica colloca nella famiglia Adoxaceae. Comprende specie arbustive di medio-grandi dimensioni, talvolta in forma di piccolo albero, comunissimo lungo le siepi campestri, nei boschi planiziari e submontani e presso i casolari di campagna, nonché alla periferia delle città, dove rappresenta un relitto della vegetazione spontanea.

Per me il sambuco rappresenta tutto. E’ la memoria olfattiva per antonomasia, un elastico che mi riporta indietro agli anni dell’infanzia e mi risucchia in Valdarno, Gastra, il passo della primavera, le giornate lunghe a fare tardi in piazza, le campane del mese mariano, il cancello rugginoso del nostro campettino, il lungarno in bicicletta tutti insieme, la voce di mia madre al citofono che dice “gnamo, l’è bell’e spappola’a la pasta.”
Ma il sambuco è anche l’età adulta, uscire la notte a costeggiare i borri e sporgersi a staccarne i fiori bianchi e spampanati che paiono ricotte pesticciate, infilarci il naso in mezzo e sospirare come quando fai l’amore, riempirne un vaso e la mattina dopo trovare il tavolo marrone incipriato di giallognolo e bianchiccio, lasciarne in macchina dei rami e all’indomani non riuscire a entrarci dentro per il puzzo incredibile di piscio felino.

L’odore del sambuco, che tutti schifano, che nessuno tollera, a me m’inebria, mi fa perdere la testa, mi rincoglionisce. E mi consola.

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Cccp in autostop

11 maggio 2016

Finalmente, dopo mesi di tempismi mancati, stamani becco Vladimiro alla fermata mentre sfreccio per la via sulla C3.
Inchiodo, accosto, (urto il marciapiede con una ruota), strombazzo, gli faccio cenno con la testa.
Lui ride, sicuramente si vergogna come un ladro, ma attraversa la strada e salta dentro.
“Ovvia, dai dai ce l’abbiamo fatta.”
“Grande profe.”
“Da quando avevamo concordato l’autostop, non ci eravamo più trovati.”
“Davvero, invece che bello farsi portare a scuola in auto. Ha visto quelli alla fermata come mi guardavano?”
“Ti imbarazza farti vedere con questa vecchia carampana?”
“Macché dice profe!”
“Che mattinata si prospetta per te, leggera o pesante?”
“Tranquilla. Lei?”
“Io bellissima: stamani nella nostra scuola, a incontrare tutte le classi seconde, viene Giovanni Lindo Ferretti.”
“E chi è?!”
“Come chi è! E’ la voce di un gruppo musicale storico italiano; adesso canta da solista. Mai sentiti dire i Cccp?”
“Cccc-ché?!”
“Madonnina che ignoranza Vladimiro, anche se ascolti quel pattume di musica, avresti il dovere morale di conoscere altro.”
“Mah, io codesti Cccccccc non li ho mai sentiti dire.”
“Cccp è la sigla cirillica, traslitterata correttamente S.S.S.R., che sta per Sojuz Sovietskich Socialističeskich Respublik (Сою́з Сове́тских Социалисти́ческих Респу́блик), in russo Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (ossia U.R.S.S.).”
“Ma cosa dice profe? E sentiamo, che musica fanno?”
“Fanno (o meglio facevano) punk rock. Giovanni Lindo Ferretti però adesso si esibisce da solo, ha imboccato una linea mistico-intimista e oggi da noi racconterà lo spettacolo Saga, realizzato con i suoi cavalli.”

Vladimiro, che ascoltava la mia lezioncina molto attentamente, ha detto che se sua nonna oggi fosse stata libera, sarebbe certamente venuta ad ascoltare quel tipo perfetto per lei.

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Questo progetto nasce da una visione antica: una sera d’autunno ho visto tre grandi cavalli scuri entrare di potenza nella stalla, un’immagine di una forza unica, pari solo a quella di un concerto rock.

Con queste parole Giovanni Lindo Ferretti, personaggio cult di una certa musica italiana, iniziatore del nostro punk nazionale, Fondatore dei Cccp, poi Csi, poi Pgr, uomo dai mille volti e dalle prese di posizione politico-ideologiche volubili e talora contraddittorie ma sempre affascinanti, presenta Saga. Il canto dei canti. Opera equestre.
Si tratta di un album datato 2013 a cui è seguito uno spettacolo teatrale ideato da Ferretti stesso e incentrato sui cavalli, che l’autore alleva nella sua stalla a Cerreto Alpi.

