Nuovi acquisti

24 settembre 2016

Per alunni che si perdono per strada, altri ne arrivano nuovi di pacca.
Vengono da altre classi, da altre scuole, da altri amici, da altri professori, da altri metodi didattici, altre atmosfere, altri rapporti. Da mondi altri.
Il primo giorno hanno l’aria persa, lo sguardo fuggitivo, il capo per lo più basso, la voce fioca.
Il secondo giorno assumono postura eretta, attivano il diaframma, abbozzano un sorriso.
Il terzo, nella transumanza di aula in aula, osano mutare banco e testare altri compagni, all’impaziente ricerca di chi meglio gli assomiglia per indole e sentire.
Il quarto sono ufficialmente introdotti, incredibilmente ambientati e disinvolti, a loro totale agio, qualcuno addirittura azzarda un andamento bosseggiante.
Il quinto sono perfetti: per nulla emozionati, ti dicono che i compiti non li hanno fatti e portano a casa un fagottino con il primo impreparato di quest’anno.
Speriamo (per loro) che sia l’ultimo.

Il grande assente

24 settembre 2016

Nessuno interrompe le lezioni con battute dall’impeccabile tempismo.
Nessuno ritarda più il rientro in classe dopo l’intervallo.
Nessuno fa interventi a sproposito con l’evidente scopo di osteggiare l’interrogazione.
Nessuno adduce scuse assurde per giustificare i compiti non fatti.
Nessuno consegna più verifiche in bianco.
Nessuno spicca tra le altre teste alla fermata dell’autobus aspettando un passaggio da chi passa (io).
Nessuno mi sorride complice e sornione.
Nessuno mi prende in giro (almeno non con quello stile).

Vladimiro a giugno (grazie anche al mio 3 a Italiano e Storia) è stato respinto.
Alla nostra classe è come se mancasse un arto.
Stamani però, prima che io arrivassi, s’è intrufolato di soppiatto, s’è messo a sedere nell’ultima fila e ha aspettato l’appello.
Rivederlo tra i vecchi compagni è stato come appurare l’esistenza di Babbo Natale: una festa.

Fasti non foste

22 settembre 2016

Con la quarta proseguiamo il cammino letterario felicemente intrapreso in terza.
Prima di risalire la montagna purgatoriale per poi svettare in paradiso, staremo ancora un po’ all’inferno, di cui l’anno scorso mancò il tempo per leggere l’irrinunciabile canto di Ulisse. Come l’anno scorso, le terzine più memorabili s’imparano a memoria per intercalarle con una certa nonchalance nel parlato delle interrogazioni.
“Ovvìa, sentiamo l’orazion picciola che Dante rivolge ai suoi compagni poco convinti di varcare i riguardi posti da Ercole acciò che l’uom più oltre non si metta.”

“CONSIDERATE LA VOSTRA SEMENZA! FASTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI…”

“Scusate, cosa sarebbero codesti fasti?!”

La Valdarnese, sul gruppo di whatsapp, ha diffuso la terzina con un refuso e tutti hanno accolto e memorizzato la versione errata.
Decidiamo che ci fa più ridere di quella corretta e la teniamo così.

