Madrid me mata

29 luglio 2017

Madrid me mata da molto tempo. Per esempio da quella volta in cui prenotai un volo e un appartamento bellissimo pensando di trascorrerci indimenticabili vacanze di Natale, e poi mi vidi frantumare tutti i sogni da ragioni assurde y mentirose. Madrid però era rimasta sempre lì, in mezzo ai miei pensieri, ed ero certa che prima o poi ci sarei andata.
“Perché non andiamo a Madrid insieme questa estate?” mi disse qualche mese fa la Livia. Tempo un battito di ciglia ed avevamo prenotato. Lei ci era già stata, ne era innamorata, e passò il tempo successivo a dirmi ti porterò di qua ti porterò di là, mangeremo boccadillos ai calamari fritti e tapas d’ogni tipo, berremo Estrella, mojitos e vermut (“Vermut?!”, “Non lo sai? Il vermut spagnolo è favoloso!”).
Il giorno prima di partire, la Livia viaggiava dentro un’ambulanza a sirene spiegate verso Torregalli. Madrid stava per matarme una seconda volta. Ma la Livia dal lettino numero 15 disse: “A situazione inversa, io non avrei dubbi: partirei. Oltretutto sei distrutta per la separazione dalla Vanda. Che aspetti? Fai la valigia e vai.”
Una vacanza da sola. PsycoBea da sei mesi me ne consigliava una. “Ma io non sono adatta, non l’ho mai fatta, mi fa una tristezza pazzesca, ho paura, non mi divertirei.”
Il richiamo emotivo di Madrid, però, è stato più forte di tutti i pensieri razionali.
Madrid stavolta mi avrebbe matato, ma di felicità.
Ho fatto la valigia e mi sono imbarcata.
E’ stata la decisione più intelligente di tutta la mia vita.

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Non mi guardare così

25 luglio 2017

Chi non ha mai avuto un cane, e un beagle in particolare, non può capire il potere ottico di questi animali, la capacità comunicativa sprigionata da due semplici bulbi oculari. Chi non ha mai avuto un cane, e un beagle in particolare, mi prenderà per scema. Non me ne frega niente.

Vanda ha capito che qualcosa sarebbe di lì a poco cambiato quando mi ha vista preparare le sue cose. I due cuscinoni da cane, le sue medicine, la spazzola magica con cui in venti giorni ho portato via tutto il pelo morto e tirato a lucido quello nuovo, le salviette all’aloe vera con cui la umettavo dopo la spazzolata, la lozione alla camomilla con cui ammorbidivo le cispe secche intorno ai suoi occhi di vecchietta. Si è seduta accanto al borsone e ha sguainato uno sguardo da foca cucciola prima della bastonata mortale.
“Ti prego, non mi guardare così.”
Poi siamo uscite. Mentre passeggiavamo lungo il viale, il Moro ha chiamato per dire che ci aspettava all’ora di pranzo, anzi, che a pranzo ci invitava addirittura, nel ristorante vegano davanti al suo negozio, per permetterci di salutarci con calma. Avevo in mano il sacchettino azzurro con la cacca di Vanda dentro, a momenti mi cade dalla tristezza. “Tanto lo so che piangerai, sono pronto”, ha detto ridendo. Io invece simulavo una maldestra allegria che non provavo per niente.
Siamo andate a Campo di Marte, per iniziare ad avvicinarci a lui per gradi, abituarci all’addio nel modo meno doloroso. L’ho portata con me in biblioteca con la scusa di cercare la guida della città spagnola dove volerò domattina all’alba nella speranza che tutti i perri che vi incontrerò possano distrarmi dal pensiero della perra migliore del mondo. Ma le ore 13 sono arrivate con la velocità con cui sono passati questi venti giorni, una velocità incredibile, scandalosa, offensiva.
In macchina Vanda mi dava nasate alla mano appoggiata sul cambio perché le accarezzassi la testa, le lisciassi le orecchie, le tirassi piano piano i baffi storti e ribelli.
“Non mi guardare così.”

E poi è stato un precipitare improvviso, tra un fiore di zucca ripieno di soia e un polpettone di humus e carote, tra racconti scuciti di vacanze còrse e avventure canine straordinarie, tra la proposta di restituire i soldi lasciati alla clinica di Viale Europa e la richiesta, al loro posto, di poter rivedere colei che mi ce li ha fatti lasciare, di non perderla ancora dopo averla ritrovata. Vanda di tanto in tanto alzava la testa e mi guardava, mentre io pensavo non mi guardare così, o a lasciarti non ce la farò mai. Invece sono stata brava, bravissima, e non ho pianto. Finché il Moro e Vanda non sono scomparsi dietro la porta a vetri del negozio.

(Tra le centinaia di foto che le ho scattato, pubblico a conclusione di questi indimenticabili 20 giorni quella preferita dal Moro. E anche da me.)