È un racconto di montagne, le montagne di sempre “nella tempra indipendente dei nostri antichi montanari ai quali mai li è possuto comandar perché dicono loro essere liberi”. Le montagne di oggi, trafraneviadotti, dove tutto sta chiudendo: l’ultimo bar, l’ultima bottega, l’ultima azienda agricola ed erano presidi di una civiltà, di una cultura materiale, ridotte a studio di settore e condannate a morire.
Essere sradicati per sradicare: lo richiede l’economia, l’impone la politica; la finanza, ben salda al comando, ara semina e raccoglie in tabula rasa e delle radici fa cimeli di antiquariato. Una coltre di pesantezza grava sulle cose e sui giorni. Certo le circostanze non sono favorevoli, e quando mai?
Mai stata facile la vita sul crinale, nelle alte valli, mai garantita ma generazioni su generazioni non l’avrebbero scambiata con altro, in altro luogo; l’hanno difesa e rivendicata per composizione di segmenti impalpabili ma ineludibili dove un paesaggio trova corrispondenza nell’intimità.

Si può anche fallire, perdere la propria battaglia, ma tutte le azioni che trovano origine in coloro che ci hanno preceduto, conforto nel paesaggio, forza nella lingua, linfa nel mito e sostentamento nel rito che lo celebra, si collocano nel regno della Provvidenza che contiene, etimologicamente, tanto la previdenza che la prudenza e non può non considerare il tempo dell’audacia perché nutre il coraggio e rifugge lo svilimento.
È un racconto di cavalli “la più nobile conquista, base materiale della civiltà. Vanificandone pregi e utilità il mondo industriale gli ha reso onore nominando cavallo/vapore l’unità di misura della sua potenza: potenza meccanica. Cavalli di sempre che intrecciano il loro destino al destino dell’uomo e cavalli di oggi, un tempo in cui allevare, addestrare, è un gesto eroico, un gesto artistico, è una disciplina umanistica”.
Tra i cavalli il posto d’onore spetta al maremmano, il cavallo della nostra tradizione. “Fiorente con gli Etruschi servì Roma dalla fondazione alla decadenza , l’intera sequenza della condizione umana fino alla nazione italiana che l’ha arruolato, smobilitato, disprezzato, consegnato all’oblio”. Cavalli da lavoro, da guerra, da macello, cavalli in via d’estinzione. Uno specchio in cui rimirarci: ben triste visione ma librano nell’aria frammenti di vertigine e, lontano, l’eco di un canto. Un canto sempre cantato.

È un racconto, siamo alla fine del prologo. Tutto è in atto: una stalla e un’ arena, tra una frana e un viadotto, come dimora da cui partire e a cui tornare; i protagonisti si preparano a calcare la scena: SAGA IV il canto dei monti. Sarà il teatro barbarico a tessere la trama, a scandire la suddivisione in capitoli del racconto. Un racconto in divenire di cui noi siamo parte, indispensabile, non sufficiente.
Cinque anni vissuti in disciplina con un branco di cavalli a crescere, quattro anni di tribolazioni di cui due in prigionia, ogni giorno una grazia ogni giorno una pena, ci permettono uno sguardo sereno. A volte è lo sguardo di Athena, cieca e sorda ma determinata dal fiuto, appagata nella vicinanza; a volte lo sguardo di Era, l’altro cane pastore, che fa della difesa dello spazio vitale del branco la sua ragione d’esistenza, la sua ricompensa. Su tutto lo sguardo dei monti.
La montagna vive e vivrà finché dura il dolore, finché sgorga la gioia e trova spazio la pietà,
e chi la abita ringrazia il Cielo. Poi ciò che deve accadere, accade.

Mercoledì prossimo, alle ore 15,00, dopo aver incontrato gli studenti in un’alternanza di lezioni all’aperto, Giovanni Lindo terrà il suo spettacolo nel parco del Liceo Artistico di Porta Romana, accompagnato dai suoi cavalli, in una performance definita imperdibile da chi ha già avuto modo di vederla.

A tutti noi, colleghi e alunni, sarà sufficiente mettere la testa fuori dalla scuola e ci troveremo in prima fila.
A tutti gli altri basterà attraversare il Parco della Pace e andare incontro alla musica bella.

Non ci dica di no

3 maggio 2016

Sulla posta del sito trovo un’email firmata da un’alunna che ebbi venti anni fa.
Ripeto.
VENTI ANNI FA.
Mi scrive che mi ha pensata spesso in tutto questo tempo, che ha provato più volte a cercarmi sui social ma niente, che poi si è accorta che mi cercava con il nome di Daniela e quindi, che una sera si è trovata a cena con uno che frequentava la sua stessa scuola (però un’altra classe) e lei gli ha detto: ma la Landi?, e lui ha tirato fuori uno smartphone e le ha detto: eccola qua.
Mi scrive che di quel tempo lontano trascorso insieme si ricorda soprattutto una cosa: l’amore per i libri che assegnavo in lettura per casa.
Ma chissà se lei si ricorderà ancora di me, professoressa.

