Comunicazione minimale

28 novembre 2016

Da un passato abbastanza remoto è sbucato fuori un mio ex alunno.
Ci siamo ritrovati un giorno su whatsapp.
Da allora, di tanto in tanto, ci facciamo un salutino che segue sempre il medesimo invariato paradigma.
“Ehiiiiiiiiiiii” scrive lui.
“Ehiiiiiiiiiiii” rispondo io.
Tutto qua.
Nient’altro.

Così minimale, così perfetto.

#luniversosistadilatando

28 novembre 2016

Con i colleghi e le colleghe ci troviamo nel parco all’intervallo.
Tre mesi sono passati dall’inizio della scuola. Si è spiegato, interrogato, somministrato verifiche scritte, corretto un macello di fogliame. Si sono fatte riunioni, Pei, consigli di classe, collegi dei docenti, open day. Si avvicina a gran falcate il giorno del ricevimento plenario delle famiglie. E il registro elettronico non dà tregua, regalandoci mole di generoso lavoro da completare a casa.

“Ma voi non siete stanchi?”
“Io stanco morto.”
“Io distrutta.”
“Io a pezzi.”
“E non vi viene mai da chiedervi: ma chi me lo fa fare?”
“A me almeno una volta a settimana.”
“A me un giorno sì e un giorno no.”
“A me tutti i giorni. Ma del resto che vuoi farci, questo è.”
“Non è vero. Qualcosa da fare c’è.”
“E cosa?”
“Avete presente Io e Annie di Woody Allen?”
“Come no.”
“E ve lo ricordate l’inizio, quando Alvy Singer è ancora un bambino coi capelli rossi, e la mamma lo porta dallo psicologo perché è depresso e non vuole più studiare, e lo psicologo cerca di parlarci e gli chiede: perché sei depresso Alvin? E Alvin dice: l’universo si sta dilatando. E il dottore un po’ basito esclama: l’universo si sta dilatando?! E Alvin ripete: l’universo è tutto e si sta dilatando, questo significa che un bel giorno scoppierà e allora quel giorno sarà la fine di tutto. Al che la mamma s’intromette un po’ isterica e grida: ma sono affari tuoi questi?! E spiega al dottore: ha smesso anche di fare i compiti! Ma Alvin, serafico, ribatte: a che scopo farli? E la madre, sempre più schizzata, squittisce: ma che cosa c’entra l’universo con i compiti! Tu sei qui a Brooklyn e Brooklyn non si sta dilatando! Quando ecco di nuovo il dottore, dolce e carezzevole, parlare ancora con il piccolo: l’universo non si dilaterà per miliardi e miliardi di anni e noi da qui ad allora dobbiamo cercare di godercela!”

Ora, la mia teoria è la questa.
Hanno ragione sia Alvin che il dottore: l’universo si sta dilatando, per cui noi dobbiamo solo cercare di godercela.
Da quando l’ho elaborata e diffusa, ogni impegno incombente viene prima ridimensionato quindi annientato dal mantrico hashtag.

I sette padri

27 novembre 2016

Nell’anno 1246 sette amici, tutti mercanti (Bonfiglio, Amadio, Buonagiunta, Manetto, Sostegno, Uguccione e Alessio), presero una decisione: si molla tutto e ci si ritira in punta a un monte.
Prima si stabilirono a Cafaggio, fuori dalle mura di Firenze, e lì cominciarono a vivere da fratelli aiutando i poveri, i malati e i carcerati.
Dopo qualche tempo il vescovo Ardingo ereditò dal ricco Giuliano da Bivigliano, della famiglia degli Ubaldini, “una ottava parte del castellare e della selva del Monte Asinario” e decise di girare il possedimento ai sette amici.
Nacque in questo modo il Santuario del Monte Senario, in Toscana uno dei più celebri per santità di memorie, per l’incantevole posizione, per l’aria balsamica delle sue abetaie e dei suoi boschi.
Dista da Firenze 18 chilometri.
Sorge a 817 metri sul livello del mare.
Ci si può camminare, pregare, prendere un caffè, comprare qualche numero della pesca di beneficenza, contemplare il panorama, mangiare un panino, chiedere a se stessi come faccia la natura a generare tanta bellezza, fare la pipì sopra le foglie di castagno.
Oggi, primo giorno di freddo vero, mentre a valle la nebbia sembrava il mare, ci abbiamo trovato un solicino mite e rincuorante.

