Bilanci

13 giugno 2016

E’ stato l’anno dei passi e delle scale.
Mai, dentro una scuola, ne avevo fatti e salite così tante, ala est, ala ovest, aula duecentotredici, sessantadue, centododici, duecentosessantasei, centrocinquantanove, duecentoquattro, entra in classe, torna in sala professori, dimenticato libri nel cassetto, macchinetta del caffè, cortile posteriore, sorveglianza all’intervallo, ottagono, aula magna, corridoi, segreteria didattica, segreteria amministrativa. E mi tornano in mente le parole di quella collega il primo giorno: “Preparati al peggio: io ci ho preso la sciatica”. Io invece ero convinta che sarei dimagrita. Per una malsana tendenza alla sovralimentazione mirata ad affrontare il carico motorio, ho preso 5 chili.

E’ stato l’anno dei fumetti.
Con la naturalezza dei dotati, degli ispirati, degli artisti, i miei studenti me ne hanno propinati in tutte le salse: negli appunti di Storia, tra i capitoli dei Promessi Sposi, in mezzo agli appunti di quadernoni che meriterebbero la pubblicazione, perfino nei compiti in classe, come ha fatto NanniBella con grande coraggio e ineguagliabile grazia. Chissà cosa direbbe Zerocalcare.

E’ stato l’anno del registro elettronico.
Quando il tablet è entrato dentro la mia vita, la mia vita ha cessato di essere serena. Prendilo dall’armadietto della ricarica, firma per dimostrare di averlo preso, portalo in classe col terrore di farlo cadere, prova a compilarlo, cinque, dieci, venti minuti di lezione buttati al vento per digitare assenze, ritardi e voti che sul cartaceo mi portavano via un secondo. Niente: non ha mai collaborato, ha sempre fatto ostruzionismo. Poi finalmente nella mia vita è entrato un MacBookPro nuovo di zecca e il tablet è andato cordialmente affanculo.

E’ stato l’anno delle scarpe basse.
Dopo avere (anni fa) abbandonato gli anfibi a favore di tacchi e zeppe (che conferivano al mio ruolo 12 centimetri di credibilità in più), sono tornata allo stivale rasoterra e alla nana che sono sempre stata. Il look ne ha sofferto, il piede ringrazia.

E’ stato l’anno dei disegni e delle fotografie.
Ho la camera, le borse, l’agenda, i libri e il cellulare costellati di produzioni artistiche dei miei alunni. Uno dei motivi per cui chiesi il trasferimento in questa scuola (godere di un talento che non ho mai avuto) è stato soddisfatto.

E’ stato l’anno delle ore buche al parco.
Dopo anni di scuole in mezzo all’asfalto, finalmente una scuola ingoiata dal verde popolato di cani. Molossi, tappetti, labrador, retriver, barboncini, bassotti, nobili, meticci. E levrieri, levrieri, levrieri. La frutta comprata al banchino, la schiacciata alla gastronomia di Porta Romana. Le briciole addosso, le zampate sulla maglia. La metamorfosi arborea seguita in diretta, tutti i colori del bosco in autunno, la nudità fragile dell’inverno, la rinascita primaverile.

E’ stato l’anno delle levatacce.
Con un orario definitivo che mi vedeva sempre in classe alla prim’ora, la sveglia è rimasta puntata per nove mesi alle 6. Questo ha annientato ogni attività serale che andasse oltre le ore 20. Sarà un’estate di nottate caparbiamente insonni: non intendo coricarmi prima delle 2 fino a settembre.

E’ stato l’anno delle grandi emozioni.
Un anno sulle montagne russe tra discese ardite e risalite, tra baratri e risurrezioni, tra odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

E’ stato l’anno del tempo che vola.
Settembre era ieri. Entravo in tre classi e nella vita di una settantina di ragazzi mai visti prima. Tempo di un sogno, ed era già giugno.