Prima interrogazione

22 settembre 2016

“Il sonetto? Il sonetto è… è un… è una… come posso dire… una po… una poesia? Sì, una poesia. Una tipo di poesia. Praticamente è fatta di quattordici ri… no, righe no, non si può dire… stro… no, strofe no, le strofe sono un’altra cosa (mi pare), allora quattordici… versi, ecco, sì, versi. Ogni verso è… dodec… no, dunque, dodeca è dodici, dec… no, deca è dieci, invece mi pare (mi pare eh) che nel sonetto le str… no, i versi, siano… undici? Sì, undici, allora si chiamano? Mmmmh, endeca? Sì, ecco, endecasillabi. Ecco, questi quattordici versi endecasillabi sono a gruppetti, sì, mi pare quattro gruppetti, tipo due e due se non mi sbaglio, tipo due di quattro e due di tre, come? I nomi? Sì, ecco, allora: quattro versi è una quartina? Sì, infatti stavo per dirlo, quattro versi è una quartina. Allora tre versi è una… terzina? Sì, ma infatti, era facile: terzina. Ovvia, ora c’è da dire la rima. La rima mi pare (mi pare eh profe) una sì e una no nelle quartine, giusto? Giusto, sì. Come si chiama? Ah, vuole sapere come si chiama una rima sì e una rima no? Bac…? No, baciata no, ma infatti non volevo dire baciata. Incroc… nonò, scherzavo. Altern…? Ecco! Alternata, sì, alternata. Dove? Come dove?! Ah, dove la rima è alternata? Accidenti però, quante cose vuole sapere, eheheh, dunque, allora. Alternata se non sbaglio è solo nelle quartine. Infatti, sìsì ma lo sapevo anche da solo. Nelle terzine? Giusto. Nelle terzine. Eh, qui è un po’ più complicato… Vediamo. Mi pare (ma non vorrei sbagliarmi) che nelle terzine il poeta sceglie quella che gli pare. Sbaglio? No, non sbaglio, infatti mi pareva. L’inventore del sonetto? Maremma, anche questo devo dire… Vediamo, mi lasci pensare… Giacom… no, Jacop… ah, sì, va bene in tutt’e due i modi, insomma lui, da Lentini. Dov’è Lentini?! Cavolo, Lentini, Lentini, Lentini… in Toscana no, giusto? Più a sud, dice? Ah, sì, ma certo: Sicilia! Lentini è in Sicilia! Non mi veniva, scusi profe. Ecco, sì, Jacopo da Lentini, che è in Sicilia. E cosa ci faceva Jacopo da Lentini in Sicilia? Accidenti però, quante cose vuol sapere.”

Finita la prima interrogazione, stravolto dalla tensione, viene alla cattedra e chiede se ha preso almeno 4.

Inizio col botto

15 settembre 2016

Lei, mentre si parlava di Leopardi, ha detto che una volta conosceva a mente una poesia dove c’era “una certa siepe”.

Lui, mentre si procedeva al ripasso, ha detto che tra le figure retoriche non va dimenticato l’anassimene.

Sono proprio contenta.

Caro Elliott

13 settembre 2016

Avevo 11 anni quando al cinema uscì Elliott il drago invisibile, il film diretto da Don Chaffey e prodotto dalla Disney tramite tecnica mista. A vederlo mi ci portò, come sempre, il babbo. Ma quella volta non uscii dalla sala col mio solito carico di domande (il lieto fine delle altre storie non mi bastava mai ed ero ossessionata dal voler sapere cosa sarebbe accaduto ai gatti aristogratici e al gatto borgataro dopo il fallimento del piano criminale di Edgar, cosa ai centouno dalmata dopo la disfatta di Crudelia Demon). Quella volta ero semplicemente a pezzi.

Nella versione originale, Elliott è un grosso drago verde con piccole ali rosa, una capigliatura scarlatta e la facoltà di diventare invisibile a suo piacimento. Egli è l’unico amico di Pete, un bambino orfano sfruttato dai Gogan, delle persone che l’hanno comprato e hanno la sua custodia attraverso un contratto. Grazie all’aiuto di Elliott il ragazzo riesce a sottrarsi al loro controllo e a rifugiarsi in un piccolo borgo marinaro chiamato Passamaquoddy dove, a causa degli scherzi del suo amico invisibile (impronte lasciate sul cemento fresco, rumori inspiegabili, danni di varia entità) Pete non è visto di buon occhio. Diventa però amico di Lampada (il custode del faro) e di Nora (sua figlia). Tra abitanti inferociti e cattivi di turno, Pete riuscirà a far capire a tutti la bontà del drago.
Ma alla fine i due si separano: Pete ha finalmente trovato una famiglia in Lampada e Nora. A Elliott non resta che partire alla ricerca di un altro bambino in difficoltà.