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Gli innocenti

27 novembre 2016

La prima arrivò il 5 febbraio 1445 e venne chiamata Agata Smeralda.
Dopo di lei giunsero in tantissimi.
Furono dati loro nomi all’epoca diffusi, oggi stravaganti: Aldobrandina, Venusta, Pascasio, Damaso, Radegonda, Sabino, Gennino, Laudata, Disma, Taddea, Tita, Santa, Orsola, Domenica, Ultimo, Pasquino, Orazio, Bonfigliola. Nomi che ci strappano un sorriso, ma che nascondono tristezza.
Erano i “nocentini” e le “nocentine”, bambini appena nati o ancora molto piccoli, abbandonati dalle loro madri nello Spedale degli Innocenti di piazza Santissima Annunziata a Firenze, il primo brefotrofio specializzato d’Europa e una delle prime architetture rinascimentali al mondo, forse la prima in assoluto, realizzata su progetto iniziale di Filippo Brunelleschi. Tuttora, nella tradizione di assistenza all’infanzia, l’Istituto ospita due asili nido, una scuola materna, tre case famiglia destinate all’accoglienza di bambini in affido familiare e madri in difficoltà, ed alcuni uffici di ricerca dell’Unicef. Con la legge 451/97, l’Istituto è divenuto Centro nazionale di documentazione e analisi sull’infanzia e l’adolescenza, punto di riferimento nazionale ed europeo per la promozione della cura dei diritti dell’infanzia. E dal 24 giugno scorso si è aperto il Museo degli Innocenti, la cui unicità sta proprio nell’aver unito insieme arte, architettura e storia dell’infanzia, in 1456 mq di percorso espositivo disposti su tre livelli e culminanti nel caffè letterario del Verone.

“Si va a vederlo?”
“Un museo sui figlioli abbandonati! Ma che sei fuori di cervello?”

E invece è imperdibile.

A me mi

27 novembre 2016

“E comunque sia ben chiaro: se voi volete dire ma però, io pretendo di dire a me mi.”
“Ma però a me mi non si può dire, professoressa.”
“Ma però a me mi piace e quindi io lo dico. Anzi, già che ci siamo chiediamo anche questo all’Accademia della Crusca.”

Qui si avverte bene che il primo pronome, tonico, ha più forza del secondo, atono, quindi ha un valore diverso. E’ sempre, certo, legato al verbo parere, ma estratto dalla frase e preposto ad essa, come “tema” del prossimo enunciato; equivale dunque a “quanto a me, per quanto ne so io” e quindi contiene maggiore informazione del semplice complemento di termine che lo segue (mi).

Pigliate, incartate e portate a casa.

Ma però

27 novembre 2016

“Gertrude avrebbe voluto ribellarsi alla decisione paterna e rifiutare il velo monacale, ma però non riuscì mai a opporsi…”
“Ma però non si dice. Correggi la risposta e vai avanti.”
“Scusi professoressa, ma però si dice.”
“No. Ma però non si dice!”
“E invece sì. Ce l’ha detto Zan Zan!” (Zan Zan è un mio collega di Disegno che quando spiega dice: vedete, è facile, guardate come si fa: zan zan, ecco fatto!)
“Con tutto il rispetto e l’ammirazione che ho per Zan Zan, scusate, ma l’insegnante di Italiano sono io.”
“Ma Zan Zan ha i genitori professori di Italiano!”
“Allora insistete! Ma che mi volete far arrabbiare?!”
“Professoressa, Zan Zan ci ha detto che i suoi genitori gli hanno detto che anche l’Accademia della Crusca ha detto che ma però si può dire!”
“Ho capito: volete litigare. Allora fermi con la correzione delle domande sui Promessi Sposi e consultiamo il sito della Crusca.”

Per chiarezza si può subito anticipare che l’incontro delle due congiunzioni ma però (e di ma bensì) non è da condannare, a dispetto di quanto sostenuto da una certa tradizione grammaticale e spesso dall’educazione scolastica.

Ma però io m’oppongo uguale.

Viva Giuditta

25 novembre 2016

Aveva 18 anni quando fu stuprata.
L’uomo che la violentò (e che aveva già ucciso la moglie) si chiamava Agostino Tassi.
Con la scusa di insegnarle la pittura, prese a farle una corte insistente, subdola, offensiva e sempre più prepotente.
Finché un giorno, seguendola e cogliendola da sola, riuscì a immobilizzarla, infilarle tra le cosce serrate un ginocchio, poi due, e infine a violentarla.
Era il 1611.
Era il tempo in cui, ai processi per violenza carnale, le donne che osavano denunciare un uomo venivano torturate per testare la veridicità delle loro parole e per purificarle dal peccato subìto.
Lei però non si lasciò paralizzare dall’atrocità di questa pratica.
Andò fino in fondo.
Raccontò ogni dettaglio.
Vinse.
E diventò pure una pittrice di successo.
Si chiamava Artemisia Gentileschi.
Stamani in Palazzo Vecchio l’attrice Patrizia Zappa Mulas ha recitato la denuncia fatta a quel processo, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt ha spiegato il dipinto Giuditta che decapita Oloferne, il sindaco Dario Nardella ha detto ai giovani presenti che solo in questo anno 116 donne sono state uccise da uomini che dicevano di amarle.
Noi c’eravamo, con un fiore rosso addosso, il cuore gonfio di pensieri, gli occhi pieni di bellezza.

Sing Street

21 novembre 2016

Conor vive nella Dublino di metà anni ’80, ha 16 anni e un talento nella scrittura di canzoni. L’incontro con l’aspirante modella Raphina, di cui s’innamora perdutamente, lo spinge a fondare una pop band per attirare la ragazza come attrice di videoclip. Nel frattempo il matrimonio dei genitori va in frantumi: saranno la musica, l’amore e l’inossidabile rapporto col fratello maggiore a dare al ragazzo un coraggio che non credeva possibile.

