Quando hai 17 anni

20 ottobre 2016

Fissiamo davanti allo Stensen per dare il via alla serata delle due C (cine/cena).
Danno “Quando hai 17 anni”, il film di André Téchiné ambientato in un aspro villaggio tra le montagne della Francia sud-occidentale, dove Damien e Tom frequentano la stessa scuola. Potrebbero essere amici, in realtà non si sopportano. Si insultano e, quando le parole non sono sufficienti, se le danno di santa ragione. Damien è figlio di un medico e di un pilota militare, Tom è magrebino ed è stato adottato da una coppia di contadini che vive in una fattoria sperduta in mezzo ai monti. Siccome la madre adottiva di Tom resta inaspettatamente incinta e deve affrontare una gravidanza complicata, Tom viene invitato dalla madre di Damien a vivere per qualche tempo a casa loro in modo che possa studiare e frequentare la scuola con minor sacrificio. I due ragazzi, così, si trovano a vivere sotto lo stesso tetto.
Di questo film si è fatto un gran parlare ed è in concorso al 66mo Festival di Berlino.

“Ti è piaciuto?”
“Insomma. A te?”
“Insomma.”

Menomale, proprio a un passo dallo Stensen, hanno aperto da poche settimane “I Che Thai”, un ristorantino di cucina thailandese minuscolo e buonissimo, in grado di consolare qualsivoglia delusione cinematografica.
Involtini croccanti, ravioli al vapore, e un green curry con tutti gli aromi di quella terra indimenticabile.
Finita la cena, torniamo a casa come siamo venute: in bicicletta, a tutto foco, sui viali, ché la pista ciclabile è per i deboli, ridendo e gridando “ASPETTAMI ACCIDENTATTE’!”

Perché 17 anni si possono avere anche a 50.

Il catalogo è questo

19 ottobre 2016

Alle sei del mattino, facendo colazione, ecco l’ideona.
Far ascoltare ai ragazzi di quarta, prima di dichiarare chiuso il Seicento ed entrare insieme nel Settecento, la musica di quei tempi là.
Scelgo, seleziono e salvo Aria di Bach, La primavera dalle Quattro stagioni di Vivaldi per l’addio al Barocco e Madamina, il catalogo è questo dal Don Giovanni di Mozart per il benvenuto all’Illuminismo.
“Profe! Cosa si fa con la cassina??” chiede il Cece curioso in corridoio.
“Un po’ di tunz tunz per movimentare la lezione” gli rispondo.
Con la cassina -come la chiamano loro- mi do un sacco di arie.
Di Aria dicono: ma non è la sigla di qualcosa?!
Della Primavera dicono: bella, ma scontata.
Il Catalogo invece non l’hanno mai sentito.
“Leporello, il servo di Don Giovanni, spiega a Donna Elvira quante donne ha avuto il suo padrone. Il nostro libro di Letteratura riporta il testo del librettista Lorenzo Da Ponte: ascoltate, leggete con me.”

Il Catalogo è stupendo. La musica è giocosa e trionfale. Le parole fanno schiantare. Don Giovanni ha avuto seicentoquaranta donne in Italia, in Alemagna duecentotrentuno, cento in Francia, in Turchia novantuno. Ma in Spagna son già mille e tre. V’han fra queste contadine, cameriere, cittadine; v’han contesse, baronesse, marchesane, principesse. E v’han donne d’ogni grado, d’ogni forma, d’ogni età. Nella bionda egli ha l’usanza di lodar la gentilezza, nella bruna la costanza, nella bianca la dolcezza. Vuol d’inverno la grassotta, vuol d’estate la magrotta. E’ la grande maestosa, la piccina è ognor vezzosa. Delle vecchie fa conquista pel piacer di porle in lista. Sua passion predominante è la giovin principiante. Non si picca se sia ricca, se sia brutta, se sia bella. Purché porti la gonnella, voi sapete quel che fa.

