Semel in anno

28 febbraio 2017

L’anno scorso, per la Grande Festa di Carnevale che per tradizione si fa nella mia scuola, avevo noleggiato un abito meraviglioso di sartoria teatrale, un vestitone viola tutto gale, rasi, sete e broccati. Mi ammalai il giorno prima e rimasi inchiodata a letto per una settimana. L’abito me lo misi una volta risanata, in piena Quaresima, per cucinare il pranzo della guarigione. La festa la vidi solo in fotografia.
Quest’anno me la sono goduta per intero, seduta tra la giuria, nella contemplazione estasiata dell’allegria dipinta sul volto di millecinquecento ragazzi mascherati da tutto e il suo contrario, prima di esprimere l’inappellabile verdetto.

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I gitanti

24 febbraio 2017

Sono tornati dalla gita. L’agenzia turistica ha tirato loro un pacco clamoroso, facendo credere che l’hotel sarebbe stato in centro e spedendoli invece nella periferia più estrema e malfamata, in un albergo brutto e triste dove più che mangiare sono stati avvelenati. Chi li ha accompagnati, però, ha riconosciuto loro un comportamento serio, corretto e molto responsabile. Insomma scriviamole queste cose belle dei ragazzi.

Cosa facciamo domani?

24 febbraio 2017

“Profe, cosa portiamo domattina, Promessi sposi o Inferno?”
“Quello che preferite. Consultatevi e fatemi sapere, per me va bene tutto.”
“Ma dice sul serio?! Davvero possiamo decidere noi?!”
“Certo, stasera mi sento più democratica di sempre.”

“Possiamo finire l’attività della lettura a voce alta!”
“E raccogliere tutti i voti che abbiamo dato e fare le medie!”
“Io devo essere interrogata perché la prossima settimana parto con la mia famiglia per l’Olanda e prima di partire vorrei farmi interrogare.”
“Ma a te ti può interrogare anche sabato alla prima ora!”
“Se per la profe va bene, va bene anche per me.”
“Profe, che dice?”
“Profe, perché non leggiamo le interviste che abbiamo realizzato?”
“Ma il quadernone va portato?”
“E il libro?”
“Ragazzi non ci capisco niente! Professoressa, insomma cosa dobbiamo portare?”
“Io non ho capito: ma allora si fa Manzoni o Dante?”
“Professoressa ho un’ideona: non facciamo niente!”
“Io ne ho un’altra profe: facciamo il pisolino collettivo come all’asilo!”
“Professoressa, in questa confusione a me sorgono tantissimi dubbi, la prego di fare chiarezza.”
“Quali dubbi, la cosa è chiara: dobbiamo decidere noi. Io dico di fare l’Inferno.”
“Io preferisco i Promessi sposi.”
“A me piacerebbe leggere le interviste.”
“Io vi ricordo che devo essere interrogata.”
“Io voglio fare i calcoli e mettere i voti dell’autovalutazione.”
“Io ribadisco che non fare niente potrebbe essere l’ipotesi migliore.”
“Per me niente sarebbe meglio del pisolino collettivo.”

Due le domande.
1. Sarà il caso di abbandonare il gruppo classe su whatsapp?
2. Sarà il caso di abolire la democrazia e ritornare al vecchio e sano regime autoritario?

Omaggio torinese

21 febbraio 2017

Sono partiti stamattina per Torino.
Tempo di arrivare, depositare i bagagli in hotel e farsi borseggiare in autobus, hanno fatto tappa al Museo Egizio, dove mi hanno pensata con il consueto affetto.
“Profe, questa è lei con le caldane”.

