Un altro Vasco

22 marzo 2017

Per me di Vasco ce n’è sempre stato uno. Tutti gli altri eran nessuno.
Un giorno di pochi giorni fa qualcuno mi ha fatto ascoltare un pezzo de “Le luci della centrale elettrica”, Chakra.
Quel giorno ho scoperto il meraviglioso mondo musicale di Vasco Brondi.
Adesso c’è un altro Vasco nel mio cuore. E ad aprile qualcuno mi porterà a conoscerlo.

Qualcuno
mi ha detto che gli hai detto
che in qualche modo hai aperto il chakra del tuo cuore.
Qualcuno
mi ha detto che gli hai detto
che senza di me davvero non puoi stare.
Qualcuno
mi ha detto che gli hai detto
che ogni tanto entri in contatto con il tuo io interiore.
Qualcuno
mi ha detto che gli hai detto
che senza di me adesso sì che riesci a stare.

Innamorarsi

21 marzo 2017

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ’l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

“Avete qualcosa da dire su questo primo sonetto del Canzoniere petrarchesco?”
“Sta parlando a noi.”
“Sta parlando di un errore.”
“Un errore commesso da giovane.”
“Quando era molto diverso dall’uomo che poi è diventato.”
“Cerca pietà.”
“Chiede perdono.”
“Si rende conto di essere stato oggetto di chiacchiere per il popolo.”
“Di essere stato parecchio preso in giro.”
“Insomma di aver fatto una figura di merda.”
“E ora se ne pente.”
“Ma di cosa, professoressa?”
“Di essere stato innamorato, ragazzi! Petrarca si rende conto molto bene che, quando uno s’innamora, rimbecillisce. Non capisce più nulla, rovescia tutte le sue personali priorità, compie rinunce altrimenti impensabili. Praticamente diventa un idiota. Guardate lui!”

E ho indicato TuttiDieci, il mio studente perfetto, il più bravo della classe. Che da quando si è innamorato e fidanzato, al posto dei bulbi oculari ha due cuoricioni gonfi e palpitanti e sul volto l’espressione persa di chi ha smarrito l’orientamento cognitivo.
Lui (fortunatamente) è stato al gioco e ha riso.

E insomma se dio vuole anche la sintassi della frase semplice è finita ed è ora di attaccare quella della frase complessa, ultimo tassello di grammatica da completare nel biennio.
“Jacopo, per favore vieni qua.”
“?”
“Vieni, vieni, non ti preoccupare.”
L’anagrafe dichiara che Jacopo ha solo 16 anni. Due occhi che lo guardassero anche di straforo, tuttavia, sosterrebbero che all’anagrafe c’è un errore perché Jacopo di anni sembra ne abbia 20. Alto, imponente, massiccio e duro come una panca di legno, con un fisico espanso, due braccia enormi e dei pettorali visibili dalla felpa.
“Bianca, vieni qua anche tu per piacere.”
“??”
“Tranquilla.”
Anche relativamente a Bianca l’anagrafe sostiene la medesima età, ma neanche in questo caso i soliti due occhi riuscirebbero a crederci. Slanciata, altissima, portentosa, Bianca sembra una ventenne.
“Zoe, puoi raggiungere anche tu la cattedra per cortesia?”
“???”
“Su, non fare storie.”
Incredibilmente l’anagrafe va asserendo che anche Zoe ha 16 anni. Ma, piccolina, esile, minuscola e fragile come appare, al massimo gliene dareste 11 rispedendola alle medie.
“Ecco, Jacopo, tu mettiti così, al centro della scena, incrocia le braccia, assumi un’espressione imperiosa e solida, divarica un po’ le gambe, stai ben piantato in terra. Tu, Bianca, ecco, vieni qua per favore, accanto a Jacopo, vicina ma non appiccicata, autonoma. Metti un po’ di broncio, Non oscillare. Stai ben ferma, tetragona. Infine tu, Zoe, vieni, appoggiati a Bianca, poggia proprio il capino sulla sua spalla larga, mettiti in tralice, lasciati sostenere, abbandonati al suo equilibrio. Così. Brava.”

Adesso tutto è pronto per introdurre i concetti di frase principale reggente, frase coordinata, frase subordinata.

Fai come ti pare

19 marzo 2017

I luoghi di Firenze eccezionalmente aperti o affiancati da visite guidate nella Giornata di Primavera del Fai (Fondo Ambiente Italiano) 2017 sono cinque: il Cimitero agli Allori, il Cimitero degli Inglesi, l’ex Convento delle Oblate Ospitaliere Francescane di Monna Tessa e la Manifattura Tabacchi.

Sicché uno sceglie, si prepara, parte, arriva, vaga, cerca.
E solo alla fine scopre che la Giornata di Primavera del Fai è domenica prossima.

