Aggettivi possessivi

17 maggio 2017

Per una forma di masochismo eroico-adolescenziale, durante la lezione s’infila la mina del lapis dentro una vescica della mano. Il suo piano segreto è farla scoppiare e asciugare l’acquiccia interna alla maglietta di qualcuno.
“Smettila! Mi fai orrore!” gli squittisce sottovoce la compagna.
“Fatti i cazzi tua” replica lui sempre sottovoce, adottando il tipico errore toscano che sostituisce tua a tuoi.

Io lo sento e lo butto fuori, più per l’errore che per la parolaccia.
Insieme all’educazione, magari impara anche la grammatica.

Suggerimenti

17 maggio 2017

Alla verifica di Storia, Cece non ricorda una parola che gli sarebbe necessaria per rispondere a una domanda.
I compagni gli suggeriscono di scrivere in concomitanza, che ci sta sempre bene.

Parolone

17 maggio 2017

Da quando ha imparato che ci cale significa ci importa, ha deciso che questo verbo andrà a sommarsi alle altre parole che lui reputa altisonanti e perciò preziose, da usare in occasioni speciali.
“E quali sarebbero codeste parole?”
“Eh, profe, parolone.”
“Tipo?”

Si scopre così che per il Cece in concomitanza, pathos e utopia sono parolone con cui darsi arie da erudito.

Delle cicale

17 maggio 2017

Si stava leggendo Leopardi quando, dal Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, salta fuori un verbo strano.
Intatta luna, tale/ è lo stato mortale./ Ma tu mortal non sei,/ e forse del mio dir poco ti cale.
“Fate attenzione a questo verbo. Significa poco ti importa. Come la canzone di Heather Parisi.”
“Che canzone?!”

Possibile nel 2017 non conoscere Delle cicale ci cale ci cale ci cale?

Tre volte te

5 maggio 2017

Fosse per lei, non leggerebbe nemmeno le controindicazioni delle medicine. Ogni volta che assegno un libro in lettura domestica, assume l’espressione della faccina che alza gli occhi al cielo. Contemporaneamente, inizia a pensare come fottermi facendomi credere di aver letto un libro che non intende neanche aprire.
Eppure suo padre è quello che le recita a memoria i Sepolcri quando la porta a pranzo al ristorante; è quello che ancora si ricorda alla perfezione il programma di Italiano del liceo; è quello che ispirandosi ai poeti di ieri compone oggi testi da suonare alla chitarra.
Lei però nulla, da quell’orecchio non ci sente.
Ma ecco l’altro giorno spuntare sul suo banco un mattone di non so quante pagine ma parecchie e lei guardarlo tronfia e sognante.
“Ma tu leggi!” ho esclamato felice.
Era Tre volte te, l’ultimo di Moccia, sì, quello dei tre metri sopra il cielo.
Da allora io martello perché smetta, lei ostinata prosegue.