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Non entrate in quella fiera

18 febbraio 2017

Se passate di qua prima di domani e leggete, date retta: non entrate alla Fiera del Libro alla Fortezza da Basso di Firenze. State fuori. Andate a spasso.
E’ la prima edizione. Speriamo sia anche l’ultima. Perché mi chiedo: come si può organizzare tanto male un evento potenzialmente tanto interessante? Come si può scegliere un luogo (i sotterranei della Fortezza) già squallido e buio di per sé e curarlo così poco? Angoli di moquette divelti e rappiccicottati, padiglioni tristi, spogli e cialtroni, dislocazione degli espositori mal pianificata, affissione di cartelli rabberciati. Questo per l’estetica. Poi l’acustica: le cosiddette “sale” adibite agli incontri con gli autori non sono in realtà sale, ma aree appiccicate l’una all’altra, così che mentre il Picchi ragiona di ricette, a una manciata di metri c’è Lansdale che cerca di presentare il suo ultimo romanzo, in un insopportabile intreccio di parole che si mescola al brusio dei visitatori e agli schiamazzi dei loro figli innocenti che corrono perimetralmente stringendo in mano palloncini. Intorno, ditte di auto in mostra sparano musica dozzinale e punti di ristoro improvvisati distribuiscono slappe di schiacciata con la mortadella. Così neanche l’olfatto è salvo dalla nausea, perché ormai non esiste evento culturale che si limiti a prendersi cura della mente. Il corpo (lo stomaco nella fattispecie) deve venire sempre insieme, anzi prima.
Per sorbirsi l’insospettata purga, si paga anche un biglietto di 10 euro. Un furto.
Sono belle giornate di sole e tepore, è un antipasto di vera primavera. Uscite fuori dalla città, scegliete un posto in campagna, anche vicino. Ma che sia lontano da quella cosa orrenda. Io domani lo farò, anche se ormai l’ho preso in tasca.

Il bacio azzurro

15 febbraio 2017

I presupposti erano buoni. Dal titolo (ispirato a una poesia di Federico Garcia Lorca) all’argomento (la preziosità dell’acqua), fino all’ambientazione (l’Irpinia, polmone verde della Campania, un immenso oceano verde che possiede nel suo ventre uno dei bacini idrici tra i più grandi del pianeta). Per questo li ho portati.
Alle otto e mezzo eravamo tutti pigiati all’ingresso dell’Odeon per la proiezione del film Il bacio azzurro del regista Pino Tordiglione. Alle dieci e mezzo confrontavamo i nostri pareri e scoprivamo di essere tutti d’accordo nel trovarlo un’occasione persa per affrontare un argomento così alto e urgente senza scadere nella fiction da tre soldi. Ma soprattutto ci scappava da morire la pipì.

Entro in classe e ce lo trovo.
Ha un paio di occhiali con la montatura nera e quadrata, un golfettino a quadri sulle tinte del blu, un Mac argento e un quaderno con la copertina di pelle arancione.
Si chiama Michele. Ci stringiamo la mano.
E’ qui per parlarci del Porto delle Storie, un progetto di Macramè Cooperativa Sociale e Stazione 50013, ispirato al lavoro di Dave Eggers e Ninive Calegari e alla loro scuola di scrittura 826 Valencia, aperta nel 2002 a San Francisco dentro a un negozio per pirati.

“Cosa mi dite se vi dico scrittura?” chiede ai miei studenti di terza.
“Comprensione.”
“Regole.”
“Calligrafia.”
“Cacografia.”
“Carattere.”
“Professori.”
“Libri.”
“Noia.”
“Immaginazione.”
“Errori.”
“Racconto.”
“Personaggi.”
“E la punteggiatura?”
“Anche.”
“La punteggiatura quando si scrive è importante. Ve lo dimostro. Chi di voi ha la ragazza o il ragazzo?”
“LEI!”
“Come ti chiami?”
“Emma.”
“Emma, hai il ragazzo?”
“Ehm, sì.”
“E’ QUELLO LA’ AL PRIMO BANCO!”
“Tu sei il ragazzo di Emma?”
“Ehm, sì.”
“Come ti chiami?”
“Rodolfo.”
“Bene. Immaginate questa situazione. Emma un giorno scrive un messaggino a Rodolfo: MI HAI TRADITO? Lui le risponde: NON L’HO FATTO PERCHE’ TI AMO. Cosa capite?”
“Che non l’ha tradita.”
“Invece sì, l’ha tradita.”
“No, perché dice: non l’ho fatto perché ti amo.”
“Ma scritto così può significare che l’ha fatto per un altro motivo.”
“E quindi?”
“Ci vuole la virgola dopo non l’ho fatto.”

Ma questo era solo l’inizio delle due ore che Michele ha passato insieme a noi.
Talmente belle, che gli abbiamo chiesto di tornare.

Caro Galimba

11 febbraio 2017

Il sabato compro D di Repubblica solo perché c’è lui, il Galimba.
Umberto Galimberti, filosofo, chiude ogni settimana l’inserto di un quotidiano che una volta mi piaceva tanto, che ora non mi piace più, ma di cui mantengo l’acquisto solo il sabato (ultimamente anche la domenica per via dell’allegato Robinson). Da entrambi prendo spunto per dei lavori da proporre ai miei studenti. Ormai quelli di quarta chiamano Galimberti come lo chiamo io.
“Oh no, ancora il Galimba! Icché ci rifila oggi?”
Fanno gli sfavati, ma solo per finta, per quel gioco delle parti che impone agli studenti di essere dei lamentoni e all’insegnante di essere una rompicoglioni.
E insomma, due settimane fa il Galimba rispondeva alla lettera di uno (o una) che denunciava il suo atteggiamento tollerante e giustificatorio nei confronti dei giovani.