Nella versione moderna e rivista c’è l’anziano Mr Meacham che da anni racconta ai bambini locali storie di un feroce drago che abita nella foresta. Per sua figlia Grace, che lavora come guardia forestale, quei racconti sono poco più che favole, finché non incontra Pete, un bambino orfano di 10 anni che sostiene di vivere nella foresta assieme ad un enorme drago verde di nome Elliott. Grace si prefigge di scoprire le origini di Pete e la verità su questo fantomatico drago. La storia di Pete inizia il giorno in cui, a quattro anni appena, perde entrambi i genitori in un incidente automobilistico in cui solo lui miracolosamente sopravvive. Perso e solo in una foresta immensa, il bambino si salva solo perché incontra Elliott, stavolta di dimensioni stratosferiche e interamente ricoperto di peluche verde vagamente infeltrito. Anche in questa versione arrivano i cattivi, uno in particolare, che medita di arricchirsi grazie al drago. Ma anche in questa versione il finale è lieto.

Lieto, per chi giudica lieti i finali di questo tipo.
Per me un bambino che dice per sempre addio al suo drago per tornare a vivere tra gli umani non è un finale lieto, è l’inizio di una tragedia di cui non c’è bisogno che mi raccontino il seguito.
Analogamente a quando vidi l’edizione del 1977, mi chiedo oggi come si possa rinunciare a vivere un’esistenza straordinaria in groppa a un drago buono per scegliere una vita sciapa in mezzo agli animali più feroci della terra che della terra fanno macello. Come si possa scegliere l’inquinamento acustico delle città e delle parole -per lo più vane- degli umani al silenzio della foresta, del cielo e di un drago che non parla ma bofonchia e basta. Come si possa scegliere l’ovvio all’inatteso, la prevedibilità all’avventura eterna.
Questo mi fece disperare, quando avevo 11 anni.
Questo mi indusse, una volta tornata a casa, ad apparecchiare un diario segreto fatto con le mie stesse mani in cui la narrazione iniziava ogni giorno con le solite due parole: “Caro Elliott”. Per molto tempo ho confidato al drago (che era diventato mio visto che quel cazzone di Pete lo aveva mollato sul più bello) i miei pensieri e le mie domande di bambina.
Questo mi ha fatto disperare anche l’altro giorno, quando ho accompagnato al cinema il mio nipotino, che di anni ne ha 9, e che non si rendeva conto del perché la zia di cinquanta piangesse tutte le sue lacrime davanti a un’americanata che però le aveva risvegliato il ricordo di quel drago disegnato (e molto più bello) tanto amato da piccina.

Sticazzi

9 settembre 2016

Il corso d’aggiornamento per giornalisti si tiene alla Villa Medicea Reale di Castello, sede della prestigiosa Accademia della Crusca.
Relatore il professor Luca Serianni, linguista, filologo e professore ordinario di Storia della lingua italiana all’università La Sapienza di Roma, un uomo dall’eloquio gradevolissimo che sa interessare il nutrito auditorio e che, dopo aver dissertato su “La lingua dei giornali come modello di scrittura”, lascia spazio alle domande dei presenti.

Uno chiede se si può dire ministra, sindaca e assessora; uno chiede come rendere il nostro sicché nelle lingue straniere; uno vuol sapere cosa dovremmo fare dell’abuso imperversante del piuttosto che, un altro interroga sull’aggettivo sciocco nel senso che non sa di nulla, un altro ancora segnala l’uso martellante del quant’altro.
Alzo la manina anch’io.