E’ sempre lei

12 giugno 2016

Esiste il caso? Esistono le coincidenze?
Fatto sta che ieri a colazione leggevo che Nada ha appena pubblicato un nuovo libro.
Poche ore dopo scoprivo che la sera stessa sarebbe stata in concerto alla Limonaia di Villa Strozzi, per l’inaugurazione del Toscana Pride Park.
Quando Nada canta, io vado a sentirla. Anche se l’ho già sentita tante volte. Perché voglio vedere come sta, se finalmente è un po’ invecchiata o ha ancora l’aria imbronciata da ragazza testarda, se ha sempre quella voce ruvida e potente che mi spacca il cuore da quando ero bambina.
E, sì, Nada sta bene, ha sempre quell’aria e quella voce.
E’ sempre lei.
E’ sempre bellissima.

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Lo sciopero del sesso

11 giugno 2016

Smettere di fare sesso per iniziare a fare la pace.
Fu l’idea che venne ad Aristofane quando (erano le Lenee del 411 avanti Cristo) mise in scena Lisistrata, la commedia che propugna la pace in modo geniale.
In Grecia imperversa la Guerra del Peloponneso, gli uomini delle poleis sono tutti impegnati a combattere, le donne non ne possono più. Ma ecco, l’ateniese Lisistrata ha un’ideona. Fare un patto con tutte le donne affinché nessuna di loro si conceda più al proprio marito finché non verrà firmato il trattato di pace. Inizialmente le donne (soprattutto quelle giovani e sessualmente esuberanti) le danno di cretina, ma poi si convincono e accettano. Si recano sull’acropoli allo scopo di privare gli uomini dei mezzi finanziari per proseguire la guerra. Reggere non è facile: alcune di loro hanno molta difficoltà a mantenere il patto e inventano varie scuse per tornare a casa dai mariti. Lisistrata deve penare non poco per impedir loro di lasciare l’acropoli. Solo a Minnina è concesso di incontrare il marito Cinesia, ma solo per fare quella che oggi verrebbe eufemisticamente chiamata la rizzacazzi, cioè farlo eccitare ma mandarlo in bianco. Poiché uno stato di erezione perpetua s’impossessa dei greci, la pace alla fine viene firmata e la guerra finisce. Le donne hanno vinto.
Chi vince insieme a loro è Aristofane, questo commediografo che anche oggi appare futurista. Non a caso nel 2001 le donne di un villaggio in Turchia attuarono lo stesso stratagemma per ottenere la realizzazione di un acquedotto.

Con la recitazione degli studenti del Liceo Scientifico “Rodolico” e i costumi degli studenti dell’indirizzo Design della Moda e Tessuto del Liceo Artistico di Porta Romana, la Lisistrata è andata in scena nella gipsoteca della mia scuola.
Una cosa da sbucciarsi le mani.

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L’ultimo giorno

10 giugno 2016

Ho vissuto finora 25 ultimi giorni di scuola da insegnante.
Sono stati quasi tutti allegri, liberatori, affettuosi, pieni di manifestazioni emotive, di bilanci didattici, di cerchi che si chiudevano.
Di volta in volta ho ricevuto omaggi floreali, doni generosi, profumi, balocchi e maritozzi.
Ma mai avevo ricevuto un dono come quello di stamani.

“Via! Via veloci! Arriva! Arriva!”
Entro e la vedo.
Una lavagnata di nomi. Ma non il mio, non i loro. I nomi di tutti gli autori studiati insieme quest’anno, rivisitati e personalizzati come si fa coi nomi degli amici. Credevo che il regalo fosse quello. E invece no.

Sulla cattedra troneggia una borsa di stoffa decorata a mano coi versi di William Shakespeare, legato a un manico un palloncino arancio dal titolo “Secondo lei non le facevamo nulla?!” e intorno le firme di tutta la classe, Cresta Rossa, Cocchino, NanniBella, Segretaria, Leo, Dani, La Vio, La Valdarnese, La Bionda, Il Biondo, Il Cece, Vladimiro, Attrice, Ballerina, Miri, Patty, Peetah, Lan, Anarchica, Lettrice, la Puntols e la Nesina.