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Le ultime cose

25 luglio 2017

La nostra ultima sera è all’insegna dell’intimità.
Abbiamo due inviti, entrambi in Valdarno, gentilmente li rifiutiamo e restiamo a casa, noi due, da sole.
Aspettiamo che la calura passi e che il sole scenda per la nostra ultima passeggiata al tramonto, stavolta più lunga e lento pede, senza il rispetto dei tempi che impongono gli appuntamenti, con la serata davanti tutta per noi.
Al parco delle Cascine ci arriviamo quando il sole è arancione e gli atleti fanno piegamenti; l’unico piegamento nostro è verso la fontanella per abbeverarci e bagnarci la testa. Te lo ricordi Vanda? Anche la prima sera in cui sei arrivata ti ho portata alle Cascine. E anche quella prima sera eravamo io e te, da sole. Avevamo venti giorni davanti da vivere insieme e per quanto ti conoscessi non avevo idea di quanto felici sarebbero stati. Hai fatto volare il mese che mi risulta più lungo tra i dodici di tutto l’anno. Alla gente non passa mai novembre. Io non vedo l’ora che arrivi. Ma quest’anno luglio è stato fresco e leggero, allegro e breve, l’afa non l’ho neanche sentita e quando ho cercato di sfuggirla, l’ho fatto per te.
Sulla via del ritorno mi compro un take away orientale, ho voglia di celebrare questa ultima cena con un sapore diverso, a te metto tra le crocchette noiose una punta minuscola di sapidità, e anche la tua diventa una cena speciale, che forse ricorderai domani, dopodomani, mangiando nella tua casa con due giardini.
Dopo cena ci stendiamo insieme vicine a fare niente, soltanto guardarci, cosa pensi tu, Vanda, quando mi guardi? Ma alla fine di questa avventura, hai davvero capito chi sono? Ti ricordavi un poco di me? Di quando ti chiamavo “Tck!” tornando da scuola, di quando ti accarezzavo pianissimo gli occhi finché non li chiudevi e ti addormentavi? Ti ricordi della casa in cui abitavamo, del caminetto che c’era nell’angolo, della tua cesta imbottita messa lì vicino? Ti ricordi di quella volta che a Borgo San Lorenzo sei andata a correre sul laghetto ghiacciato e il ghiaccio si è rotto e tu e tuo fratello siete finiti dentro l’acqua gelata? Te lo ricordi quant’ho gridato, con le gambe nel lago fino alle ginocchia, per chiedere aiuto a quel signore che è corso con in mano un palo che aveva in cima un gancio perfetto per afferrarvi dal collare? E il Moro che ha chiuso bottega per correre a vedere come si stava? Com’è stata breve la vita con te, Vanda. Ma com’è stata sempre bella.
La notte arriva che noi già dormiamo. Ci sveglia il pensiero dell’ultima passeggiata lungo il viale, dove in questi venti giorni abbiamo incontrato tanti altri cani, per mano ai loro umani, come noi due.

Per una merda

24 luglio 2017

L’ultima tappa per dichiarare definitiva la guarigione di Vanda era la liberazione intestinale. Solo defecando avrebbe fugato ogni dubbio su eventuali occlusioni interne. Ma nel giorno della convalescenza, trascorso tra il letto e l’aiuola vicina a casa, neanche un vago gesto di acquattamento, preludio d’imminente odorosa sfornata. Braccata con gli occhi ad ogni suo passo, Vanda faceva pipì e poi chiaramente chiedeva di tornare lì da dov’era venuta. In casa. Tra la penombra delle persiane abbassate. Nel silenzio discreto riservato ai malati. Sopra il suo guancialone azzurro.
Ieri mattina però, alle ore 10, in un parco ancora deserto di Villa Demidoff, annusicchiando le terre qua e là, Vanda si è bloccata all’improvviso, ha piegato le zampe posteriori, si è messa in punta di piedi, ha accostato le orecchie alle guance, ha stretto gli occhi a fessura, ha rilassato lo sfintere, e l’ha fatta. Un po’ scioltina, esteticamente meno riuscita del solito, più maleodorante di sempre. Ma l’ha fatta.
Non ero mai stata tanto felice in vita mia per una merda.

La gioia e il dolore

24 luglio 2017

“Non devi dire così, non devi neanche pensarlo. Non puoi pensare di aver sbagliato a dire di sì al Moro e ad accettare di tenere Vanda. Il mese di luglio ti è volato, siete state felicissime insieme. Ma la vita non è fatta solo di gioie. E quando si ama tanto qualcuno o qualcosa, bisogna essere disposti a prendere la gioia che verrà da quell’amore, ma anche il dolore. Non puoi rinunciare a provare e dare amore, per paura di soffrire. Pensi davvero di poter evitare la sofferenza? E poi, nel nome di che tipo di vita? Una vita al sicuro dal dolore, ma anche priva di tutta la gioia che lo precede o lo segue, insomma, che inevitabilmente lo accompagna.”