“Prego.”
“Posso fare una domanda su una parolaccia?”
“Certo, mi dica.”
“Non che mediti di usare il lemma in un articolo di giornale. Ma visto che lei è romano, oltre che grande esperto di lingua e accademico della Crusca, chiedo un chiarimento sul significato di sticazzi. Faccio l’insegnante e spesso odo l’espressione pronunciata dai miei alunni. Dalla contestualizzazione che ne fanno, mi ero fatta l’idea che significasse accidenti, perdindirindina, rivelasse cioè un’espressione di meraviglia mista a giubilo (esempio, prendono 8 a un compito: sticazzi, ho preso 8!). Ma recentemente ho visto un film in cui il medesimo termine veniva usato nel senso di chemmefrega (esempio, tizia mi ha lasciato: sticazzi, ne troverò un’altra), segno di menefreghismo misto a strafottenza. Può dirmi, professore, qual è l’uso corretto che se ne deve fare, cosicché io possa -se necessario- correggere i miei alunni?”

L’esimio professore non solo risponde (sbagliato il primo uso, corretto il secondo).
Chiede anche la mia mail per inviarmi in privato uno studio monografico da lui effettuato, ma solo moderatamente diffuso, proprio su loro, gli sticazzi.
Tangibile l’invidia provata dagli astanti.

Rificolona sarai te

8 settembre 2016

Ci hanno infilato un camicione bianco e una sottana di canapa pungente lunga fino ai piedi.
Sopra ci hanno aggiunto un grembiule un po’ più corto fermato con un fiocco sghembo sulla schiena.
Ai piedi ci hanno fatto mettere un paio di babbucce nere di una tristezza inconsolabile.
I capelli, ci hanno detto: legateli e nascondeteli sotto questa pezzòla a rete.
Le gote, dicevano: fatevici due pomelli rossi a contadine.
Poi ordinavano: te mettiti qui, te là, te laggiù. Fate finta di chiacchierare e di spettegolare alle spalle di Cosimo I.
Noi alle prove s’è fatto finta di dar retta a tutti e di fare le comparse a modo.
Poi, la sera della prima, s’è fatto la rivoluzione.
Ci siamo divertite da morire.
Non ci richiameranno più.

“Ti andrebbe di vestirti da contadina d’epoca per la Festa della Rificolona?”

Domani sera prove alla Società dei Canottieri sul Lungarno.

Parola di Guccini

3 settembre 2016

Lunga e diritta correva la strada.
Potrebbe diventare un appuntamento fisso: concludere l’estate con Guccini.
L’anno scorso al mulino di Pavana, per una cena insieme e uno spettacolo sull’erba.
Quest’anno al Rufus Thomas Park di Porretta Terme, per una chiacchierata pubblica su memoria, scrittura e letteratura.
Ci sono andata insieme a lei, partenza alle 4 del pomeriggio, a Firenze una cappa d’afa, a San Mommè già si respirava, le curve a gomito addolcite da cori proletari, i peli delle braccia ritti da Pistoia in poi per l’emozione.

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava.
Guccini nasce a Modena, vive a Bologna, ma si ritira a Pavana, frazione con i piedi in Toscana e la lingua in Emilia Romagna. Per questo i Comuni dell’Alto Reno si sono riuniti a Porretta e gli hanno regalato una tre giorni (ieri, oggi e domani) per celebrarne i fasti canori definitivamente sospesi (non tiene più concerti, non canta più e non suona più neanche la chitarra, tanto che ha perso perfino i calli sulle dita) e per raccontarne l’attività letteraria a cui si dedica ormai da molti anni (è autore di testi autobiografici, ma anche di saggi e di romanzi gialli scritti a quattro mani con Loriano Macchiavelli).

La casa sul confine della sera oscura e silenziosa se ne sta.
E però non si può andare a Porretta senza fare tappa al mulino di Chicòn, la vecchia casa in pietra appartenuta a un Guccini di cui Francesco è pronipote, per cui svoltiamo a destra e imbocchiamo un sentierino sdrucciolo che scivola sulla via Francigena. Ma ecco venirci incontro Colesterolo Alto.
“Salve signora.”
“Buonascera.”
“Possiamo andare al Mulino di Guccini vero?”
“Ma Franzésco non z’è mica…”
“Sì, lo sappiamo, stasera è a Porretta, ma noi siamo in pellegrinaggio da Firenze e volevamo stazionare un attimo al Mulino per rendere grazie a questi luoghi.”
“Sci sci, viéne sémpre tanta zénte… io ci véngo sciolo a passezzare perché z’ho il colesterolo alto. Avete mica una bustina per queste verdure che mi ha regalato quel buon uomo che z’ha l’orto qui vizino? In cambio vi do un bel pomodoro.”