Per me bastava quello.
E invece quello era solo il contenitore esterno, la buccia della sorpresa vera.
Dentro quella borsa, che da settembre in poi sará la borsa dei miei libri di testo e delle mie colazioni, una lettera da parte di ciascuno. Lettere chilometriche, sintetiche, decorate, abbellite, ricercate, fumettistiche. Lettere di citazioni e di ammissioni, confessioni e dichiarazioni.
Una borsa, insomma, piena di parole.

Le tocco ma non le apro; le apro ma non le leggo. Per farlo ho bisogno di essere a casa, di essere sola, di essere libera. Di ridere e di piangere senza che loro possano vedermi.

Adesso sono a casa e le ho lette. Una, cinque, dieci volte. Le rileggerò in questi tre mesi di separazione, le rileggerò quando penserò di essere stanca, di non essere capace di fare il mio lavoro, di non aver piú niente da donare. Le rileggerò quando resterò delusa, quando non mi sentirò stimata e crederò di essere sola, di essere perduta.

Nessuno mi aveva mai fatto un dono bello come questo.
Cari ragazzi di 3H, come voi nessuno mai.

Maturandi me salutant

9 giugno 2016

Li presi che erano in seconda, spaesati perché ormai si erano affezionati all’insegnante che c’era stata in prima e un po’ incazzati perché non capivano il motivo di quel cambio imposto dalla presidenza.
Ci misi settimane per farmi accettare in mezzo a sbotti, sbruffi, occhiatacce e musi.
Alla fine ce la feci.
Ci siamo amati per tre anni, riempiendo di appunti un quadernone e di risate ogni lezione, amati come ci si ama (quando ci si ama) tra insegnanti e alunni, di quell’amore istintivo e irrazionale che ci fa riconoscere all’odore e ci fa accettare spigoli e inadeguatezze.
Ci sono stati quando ero in forma, quando ero distrutta, quando davo tutto e quando non avevo niente da donare.
Gli ho fatto le boccacce alla finestra e le torte di mele, le interrogazioni a tappeto e le dichiarazioni cantate in lingua spagnola, gli ho prestato i libri di cui sono più gelosa, ho ascoltato i turbamenti che avvelenavano la loro adolescenza, sono andata a trovarli all’ospedale, li ho riaccompagnati a casa in auto nella notte.
Poi, un giorno, li ho abbandonati. Così, all’improvviso, senza preavviso, alle soglie della quinta, in vista del traguardo più importante.
Dopo un mutismo incredulo e iniziale hanno capito le ragioni del mio addio e hanno compreso che era solo un arrivederci, sotto altre forme e in altri ruoli.
Tutto l’anno hanno letto qui sopra cosa mi accadeva nella nuova scuola, conoscendo virtualmente Vladimiro e il Cece, La Bionda e Cresta Rossa, immaginando il parco e la scuola più belli di Firenze, senza mai osare venire a vederli di persona.
E allora ieri sera sono stata io a tornare in quella scuola, a rituffarmi in mezzo a quelle braccia, a riassaggiare quei piatti multietnici e speziati di cui m’ero cibata per cinque anni, ad abbandonarmi alle loro voci strillanti e ai loro sospiri affettuosi, ad augurare la merda più merdosa per l’imminente esame di maturità.
E senza dirgli molto altro, a ballare insieme a loro.

