A voce alta

31 gennaio 2017

Due anni fa comprai un leggìo. Anzi, ne comprai due: uno (non so perché) da tenere in casa, uno da lasciare a scuola.
Lo uso per sperimentare la lettura interpretativa. Fisso un giorno e per quel giorno dico ai ragazzi di portare un testo a testa. Qualsiasi tipo di testo. Una poesia, il brano di un romanzo, il passo di un saggio, qualcosa di serio, un testo faceto. Quello che li rappresenta di più. Quello a cui si sentono legati per il motivo che gli pare. Quel giorno non faremo lezione. Ma sarà una lezione lo stesso. Due ore intere di sole letture. Fra una lettura e l’altra solo applausi e silenzi. Poi quel giorno arriva.

Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda, Effetti collaterali di Woody Allen, Il bambino con il pigiama a righe di John Boyne, Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams, 1984 di George Orwell, Poesia dadaista di Tristan Tzara, Noi i ragazzi dello zoo di Berlino di Cristiane F., Trilogia della città di K di Agota Kristof, Una barca nel bosco di Paola Mastrocola, Io voglio del ver la mia pioggia laudare della stessa lettrice, S’i’ fosse foco di Cecco Angioleri, Momenti di trascurabile infelicità di Francesco Piccolo, L’ospite inquietante di Umberto Galimberti, Alice nel paese della vaporità di Francesco Dimitri, OCD di Neil Hilborn.

Hanno agitato le mani, si sono buttati in ginocchio, hanno sussurrato e gridato, letto piano e veloce. Gli tremava la voce, gli tremava la mano. Il leggìo li agitava e li proteggeva. Si sono bloccati e sono andati spediti. Gli sono diventate le orecchie viola, la gola gonfia per l’emozione. Hanno giocato più ruoli. Hanno avuto coraggio.
Sono stati un incanto.

Attenti a quelle due

31 gennaio 2017

Vestono uguali. Camminano accanto, una in bi l’altra in quadrupedia, si guardano sovente, parlottano tra loro, due lingue diverse, riescono a capirsi, preferiscono il silenzio. Il nome di una inizia con la prima lettera dell’alfabeto, quello dell’altra con l’ultima. Si conoscono da un anno. Escono insieme, stanno anche in casa. La foto che segue le ritrae distratte e sospese, cogitabonde e smarrite in pensieri impalpabili, masticando nuvole sparse.

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Finalmente Fabione

30 gennaio 2017

Scoprii che Fabione esisteva un pomeriggio d’estate di qualche anno fa. Ero in punta al Monte Amiata, sbracata sopra una coperta in mezzo a un prato, dedita alla rassegna stampa della domenica con gli allegati che amo di più, La Lettura del Corriere e il domenicale del Sole 24 Ore. Proprio sul primo m’imbattei, a fine inserto, in un racconto di due paginone. Si parlava di come pescare le carpe in compagnia del babbo. Lo firmava lui, Fabio Genovesi.
Un boxettino laterale riassumeva la biografia di questo autore ed elencava i suoi romanzi. Nella prima libreria in cui misi piede comprai immediatamente Esche vive. Cominciò così il mio amore letterario e sconfinato per quell’uomo.
Subito dopo quello mi procurai Morte dei Marmi e Versilia Rock City. Più lo leggevo e più lo amavo.
Da allora presi a balzellare il blog sgangherato che teneva e che ora ha chiuso (in cui recensiva più che altro film horror in chiave finto-seria) per sapere quando avrebbe pubblicato qualcos’altro. E così non mi persi Tutti primi nel traguardo del mio cuoreChi manda le onde, vincitore dello Strega Giovani.
A scuola ho tartassato i miei studenti coi suoi libri, spaccando le classi tra chi se ne innamorava come me e chi non ne capiva la grandezza. Gli ho anche scritto alcune mail, a cui lui ha sempre risposto con simpaticissima gentilezza.
Quando scrissi l’antologia per le superiori con la mia collega, ce lo ficcammo dentro con soddisfazione immensa.
Io però volevo conoscerlo di persona e dirglielo in faccia, quanto mi piaceva.
Oggi era al Gabinetto Vieusseux di Palazzo Strozzi. E io ci sono andata.
“Ci sono domande dal pubblico?”
“Io!”
“Prego.”
“Faccio l’insegnante e faccio leggere i tuoi libri. E ogni volta mi domando cosa posso farci fare senza rovinarli. Aborro le schede, disprezzo le domande di comprensione, detesto i riassunti. A volte imbastisco qualche roba strana tipo mettersi tutti a sedere in terra a cerchio, accendere candele e incensi, cercare la concentrazione e semplicemente parlare di quel libro. Ma ho sempre paura di non fare abbastanza né abbastanza bene. Potresti dirmelo tu, cosa ti piacerebbe che io facessi fare agli studenti dopo che hanno letto un tuo romanzo?”