Culodritto che vai via sicura.
A culodritto andiamo sicure al fiume che alimenta il mulino, non un fiume a caso, quello, esattamente quello, il Limentra dal suono continuo ed ossessivo. Come ninfe greche de noattri ci togliamo le scarpe, immergiamo i piedi in acqua e ci laviamo braccia, spalle, viso, cosce. Io faccio anche la pipì nel bosco, per segnare il terreno come i gatti e perché la pilosella non perdona.
Rimontiamo in macchina.
Porretta ha la vivacità inattesa di una cittadina briosa, ci accoglie con una selva di palloncini rossi e tutte le vetrine dedicate al vate. Facciamo in tempo a mangiare un gelato, a comprare un chilo di miele di castagno, a prendere i biglietti per l’evento (devoluto a Emergency), che l’evento inizia.

Croniche Epafàniche.
Guccini iniziò a scrivere con un Saga Fox, prototipo di computer antidiluviano, di cui notò immediatamente il funzionamento vantaggioso se paragonato all’ancor più vetusta macchina a rullo d’inchiostro. Lo chiamò Fox La Volpe nel tentativo di stabilire con esso un rapporto personale. La Volpe lo tradì spesso, soprattutto quando la corrente (pratica frequente a Pavana) saltava all’improvviso. Il primo libro che pubblica è Croniche epafàniche, seguono Vacca d’un cane e Cittanòva Blues, praticamente una trilogia della memoria, il racconto di una vita, una radiografia impietosa ma struggente di tutto ciò che era e non è più.
La scrittura di Guccini è ostica e difficile: etimologo, glottologo e lessicografo, il vecchio Guccio ama usare lemmi inconsueti e desueti, elitari, rari, scomparsi, musicali, evocativi, come se gli dispiacesse essere capito subito e da tutti, come se ti volesse mettere alla prova, come se farti durare fatica lo divertisse. Con ogni probabilità è così.

Picchiettavo un indù in latta di una scatola di tè.
Guccio ci spiega anche com’era difficile ridurre un pensiero descrittivo a verso di canzone. Nella bellissima Autogrill per esempio voleva scrivere che, nel tentativo di attaccare discorso con una ragazza (proprio quella che dietro al banco mescolava birra chiara e seven up), lui (per non gettarle in faccia qualche inutile cliché) tamburellava con una scatola di tè sulla cui etichetta era ritratto un indiano. Ma detto così faceva schifo. E ualà, “picchiettavo un indù in latta di una scatola di tè”.

Vendere o no non passa tra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso.
Mentre lo ascoltiamo colloquiare con Alberto Bertoni, sia io che lei sogniamo che gli scappi una strofa, un ritornello, una cantatina, ma Guccio ormai non canta più (come ha più volte dichiarato) neanche sotto la doccia. Al suo posto canteranno e suoneranno questa sera I Musici, il gruppo storico che lo ha accompagnato per una vita intera nei concerti. Ieri sera ha cantato solo Juan Carlos Flaco Biondini, il chitarrista argentino suo amico da una quarantina d’anni: musicava il monologo buffo di Giorgio Comaschi Tra la via Emilia e il West, liberamente e magistralmente riadattato per emigrare dalla pagina al palcoscenico.

Portavo allora un eskimo innocente.
Quando ritorniamo è notte, e fa fresco, e siamo stordite dalla commozione, e non sappiamo cosa dirci se non madonna bello, e non ci resta che cantare, e mettiamo su Amerigo che non ascolto da vent’anni, e con stupore me lo ricordo tutto, e mentre lo canto mi rivedo ragazza che imbraccio la chitarra, quando credevo in ciò che urlavo, quando speravo fosse vero, con l’eskimo innocente che portavo allora.

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