I due Galimba

18 marzo 2017

“Hai saputo chi verrà sabato mattina al nostro liceo?”
“No, chi?”
“Galimberti.”
“GALIMBERTI?!”
“Proprio così.”
“Ma Galimberti-Galimberti??”
“Sì, Galimberti.”
“Il filosofo?”
“Quello.”
“L’autore di Psiche e Techne, de L’ospite inquietante, de I vizi capitali e i nuovi vizi e de Le cose dell’amore??”
“Lui.”
“Non ci posso credere! Chissà come saranno felici i miei ragazzi! Noi lo leggiamo e lo commentiamo quasi ogni sabato mattina e proprio in queste settimane quelli di terza e di quarta stanno leggendo L’ospite inquietante, sui giovani d’oggi e il nichilismo. Aspetta che glielo scrivo subito sul gruppo di whatsapp!”

“RAGAZZI! Indovinate chi viene a scuola sabato!”
“La cinofila?”
“Mannò! Non ci crederete mai!”
“Prima ce lo dica, poi vediamo.”
“…”
“Allora?”
“…”
“Ma che fa?!”
“Creo un po’ di suspance!”
“Parli!”
“Viene… IL GALIMBA!!!”
“Ma che dice profe. Viene un Galimberti, anzi ne vengono due, ma nessuno dei due è quello che lei crede: sono padre e figlio, il primo giornalista, il secondo fotografo, rispettivamente Giorgio e Maurizio.”
“Ma cosa dite! Non è vero! La mia fonte è sicura!”
“La sua fonte è farlocca, si fidi di noi.”

Che poi il giornalista si è pure sentito male ed è venuto solo Maurizio, il figlio fotografo. E stamani ha incontrato gli studenti in gipsoteca, ha raccontato un monte di cose interessanti, e oggi pomeriggio ha esposto le sue opere in un vernissage aperto al pubblico. Io però sospiravo, immaginando come sarebbe stato bello avere lì il nostro Galimba.

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Sua Maestà l’Ansia

17 marzo 2017

“Ragazzi, ma sapete che stanotte mi sono svegliata con l’angoscia di non riuscire a finire il programma? E mi dicevo: oddio, devo ancora fare Napoleone! Devo ancora fare Leopardi!”
“Aveva fatto un brutto sogno, profe?”
“Macché. Mi sono svegliata di punto in bianco con questi pensieri conficcati in testa.”
“Professoressa, glielo dico io: si chiama A.N.S.I.A.”
“Dici?”
“Eccerto. Io ci convivo 24 ore al giorno.”
“Anch’io.”
“Anch’io.”
“Ma come siete pallose! Io l’ansia non ce l’ho mai!”
“Per forza, te sei un uomo e non capisci nulla.”
“E per di più sei un Cece.”
“Ma siete voi che la fate lunga! Vivete la vita alla leggera, fate come me!”
“Perché, tu come faresti, sentiamo.”
“Non fo nulla di particolare. Semplicemente, l’ansia non ce l’ho!”
“Ma vedi Cece, devi capire che l’ansia è un tratto distintivo delle persone profonde. Fossi in te non mi farei vanto eccessivo del fatto di non avere mai l’ansia: rischi di passare per un superficialone.”
“Mannò, certo profe, anch’io ho l’ansia! Per esempio quando ho un’interrogazione.”
“Macché interrogazione, Cece! Io non parlo di quell’ansia lì. Quella è un’ansia piccola, passeggera. Io parlo dell’ansia ESISTENZIALE! Capisci? L’ansia che deriva dalle grandi domande della vita!”
“Cioè?!”
“Cioè: chi sono? Da dove vengo? Che senso ha la vita? Cosa c’è dopo la morte?”
“Aaaaaah! Ho capito! Ho avuto anche codest’ansia, un paio di volte.”
“Solo un paio?”
“Sì. Poi ho capito che a queste domande non c’è risposta, ho smesso di farmele e l’ansia è scomparsa.”

Io, gli uomini, li amo: sono così sempliciotti.

Pororobo

17 marzo 2017

Il compito per oggi, assegnato l’8 marzo scorso, chiedeva a ciascuno di scegliere una grande donna della storia, raccogliere notizie su di lei e venirle a raccontare alla cattedra in prima persona. Con Madre Teresa di Calcutta, Marie Curie e Rosa Parks è andato tutto bene. Poi è arrivata lei, e la platea femminile -di cui facevo parte anch’io per essermi trasferita in mezzo ai banchi- ha imprevedibilmente assunto i tratti peculiari delle donnine di paese che cianano affacciate alle terrazze.

