In guerra per amore

31 ottobre 2016

Bravo Pif.

Deontologia e gastronomia

30 ottobre 2016

Il giornalista:
a) difende il diritto all’informazione e la libertà di opinione di ogni persona; per questo ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti;
b) rispetta i diritti fondamentali delle persone e osserva le norme di legge poste a loro salvaguardia;
c) tutela la dignità del lavoro giornalistico e promuove la solidarietà fra colleghi attivandosi affinché la prestazione di ogni iscritto sia equamente retribuita;
d) accetta indicazioni e direttive soltanto dalle gerarchie redazionali, purché le disposizioni non siano contrarie alla legge professionale, al Contratto nazionale di lavoro e alla deontologia professionale;
e) non aderisce ad associazioni segrete o comunque in contrasto con l’articolo 18 della Costituzione né accetta privilegi, favori, incarichi, premi sotto qualsiasi forma (pagamenti, rimborsi spese, elargizioni, regali, vacanze e viaggi gratuiti) che possano condizionare la sua autonomia e la sua credibilità;
f) rispetta il prestigio e il decoro dell’Ordine e delle sue istituzioni e osserva le norme contenute nel Testo unico;
g) applica i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network;
h)cura l’aggiornamento professionale secondo gli obblighi della formazione continua.

S’intitolava “La professione: fondamenti deontologici e contrattuali” il nuovo corso di formazione e aggiornamento a cui ho partecipato. Si teneva nell’Auditorium del Museo di Storia Naturale di Livorno. Durava quattro ore.
La quarta l’ho passata tutta a pensare a dove mi avrebbe portata a pranzo di lì a poco.

