The Unforgettables

13 luglio 2016

Ricordarli tutti non è possibile. Alcuni ti passano davanti, si fermano un’ora a parlare con te e con quelli accanto a te, gli fai delle domande, ti danno (o non ti danno) delle risposte, prima che se ne vadano per sempre gli chiedi che cosa faranno da quel momento in poi, una stretta di mano e addio. Non li rivedrai mai più. L’immagine del loro volto si stempererà nel tempo.
Ma ce ne sono altri la cui memoria invece non si dissolverà, anzi, si sono già accucciati in un angolino della mente e basterà ripensare a questo mese passato da prigioniera dentro una scuola che non è la tua, per rivederli attivi, agitati, ansiosi, tesi, appanicati.
Sono loro, The Unforgettables, gli Indimenticabili.

1. Il mago degli incisi.
Il mago degli incisi si esprimeva in una sintassi arzigogolata, mai un periodo sospeso ma un intrico cervellotico di ipotassi e paratassi, apertura e chiusura continua di parentesi, prese di coscienza mormorate in mezzo ai denti (“Non l’ho detto bene, lo ridico” e dopo “Mi sto rendendo conto di averlo detto ancora peggio”).
Altissimo e maestoso, la pelle lattea dello studioso vero, una giacchetta da cerimonia sopra la camicia, i pantaloni da omino e un lago di sudore intuibile sotto tutte quelle stoffe.

2. Skizzo.
Alla prima prova scritta Skizzo mi faceva paura. Aveva quello sguardo vitreo dell’incazzato abbestia, mi trapassava con gli occhi a spillo come a dire: io, se potessi, t’ammazzerei. A metà brutta copia è venuto a chiedermi se capivo la sua grafia. Alla mia risposta (“Ho visto di peggio”) s’è come acquietato. Ma all’orale era di nuovo una corda di violino, una trappola tirata col formaggio in mezzo. Tra tutti gli argomenti del programma portava il Futurismo, l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità; il coraggio, l’audacia, la ribellione; il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno. E te pareva.

3. Rosa Fucsia.
Rosa Fucsia (di capelli) l’ho puntata il primo giorno mentre gobba sopra il foglio scriveva un tema appassionato sul diritto di voto alle donne. Le compagne erano a modino, lei eccessiva in tutti i sensi, ingombrante e vistosa, dolcissima nel viso, onesta nel racconto di se stessa. Inutile raccontarsi balle: dopo il diploma vado a lavorare, voglio stare in mezzo ai disabili e ai bambini, i libri non fanno per me. Ma il carteggio tra Eloisa e Abelardo, ok, lo leggerò.

4. Il dottorino
Il dottorino ha diciannove anni e ne dimostra cinquanta. Intirizzito e serio, gli occhiali con la montatura larga a incorniciargli il viso, la camicina bianca sul pantalone nero, tutto abbinato, tutto perfetto, niente fuori luogo. Il dottorino inquadra la domanda e padroneggia la risposta. Nulla è lasciato al caso, alla spontaneità, all’irriverenza. Il dottorino (manco a dirlo) farà medicina. Gli ospedali e gli ambulatori non aspettano che lui.

5. Il Peripatetico
“Prego, siediti e comincia pure a esporci la tesina”.
Ma il Peripatetico a sedere non ci vuole stare e anzi, chiede espressamente il permesso di camminare avanti e indietro per la classe. Per scaricare i nervi, per trovare la concentrazione, per espellere le tossine della sua tensione. In su, in giù, in giù, in su, mi viene il mal di barca.

6. Bihòs
Bihòs è l’amico del Peripatetico. Come lui, chiede di poter restare in piedi. Inglese però lo fa seduto, trascinando l’intera commissione in un giro infausto di because o, come dice lui, bihòs.