“Vi è piaciuto?”
“Sì!”
“Mi rallegra, perché per la prossima volta ne imparerete a memoria il testo e anche la musica.”
“COSA?!”
“Così poi ve lo faccio cantare all’interrogazione.”
“Ma che è impazzita?!”
“Sarà bellissimo, vedrete. Per impararlo, a casa andate su youtube e guardate il video tenendo sottomano il testo.”
“Ci rifiutiamo nella maniera più assoluta!”

E invece lo faranno eccome.

Assemblea

18 ottobre 2016

“Che pacchia, stamani 5 ore di assemblea degli studenti e poi a casa!”

Li raccatti tutti per l’appello, li accompagni e li fai sistemare nel cortile interno, assumi un ruolo satellitare di controllo tra il ci-sei e il non-ci-sei, tra il vi-vedo e il non-vi-vedo, ti affacci sul parco e contemplane l’incantevole foliage, fai due parole e una colazione con la collega che preferisci tra i centocinquanta, ti rintani nell’aula del sostegno con altri insegnanti per cercare di correggere un pacco di temi, chiacchieri invece insieme a loro di film e corsi di taglio e di cucito, leggi quel messaggio che ti occhieggia dal cellulare in borsa, “professoressa corra è successa una tragedia”, molli tutto e corri nel cortile con il cuore in gola, si saranno feriti, si saranno tagliati, si saranno ammazzati, no, hanno solo spaccato il tablet di classe e ora sono turbati e dispiaciuti, li consoli e li accompagni in vicepresidenza, ti riaffacci sul parco per rasserenarti, avverti il languorino di quell’ora, mangi il tuo yogurt con i semi da uccello, suona l’intervallo, guardi l’orda multicolor all’assalto dell’uomo dei panini e delle macchinette, ciondoli in ottagono in mezzo al rimbombìo cullante di millecinquecento voci, vai a vedere se nel parco anche oggi passano i levrieri, torni dentro perché l’assemblea riparte, t’intrufoli nel cuore della folla seduta a gambe incrociate in terra per cercare i tuoi, “profe! La Nanni si è candidata a rappresentante d’istituto!”, li riporti in classe per il contrappello, attraversi l’istituto per riconsegnare i registri e apporre la doverosa firma, timbri il cartellino, esci, sbachiucchi e saluti e destr’e a manca, che pacchia eh cinque ore di assemblea.

Invece torni a casa e sei più stanca e rintronata di quando fai cinque ore a stecca di lezione.

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I Nuovi Uffizi

17 ottobre 2016

Uno dei vantaggi di insegnare all’Artistico è che l’arte ti arriva addosso a badilate.
Non hai bisogno di durare fatica: ne parlano gli studenti in classe, ne ragionano gli insegnanti al solicino del parco all’intervallo.
Se poi hai una collega che ha sposato uno della Sovrintendenza, ti ritrovi tra le mani l’invito per l’inaugurazione dei Nuovi Uffizi restaurati e alle cinque e mezzo sei lì in compagnia allegra, sali la scalinata del Magnifico e fai un tuffo a ritroso nel Primo Cinquecento fiorentino.
Poi puoi anche saltare la cena.

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Il mio bello

16 ottobre 2016

Racconto agli amici l’incidente diplomatico occòrsomi col Giamaicano, lo studente che, convinto di essere nel gruppo classe senza l’insegnante (=io), in un messaggio audio ha dato della “fusa” all’insegnante (=a me) per i troppi compiti assegnati a casa.

“Vi rendete conto?!”
“Mah, io non ci trovo nulla di grave.”
“Nemmeno io.”
“Ma come!”
“In fondo cosa ha detto?”
“Prima di tutto ha detto DUE volte cazzo.”
“Capirai. Perché, tu non lo dici mai?”
“Ma non lo registro nella chat di classe!”
“Ma lui credeva di essere in quella di soli compagni.”
“E poi ha detto che la Landi è fusa!”
“In realtà il quadro di te che ne esce è quello di un’insegnante che lavora e che fa lavorare: un tema, un commento, una poesia da imparare a memoria, la parte teorica da studiare. E pure un messaggino collettivo per ricordare a tutti la scadenza all’indomani. Quindi esigente, ma anche vigile, presente, affettuosa. E’ un ottimo ritratto che ti dovrebbe gratificare. Non capisco perché tu l’abbia presa così male.”
“Ma mi ha dato della FUSA!”
“Ma tu, fusa, lo sei. E’ il tuo tratto distintivo, la tua cifra stilistica. E’ il tuo bello.”

