E tu dormi, dormi

29 giugno 2016

Lo scorso primo di febbraio, giorno del mio cinquantesimo compleanno, mio fratello Il Rondine mi regalò una scatolina.
La aprii e dentro ci trovai due biglietti per il concerto di Vasco all’Olimpico: uno per me e uno per lui.
“Andremo insieme a Roma -disse- e ci regaleremo due giorni in quella bellissima città, notte compresa. Io e te, da soli, senza nessun altro, come quando eravamo piccini, come non accade più da tanti anni.”
Immediatamente prendemmo a sognare cene in Trastevere, passeggiate notturne, colazioni reiterate in barrettini del centro, lancio di monete nella fontana più bersagliata d’Italia. E cori, cori, cori a squarciagola per il nostro amato rocker, l’uomo che segnò la mia adolescenza e la sua infanzia, ohé ohé ohé ohééé Vascooo Vascooo.
Stupidamente non pensai mai all’eventualità che mi nominassero agli esami.
Mi hanno nominata.
E l’altra sera, mentre io giacevo sul mio letto, distrutta da una giornata trascorsa a correggere 48 prime prove scritte, Il Rondine ha telefonato, da Roma, dall’Olimpico, dal palco di Vasco, mentre Vasco cantava: E tu dormi, dormi.
Io mi sono svegliata, ho risposto, ho ascoltato in silenzio.
E in silenzio ho pianto, pianto.

Sul lago dorato

27 giugno 2016

A Bologna ci sono nati e cresciuti, ci hanno studiato e hanno cominciato a lavorarci. Poi un giorno si son guardati in faccia e hanno deciso: si va via. Si sono ritirati a Badi, un borgo che sembra pitturato a mano, lei con la sua formazione artistica all’Accademia, lui con la sua laurea in Architettura, lei con la sua esperienza nel bar di famiglia, lui con la gran fortuna di una vecchia locanda in eredità dalla sua nonna, lei con la sua dote innata di abbellire spazi, lui con la chitarra costruita a mano. Di quella vecchia locanda hanno fatto un bed&breakfast che dovrebbe stare nella copertina di AD, tre camere e due appartamenti curati fin nel più nascosto dei dettagli, nulla di lasciato al caso, tutto in armonia con il contorno naturale. Un nido d’amore, d’amicizia, di relazioni, incastonato sopra una collina e orientato verso il lago. Lei si chiama Eleonora e ti accoglie col sorriso se suoni a quel campanello. Le chiedi se ha una camera, te le fa vedere tutte, ti consiglia quella con la vista più esclusiva, ma poi le viene in mente che forse l’appartamento col terrazzo è quello che ti serve. Lui si chiama Emiliano e lo conosci l’indomani a colazione, quando ti viene servito tutto quello che si può desiderare di mattina appena svegli, dolci fatti in casa, tramezzini salati, pastasfoglia ripiena di confettura artigianale e uvetta, pane caldo e croccante, burro e marmellata, frutta fresca fatta a spicchi, la torta tradizionale di Porretta Terme, e la colazione dura un’ora, la consumi a piedi scalzi, vestita per metà, con il sole che entra nel terrazzo aperto e colpisce il vaso di ortensie a tre colori, e lei ti parla di una vacanza a Lanzarote, e lui ti racconta che suona in un gruppo che si chiama Io, lui, Nicola e un’altra che non mi ricordo, senza pressare, senza essere invadenti, ma discreti, delicati, morbidi come i cuscini sui divani.
Insomma un posto magico che tutti, almeno un fine settimana nella vita, come i musulmani con La Mecca, dovrebbero vedere. Per cui lo scrivo qui: Borgo Massovrana, Badi, Castel di Casio, Bologna. Andateci. E salutatemi quei due.

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Calendari

27 giugno 2016

Per la correzione degli scritti ogni commissione stila un calendario personale. Io e la mia collegAmica, impegnate negli esami in due scuole diverse, ci aggiorniamo in tempo reale per confrontare i nostri orari.

“Ti pare giusto che dobbiamo programmare la correzione odierna in modo da non interferire con la partita dell’Italia?!” mi scrive oggi.
Poi annuncia che, stando così le cose, lei pretenderà la pausa pranzo in concomitanza con Alta Infedeltà.

Tra le braccia di Tiziano

26 giugno 2016

Orsigna arrivi ed è tutta lì, un pugno di case in punta a un poggio, un barrettino al primo piano di una casa, un alimentari che vende anche i libri di Terzani. Del resto, a Orsigna ci vai per via di lui. Hai bisogno di staccare, hai voglia di pace, Orsigna è perfetta. Parti da Firenze e fino a Pistoia fai l’autostrada. Poi esci e imbocchi la porrettana, una curva dietro quell’altra, ma panoramica, fresca, suggestiva, coi binari del trenino che ogni tanto sbucano dal nulla.