7. Checcosèlamòr
Checcosèlamòr porta una tesina con (appunto) questo titolo: “Che cos’è l’amore”. L’indice promette: neurobiologia dell’innamoramento; differenze tra amore romantico e amore materno; ormoni dell’innamoramento; l’amore negli animali come selezione sessuale; dimorfismo sessuale; paradosso di Lek; odori del corpo e segnali chimici; le donne di Montale.
Penso che alla fine del colloquio avrò capito finalmente questo amore che cos’è.
Invece nulla, il solito buio.

Nella natura

10 luglio 2016

Quando ti penso, ti penso a giro in qua e in là, curiosa e strafottente com’eri da viva. Non mi viene d’immaginarti inattiva e appollaiata su una nuvola paradisiaca, né a scontare una pena temporanea in qualche cornice del purgatorio; e per bruciare nelle fiamme dell’inferno bisogna averla combinata troppo grossa. Secondo me tu sei nella natura, un po’ albero e un po’ qualche animale. Sei nelle cortecce e in punta ai rami, sei dentro le foglie e in mezzo ai peli degli animali silvestri che scappano quando sentono che qualcuno arriva.
Per questo oggi non sono andata a cercarti in una chiesa, ma sono salita in vetta, in un posto panoramico da sogno, fresco e ventoso, pieno di luce. E ripensavo a quelle frasi lette dentro i libri o ascoltate dentro i film, “questo paese sconosciuto da cui nessun viaggiatore è tornato”, “la morte è una sorpresa che rende inconcepibile il concepibile”, “la morte è un’usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare”, “io non voglio morire senza cicatrici”, “non è che ho paura di morire, solo che non voglio esserci quando accadrà”. E un po’ sorridevo, e un poco mi smarrivo. Poi ho messo in terra un telo e mi ci sono stesa sopra, a naso in su.
E ho sentito che tu eri lì, sopra di me.

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Abburracciùgagnene

10 luglio 2016

Ci sono quelle storie da immaginario collettivo, storie che non tutti hanno vissuto in prima persona ma che tutti padroneggiano. Per trasmissione orale, come i poemi antichi prima che qualcuno li mettesse per iscritto, quelle storie passano di bocca in bocca e forse si arricchiscono di particolari, fino a diventare epiche.
C’era un cinema a Firenze, si chiamava Universale, un cinema d’essai, nel quale si entrava a due lire (spesso a sbafo) e che era popolato della fauna più effervescente e scatenata che Firenze possa ricordare. Aperto dagli anni ‘40 fino al 1989, fu definitivamente chiuso nel 1990, alla morte del suo proprietario.
Decine gli aneddoti che ancora si narrano intorno a quel luogo, dallo sdrucinìo di canne che circolavano libere tra il pubblico pagante ai commenti che si urlavano dalle poltroncine, fino al tipo che ci entrò dentro in vespa. L’episodio più famoso è legato alla proiezione di Ultimo tango a Parigi, quando (nella scena clou del film, in cui Marlon Brando ricorre al burro per sodomizzare Maria Schneider) dalla platea si levò una voce: “Bravo Marlon, abburracciùgagnene!”.
Di un luogo come questo bisogna conservare la memoria. Ma bisogna che la memoria sia spontanea, imprecisa, fantasiosa, avvolta dalla nebbia del tempo.
Invece ci hanno fatto un film. Esplicito, confezionato, artefatto, molto scontato.
Si esce dall’arena all’aperto del cinema Castello con la bocca amara di delusione.
Menomale persiste il sapore della cena consumata due ore prima al circolino attiguo.

A distanza

9 luglio 2016

La distanza fisica a cui ci obbliga il presidente spinge me e Gianburrasca all’elaborazione di raffinate strategie comunicative che sfiorano la genialità.

1. Gli sms da banco a banco.
(Bzz… bzzz… “Pciao”. Bzz… bzzz… “Pciao”.)

2. Le faccine sorridenti disegnate sulla cima di un dito con cui salutarci da lontano.
(Rigorosamente il medio.)

In punizione

9 luglio 2016

“Stamani c’è una novità nella disposizione dei commissari -annuncia il presidente alla commissione- tu ti siedi a destra, tu a sinistra, e io nel mezzo.”