Ci hanno fatto passare quasi dieci anni a dire no. Adesso improvvisamente ci invitano a dire sì.
Era il 2007 quando una direttiva dell’allora ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni vietava l’uso di cellulari e di altri dispositivi elettronici durante l’attività scolastica. A un tratto (oltre che docenti, psicologi e assistenti sociali) venivamo nominati carabinieri dei nostri studenti. Non bastava più fare lezione (e cercare di farla bene), accogliere nei modi più creativi un popolo sempre più eterogeneo e complicato di adolescenti, instaurare un rapporto costruttivo con le loro sempre più incasinate famiglie, restare a galla in un mare sempre più inquinato di scartoffie da riempire. No. Dovevamo anche trasformarci in vigili urbani. E, pur concentrati sulla lezione da svolgere o l’interrogazione da fare, aguzzare bene l’occhio per beccare i disubbidienti. E punirli.
Abbiamo perso ore preziose della nostra fugace vita a occhieggiare nei loro zaini, a controllare che i loro telefonini fossero almeno spenti (a lasciarli a casa non ci hanno mai neanche pensato), a ritirare quei macchinari proibiti per portarli in presidenza affinché venissero a loro volta ritirati da genitori arrabbiati (con noi). Abbiamo preso il vizio di guardarci alle spalle per il timore che ci fotografassero, ci filmassero, ci buttassero su youtube a nostra insaputa. E abbiamo cercato di proteggere i più deboli perché (ci dicevano) il cellulare è un congegno diabolico che i bulli usano per vessare.
Nel 2016 (roba di pochissimi giorni fa), la svolta pedagogica: quel divieto va rimosso perché “fuori dal tempo”. Non solo: l’uso del cellulare in classe “aiuta la didattica e combatte il cyberbullismo”. E ancora: “Per i prof significa arricchire moltissimo le possibilità della didattica oggi limitate. Vorrei un uso orizzontale dei dispositivi, spalmato su tutte le materie con la collaborazione dei docenti”. A dirlo è stato Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione, che ne immagina “un uso virtuoso” insegnato (come se avessimo poco da insegnare) dai docenti stessi.
Giuseppe Fioroni (fedele alla propria linea) gli ha prontamente risposto, ma pare che il governo sostituirà davvero quella direttiva per reintrodurre l’uso dei cellulari in classe.
Dal punto di vista di una che in mezzo ai ragazzi ci sta tutte le mattine, del cellulare si può fare tranquillamente a meno: non arricchisce né supporta la didattica, ma semmai costituisce una continua distrazione per gli alunni. A me il cellulare serve solo in due casi: quando restano indietro con gli schemi che faccio alla lavagna mentre spiego (perché allora glieli lascio fotografare), o quando li porto a giro fuori e ne perdo qualcuno per la strada (perché almeno lo ritrovo). Non disdegno neanche il gruppo classe su whatsapp, che funge da registro collettivo su cui ricordare compiti o annunciare cambi di programma: ma in quel caso l’uso del dispositivo è limitato all’ambito domestico. Per tutto il resto, il cellulare tra le pareti scolastiche è più dannoso che utile. E anzi, troverei molto interessante un’educazione all’astinenza, visto che ormai in nessun luogo è possibile stare in santa pace a viversi il momento senza che l’odioso squillo ci raggiunga.
Qualunque sia la decisione che prenderà il governo, io farò come ho fatto finora. Cioè farò come mi pare. E quando vedrò che è il caso (perché ho una classe affidabile e matura) lascerò che spippolino davanti a me. Ma quando avrò a che fare con persone indegne di fiducia, applicherò una legge che non ci sarà più. Perché non sono un vigile urbano o un carabiniere: sono un’insegnante.
E se mi fotomonteranno, pace.

(pubblicato -senza la frase finale e senza la foto sottostante- nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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Dal carcere