Il genere è teen-musical-romance-dramedy, il regista (John Carney) ha il pedigree musicale, la colonna sonora (dai Clash ai Duran, dai Cure agli Spandau) è una musicassetta di ricordi, il cinema (lo Spazio Uno) è una garanzia, il giorno scelto (un pomeriggio piovoso e fannullone) pare fatto su misura.

E invece questo Sing Street non è nemmeno da paragonare a quell’indimenticabile Once.

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Come stanno Spino e Zoa?

21 novembre 2016

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Quarant’anni dopo

16 novembre 2016

L’appuntamento è dal Giusti, all’uscita autostradale di Incisa. Il tempo fa paura, tuona, diluvia e tira un vento triestino; il tergicristallo non sta al passo, le gomme scivolano, la viabilità è semiparalizzata; fa un freddo becco. Ma abbiamo detto alle otto e mezzo, e alle otto e mezzo cascasse il mondo ci saremo.
Eccoci, ci siamo.

Scusate, ma siamo bellissimi.
Perdonate la confusione bambinesca che portiamo dentro un ristorante altrimenti quieto, ma siamo troppo contenti.
Abbiate pazienza, non prendiamo subito posto a tavola, ma abbiamo da abbracciarci stretti, da stringerci forte.
Il tempo è passato, ma questa sera noi lo riportiamo indietro, indietro, indietro con tutta la forza che ci è rimasta addosso, fino ai banchi di una scuola del centro, e addosso abbiamo il grembiule bianco o nero, al collo un fiocco rosa o azzurro, tra i capelli una molletta sghemba o una passatina, la riga in mezzo o in parte, tutti al naturale senza trucco e tacchi, ai piedi calziamo scarpine comode di para, e sotto siamo ben coperti per non ammalarci. Siamo tutti bambini e abbiamo sei, sette, otto, nove e dieci anni: siamo alle elementari. Le nostre maestre si chiamano Anna e Sara, impariamo a scrivere e contare, in seconda abbiamo l’esamino, disegniamo i banchi del mercato in prospettiva, piantamo un fagiolo nel cotone e aspettiamo che germogli, recitiamo poesie a memoria, all’intervallo corriamo nel cortile e giochiamo a guardie e ladri, a un due tre stella, ci invitiamo a feste di compleanno casalinghe e sobrie, giochiamo con gli animalini di plastica e i soldatini, ci scaccoliamo di nascosto, andiamo insieme al gabinetto.

Un pasticcere, un avvocato, un pizzaiolo, un ingegnere, un poliziotto. Tre professoresse di italiano. Uno che potrebbe diventare il prossimo sindaco del paese. Un ex calciatore di serie A. Una cassiera della Coop. Un’insegnante di musica. Impiegati e dirigenti. Perfino un ausiliario del traffico. Chi ricorda tutto, chi poco o niente, chi era pieno di capelli e ora è in piazza, lei era mora e adesso è platino, lui timidissimo e ora tiene banco, lei cicciotta e ora una silfide, lui un piccolo Sandokan e ora molto meglio di Kabir Bedi. Per non perdere il filo neanche a mangiare, dopo un antipastone ordiniamo la cosiddetta pizza a nastro, una catena ininterrotta di pizze miste già tagliate a spicchi da afferrare e passare a quello accanto. Ci siamo messi alternati, un maschio e una femmina un maschio e una femmina, per mescolarci meglio, per stare accanto anche a chi non siamo stati mai in cinque anni di frequentazione giornaliera, e per parlare tutti insieme non facciamo che berciare, e da lato a lato del tavolone immenso ci facciamo i versi con la bocca e ci strizziamo l’occhio, e il dolce non lo vuole nessuno ma poi lo prendiamo tutti. Ho due figli, ne ho tre, non ne ho, mio padre è annegato nel Mar Rosso nuotando felice insieme ai pesci della barriera corallina, mia madre è morta disperata, sono sposata e felice, mi sono separato, sono ancora single ma chissà, ho preso centodieciellode, non ho finito l’università, la laurea me la prenderò tra qualche anno, voglio lasciare l’insegnamento e realizzare un museo a cielo aperto in mezzo a un bosco, ho perso il lavoro, ebbene sì ho fatto i soldi, mannaggia a me li ho spesi tutti, sono già in menopausa, sono ancora a rischio gravidanza, ho le caldane, non mi funziona la tiroide, sono stato operato, ho gli attacchi di panico, sono in gran forma, sto bene, sto benino, potrei star peggio.

La notte scende e non abbiamo sonno, il tempo è stato troppo breve e vogliamo dilatarlo allungarlo tirarlo, anziché salutarci nel piazzale vorremmo tornare dentro al caldo e dire ci abbiamo ripensato, scusate, ma siamo bellissimi, troppo belli per andare a casa proprio adesso che ci siamo ritrovati.