Spino e Zoa

30 ottobre 2016

Ho tre amiche che vivono insieme e che hanno un cane. Anzi, una cana. Si chiama Zoe. Io la chiamo Zoa.
Zoa è un alano nero che dire bello è dire nulla. Zoa non è bella. E’ bellissima. Alta e slanciata, di coscia lunga e culo ritto, col muso incupito anche quando è feliciona, Zoa di carattere è estremamente riservata e selettiva. La prima volta che le piombi in casa ti guarda torva, poi ti abbaia col vocione roco arretrando lentamente, quindi ti scansa con precisione scientifica. Non ti provare ad andarle dietro per le stanze perché s’indispettisce. Quando s’infila sotto il piumone significa che non c’è, che non esiste. Quindi che vuoi? Vattene.
Ma se ti accetta e (meglio ancora) s’innamora, allora è tua per sempre.
Zoa è un cane che, per spazio occupato e cibo consumato, vale quattro (forse cinque). Ma le mie amiche adorano i cani. Non ne sono mai paghe. Non si saziano mai.
“Dobbiamo prenderne un altro” dissero d’estate.
“E’ vero. Zoa, alla fine, è un po’ piccina.”
“A me va bene.”
“Prendetene uno da quelle associazioni che salvano i galgos spagnoli o i greyhount irlandesi!” suggerii io.
Entrammo in un mondo fino a quel momento sconosciuto: quello dei “secchi”, i cani levrieri. Tutte insieme (benché io fossi un’intrusa) decidemmo che sarebbe stato femmina come noi (e come Zoa) e che si sarebbe chiamata Agata. Inaugurammo una chat di gruppo su whatsapp (nome: Agata) in cui discutere solo del nostro cane immaginario. Agata, nel nostro mondo parallelo e inesistente, acquistò corpo e sostanza (magra), ebbe un carattere (traumatizzato dalle violenze subite), fu coccolata (virtualmente) e salvata dalla sua tristezza originaria. Quando pensammo di aver fatto un buon lavoro e ci sentimmo pronte per passare dalla teoria alla pratica, iniziammo l’iter. Visitammo molti siti web di quelle associazioni, ne scegliemmo due (Bryan’s Rescue di Roma e Gaci di Modena), ne compilammo i questionari, e attendemmo pazienti di essere chiamate. Un pomeriggio, che ricordiamo come un dì di festa, ci telefonarono e ci tennero inchiodate all’apparecchio per un’ora: chi eravamo? Che tipo di vita facevamo? Quanto tempo avremmo dedicato al cane? Quanto tempo saremmo state costrette a lasciarlo solo? Che cosa gli avremmo dato da mangiare? Lo avremmo protetto abbastanza dal freddo che questa razza prova? Lo avremmo tutelato dal caldo che questi cani non sopportano? Come brave scolarette, fornimmo la risposta esatta a ogni quesito. Fino all’ultimo. Eravamo consce del fatto che i levrieri, a causa del loro passato burrascoso ma anche di una loro natura immutabile, non vanno MAI lasciati sciolti ma vanno SEMPRE tenuti legati a un guinzaglio?
“Ma perché?!”
“Perché hanno un istinto alla caccia congenito e acutizzato dalla vita a cui gli umani li hanno sottoposti. Se lo lasciate libero, il levriero scappa. E poiché corre velocissimo, va così lontano che spesso poi non sa tornare. Il suo olfatto non è molto sviluppato, in compenso la sua vista sì: può scorgere una preda anche minuscola e, una volta libero, correre all’impazzata per catturarla.”
Entrammo in crisi: l’idea di avere un cane cacciatore non ci convinceva; ancora meno quella di doverlo tenere prigioniero anche una volta liberato dal canile. Ma non desistemmo ancora. Anzi, salimmo in macchina e andammo fino a Pescia, in provincia di Pistoia, a conoscere una delle responsabili di queste associazioni, che ne possiede quattro. Rimanemmo estasiate, perché i levrieri sono incantevoli: dolci, pacati, discreti, silenziosi, timidi, riservati, profumati, elegantissimi. Ma la responsabile fu molto onesta e ribadì quello che sapevamo già: lei quando li porta fuori non li scioglie mai, in compenso li lascia sempre liberi nel suo grandissimo giardino. Grandissimo giardino che noi non possediamo. Desistemmo, abbattute e sconsolate. Il nostro sogno era finito? No.
Il nostro sogno è arrivato ieri. Viene da un canile di Caserta, ha viaggiato di notte in un furgone bianco con altri venti cani, ci è stato consegnato all’alba al casello di Firenze Nord, tutto merdoso perché per la paura l’ha scaricata in gabbia e ci ha sonnecchiato sopra pur confuso e titubante. Nella sua nuova casa lo attendeva acqua fresca e una quantità di cibo degno di Eliogabalo, una cuccia mimetica nuova di pacca morbida e avvolgente, un collarino che ha subito indossato, salviette profumate da cui si è fatto ripulire, una spazzola con cui si è lasciato pettinare, una cana alana di nome Zoa che lo ha accolto con rispetto e una folla d’umane che gli ha cinguettato intorno per dodici lunghe ore, mentre lui dormiva il sonno dei giusti e dei fortunati.
Ha quattro mesi.
Si chiama Spino.
La nostra vita non sarà più la stessa.