Improvvisamente mi vien voglia di chiamare il Giamaicano e ringraziarlo.

Suggerimenti

16 ottobre 2016

“E insomma profe, com’è finita con il Giamaicano e il messaggio inviato nel gruppo sbagliato?”
“Non è finita, siamo in piena tempesta.”
“E come pensa di fargliela pagare?”
“Non saprei, vago un po’ nel buio del dubbio.”
“Be’, non può soprassedere. La questione è molto grave.”
“Dite?”
“Ma certo! A parte quel paio di cazzi urlati al cielo, le ha dato (eh!eh!eh!) della fusa!”
“Ragazzi, voi che cosa mi consigliereste?”

- Interrogarlo a manetta da qui a giugno.
- Non concedergli neanche una giustificazione.
- Non rivolgergli mai più la parola.
- Non guardarlo mai più in faccia.
- Costringerlo ad alzarsi e fare pubblica ammenda al cospetto dei compagni.
- Cacciarlo di classe ogni volta che entro io.
- Confinarlo a vita dietro alla lavagna (opzione interessante visto che le lavagne a scuola nostra sono inchiodate al muro).
- Dargli da fare un tema a settimana.
- Farsi pagare la colazione fino alla fine dell’anno.
- Farsi portare la borsa con i libri per i prossimi otto mesi.
- Infilargli le mine del lapis di arti grafiche tra le unghie e i polpastrelli.

Ora medito, poi decido.

Tutti insieme da Ai Weiwei

14 ottobre 2016

L’appuntamento è davanti a Palazzo Strozzi.
Pioviggina.
Tutti puntuali e allegri.
I più proletari fanno (per sfida) colazione al Colle Bereto.
Ci danno le cuffiette.
Il collega colto e preparato sarà il nostro Virgilio microfonato.
Il cinese adiposo e ribelle ci accoglie sotto un arco di trionfo di 950 biciclette assemblate insieme. Seguono bare di denuncia al terremoto in Cina del 1998, un serpentone fatto con gli zaini di tutti i bimbi che vi morirono, un angolo di granchi, un tappeto di fiori in porcellana, animali fantastici ciondolanti dal soffitto, un Dante, un Galileo e un Savonarola fatti con i Lego (con Dante fanno una foto mentre gli infilano le dita nel naso), un’installazione di panchetti, un tavolo rimontato male apposta, un pezzo di muro nel mezzo di una sala, vasi di epoca Ming pitturati con la vernice per le macchine. E poi medi, medi, medi. Un diluvio di medi all’aria, in volo, sospesi, immortalati.
Torniamo a casa con il doveroso souvenir.

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Oggi chi interroga?