Il primo tu ero io.
Il secondo tu era Gianburrasca.

Una pace.
Un silenzio.
Una noia.

Il guardaroba

8 luglio 2016

Da piccina sono cresciuta con i miei dirimpettai, il bambino e la bambina del sesto piano.
Lui era placido e tranquillo, lei un aggeggio, un arsenale. Camminava saltellando su una gamba sola e andava dal suo appartamento al mio, dal mio al suo, senza soluzione di continuità.
Io ero una piota, fatta e messa lì, dove mi appoggiavi stavo.
Anche nel periodo dell’adolescenza (quando mi svegliai), in virtù del campettino e del campeggio parrocchiale più sovversivo d’Italia, seguitammo a frequentarci. Ma tre anni di stacco a quell’età sono tantissimi, per cui di lì a breve la nostra strada maestra si biforcò nonostante frequentassimo perfino il medesimo liceo: lei andò da una parte, io da un’altra.
La morte della mamma (un anno fa, dopodomani) ci ha ricondotte sullo stesso pianerottolo.
Come se trent’anni non fossero passati, la conversazione è ripartita da dove si era interrotta, con la fantastica aggravante che ora eravamo grandi, avevamo consumato molta vita, e avevamo mille avventure da narrarci.
Lei adesso vive a Prato nella casa dei miei sogni.
Fa un lavoro a contatto con la moda.
E’ animata da incontenibile fantasia e spiazzante generosità.
“Devi venire a cena da me! -dice l’altra sera- A parte il fatto che mia madre ti reclama, ti ho messo via un monte di abitini, uno più bello dell’altro!”

Benché gonfia di pani e di pesci più degli invitati alle nozze di Cana, prima ho sfilato per un pubblico ristretto, poi sono tornata a casa con tre borse di vestiti.
Ora ho un guardaroba che la Middleton ci fa la bava.

Pvuoi?

8 luglio 2016

Gianburrasca -spero mi si voglia perdonare l’insistenza con cui parlo di questa buffissima collega- dentro la borsa c’ha di tutto: fazzoletti, occhiali, bottiglietta acqua, crackers di riso per celiaci, caramelle, fogli, penne, quadernini.
“Tu sei peggio di Eta Beta!”
Lei mi porge una mentina e dice: “Pvuoi?”

Da allora parlarci e scriverci con la P davanti è diventato un vezzo tutto nostro.

Stretching

8 luglio 2016

Io sinceramente non ce la fo più.
A stare seduta su una sedia dalle 8 alle 14, a rimanere concentrata per sei ore, a seguire gli orali di studenti che -quando non parlano con me- parlano di materie a me del tutto ignote, a leggere tesine su argomenti che mi sono estranei.
E poi l’immobilismo coatto. E’ questo che mi è più insopportabile e dannoso.

Ma ecco Gianburrasca lancia lo stretching.
Tra un candidato e l’altro la vedi attraversare l’aula allungando gli arti, torcendo il collo, roteando la testa.
Sembra un fenicottero di Geo&Geo.

Ceralacca

7 luglio 2016

Oggi abbiamo finito di esaminare una classe (niente paura, ne rimane un’altra).