Io di lei ricordo così tanto, che se chiudo gli occhi mi sembra di avercela davanti: i capelli biondi e i tratti minuti, le labbra carnose e la pelle chiara come il suo cognome.
Ricordo che era brava in Italiano, che scriveva volentieri, e infatti in quest’email che sto leggendo neanche l’ombra di un errore. Ricordo che era l’unica femmina in una classe di geometri, che era benvoluta da tutti i suoi compagni e coccolata, presa in giro amabilmente e poi protetta.
Ma più che altro ricordo che abitava in un posto con un nome troppo buffo che mi faceva ridere ogni volta, una frazione di Greve in Chianti piena di casine nuove e di villette a schiera, Chiocchio.

Il nostro emozionante e caloroso scambio epistolare non era ancora finito, che già quella ragazza (che oggi si aggira intorno alla quarantina) aveva contattato gli ex compagni, raggiunto anche quelli più lontani, lanciato la proposta di un megaraduno e raccolto le adesioni.
“Profe, non ci dica di no!”

Infatti le ho detto di sì.

Cos’è il genio?

2 maggio 2016

“Profe, ha mica corretto la verifica sui verbi?”
Io tentenno, tergiverso, temporeggio.
Sul gruppo di whatsapp rispondo che il pacco è al momento intonso.
“Intoché?!”
Il Cocchino consulta il dizionario online e rivela a tutti l’arcano lessicale.
“Intonso: non tosato; detto di chi porta i capelli lunghi, mai tagliati o non tagliati da lungo tempo: l’i. Febo (V. Monti); capo i.; i. chioma; anche, barba i., lunga e fluente.”
Poi però si accorge che c’è anche un significato figurato.
“Intonso (fig.): di libro a cui non sono state tagliate le piegature dei fogli: un esemplare i.; il libro è ancora i. (e quindi non è stato ancora letto, sign. fig. oggi preminente, data l’ampia diffusione della raffilatura meccanica del libro). Vuol dire che non l’ha neanche aperto per dargli un’occhiatina.”
Ma essi non demordono.
“Profe, insomma i verbi?”
Al che confesso.
“Ragazzi, diciamocelo: non ho voglia, non so da che parte cominciare. Non c’è cosa più noiosa della correzione di un pacco di compiti di grammatica.”
Ma Vladimiro preme.
“Profe scusi: è tutto l’anno che con lei prendo 3. La grammatica è l’unico settore in cui sono fortissimo. Deve correggere quel compito!”
Ma ecco l’idea della svolta salvatrice.
Portare il pacco (tuttora intonso) in classe, distribuire a ciascuno la verifica di un altro compagno e piazzare Vladimiro in cattedra a coordinare la correzione collegiale, tecnica efficacissima ai fini didattico-educativi.

Cos’è il genio?
Il genio è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.

(Mario Monicelli, Amici miei, 1975)

Ebbe a disdegno

1 maggio 2016

Nel Canto X dell’Inferno Dante incontra Farinata degli Uberti e Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido, suo collega e amico. Ed è proprio in nome di quell’amicizia che Cavalcante chiede a Dante notizie di suo figlio.
“Se per questo cieco carcere vai per grandezza d’ingegno, mio figlio dov’è? e perché non e teco?” gli domanda infatti.
Quell’imbecillone di Dante avrebbe potuto rispondere in tante maniere: che ne so io di dove sta tuo figlio; m’import’assai a me di lui; che ti devo dire, sarà a casa; qui di tutti noi stilnovisti ci sono solo io perché solo io sono the number one, the best in the world, the real top.
Invece no: si mette a fare il criptico.
“Da me stesso non vegno: colui ch’attende là, per qui mi mena forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.
Che in soldoni vorrebbe dire: non è che sono proprio solo solo, lo vedi quello là che m’aspetta (Virgilio, n.d.r.)? Ecco, mi sta portando da una tipa (Beatrice, allegoria della fede, n.d.r.) che Guido non ha mai considerato”.
Ora, lasciamo stare la lettura metaforica da dare a questo verso.
Concentriamoci sul verbo.
Ebbe.

“Che tempo è?” chiedo ai ragazzi di terza.
“Un congiuntivo!”
“Macché congiuntivo; il congiuntivo è un modo. Io ho detto che tempo.”
“Passato semplice?”
“Passato semplice?! Ma di che parlate?”
“Participio passato?”
“Ma cosa diavolo dite!”
“O professoressa, la grammatica si fa solo nel biennio, noi si fa la terza: siamo autorizzati a non saperla più.”
“Non dite eresie: la grammatica va saputa per tutta la vita!!”
“Eh, esagerata.”

Visto che sono esagerata, fisso una verifica sui verbi per la settimana successiva.
Mi aspettavo una protesta, una rivolta popolare, una scissione, uno scioperone, una lapidazione.
Nulla.
Vengono a scuola e fanno la verifica.

O vai furbona, ora correggi anche questa roba che non fa nemmeno parte del programma.