A Orsigna fa un bel fresco, pensi a Firenze e ti vengono i brividi di orrore all’idea dei suoi 35 gradi, pensi che lunedì ci tornerai perché ripartono gli esami, ma per questi giorni cerca di distrarti, di pensare ad altro, pensa a Tiziano, prova a fare un bel viaggio insieme a lui. La camera è dentro un ristorante, sopra un belvedere, il monte ti sta lì davanti, verde e folto, lo puoi guardare da una panchina sotto un pergolato, dietro il bancone ci sta una vecchina ruvida e inadatta all’accoglienza, ma che te ne importa, non sei mica lì per lei, sei lì per tutta un’altra cosa, sei lì per guardarti intorno e vedere com’è fatto un posto che hai sempre immaginato, finalmente puoi vederlo, finalmente sei arrivata.

La casa di Tiziano è proprio quella del film tratto dal libro che stai leggendo ora, La fine è il mio inizio, che all’inizio non volevi leggere perché ti puzzava di manovra, di pubblicità, di speculazione, lui era appena morto e il suo figliolo ci scriveva un libro sopra, non ti andava, non ci stavi. Invece quel libro è un’opera d’arte e ti risucchia come una Gioconda scritta, t’incatena, t’imprigiona, mentre lo leggi ridi e bèli, capisci bene il sogno spaventoso comunista, allevi grilli in Cina, vai in Cambogia, assisti alla guerra in Vietnam, torni nella tua Thailandia, parli di potere, di denaro, di politica, di vita, vedi Firenze com’era quando tu stavi nascendo, e scopri che Tiziano ha vissuto nella villa con la torre in cui mancapoco andavi a vivere anche te.

L’albero di Tiziano gli occhi ce li ha davvero, ma uno gliel’hanno staccato e riattaccato storto, alla corteccia ci hanno inchiodato fogliettini con pensieri edificanti, sull’erba ci hanno messo un sasso sopra quell’altro come nei cimiteri degli ebrei. D’intorno è tutto un proliferare di radici, paiono le mani della natura che s’affondano nel terriccio, si tengono strette per non perdere l’equilibro e non cascare.

A Orsigna il sambuco sta fiorendo ora, da noi è finito da un bel po’ ma lassù è in esplosione piena, un profumo da perdere il cervello, vampate di immagini e ricordi, e insieme al sambuco la ginestra, stucchevole e dolciastra, buonissima anche lei.
Sai che ci tornerai, perché una volta non ti è bastata, avevi bisogno di più tempo, andare lenta e stare ferma, dormire e contemplare, leggere e giacere, staccare spine e pensieri. E fare pace con le tue guerre eterne.

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A cosa serve la maturità

26 giugno 2016

Ogni anno ricevo la nomina a commissario esterno ed entro in una scuola nuova per esaminare alunni che non ho mai visto prima. E ogni anno me lo chiedo. Serve ancora questo esame? Che lo chiamiamo di Stato o di maturità, ha ancora un senso questo appuntamento finale che chiude un quinquennio di studi superiori? Come me se lo chiedono in tanti, addetti ai lavori e non. E molti si rispondono che no, non serve. E che, a volerlo mantenere, andrebbe quantomeno modificato, aggiustato, perfezionato. Che così com’è non funziona perché riduce a quattro prove (tre scritte e una orale) un percorso lungo e significativo che non può ridursi a un incontro con il fato e la casualità.
Secondo me l’esame serve, per molteplici ragioni.
L’esame serve perché incombe. Un ragazzo inizia le scuole superiori e il fantasma della maturità prende a perseguitarlo. Gli si dice di fare un buon biennio perché è lì che si mettono le basi per affrontare al meglio quello che verrà dopo. Dopo infatti giungerà il triennio. Come una grossa Arpia ingombrante, la maturità svolazza sulle classi e tacitamente minaccia chi sta sotto, gli studenti (ma anche i docenti). Dice loro che, presto o tardi (ma comunque molto prima di quanto essi credano), quelle date fatidiche di giugno arriveranno, e con esse arriverà la resa dei conti.
L’esame serve perché costringe. A organizzare un certo lavoro, a pianificare i tempi, a imparare l’ordine e imporsi una disciplina. Sapere che quella prova arriverà, sta arrivando, è già qui, porta i protagonisti di quest’avventura a sintonizzarsi con essa: i professori lavorando con un impegno più capillare, gli studenti reggendo un passo a cui probabilmente non sono abituati.
L’esame serve perché porta a interrogarsi. Chi sono io? Quali sono i miei talenti da spendere, le mie passioni da alimentare? Con quale carta d’identità intellettuale e culturale posso presentarmi a questo appuntamento importante, quali aspetti del mio carattere devo far fiorire al cospetto di una commissione che per metà mi conosce bene, ma che per metà m’ignora del tutto?
L’esame, soprattutto, serve perché fa paura. In un mondo iperprotetto, nel quale gli adolescenti vengono tutelati da ogni rischio e da tutti i timori, l’esame costringe all’emozione che comporta il batticuore. Obbliga all’elaborazione di tattiche logistiche per far fronte all’incertezza e di strategie che trasformino in coraggio la trepidazione. E’ come una dichiarazione d’amore: sai che te la giochi tutta lì, in quel luogo e in quel momento, e che devi farlo bene o perderai qualcosa che per te conta. Non a caso, quando la maturità finisce, nessuno è mai uguale a prima che iniziasse.
L’esame, infine, serve perché chiude un cerchio spalancando un avvenire. Non andrai più a scuola, non siederai più su quei banchi, non sarai più costretto a una rendicontazione quotidiana del tuo impegno, non vedrai più tutti i giorni le stesse facce; in compenso sceglierai una facoltà universitaria o ti costruirai una professione, ma tutto avverrà sotto altre regole e con altri ritmi. E’ una fase esistenziale che si conclude. L’esame di maturità è la sigla finale della prima parte del tuo film.
E poiché qualunque formula, vecchia o nuova che fosse, mostrerebbe falle e limiti, tanto vale lasciarlo com’è e fargli giocare il vero ruolo che gli appartiene, quello di essere il simbolo di un momento della vita che non verrà mai dimenticato.