“Procediamo con la chiusura del pacco!” annuncia il presidente della commissione.
“Prendo il foglione gigante per impacchettare.”
“Mettiamo dentro la prima, la seconda e la terza prova.”
“Mettiamo anche i verbali degli orali.”
“E il foglio con le firme.”
“Certo. Ecco qua. Tutto dentro.”
“E ora impacchettiamo!”
“Scocciate bene tutto.”
“E mettiamo lo spago?”
“Certo, legate tutto con lo spago.”
“Ecco fatto.”
“Bene, adesso andiamo con la ceralacca.”
“Va scaldata.”
“Presidente, ha portato la candela da casa?”
“Certamente: un bel cero dell’Ikea.”
“Accendiamolo.”
“Direi di procedere così: prima faccio colare la ceralacca nel vasino di alluminio.”
“Perché?!”
“Perché così la ceralacca si scioglie, viene raccolta, e poi la verso sullo spago per il timbro finale.”
“Ma scusi, non è più semplice farla sciogliere direttamente sopra il pacco?”
“No, si fa un pasticcio e insieme alla ceralacca cola anche la cera del cero.”
“Mah, io ho sempre fatto in quell’altro modo.”
“Anch’io.”
“Anch’io.”
“Anch’io.”
“E io no, per cui si fa come dico io, fidatevi, vedrete come si fa bene.”
“Sarà, ma qui ci vòle una giornata.”
“E’ vero, non si scioglie nulla.”
“Via, abbiate pazienza, ci vuole un po’ di tempo.”
“Ma la ceralacca sciolta poi non si risolidifica dentro il vasino?”
“No, vi dico che funziona.”
“Questo cero secondo me non scalda.”
“Vedrai, è un cero dell’Ikea…”
“Avete un’altra candela?”
“Ce l’ho io, l’ho portata da casa mia.”
“Brava, accendiamo anche quella.”
“Stai a vedere se non si piglia foco, eh.”
“Si va a finire sulla Nazione: commissione incauta appica incendio benché involontario a istituto superiore fiorentino.”
“Ahahahah!”
“Ahahahahah!”
“Ahahahahahah!”
“Fate le serie, commissarie.”
“Presidente, io glielo dico, tra un po’ arrivano i candidati della seconda classe da esaminare.”
“E aspetteranno. Il pacco va chiuso in tutti i modi.”
“Ci siamo con codesta ceralacca? Io son pronta con il timbro.”
“Ecco, scaldo ancora un po’ e poi verso.”
“Via, versiamo, si fa notte.”
“Eccomi, allora, pronte? Vado.”
“Vada vada.”
“Ma se unne scende nulla!”
“Scende scende.”
“Io non vedo nulla.”
“Eccola, eccola!”
“Capirai, un gocciolino…”
“Aspettate, prendo un aggeggio per spingere giù la ceralacca!”
“E cosa prendi?!”
“Il tappino della bic!”
“Ma stai bonina, si squaglia!”
“Allora la grappetta di metallo?”
“Ma no, stai ferma, non funziona!”
“Ecco, ho trovato! La costola di questa tesina!”
“Ma non fa presa, stai bona!”
“Ecco, attenzione, sta colando!”
“Mh, l’è pochina però.”
“Presidente, qui s’è fatto un po’ a miccino…”
“Vai, pigia col timbro!”
“Io pigio, ma non assicuro niente.”
“Vai, tira su, facci vedere cosa è venuto.”
“Un troiaio.”
“Va bene, va bene, tranquille, va bene così. E ora da capo.”
“Come da capo?! O presidente, si fa tardi!”
“Le direttive parlano di due colate, non di una.”
“Ma chi li aprirà mai questi pacchi?!”
“Nessuno forse, ma bisogna fare tutto a modo.”
“Allora giù, ripartiamo col riscaldamento.”
“Scusate, ma questa volta si può fare a modo mio?”
“Vi dico che s’impiastriccia tutto il pacco e cola la cera del cero.”
“Pace! E noi la si fa colare!”
“Ma piglia foco il pacco!”
“Mannò, fidatevi, ho lavorato anche alle poste, prima di fare l’insegnante!”
“Allora diamo retta a lei, via.”
“Pronti? Vai, scalda direttamente la ceralacca sul paccone.”
“Che vi avevo detto? Cola la cera, non la ceralacca!”
“Abbiate un po’ di pazienza, ora arriva anche la ceralacca!”
“A me mi par che non arrivi nulla.”
“Eccola, eccola, la cola!”
“Ecco la prima gocciolina!”
“Svelte, la si rassoda, la indurisce subito!”
“State calme vi dico! Anche se la si rassoda, ce ne butto sopra ancora di quella calda e si riammorbidisce tutto!”
“Ora si piglia foco tutti.”
“Sei pronta te col timbro?”
“L’è un po’ e via che sono pronta.”
“Ecco, ancora un po’, vai… vai… vai… Vai, pigiacelo forte sopra!”
“Evvai!”