14 ottobre 2016

L’occasione giunge grazie all’influenza. Sono a scuola, ma sono totalmente fuori forma: tossisco, mi soffio in continuazione il naso, ho la voce da uomo, mi pizzica la gola, mi scoppia la testa, mi dolgono le ossa e i bulbi oculari. Confesso ai ragazzi che neanche volendo potrei reggere quattro ore di spiegazione e propongo di alternare la lezione alle interrogazioni. Una di loro (entrante, rampante, brillante) osserva però che anche per interrogare io sarei costretta a parlare: ma per fortuna c’è lei, che potrà interrogare al posto mio.
Di sicuro si aspettava un no. Invece il sì mi sgorga dalla bocca spontaneo come uno starnuto. Pur nella nebulosità malaticcia della mia testa influenzata, intuisco che quella potrebbe essere la svolta della mattinata.
Lascio la cattedra a lei, che se ne impossessa agile e sicura, seria e solenne, e a loro, le due malcapitate che abbiamo individuato insieme da spennare vive con un bombardamento di domande. I compagni inizialmente si sgomitano e ridacchiano: ironizzano sia sulla sedicente insegnante che sulle amiche sfortunate. Ma appena l’interrogazione parte, il clima muta in modo radicale. Il silenzio domina. L’attenzione regna. Si vigila sull’andamento dei lavori, perché si vuol vedere come (e se) la compagna riuscirà a portare a termine un compito che sembra niente, ma che invece è molto.
Interrogare è un’arte. Tutti sanno fare le domande. Ma non tutti le sanno fare bene. Il colloquio orale deve avere una sua logica, una sua coerenza, una sua trama. Non si può saltare di palo in frasca pescando a casaccio tra gli argomenti che abbiamo spiegato in precedenza; non si può (ce lo disse anche don Milani) giocare a tendere tranelli con l’unico e fin troppo evidente scopo di far scivolare gli studenti. L’interrogazione non deve essere una trappola gigantesca: deve essere un’occasione preziosa. Serve all’insegnante per vedere se è stato capace di farsi ascoltare, capire e gradire. Serve a chi è interrogato perché (se ha studiato) può dare dimostrazione dell’impegno che ha profuso, dell’apporto personale che ha dato agli argomenti, della partecipazione emotiva che ha messo nella materia; e perché (se non ha studiato) può sempre sperimentare la propria capacità di simulare tutto quello che non è. Ma serve pure a chi interrogato non è, perché (se è furbo) ne approfitta per ripassare a costo zero. Insomma, l’interrogazione è un momento topico della vita scolastica.
A dispetto di ogni mia aspettativa, la mia alunna lo ha capito alla perfezione. Gestisce quella conversazione con una concentrazione e con una grazia di cui io (lo ammetto) non sempre dispongo. A volte sono stanca, a volte mi lascio distrarre dai pensieri, dai chiacchiericci della classe, a volte vengo da altre classi in cui ho già interrogato e non ne ho più voglia. Lei invece ha in corpo la motivazione di una neolaureata, il fuoco sacro di chi insegna da una settimana, un giorno, solamente un’ora, e quella equilibrata dose di sadismo allegro che la porta a dare il meglio di sé. E quando l’interrogazione finisce e lei può finalmente dirsi paga, mi guarda seria per convocarmi in cattedra e concertare con me il voto da digitare (che soddisfazione!) sul registro elettronico.
All’improvviso capisco che quell’esperimento non è solo la svolta della mia mattinata. E’ la svolta della mia professione. Capisco che potrei non circoscrivere l’attività solo a momenti di indisposizione fisica, ma elevarla a regolare abitudine dall’alto peso didattico. Posso farla diventare una prassi consolidata. Sarà sufficiente individuare di volta in volta l’interrogante e scegliere per lui gli interrogati. Poi farmi da parte e stare a guardare. E alla fine valutare con un voto anche il “docente” del giorno. Perché solo chi ha studiato e conosce bene gli argomenti può gestire una bella interrogazione.
Si chiama “peer education”, educazione tra pari.
Sembra una sciocchezza, è una rivoluzione.

(oggi nelle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

In casa mia, ai tempi, era visto male. Era troppo tutto: troppo di sinistra, troppo bercione, troppo irriverente, troppo sovversivo. Sicché da bambina non mi toccava mai di vederlo alla televisione. Poi lo bandirono addirittura, per cui dovetti aspettare di essere cresciuta per leggere i suoi libri e andare ad applaudirlo al Teatro Tenda non ricordo neanche più con chi. Di lui e di quello spettacolo però mi ricordo ancora molto bene. Faceva il Mistero buffo. E io, che il Pianto della Madonna lo avevo studiato solo nella versione originale di Jacopone da Todi, rimasi pietrificata di fronte a Franca Rame che piangeva il Cristo morente con quel fiume di parole eretiche. E mi divertii da morire.
Divenni insegnante. Ora che il Pianto della Madonna (e tutto il Medioevo) lo spiegavo io, mi feci spesso affiancare dal video in cui lui lo raccontava molto meglio di me.
L’ultima volta l’ho nominato pochi giorni fa. Nessuno in classe sapeva chi fosse.
Allora ho scritto grande il suo nome alla lavagna e, accanto a quello, la data in cui ricevette il più contestato premio: DARIO FO, NOBEL PER LA LETTERATURA 1997.
E’ morto oggi a 90 anni.
Nello stesso giorno il Premio Nobel è andato a Bob Dylan, che probabilmente sarà ancora più contestato di lui.
Io invece gioii e gioisco: “Ancora non si è capito che soltanto nel divertimento, nella passione e nel ridere si ottiene una vera crescita culturale.”