Fabione prima ha riso. Poi ha ringraziato di cuore. E poi ha risposto.
Avevo ragione ad amarlo così tanto.

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Attualità

28 gennaio 2017

“Professoressa ho una domanda. Perché anziché spiegarci questa storia dell’impero romano non ci fa attualità?”

1. Perché in seconda superiore si studia la storia antica e nella storia antica rientra anche l’impero romano, e la sua nascita, la sua immensa estensione, la sua crisi, il suo declino, la sua caduta.
2. Perché per capire l’attualità (incredibile ma vero) serve anche conoscere la storia dell’impero romano.
3. Perché neanche volendo (e non vorrei) potrei sovvertire tout court quello che i programmi ministeriali si aspettano da me.
4. Perché la storia dell’impero romano è una bellissima storia.
5. Perché (se ci hai fatto caso) mentre ti spiego (per esempio) il cristianesimo (in chiave strettamente storica e non religiosa), servendomi della Lim, io ti mostro anche spezzoni di film quali Il vangelo secondo Matteo di tale Pier Paolo Pasolini (che tu non avevi mai sentito nominare), Jesus Christ Superstar di Norman Jewison (strepitoso da un punto di vista artistico e musicale), e Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli (che ha studiato in questo stesso tuo liceo), in modo che tu possa (a casa tua, in tutta la calma e in tutto il tempo di cui disponi) approfondire individualmente l’argomento sfruttando il mirabile strumento di internet (che io ai tuoi tempi manco mi sognavo). Anche questa è attualità.
6. Perché tu dici attualità ma intendi politica e io politica a scuola non ne farei neanche sotto tortura.
7. Perché, con due ore di storia a settimana, non avrei il tempo materiale per svolgere il programma e ficcarci dentro anche tutte le macroquestioni attuali.
8. Perché prima di parlarti di attualità bisognerebbe che tu padroneggiassi (cosa che non fai) anche la storia antica.
9. Perché nelle vacanze di Natale ti avevo assegnato in lettura un libro meraviglioso di Marguerite Yourcenar che parlava di storia, di attualità e di eternità, e tu non l’hai nemmeno aperto.
10. Perché a essere sincera penso che tu strumentalizzi una questione interessante semplicemente per polemizzare e rompere i coglioni. E quindi avrei fatto prima a dirti perché no.

Gmassi e Nina

27 gennaio 2017

Gmassi (dove G è l’iniziale del cognome e Massi è l’inizio di un nome a dodici caratteri) lo conosco dal 1993. Abitavamo nella colonica grandissima e malconcia di cui ho scritto molte volte, la casa dove sperimentai la condivisione degli spazi e delle anime, imparai la delicata arte dell’accettazione e della partecipazione, ed esercitai un’amicizia che fino a quel momento e in quei termini mi era sconosciuta.
Già in quel tempo Gmassi, oltre che il musicista, faceva il lavoro che fa oggi, l’accalappiacani come dicevamo allora per far presto, in realtà l’ufficiale addetto al recupero dei cani feriti, smarriti o abbandonati. Mille sono state le avventure in cui Gmassi si è trovato coinvolto, una su tutte quella con Caio, ferocissimo pitbull terrier da cui fu ripetutamente aggredito e su cui vennero imbastite storie orrorifiche da raccontarsi dopo cena davanti al focolare.
Oggi Gmassi si occupa più che altro di animali selvatici, vaga sempre per i boschi e viene a contatto quotidiano con cervi, daini, aquile e cinghiali.
Qualche tempo fa recuperò una cinghialina sfortunata e la portò al rifugio per curarla ed accudirla.
“Guarda com’è -mi dice oggi a pranzo mostrandomela in una foto (quella sotto) pubblicata anche dal National Geographic- L’ho chiamata Nina.”