“Mi chiamo Tina Modotti…”
“O chill’è!?”
“Mah. Io un la conosco.”
“Nemmen’io.”
“Nemmen’io.”
“… e sono nata a Udine il 17 agosto 1896 da una famiglia operaia aderente al fascismo. Mio padre, Giuseppe, era meccanico e carpentiere, mentre mia madre, Assunta Mondini, era cucitrice. Visto che la mia famiglia cominciava a diventare sempre più numerosa, all’età di 12 anni ho iniziato a lavorare come operaia in una filanda con uno stipendio da fame che non bastava mai. E infatti non vi nascondo che, per racimolare qualche soldo, ho fatto di tutto. Sì, davvero di tutto. Perfino prostituirmi.”
“Come come?”
“La batteva?!”
“Mah, che vergogna.”
“Cominciai ad apprendere qualche elemento di fotografia dallo zio Pietro, purtroppo però mio padre decise di emigrare negli Stati Uniti e così mi sono ritrovata a lavorare in una fabbrica tessile di San Francisco.”
“Hai capito… San Francisco…”
“Butta via!”
“In effetti, benché la filanda mi perseguitasse anche in America, San Francisco mi ha aperto le porte a una vita diversa: mi sono potuta avvicinare al teatro recitando in alcune filodrammatiche della Little Italy.”
“Figurati, alla fine l’è diventata perfino attrice!”
“E’ lì che ho conosciuto Robo.”
“ROBO?!”
“O questo chill’è!?”
“Ma poi, che nome c’ha?!”
“Ahahah! Robo!”
“Robo mi ha spinta ad appassionarmi all’arte; ben presto ci siamo trasferiti a Los Angeles e la nostra casa è divenuta sia una mostra permanente dei nostri tessuti dipinti con la tecnica del batik, sia un luogo d’incontri per intellettuali. Che cambiamento, eh? Per una povera italiana emigrata!”
“Ma icché fa, se la tira?!”
“Ora, perché l’è andata a vivere a Los Angeles la fa la splendida…”
“Intanto se unn’era per ROBO (ahahah!) l’era rimasta alla filanda.”
“A Los Angeles ho recitato con Roy Clement, ma ben presto mi sono stufata, tutto troppo commerciale per i miei gusti…”
“Uh mammina che antepatica!”
“Davvero, che smorfiosa!”
“Ma soprattutto, a Los Angeles, ho incontrato Edward!”
“EDWARD?!?! O questo da ‘ndo’ scappa fori?!”
“Sono diventata la sua modella preferita e la sua amante.”
“Che sudiciona!”
“Ma che zoccola!”
“Vergogna!”
“E Robo?!”
“Robo, quando scoprì che l’avevo tradito con Edward, scappò in Messico, dove si ammalò di vaiolo e morì…”
“NO! ROBO MORTO?!”
“POROROBO!!!”
“Il classico becco-e-bastonato.”
“Anch’io dopo poco mi sono trasferita in Messico, dove ho conosciuto Frida Kahlo e Diego Rivera…”
“Oh! Zitte, zitte! C’è Frida e Pansòn!”
“Ci accomunavano la simbologia allegorica (la falce, il martello e la pannocchia ad indicare l’unione del lavoro operaio con quello contadino) e la speranza in un mondo migliore, privo di ingiustizie e povertà. Tra parentesi, ho avuto una relazione con entrambi.”
“Cosa cosa cosa???!!!”
“Hai sentito! L’è andata a letto con tutt’e due!”
“Tutt’e due chi?”
“Frida e Pansòn!”
“Ma come!”
“Vedrai, Frida si sapeva che era bisex. Diego Rivera poi era un maiale.”
“POROROBO!”
“Giunse però il momento in cui io e Edward ci seperammo.”
“Ma come! Si son lasciati?!”
“Cioè, prima ha rincornato il Pororobo e poi l’ha mollato anche questo?!”
“Ma questa donna è uno scandalo!”
“Ed è stato allora che ho incontrato Vittorio Vidali, il grande rivoluzionario italiano!”
“Giueee, e siamo a tre!”
“Sì, e tutti quelli che non c’ha detto.”
“Ora e sempre POROROBO.”
“Fu la svolta per la mia fotografia: cominciai a spostare il mio obbiettivo verso forme dinamiche…”
“Sìsì, lo so io di che obbiettivo parla, questa sudicia…”
“… e ad usare la fotografia come strumento di indagine e di denuncia sociale.”
“Ah, ora quando si fa quella-cosa-lì si dice indagine sociale?”
“E comunque, a prescindere da tutto, POROROBO!”

Adotta una gemma

14 marzo 2017

“Ho un’idea!”
“Sentiamo.”
“Scegliamo un albero del parco della nostra scuola e adottiamo una gemma a testa. Tutti i giorni scatteremo una fotografia alla nostra gemma, finché non diventerà fiore. Così vivremo più intensamente l’arrivo della primavera.”
“E’ un’idea bellissima, cominciamo subito!”
Mi gaso abbestia quando le mie cazzate trovano seguito.