9 giugno 2016

Un’attesa snervante sotto una cappa d’afa biancastra, mentre le guardie controllano nomi, permessi e documenti.
Poi l’apertura dei cancelli e l’ingresso nella sezione tutto sommato meno triste della casa circondariale di Sollicciano, il suo capiente teatro.
I detenuti quest’anno hanno scelto di portare in scena loro stessi. S’intitola Dal carcere il loro nuovo spettacolo. Dopo aver raccontato le storie degli altri, adesso raccontano la propria. La più misteriosa, la meno narrata, la più segreta storia della loro carriera di attori tra le sbarre, e forse la più catartica.
Un grande orologio appeso in alto (e decorato dagli studenti del Liceo Artistico di Porta Romana) è l’unica scenografia che troneggia sul palco. Ma il tempo in prigione non scorre, o scorre lentissimo, e va imbrogliato, raggirato, camuffato, perché è un non-tempo fatto d’attese eterne e frustranti speso a chiedere qualcosa (un colloquio, un incontro, un sollievo) nella speranza –per lo più vana- di ottenerla.
La giornata tipo rappresentata con crudo realismo, ma anche con incredibile soavità, le celle troppo piccole e troppo affollate, la negazione dell’intimità e degli affetti, le ore d’aria nel cortile, lo stile delle camminate per sgranchirsi gli arti, l’importanza del terrazzino da cui guardare un pezzo di cielo, la salvezza psicologica del “panneggio” con le detenute della sezione femminile: un panneggio=A, due panneggi=B, tre panneggi=C, un panno che ruota=ho capito vai avanti, un panno che cancella=non ho capito ripeti. In mezzo a tutto questo, come irruzioni oniriche da incubo, le maschere giganti di due prigionieri in pigiama a strisce corrono tra le poltroncine della platea.
La regista Elisa Taddei, che da anni segue con professionalità e amore il progetto teatrale di Sollicciano, stavolta arriva al cuore degli spettatori in modo ancora più efficace. All’improvviso lo spettacolo si blocca e lei appare per chiedere ai ragazzi: “Secondo voi, che cosa manca? Cosa potremmo aggiungere? Di cosa non abbiamo parlato e invece vorreste che parlassimo? Che cosa volete sapere?”. Una performance in fieri che sposta il punto di vista, che abbandona l’imposizione di un prodotto per l’accoglienza di un suggerimento.
Uno spettacolo toccante, straziante, perfino divertente. Perché i detenuti (fiorentini, rumeni, albanesi, brasiliani, nordafricani) denunciano quel mondo di violenza e ingiustizia, ma ridono anche di esso e di loro stessi, lontani dalla convinzione comune che li crede alla ricerca di pietismo retorico, consapevoli e lucidi di essere lì per pagare qualcosa che indiscutibilmente hanno sbagliato.
E se all’inizio il pubblico adolescente è ingessato dal timore e dal disagio, pian piano si scioglie e applaude, ride e si commuove, si lascia andare e sale sul palco insieme a quegli uomini isolati, allontanati, reclusi, sconosciuti.
Quando cala il sipario, l’impressione di tutti è quella di conoscersi meglio.

Gli ultimi

3 giugno 2016

Domani sarà l’ultimo sabato di scuola.
Lunedì sarà l’ultimo lunedì.
Martedì l’ultimo martedì.
Mercoledì l’ultimo mercoledì.
Giovedì l’ultimo giorno libero.
Venerdì l’ultimo venerdì.

Così.
Per gustarseli di più.

Settimana enigmistica

3 giugno 2016

“Profe, come ce lo struttura il compito di storia di domani?”
“Che ne so, lo preparo oggi quando torno a casa.”
“Ce lo faccia facile.”
“E ce lo faccia originale.”
“Sì, e poi? Altre richieste?”
“Ce lo faccia a crocettine.”
“A crocettine?! Voi siete pazzi.”
“Oppure a riempimento.”
“A riempimento?! Ma cosa dite.”
“Sì, tipo lei scrive un brano, toglie alcune parole e noi le dobbiamo reinserire pescandole dall’elenco che mette in fondo.”
“Questi sono esercizi da bambini! Voi fate la terza liceo!”
“Profe, ma sono bellissimi! Ce lo faccia almeno a cruciverba.”
“Ma quale cruciverba, non sono mica la Settimana Enigmistica.”

E invece poi ci ho ripensato e ho deciso.
Gli ci metto le crocettine, il riempimento, il cruciverba; e gli ci metto anche “unisci i puntini” e il puzzle da ricostruire. Con una sfilza di domande sui personaggi storici che ne usciranno fuori. Così il prossimo anno stanno più zitti.

Sì, lo voglio

2 giugno 2016

Lei vestiva un abito bianco in pizzo macramè corto al ginocchio; in testa aveva un velo a due strati di tulle -il più lungo fino al gomito, il più corto fino al collo- fermato alla testa con roselline bianche da cui spuntava una frangetta.
Lui era in completo blu con la camicia bianca e la cravatta a piccoli pois.
La cerimonia si svolse all’abbazia di Vallombrosa, il pranzo si consumò al ristorante La Rotonda, lì vicino.
La vettura matrimoniale era una Cinquecento bianca, la stessa che all’indomani li avrebbe portati in luna di miele a Barcellona.
Era il 1964.
Erano giovani, belli e sorridenti.
Erano il mio babbo e la mia mamma.
Erano così.

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