La notizia bella è che Nina sta benissimo ed è salva.
Quella brutta è che Nina, avendo perso la testa per Gmassi, s’incazza con qualsiasi donna si avvicini a lui anche per dirgli solo una parola.

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SDD

27 gennaio 2017

SDD, Shakespeare Dead Dreams, s’intitolava così lo spettacolo che siamo andati a vedere stamattina al Teatro Cantiere Florida, per la regia di Vahan Badalyan e le coreografie di Angela Torriani Evangelisti.
SDD s’ispira a quattro capolavori di William Shakespeare -Amleto, Otello, Macbeth e Re Lear-, è un viaggio polifonico e surreale che gioca tra parallelismi e intrecci delle figure principali, e mescola sapientemente l’arte scenica con la danza, che i due ballerini Arsen Khachatryan (bello) e Leonardo Diana (bellissimo) personificavano.
Un’ora e mezzo di goduria visiva e immaginifica, anticipata e completata da due lunghe passeggiate lento pede per raggiungere il teatro e poi tornare a scuola, condite da chiacchiere soavi e demenziali coi colleghi a me più cari.

All the world’s a stage,
and all the men and women merely players.
They have their exits and their entrances,
and one man in his time plays many parts,
his acts being seven ages.

Tutto il mondo è un palcoscenico,
e tutti gli uomini e le donne semplicemente attori.
Hanno le loro uscite e le loro entrate,
e ogni uomo nel suo tempo recita molte parti,
e i suoi atti sono le sette età della sua vita.

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In compresenza

26 gennaio 2017

Appoggiati sulle sedie della gipsoteca, al Collegio dei Docenti d’oggi, giacevano dei fogli. Un foglio su ogni sedia.
Titolo: UN APPELLO LINGUISTICO.
Sottotitolo: (più per picca che con la speranza di ottenere).
Autore: un collega di Lettere.

Cari colleghi,
visto che non ho niente di più importante da fare, colgo l’occasione per rivolgere a tutti una richiesta che, immagino, non vi costerà nulla darmela vinta. Poiché da quest’anno diventano numerose le ore di lezione in cui due o più insegnanti si affiancano nel condurre lezione o altro, si potrebbe fare che queste ore le chiamiamo di COM PRESENZA e mai, cioè in nessun caso se non per disturbare me, di CO PRESENZA?
Siccome in italiano si dice COM PRESENZA, per esempio a me, dà piacere sentirlo dire corretto. Chi sceglie l’altra forma o asseconda una tendenza anglofila o una statistica. Basta saperlo.
Ringrazio tutti dell’attenzione e anche in anticipo quelli che mi accontenteranno. In fondo che vi costa?

Commenti: visto che era a scrivere, poteva scrivere un po’ meglio/ E’ proprio vero che ‘unn’aveva nulla di meglio da fare/ Embè? Capirai.
A me m’ha fatto ridere sicché l’accontenterò anche se quella parola non la dico mai.

Il ragambino

24 gennaio 2017

“Suo figlio è ulteriormente migliorato rispetto all’anno scorso.”
“Dice davvero professoressa?”
“Dico davvero. L’anno scorso era molto più timido e riservato, il che non è un problema se questo non interferisce con il rendimento. Il fatto è che a volte lui, come potrei dire, brillava poco alle interrogazioni. Quest’anno invece, non so perché, forse ha imparato a conoscermi, forse si fida di più, forse è semplicemente cresciuto, fatto sta che si mette molto in gioco, lavora costantemente e fa delle grandi prove orali. Pensi che un giorno ha interpretato a memoria il contrasto di Cecco Angiolieri Becchin’amor! Che vuo’, falso tradito con l’ausilio della mano destra, a cui ha fatto recitare la parte di Becchina.”
“Questo non mi stupisce, sa. Pensi che a casa sta sempre rintanato in mansarda in mezzo al suo mondo immaginario popolato dagli oggetti e dagli animali di casa. Scrive, dipinge, realizza fumetti, crea, scolpisce, colora, installa, smonta e rimonta. E come sempre, parla da solo.”
“Ah, parla da solo?”
“Sempre. A volte torno dal lavoro e lo sento discutere di sopra. Mi dico: ci sarà qualche suo amico. E invece a cena scende solo lui.”
“Sa cosa mi ha scritto nei suoi personali Momenti di trascurabile infelicità, realizzati sulla falsariga di quelli di Francesco Piccolo?”
“Che cosa?”
Non sopporto quando finisce una giornata e devo andare a letto. Perché sprecare tempo della propria vita immobile in un letto quando ci sono un sacco di cose da fare? Io vorrei avere i giorni di 48 ore.”
“Sì, lo dice sempre anche a me. E’ ossessionato da questa idea dello scorrere del tempo, dice che ha mille sogni da realizzare, mille progetti a cui dedicarsi. Allo stesso tempo, però, non vuole crescere. O almeno, non vuole diventare adulto come gli adulti di oggi. Ma anche per questo ha una soluzione. Giusto l’altro giorno mi ha comunicato che intende restare un ragambino.”
“Ragambino… lo trovo geniale.”
“Lo trovo geniale anch’io.”

