Performance d’artista

11 novembre 2016

Facciamo Becchin’amor! di Cecco Angiolieri, il celebre sonetto in cui il poeta cerca di far pace con la sua donna, che però è (e rimane) irrimediabilmente incazzata nera. Gliela leggo, gliela rileggo, gliela parafraso, gliela contestualizzo.
Poi invito i maschi a scegliersi una femmina con cui raggiungere la cattedra per interpretare il testo a due voci, drammatizzandolo come si fa a teatro. Il primo alunno sceglie una compagna. Il secondo alunno anche. Il terzo si oppone.
“Io faccio da solo.”
“Come da solo? Come hai visto, questo non è un semplice sonetto, è un contrasto, ossia una litigata in endecasillabi. Ti ci vuole per forza una coprotagonista.”
“No, io faccio da solo.”
Si alza, si mette al cospetto dei compagni, solleva l’avambraccio destro, piega la mano a becco d’anatra, sulla punta delle dita ha disegnato una bocca smerlettata, intorno al polso ha avvolto una sciarpina. La parte di Cecco la fa con la sua voce, la parte di Becchina la fa con una vocina falsettata, aprendo e chiudendo le dita come fosse una bocca che parlasse. Non solo: la mano assume pose indispettite, sdegna le scuse del poeta, manda accidenti impietosi verso di lui. Si provi a immaginare.

– Becchin’amor! – Che vuo’, falso tradito?
– Che mi perdoni. – Tu non ne se’ degno.
– Merzé, per Deo! – Tu vien’ molto gecchito.
– E verrò sempre. – Che saràmi pegno?

– La buona fe’. – Tu ne se’ mal fornito.
– No inver’ di te. – Non calmar, ch’i’ ne vegno.
– In che fallai? – Tu sa’ ch’i’ l’abbo udito.
– Dimmel’, amor. – Va’, che ti vegn’un segno!

– Vuo’ pur ch’i’ muoia? – Anzi mi par mill’anni.
– Tu non di’ ben. – Tu m’insegnerai.
– Ed i’ morrò. – Omè che tu m’inganni!

– Die tel perdoni. – E che, non te ne vai?
– Or potess’io! – Tègnoti per li panni?
– Tu tieni ’l cuore. – E terrò co’ tuoi’ guai.

Una cosa semplicissima, elementare. Eppure un capolavoro d’inventiva.

I just called

10 novembre 2016

Nella mia famiglia gli acciacchi fisici sono sempre stati presi alla leggera.
“Mi fa male qui” dicevo al babbo da piccina.
“Vai più in là” rispondeva lui.
Fatta eccezione per il male serio della mamma, il resto era sempre motivo d’ironia e l’acciaccato diventava oggetto di scherzoso scherno da parte di tutti i familiari.
Quando la mamma era costipata, noi tre imitavamo puntualmente il suo strano modo di tossire (A-HA A-HA); quando al Rondine venne la stomatite e per giorni non poté alimentarsi lo prendemmo molto in giro mangiandogli sul viso cibi croccantissimi e gustosi, quando io (tutti gli inverni) beccavo la bronchite “tu t’ave’i a copri’ meglio” era la cura indicata a posteriori. Il babbo però, di tutti e quattro noi, è sempre stato il più sbeffeggiato. Detto Il Montone (perché monta la gravità delle situazioni), Il Tragicone (perché amplifica gli avvenimenti negativi) e Mario Merola (il famoso “re della sceneggiata”), il babbo quando si lamenta non è (quasi) mai creduto. Una volta gli venne il colpo della strega, chiamammo il dottor Pretini, un amico di famiglia che abita dietro casa nostra.
“Siamo di fronte a una brutta discopatia” sentenziò.
“Massìe dottore, ma che dà retta a Mario Merola!?” fu la risposta di noi tre.
“Vi dico che la questione è seria. Quest’omo sta male” insisteva il dottore.
Noi, però, non si faceva che ridere e mentre il poverino giaceva nel lettone mezzo aggrucciato lo indicavamo con il dito dandogli di brutto. Tant’è che il dottore, tornato a casa, confidò a sua moglie e ai suoi tre figli, tutti amici nostri, che (testualmente) “il Landi ha una famiglia di scemi”.
Quello che agli occhi degli altri è sempre parso un atteggiamento irriverente, invece, era per noi la strategia curativa più efficace: l’ironia temprava gli animi e di conseguenza irrobustiva i corpi.

L’altro ieri il babbo è stato operato alla cataratta.
Il Rondine lo ha portato all’ospedale, Patatina Fritta è andata a riprenderlo, io dopo la scuola sono andata insieme al Frenky ad accudirlo.
Lui però ha commesso l’incauto errore di aprirci la porta con gli occhiali neri a mosca.
Data la sfacciata somiglianza con Steve Wonder, la cena è stata accompagnata da reiterati cori (supportati da video su youtube) di “I just called to say I love you”.

Come stanno Spino e Zoa?

7 novembre 2016

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6 ore

7 novembre 2016

Da oggi a scuola è entrato in vigore il nuovo orario.
Quello vecchio era bellissimo, armonioso, ben distribuito, didatticamente funzionale, fisiologicamente perfetto: avevo il tempo per spiegare, interrogare, fare una pausa, prendere un caffè, mangiare semi, ricominciare, tenere il ritmo, galoppare.
Quello nuovo è un incubo che inizia il lunedì con sei ore ininterrotte di lezione.
“Sei ore, vi rendete conto? Sei ore non si possono fare, non tutte di fila, non senza un’ora buca per tirare il fiato, non senza una pausa per potersi alimentare e ricaricare, ormai c’ho una certa, non reggo questi tempi, quindici anni fa ce l’avrei fatta a occhi chiusi, ma ora no, non mi regge il fisico, mi vengon le cascaggini, ho il calo d’energia, mi s’annebbia la vista, mi cala la pressione. Sei ore, ma vi rendete conto? Sei ore con l’attenzione sempre ai massimi, con la concentrazione che non falla, con la capacità di ascoltare e rispondere a tutti quei vampiri, la sensibilità per captare ogni loro turbamento, la prontezza di riflessi con gli imprevisti di una mattinata troppo lunga. Ma poi sei ore mi inquinano tutto il weekend: passo il sabato a riavermi dalla settimana e la domenica a pensare al giorno dopo. Sei ore a stecca credo non siano previste nemmeno dal nostro contratto, forse sono illegali, e comunque sono immorali. Sei ore ammazzano la didattica e me.”
L’ho detto a tutti. Agli amici visti sabato, a quelli visti ieri, ai colleghi stamattina, agli studenti in classe.
“Non mi fate arrabbiare, c’ho sei ore. Non mi fate stancare, c’ho sei ore. Non vi giustificate, c’ho sei ore. Non fatevi beccare impreparati, c’ho sei ore.”
Alla fine le sei ore son passate e (tra i chicchi di melograna della Valdarnese e gli spicchi di mandarino dell’Anarchica) sono stata proprio bene.

Il ponte sul mare

1 novembre 2016

E’ iniziato e finito sul mare.
Il ponte dei Santi, partito da Livorno, si conclude a Viareggio.
La stessa giornata di sereno, lo stesso profumo di acqua e di sale, i cani sulla spiaggia, la gente in maglietta, le donne senza calze, i gelati che colano, i bimbi in bicicletta, a corsa, ebbri di libertà, piatti fumanti che tagliano la passeggiata, un caffè shakerato come d’estate, i pescatori di ritorno, i gabbiani a far la ronda, la sabbia nella borsa, il sole dentro gli occhi.
Domani piove.