(Oggi nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

A parte il Pil

23 giugno 2016

“Queste tracce sono orrende” ha detto un collega alla maturità.

A me sono piaciute così tanto che, se anziché commissario esterno fossi stata studentessa, avrei chiesto il permesso di farle tutte a parte il Pil.

Notte prima degli esami

21 giugno 2016

Ultima notte di patimento per tutti coloro che, da domani, affronteranno gli Esami di Stato. Ultima perché, fatta la prima prova, tutto si ridimensionerà e le altre tre (compresa quella orale) sembreranno affrontabili. Solo stanotte i maturandi avranno la gola gonfia d’ansia, il cuore col battito a mille, gli occhi spalancati nelle tenebre. Domattina si sentiranno lo stomaco chiuso dall’angoscia e sarà un’impresa fare colazione. Ma già giungendo a scuola e incontrando i compagni di questa ciclica avventura, penseranno: forse ce la faccio. E ce la faranno. Dal Ministero giungeranno i testi delle prove, i commissari procederanno a fotocopiarli e distribuirli, ciascuno sceglierà la traccia a lui più adatta (o meno estranea) e le sei ore successive voleranno. Brainstorming selvaggio, organizzazione dei pensieri, brutta copia, bella copia, e il grosso sarà fatto, l’esame sarà avviato: sarà tutta discesa.

Questo si scrive per incoraggiare.

La verità è che a me mi viene l’ansia anche a fare il commissario esterno.

Lui è un talento naturale. Lei non ne ha fallita una. L’altra ha un po’ chiacchierato, ma ha prodotto dei piccoli capolavori. Quell’altra ancora ha una predisposizione alla filantropia che va premiata. Loro hanno fatto allegra combriccola, ma son tanto simpatiche. Le altre due erano timidissime, ma piano piano sono uscite allo scoperto. Lui non ha fatto un cazzo, ma mi ha fatto scompisciare. Il suo amico non ha combinato una sega, ma mi ha coperta di abbracci quotidiani. Quelle due hanno fatto coppia fissa, sempre in prima fila. Lui ha viaggiato in cronico ritardo, ma negli ultimi due mesi ha messo il turbo e ha sbombato. Lei all’inizio era in simbiosi con il muro, ma poi se ne è staccata, è salita su una sedia e ha iniziato a declamare. Lei è stata anarchica, ma ha scoperto che scrivere era bello. Lui ha un’intelligenza raffinata che non si può ignorare. Quella è arrivata dopo e si è messa a sfumettare di brutto. Quell’altra mi ha fotomontata in ogni salsa, ma ha fatto un lavoro sul suo corpo che non dimenticherò mai. Lui non è portato per le mie materie, ma le ha studiate sempre col sorriso.

Detesto scrutinare i miei studenti e ridurli a un numero compreso tra uno e dieci. Ma -ahimè- è tempo di voti e di pagelle.