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La primavera è arrivata. Chi li tiene in classe?
“Profe, via, ci porti fuori al parco!”
“No dai ragazzi, non ricominciamo come l’anno scorso. Fare lezione fuori è impossibile, manca la lavagna, non ci sono i banchi, dove appoggiate i quadernoni? Come fate per scrivere? C’è dispersione acustica, non riusciamo a concentrarci, è pieno di cani e ci sono troppe distrazioni.”
“Professoressa ma perfino Aristotele teneva lezioni peripatetiche, s’ispiri a lui!”
“Mi serve la lavagna per schematizzare, ci serve il libro con i testi poetici, non possiamo fare lezione al parco.”
“Profe ma è primavera! Facciamo almeno un compromesso!”

Il compromesso è stato: fare la prima ora di lezione in classe, la seconda scendere nel parco, sradicare due panchine incatenate e piazzarle frontali al muretto basso, dividere gli alunni in due gruppi, panchinari e muraioli, dare il via al quizzone di cultura generale, collezionare un numero imbarazzante di risposte errate, sostituire il quizzone con un’indagine a tappeto dal titolo “cosa farai dopo il liceo?” e conoscerci ancora meglio. Aristotele sarebbe fiero di me. Forse.

Una domenica gigantesca

14 marzo 2017

“Zia, che sorpresa mi hai preparato questa volta?”
“Spiacente, non rilascio anticipazioni.”
“Dai zia!”
“Però concedo domande.”
“E’ un posto?”
“Sì.”
“E’ vicino o lontano da Firenze?”
“Vicino.”
“Ci si va in macchina o a piedi?”
“In macchina, ma lo spostamento è breve.”
“E’ un posto di città o di campagna?”
“Campagna piena.”
“Urrà! Perché sai zia, io sono un tipo da campagna.”
“Davvero?! E da quando?”
“Lo sono sempre stato solo che non l’ho mai detto prima d’ora.”
“Allora questo posto ti piacerà moltissimo.”
“Il babbo mi ha fatto leggere il tuo blog, ho visto che per pranzo andremo al ristorante.”
“Niente ristorante, c’è stato un cambio di programma: pic nic sull’erba.”
“Davvero zia??? Urrà! Non ho mai fatto il pic nic e sogno di farlo da tutta la vita! Hai la cesta di vimini con gli sportellini sollevabili?”
“Naturalmente.”
“Che bello zia, non vedo l’ora!”
“Allora presto, dammi mano a preparare tutto l’occorrente, tovagliona ricamata, kit di piatti posate e bicchieri, e tutto il cibo che vogliamo. Prendi anche quella collana di nutelline monoporzione. Su, veloce. Non dobbiamo andare tardi, o non riusciremo a incontrare il gigante.”
“Come scusa?”
“Il gigante.”
“Ma come. Un gigante vero?”
“Proprio così.”
“Ma perché. I giganti esistono?!?!”
“Pochi, ma esistono.”
“Zia stai scherzando!”
“Ti sembra che scherzi?”
“No.”
“Infatti sono seria.”
“Ma zia, io ho sempre saputo che i giganti non esistono!”
“Si vede che non conosci questo.”
“Ma quanto è grande questo gigante?”
“Gigantesco.”
“Ma io non ci posso credere, zia! E dove vive?”
“Vive dentro il parco dove stiamo andando.”
“Ma è chiuso in una gabbia o è libero?”
“Povero gigante, vorresti fosse prigioniero? E’ libero! Libero di scorrazzare in tutto questo parco gigantesco come lui.”
“Ma zia! E se ci vede?”
“Ci sta che ci saluti. Sempre ammesso che non gli girino le palle.”
“E se gli girano?”
“Se gli girano allora meglio stare un po’ in disparte, senza dargli troppo nell’occhio.”
“Ma cosa si mette addosso? Dove trova i vestiti?”
“Stracci e scampoli recuperati qua e là. Diciamo che l’outfit non è il problema principale del gigante.”
“E non esce mai dal parco?”
“Volendo, potrebbe. Ma chi glielo fa fare? Tu usciresti da un parco meraviglioso e immenso tutto tuo per scendere in una città affollata e puzzolente?”
“Io no!”
“E lui nemmeno.”
“Zia, ma quanti anni ha il gigante?”
“E’ nato nel 1579.”
“Allora è vecchissimo!”
“Sì, molto vecchio. Vedrai che barbona lunga.”
“E che lingua parla?”
“Una lingua che nessuno capisce, una specie di brontolìo gutturale abbastanza spaventoso.”
“Zia, io ho paura.”
“Non devi. C’è la zia con te.”

Ma soprattutto, il Parco di Pratolino non apre fino ad aprile.
Accident’a lui e al gigante.

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