La Landi è fusa

13 ottobre 2016

Ci fu un tempo in cui ero scettica e prevenuta.
Adesso credo ciecamente nell’utilità del gruppo su whatsapp con le mie classi.
Ci credo perché l’ho sperimentato e ne ho ricavato un grande giovamento.
“Aprire il gruppo” aiuta prima di tutto a organizzarsi con la massima efficacia. Ti scordi di comunicare qualche cosa a scuola? Mandi un messaggino collegiale e hai rimediato. Mediti un cambio di programma per l’indomani? Scrivi portare Storia anziché Italiano e il gioco è fatto. Temi che fingano di dimenticare la scadenza di una consegna? Glielo ricordi tipo campana a morto e li inchiodi. Col gruppo i ragazzi non ti sfuggono più. Li tieni in pugno. Li controlli, li governi e li tiranneggi anche da casa. L’importante è farlo con una leggera simpatia. Le faccine aiutano. Le battutine anche.
Ma aprire il gruppo aiuta anche nei rapporti interpersonali. Hai un alunno chiuso fino all’ermetismo? Con un messaggino puoi socchiudere la porta del suo cuore ed entrarglici dentro dolcemente: quello che non ha il coraggio di dirti in classe te lo dirà in privato. Hai un’alunna ribelle che in classe sbruffoneggia? Le scriverai quanto ti piacerebbe che cambiasse atteggiamento e lei, incredibilmente, lo farà. Hai un alterco con un alunno? Lui ti scriverà che gli dispiace molto e tu lo perdonerai all’istante. Intuisci che una studentessa ha problemi di cuore? Puoi scriverle che le darai il tempo necessario per superare la sua crisi e che la aspetterai: te ne sarà infinitamente grata e, appena starà meglio, verrà volontaria per farsi interrogare.
Altra conditio sine qua non è specificare che il gruppo con te è DIDATTICO, che non servirà per le ciane ma solo per le cose serie, questioni scolastiche, dubbi, chiarimenti, comunicazioni improcrastinabili. Che se vogliono ciabattare delle loro cose ne apriranno un altro, squisitamente ludico e ricreativo, dove potranno dirsi tutto ciò che vogliono nel modo in cui lo vogliono. Ma nel gruppo con la profe anche la forma sarà importante e perciò curata e rispettosa.
“E’ tutto chiaro? Siamo tutti d’accordo?”
“Certo profe.”
Da quando ho iniziato questa pratica, mai, e dico mai, alcun problema è insorto.
Mai, fino a qualche giorno fa.

“Carissimi ragazzi e ragazze, vi ricordo che per domani avete quel sonetto da imparare a memoria, quel tema da scrivere, quel commento da allegare, quelle pagine da studiare e quei libri da portare. Correggeremo, interrogheremo e poi andremo avanti, ok? Buona serata (che a questo punto credo compromessa) e molti abbracci a tutti.” Segue diluvio di faccine sbaciucchianti.

Il Giamaicano, sfortunatamente, si confonde.
Schiacciando il microfonino per registrare un messaggio audio, convinto di essere nel gruppo dell’anarchia, non si accorge che è nel gruppo della dittatura.
“O ragazzi, ma la Landi è fusa. Ma quanta cazzo di roba ci ha dato da fare?! Ma poi tutta per domani! Io oltretutto sono da mio padre e ho lo zaino a casa da mia madre, come cazzo fo a fare tutti questi compiti?!”

Ha detto due volte cazzo.
E su questo sarebbe stato non dico facile ma possibile soprassedere.
Ma mi ha dato della fusa.
Fusa.
A me.
Ora la questione è: come fargliela pagare.
Si gradiscono suggerimenti.