Raduno ufficiale delle Dee, iersera. Grande Maestra Cerimoniera -nonché perfetta padrona di casa- la Deona. Si comincia in giardino, sotto un tendone bianco, in mezzo a tralci di vite e rami di nocciolo, voli d’uccelli e d’aerei. Si prosegue all’interno di una magione lunga a due piani, intorno a un tavolo rettangolare che col passare delle ore cresce in bevande e vivande. La Deona Home è un porto di mare a cui chiunque può attraccare all’improvviso, dal marito alle figlie, dalla mamma al babbo, dal falegname allo zio con la moglie congolese. Chiunque passa si ferma, perché sente un gran ridere e il riso fa da calamita. Con la Deona è bello parlare, perché si parla di tutto: dell’indiscutibile eleganza che i tacchi alti conferiscono alle gambe di una donna, dell’altrettanto indiscutibile comodità di calzare tacchi bassi, della tremenda fatica per sfrattare un formicaio abusivo, dell’eccitante prospettiva di mutare residenza, della snervante attesa degli esami di stato, della gratificante preparazione di carciofini sott’olio, della recente strage di Orlando.
Ma uno è il tema che domina la serata fino a sfociare nella notte: dell’impellente esigenza di cambiare lavoro prima che sia troppo tardi. Abbandonare la scuola nel momento migliore, prima di invecchiare, di rincoglionire, di non aver più niente da dire, di non saper più che pesci pigliare, di sentirsi straniere nella madrepatria professionale. Preferire un addio anticipato e dignitoso all’attesa umiliante di una data sempre più lontana, andarsene mentre siamo credibili, finché siamo affidabili, prima che arrivi il ridicolo. Ma cosa fare?
Inventarsi un futuro e costruirlo insieme, creare qualcosa che non c’è e che non c’è mai stato, pensare in grande e rimettersi in gioco. Come quando -ragazze, fresche di laurea, piene di passione e di sogni- c’incontrammo nella nostra prima scuola e imparammo insieme a insegnare.

Compiti per le vacanze

14 giugno 2016

Dentro la busta che contiene la sua lettera di fine anno, CrestaRossa ha aggiunto anche (oltre a un suo scatto in bianco e nero che mi ritrae seduta bordo Arno sull’erba del giardino della Società dei Canottieri) due pagine di “compiti per le vacanze”.
Una è una lista di film da vedere.
Una è una lista di canzoni da ascoltare.
Le ricopio entrambe qui perché sono belle, sono interessanti e sono utili a non buttare il tempo estivo senza un occhio all’arricchimento interiore, di qualsiasi tipo sia. E perché non sono sempre i vecchi a dover insegnare qualcosa ai giovani.

FILM
The imitation game
L’arte di cavarsela
This is England
La teoria del tutto
The breackfast club
Love Rosie
Il curioso caso di Benjamin Button
The fight club
Shutter Island
The beach
Love actually
Questione di tempo
Prova a prendermi
Grand Budapest Hotel
Albert Nobss
The Danish girl
Il pianista
Ricordo di un’estate
Trainspotting
L’uomo senza sonno
Les amours imaginaire
The school of rock
Dragon heart
L’amore che resta
Cinque giorni fuori
Donnie Darko
Il castello errante di Howl
La principessa Mononoke
Nowhere boy
Interstellar
Predestination
Sesto senso
Noi siamo infinito
Vivere in fuga
Quel fantastico peggior anno della mia vita
Stuck in love
We are the best

MUSICA
Satellite (All Time Low)
Do I wanna know (Arctic Monkeys)
Start to Begin (The Brevet)
Dear God + So far away (Avenged Sevenfold)
Long live to Rock’n'Roll (Doughtry)
Last night on Earth (Green Day)
Better men + Waiting (Jamie Campbell Bower)
People who die (Jim Carroll)
Huets (Mika)
Why don’t you get a job (My Chemical Romance)
Red balloon (Never Shout Never)
Photograph (Nickelback)
Stand by me (Ben E. King)
Keep the dream alive + She is love + Some might say (Oasis)
Sleeping by myself (Pearl Jam)
Don’t you forget about me (Simple Minds)
Caraphernelia (Pierce The Veil)
The middle (Jimmy Eat The World)
Red hot moon (Rancid)
Blowing in the wind (Bob Dylan)
God save the Queen (Sex Pistols)
Friday I’m in love (The Cure)
Kick me (Sleeping With Sirens)
English man in New York (Sting)
Little dirty secret (All American Rejects)
I’ve just seen a face (The Beatles)
Our lives + Wherever you will go (The Calling)
Train in vain (The Clash)
City of Angels (The Distillers)
I’ll be there for you (The Rembrandts)
There is a light that never goes down (The Smiths)
In the middle of nowhere (The Story Teller)
Today (Willamette Stone)
Coul be another change (The Samples)
Motivation + Still waiting (Sum 41)
What’s my age again + The Rock Show (Blink 182)