Tanta fatica coi verbali online, coi computer, con le stampanti, con la tecnologia.
E poi, nel 2016, ci fanno fare ancora il bricolage.

Tre quarti

7 luglio 2016

Cari genitori dei futuri primini della scuola media Paolo Uccello. Che cosa vi sconvolge tanto, della prospettiva che i vostri figli si ritrovino in classe tre compagni stranieri su quattro? Intanto non si chiamano stranieri: si chiamano “non italofoni”. Poi ci sta anche che italofoni lo siano eccome. Ci sta che lo siano di più (e meglio) dei vostri figli nati e vissuti sempre qui. Magari sono nati qui anche loro, magari alle elementari hanno studiato e imparato bene la nostra lingua. Lo sapete che i rumeni, gli albanesi, i polacchi e i moldavi sono ferratissimi in grammatica? E sapete che un peruviano “entiende” perfettamente quando “habla” un italiano? Sì, un cinese combatte con la “erre” e con un impianto logico del tutto differente, ma se dice di farcela ce la fa, perché pochi popoli hanno quella costanza militaresca e quel senso radicato della disciplina. Davvero mi sfuggono i motivi del vostro sdegno e della vostra preoccupazione. Mi dicono che avete aperto una pagina Facebook apposita in cui sfogare perplessità e ira (“Si arriva addirittura a classi con 15 stranieri e 4 italiani. Questa secondo voi è integrazione o, come diciamo noi, sostituzione?”). Questa, secondo me, è miopia. Lasciate che vi racconti qualcosa di molto personale.
Sei anni fa fui trasferita in una scuola in cui il 75% dell’utenza era non italofono. Il primo giorno entrai in una classe prima di 33 cinesi (c’era anche tale Miao, nome che ritrovo nella lista della Paolo Uccello). Ero convinta che non sarei arrivata a giugno. Non solo vi arrivai: sono voluta rimanere cinque anni, in quella scuola. Perché in nessun’altra prima avevo avuto così forte l’impressione di fare e di imparare qualcosa di importante. Fu un quinquennio faticosissimo: di quei 33 cinesi, solo 10 parlavano fiorentino. Li trasformai nei miei aiutanti e furono grandiosi. E fu un quinquennio straordinario: insieme agli studenti italiani, ho imparato mille cose sui Paesi da cui provenivano quelli che voi liquidate con il nome di “stranieri”. Ho assistito alla nascita di rapporti solidi tra tutti quei ragazzi, molto più attenti a cogliere le qualità umane dei coetanei che non la loro provenienza geografica. Mi sono goduta lo scambio culturale quotidiano che avveniva tra quei banchi. Mi sono rilassata, perché in quella scuola non c’era bullismo. E mi sono accorta che dietro ogni “straniero” c’è una storia inimmaginabile, talora tragica, ma quasi sempre poetica. Perché la poesia, a volerla cercare, si trova dappertutto. Anche (anzi soprattutto) in una classe in cui, su venti alunni, quindici arrivano da molto lontano.
Potreste mandare i vostri figli in una scuola privata del centro. Avrebbero tutto un altro destino (non necessariamente migliore). Ma perderebbero la grandissima occasione di praticare in prima persona l’integrazione, uno dei pochi settori in cui la scuola arriva prima della società.

(oggi, sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)