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Barcolla ma non crolla

28 ottobre 2016

A casa mia i terremoti, pur nella loro intensità tellurica e nel dramma umano che si sono trascinati dietro (da quello in Friuli datato 1976 a quello in Umbria datato 1997, passando da quello in Irpinia del 1980) si sono sempre trasformati in una mezza barzelletta.
Quando il terremoto scosse in Friuli, per esempio, eravamo a cena.
“C’è il terremoto” annunciò il babbo sbucciando una fetta di mela.
“ODDIO!” gridò la mamma.
“ODDIO!!” gridai anch’io.
L’unico che non disse niente fu mio fratello: aveva tre anni e stava cacando dietro la porta in ripostiglio.
Sì, ha cacato da ritto e nascosto in quel pertugio fino a quattro anni; smise di farlo solo quando il babbo gli propose uno scambio equo: il modellino di una Kawasaki nera, a patto che si trasferisse in bagno e si sedesse sopra il water come tutti noi.
Quella sera, nel concitato fuggi fuggi, non fu facile trovarlo.
“Il Rondine! Dov’è il Rondine!!” urlavamo io e la mamma.
“E’ la su’ ora: sarà nel ripostiglio” suggerì il babbo seguitando a sbucciare la sua mela.
Stanato dal suo nascondiglio, il Rondine fu preso prontamente in collo dalla mamma, che con quel gesto improvviso e poderoso gli spiaccicò la merda fresca al culo.
“Presto! Corriamo! Scappiamo!” dicemmo inforcando le scale insieme a tutti gli altri condòmini del Cimbellone.
Tutti, a parte il babbo.
“Io non vengo” disse serafico.
“Come non vieni!?” trasalì la mamma.
“No, non vengo.”
“Ma sei pazzo?! C’è il terremoto, balla tutto, corri! Scappa!!”
“Voi andate pure. Io rimango qui. Il Cimbellone barcolla, ma non crolla.”
Gli eventi gli dettero ragione: nonostante lo svettare di quei dieci piani verso il cielo di piazza della Libertà, il Cimbellone oscillò, cigolò, scricchiolò, ma resse.
E resse a tutti gli altri terremoti, del nord, del sud e del centro.

L’altra sera eravamo tutti a cena dal babbo.
Il fritto, l’insalata, il pane fresco e profumato, il Frenky che voleva stare nel posto della nonna, il Rondine che ci raccontava quella cosa di lavoro, Patatina Fritta che assaggiava il purè, il babbo che si pavoneggiava perché da quando è solo è diventato un cuoco sopraffino.
All’improvviso, eccolo. Lui. Proprio lui.
“ODDIO! L’AVETE SENTITO?”
“SI’! IL TERREMOTO!!”
“Mamma, babbo, ho paura!”
“ODDIO! ICCHE’ SI FA!!”
Sbucciando la solita mela di quarant’anni fa, il babbo ha detto: “Mettetevi sotto l’architrave.”
“BABBO! VIENI ANCHE TE!”
“Po’eri grulli. Io c’ho da finire di mangiare.”
“BABBO MA CHE DICI! ALZATI E VIENI ACCANTO ALLE COLONNE INSIEME A NOI!”
“Sì nonno, vieni!”
“Ma state bonini e ricordate: il Cimbellone barcolla ma non crolla.”
“BABBO QUESTE SCOSSE SONO FORTISSIME! VIENI QUI TI HO DETTO!!”
“Eh sì, queste in effetti le son belle forti. Chissà al Renzi come gli girano i coglioni: ancora ha da trovare i soldi pe’ quello d’Amatrice, se vien giù anche la Toscana come fa?!”
“BABBO ABBOZZALA DI PENSARE AL RENZI E VIENI QUA!”
“Zia, non dobbiamo gridare.”
“Perché amore?”
“Ce lo ha detto la maestra a scuola: le grida aiutano il terremoto.”
“AvemariapienadigraziailSignoreècontetuseibenedettatraledonne…”
“Mi sembra una cazzata, ma va bene, preghiamo come la tua mamma.”
“Babbo, ma che ti alzi o no da codesta sedia!”
“Lasciatemi stare in santa pace a tavola. Voi fate icché vi pare, io da qui non mi muovo.”
“Ma guarda che testone.”
“Non mi alzai per il terremoto in Friuli (oh Frenky, ma lo sai il tu’ babbo quella sera faceva la cacca in piedi dietro la porta del ripostiglio? E la nonna -eh!eh!eh!- lo prese in collo e gl’attaccò la merda al culo!), figuriamoci se mi alzo a questo.”
“BABBO MA NON VEDI COME OSCILLA IL LAMPADARIO!!”
“Ragazzi, ma che lo sapete che il Cimbellone (era il 1964) fu costruito con tutte le teNNiche antisismiche? Pensate, la ditta fallì perché aveva usato più materiali antisismici del necessario.”
“Babbo ma cosa dici: vuoi venire qui sì o no? Se si deve morire, moriamo tutti insieme!”
“No. Alt. Io non voglio morire. Ora che ci penso, la nostra casa è a pianterreno, non capisco perché si deve stare a barcollare in punta a questo pìllero. Frenky, Patatina…”
“AvemariapienadigraziailSignoreècontetuseibenedettatraledonne…”
“… mettetevi il giubbotto, si va via.”
“Via?! E io?? E il babbino???”
“Venite anche voi: si dorme tutti insieme a casa nostra, ci si arrangia. Io al sesto piano non ci sto.”
“Il Rondine ha ragione! Andiamo babbo!”
“Io non vengo.”
“Ma babbo!”
“Io non mi muovo di qui.”