A lezione con Salgado

23 gennaio 2017

“Prima di iniziare a spiegare Storia, ragazzi, lasciate che vi dica dove sono stata ieri. A Forlì. C’era la mostra di Sebastião Salgado, il più grande fotografo documentario del nostro tempo, reso celebre (anche) dal film di Wim Wenders Il sale della terra (che vi consiglio caldamente di vedere). Salgado è brasiliano, è nato nel 1944 ad Aimorés. A 16 anni si è trasferito nella vicina Vitoria, dove ha finito le scuole superiori e ha intrapreso gli studi universitari. Nel 1967 ha sposato Lélia Deluiz Wanick. Dopo ulteriori studi a San Paolo, i due si sono trasferiti prima a Parigi e quindi a Londra, dove Sebastião ha lavorato come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Nel 1973 è tornato insieme alla moglie a Parigi per intraprendere la carriera di fotografo, lavorando prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum, per creare poi insieme a Lèlia la Agenzia Amzonas Images. Sebastião ha viaggiato tutta la vita, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell’America Latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. Le immagini di queste esperienze sono confluite nei suoi primi libri. Tra il 1986 e il 2001 si è dedicato principalmente a due progetti. Prima ha documentato la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro La mano dell’uomo e nelle mostre che ne hanno accompagnato l’uscita. Quindi ha documentato l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo, in due libri di grande successo, In cammino e Ritratti di bambini in cammino. La mostra che ho visto s’intitola Genesi, è il suo ultimo grande lavoro, nato da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del pianeta, durato 8 anni. Il frutto di questa curiosità sono le oltre 200 fotografie esposte in mostra, che ci raccontano con sguardo straordinario ed emozionante luoghi che vanno dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia. Si tratta di uno sguardo appassionato sulla necessità improcrastinabile di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Davanti ad alcune immagini sono rimasta abbagliata, c’era una forza strana e indicibile nelle foto esposte, e quando la mostra è finita ho provato l’enorme dispiacere di dover lasciare quanto avevo visto. Non è solo un’esposizione: è un urlo di pace, un inno alla natura. Per questo mi permetto di insistere con voi, che studiate arte e fotografia: fatevici portare dai genitori, andateci con gli amici come ho fatto io, regalatevi una giornata di bellezza. Bene, adesso iniziamo la lezione.”

Mentre lo dicevo, mi sono accorta che la vera lezione era appena finita.

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Paterson, ovvero la poesia

21 gennaio 2017

Paterson vive a Paterson, nel New Jersey. Ha una moglie che si chiama Laura e un cane che si chiama Marvin. Ogni giorno guida l’autobus per le vie della città, ogni sera porta fuori il cane e beve una birra nel pub dell’isolato. Mentre la moglie colleziona progetti fantasiosi, decora ininterrottamente la loro casa e gli parla sussurrando, Paterson appunta umilmente le sue poesie su un taccuino, che porta sempre con sé.

Un film sul niente e sul tutto dell’esistenza. L’inno a uno tra gli strumenti più preziosi -la scrittura- per dare un senso più profondo all’avventura mai banale della vita. Una poesia lunga 113 minuti. Un film imperdibile, che ha segnato questo sabato pomeriggio soleggiato, consumato in due al buio dello Stensen.

Another One

When you’re a child you learn there are three
dimensions
Height, width and depth
Like a shoebox
Then later you hear there’s a fourth dimension
Time

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