Lei lascia sempre che i giovani si piangano addosso lamentandosi che non riescono a fare quello che vorrebbero. Sappiamo tutti che la vita non è facile. E’ sempre stato così anche per chi nel passato ha dovuto fare tante rinunce perché più povero, meno supportato dai genitori. Forse ci adattavamo meglio, forse sapevamo soffrire, forse eravamo più tenaci. Basta con i piagnistei! Si creino il loro mondo vero e non quello fasullo sognato sdraiati sul letto e con la cuffia stordente. Basta con i giovani lamentosi ai quali il mondo attuale apre spazi che le generazioni passate potevano solo sognarsi. Questi cittadini del mondo, amanti delle comodità, dei super master e degli Erasmus, degli anni sabbatici passati a viaggiare intorno al mondo per “conoscerlo”, delle auto sportive e dei raduni rave (non tutti fortunatamente), delle droghe e delle discoteche, dovrebbero finalmente darsi una mossa concreta e positiva.

Naturalmente a questo tizio (o tizia) non ha fatto freddo. Subito il Galimba ha replicato con una risposta profonda, analitica, bellissima. Noi l’abbiamo letta integralmente in classe.
“Grande Galimba!” ha esclamato qualcuno dalla seconda fila.
“Sì, ma ora attenti, arriva la fregatura: chissà questa cosa c’ha in mente. Guardate. Ha la faccia di chi medita qualcosa di tremendo” ha allertato qualcun altro dalla terza.

Il qualcosa di tremendo è stata l’assegnazione di un’intervista da fare ai genitori, o meglio ancora ai nonni, su come era il mondo, come andava la vita, com’era il lavoro, quali erano i valori, come funzionavano i rapporti, come andava l’amore, quali erano le abitudini e le difficoltà, quando diciott’anni li avevano loro. Il giorno della consegna era oggi.

Hanno consegnato e letto lavori incantevoli, lunghissime interviste buffe e commoventi, generose ed emozionanti, sbobinate fedelmente dopo la registrazione, con tanto di esclamazioni dialettali e intercalari personali, in cui è emerso tutto il vissuto di queste persone, l’impegno politico, il ricordo degli anni di piombo, i rapporti familiari, le dinamiche sociali, gli approcci amorosi, i legami amicali, la ricerca del lavoro, le aspettative, i sogni, perfino il Carosello. La Bionda (per dire) ha preso 10. Un’operazione didattica di cui sono rimasta così meravigliata e di cui sono così grata, che ho deciso di impacchettare il tutto e spedirlo proprio a lui. Il nostro Galimba.

Culi sudici

10 febbraio 2017

Entro in classe, in due mi vengono incontro per chiedermi il permesso di andare in bagno, ce li mando.
Rientrano dopo un tempo che mi pare troppo lungo, chiedo spiegazioni.
“Ehi voi due, quanto c’avete messo a fare la pipì?!”
Ridacchiano.
“O devo sospettare che abbiate fatto la cacca?”
Ridono.
“Mannò, nessuno fa la cacca a scuola, vero?” chiedo dando per scontata la risposta (“manco morti, non c’è nemmen la cart’igienica”).
“Come no” dice invece qualcuno.
“Cosa?! Fate la cacca a scuola??!”
“O profe, vedrà, quando scappa scappa.”
“Non ci credo. Alzi la mano chi fa la cacca a scuola!!”
Cinque mani alzate.

Se ne deduce che a volte io faccio lezione a gente che ha il culo sudicio.

La passera solitaria

10 febbraio 2017

Fa la seconda. Lo interrogo a Italiano. Iniziamo con Il passero solitario di Leopardi integralmente a memoria, proseguiamo con A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora di Compiuta Donzella.
“A cosa dobbiamo il nome curioso di questa poetessa medievale?”
“Il nome vero in realtà è Compiuta. Donzella è un epiteto che le è stato attribuito per il fatto di essere una giovane donna non maritata. Tipo una zitella. Praticamente una passera solitaria.”