E allora non mi sono mossa nemmen’io.
Anzi, ho pensato che morire insieme al babbo, precipitando dalla casa dell’infanzia su piazza della libertà, sarebbe stato come chiudere il cerchio esistenziale.
Invece il Cimbellone ha barcollato.
Ma non è crollato neanche questa volta.

Piccioni

25 ottobre 2016

“… e insomma, quando si risvegliò da quella specie di coma, Francesco non era più quello di un tempo. Tipo, scaraventò dalla finestra stoffe preziose del suo babbo per darle ai poveri, si denudò in chiesa dichiarando che voleva sposare Madonna Povertà, lo videro sul tetto di casa che parlava ai piccioni.”
“Ma cosa dici!”
“Professoressa, ce l’ha detto lei!”
“Io ho parlato di uccellini, non di piccioni.”
“Va be’, l’è uguale. Io sono di Firenze: a Firenze ci sono i piccioni.”

Contro la capaccina

24 ottobre 2016

Complice un fine settimana impegnativo, stamani ho un’accetta piantata nella tempia destra e un piccone conficcato in quella sinistra. All’intervallo, dopo tre ore di spiegazione, sono a pezzi. A nulla valgono i semi da uccello, i crackerini freschi, il mocaccino caldo, la litrata d’acqua naturale scolata nel corso delle prime tre ore, la melina addentata nel parco.
“Vieni con me” dice Esoterica, collega esperta in cure alternative, e mi porta in infermeria.
“Mettiti qua in piedi bella dritta, le braccia allungate lungo il corpo, e rilassati.”
Sto agli ordini. Mi infila due dita a metà delle cosce esterne e preme, preme, preme. Vedo le stelle, ma taccio. Fa la stessa cosa nella metà delle cosce interne. Mi verrebbe da ululare, ma sopporto in silenzio. Mi picchietta il decolté. Mi tamburella la schiena a suon di cazzottini. Poi mi prende le mani: tra il pollice e l’indice, dove c’è quella ciccina morbida, mi fa un pizzicotto lungo un minuto. Sto per svenire dal dolore.
“Respira! Respira! Respira!” ordina perentoria.
Respiro.
Passa tutto.
Fresca come una rosa torno in classe.
Lei, nel frattempo, medita di chiedere il distaccamento dalla didattica e mettersi a disposizione del corpo docente quando si sente un po’ acciaccato.

Quella lonza leggera

24 ottobre 2016

In seconda trasformò i Promessi sposi in un fumetto lungo un anno, disegnando strisce in diretta a capo basso mentre io spiegavo e leggevo, leggevo e spiegavo. Sotto la sua penna padre Cristoforo divenne un supereroe mascherato alla guida di un’automobile truccata e futurista con la quale correva a razzo sfondando il muro del suono da Pescarenico al paesino di Renzo e Lucia per vendicare i vilipesi e fustigare gli oppressori.
Quest’anno fa la terza. E ha scoperto la Divina Commedia.
La lonza leggera e presta molto è diventata una miciona tutta forme che tenta Dante al risalir dell’erta.
Sarà un nuovo grande anno.

All’ombra del Gigante

23 ottobre 2016

A dirlo c’è da vergognarsi. Ma io al parco di Villa Demidoff di Pratolino non c’ero stata mai.
Ieri però, nella giornata ideale e con la compagnia perfetta, ho varcato quel cancello e sono entrata nel Parco Mediceo che dal 2013 ha avuto il riconoscimento Unesco.
Le attrattive che il Parco può offrire al visitatore sono molte: oltre ad ospitare il Colosso dell’Appennino (detto il Gigante, capolavoro del Gianbologna per il quale il Parco è forse maggiormente conosciuto), custodisce opere e manufatti del genio buontalentiano di impianto originale mediceo (la Cappella, la grotta di Cupido, le Scuderie, la Villa Paggeria, le Gamberaie), ospita due giardini all’italiana nella parte medicea e allo stesso tempo è circondato da un giardino-paesaggio in stile romantico (frutto degli interventi ottocenteschi, quando la proprietà è passata prima ai Lorena e poi ai Demidoff); offre percorsi in bosco per gli appassionati di trekking o nordic walking. Nelle notti estive gli innamorati ci vanno a vedere il cinema all’aperto.
Il Parco è meta ideale per gli appassionati di fauna (99 sono le differenti specie che ci abitano) e flora, con specie arboree di pregio quali l’abete bianco, grandi querce e altri alberi monumentali.
Si va a cercare lontano la bellezza, e poi ce l’abbiamo a portata di mano.

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Dalle 3 alle 6

21 ottobre 2016

Sono dieci anni che ci conosciamo. Le nostre strade s’incrociarono all’Itis Meucci, io dietro la cattedra, lui dietro il banco. Finché eravamo a scuola secondo me gli stavo abbastanza sulle palle: spiegavo, interrogavo, cazzo volevo? Ma finito l’anno nacque lentamente un’amicizia che non si è mai sopita, neanche ora che di anni lui ne ha trenta e io cinquanta, e più il tempo passa più ci uniscono le cose della vita. Due, massimo tre volte l’anno è la cadenza con la quale ci vediamo: mi porta a cena fuori, si fa una passeggiata in centro, mi racconta, gli racconto, in una sorta di autoanalisi fate-da-voi che produce sempre effetti interessanti.

Stavolta sono passati quattordici mesi, poco più di un anno fa, dall’ultimo incontro. Viene a casa mia, gli faccio un tè, gli faccio i King, gli faccio dire tutto quello che gli pare. Ha mollato il lavoro che faceva, si è iscritto a un corso per impararne un altro, ha lasciato la ragazza, ha imparato a stare solo, guida la moto in luoghi isolati e fa meditazione, non sente più l’esigenza di uscire a tutti i costi, legge tanti libri, ascolta tanta musica, si fa tante domande.
Resta da me dalle 3 alle 6, mi fa un gran piacere.

De senectute

21 ottobre 2016

Ha diciassette anni. Eppure pensa già a quando sarà vecchio. Di più: alla senilità dedica il sonetto (titolo scelto: Io vo’ del ver la vecchiaia laudare, perfetto nelle regole e splendido nei contenuti, oltretutto) che ho assegnato come compito per casa.
“Ma perché proprio la vecchiaia!?” si scandalizzano i compagni.
“Perché mi piace pensare alla persona che diventerò, alle rughe che racconteranno le esperienze fatte nella vita, alle scelte che farò per la parte finale della mia esistenza” risponde lui, la voce pacata, il tono morbido, lo sguardo vivo nel presente ma anche proiettato nel domani.
“Tu se’ peggio della mi’ mamma!” esclama il Giamaicano (individuo che ormai conosciamo bene).
“Perché, cosa fa tua madre?” chiedo (dal che si deduce che gli ho restituito la parola).
“La mi’ mamma ha bell’e deciso tutto: quando noi tre figli compiremo diciott’anni, regalerà a ciascuno un biglietto aereo di sola andata per destinazione ignota. Dopodiché anche lei cambierà aria.”
“Come cambierà aria?!”
“Toglierà le tende, si leverà di torno.”
“E dove andrà?!”
“Forse in Sardegna. Oppure in Puglia.”
“A fare cosa?!”
“Quello che fa qui, l’insegnante di yoga. Ma in un posto che le piace molto di più.”

Si scopre così che la mamma del Giamaicano è fusa come me.