Diceva così, mentre io piangevo e tiravo su col naso, maledicendo me stessa per aver detto sì al Moro ed essermi presa una responsabilità così grossa.
Mentre lo ascoltavo mi sono accorta che nella vita ho rinunciato a grandissime gioie, per la paura di possibili dolori.
E ho pianto ancora di più.

Perché non si sa mai

24 luglio 2017

Zero cinque cinque zero sei sette uno sette quattro cinque.
Prima di partire per le vacanze in Corsica con la sua famiglia ti dettò questo numero, il Moro. Il numero della Clinica Veterinaria di viale Europa, aperta 24 ore su 24.
Perché non si sa mai, aggiunse.
E tu in quel momento ricordasti alla perfezione chi era il Moro: una persona previdente, scrupolosa, precisa e coscienziosa. Tutto il contrario di te. Quando stavate insieme era lui quello ordinato. Tu eri la cialtrona. Ma del resto lui è Vergine, tu Acquario. Ci stava.
Quindi ci stava anche quella serie di numeri che ti dettò prima di partire (oltre alla clinica, il pronto soccorso veterinario e -cosa di cui ignoravi addirittura l’esistenza- il servizio taxi riservato agli animali), per cui non ci facesti troppo caso e sorridendo attaccasti il fogliolino allo sportello del frigo, accanto al testo di una canzone di Nada, a una tua foto da giovane in bicicletta, alle indicazioni alimentari del centro agopuntura Fior di Prugna e al programma dei cinema all’aperto dell’estate 2017.
Poi, a quel fogliolino e a quel perché non si sa mai, non ci hai pensato più.

Con Vanda hai trascorso venti giorni belli come un sogno bello: avevi un cane, questo cane era un beagle, questo beagle era figlio di Nello, lo avevi visto nascere e crescere, poi te ne eri dovuta separare e avevi sofferto molto. Ma la vita adesso ti faceva il più meraviglioso dei regali: riavere quel preciso cane, il beagle figlio del tuo beagle, per venti giorni a casa tua, tutto per te. Vanda. La canina più bella e simpatica del mondo. Burbera, astiosa, bisbetica, dispettosa, ladra, mariuola. Ma bellissima e simpaticissima. E poi che forma smagliante nonostante i suoi quindici anni. Sempre all’erta per indovinare i tuoi movimenti, sempre pronta per uscire insieme a te. L’intestino talmente puntuale che ci potevi rimettere l’orologio: due cacate al giorno, una la mattina, una la sera, e una cacca che era una poesia, non quel marronaccio scuro volgarone, né quel giallognolo malaticcio e rivoltante, ma un elegantissimo castagna dalle perfette dimensioni, in linea e in proporzione con le sue misure e i suoi tredici chili. Un piacere sublime raccoglierla con la mano a guanto dentro il sacchettino e tenerla un poco lì, caldina, rassicurante, vitale, prima di annodare e poi gettare.
L’hai fatta tornare ragazzina, le hai regalato una seconda giovinezza, avete condiviso amicizie e attività, rincasando di notte felici come due bambine e sorridendo ognuna nello stile proprio, tu con la bocca, lei con la coda.
Fino a due sere fa.
Perché non si sa mai.

Due sere fa vi siete sbaciucchiate per la buonanotte, hai spento la luce, ti sei addormentata. Ma dei passi leggeri e suonanti sono venuti dopo poco a svegliarti e a mostrarti l’orrore. Vomitava. Una volta. Due volte. Tre volte. Quattro volte. Cinque volte. Dietro il divano. Sotto la scrivania. Accanto alla pianta. Sotto la finestra. Sul terrazzino. E non aveva terra che la tenesse, non trovava pace, era l’inquietudine su quattro zampe, un motorino che non si ferma mai, un peluche semovente con una batteria interna eterna. Vanda, tesoro, vieni qua, vieni sul tuo cuscinone azzurro, prova a riposare, cerca di dormire, cosa ti senti, cosa succede, vuoi venire a letto con me, vuoi uscire a fare i bisogni. Ma Vanda niente. Voleva solo vagare e vomitare, vomitare e vagare. Hai riavvolto il nastro mentale. Quel pomeriggio. La casa in campagna. Il grande giardino. Vanda cosa hai mangiato, cosa hai preso, cosa hai ingoiato.
Alle tre di notte hai staccato il foglietto dal frigo, hai fatto quel numero.
Perché non si sa mai.

“Sì, salve, ho una canina, un beagle, ha quindici anni, sta male, sta malissimo, vomita, vomita tanto, non trova pace, non ha fermezza, non so cosa fare, la prego mi aiuti.”
“Mi aiuti a capire signora. Mi descriva il tipo di vomito.”
“Prima ha rifatto la cena, poi ancora un po’ di cibo, dopo saliva e schiuma, schiuma e saliva.”
“Il cane oggi ha mangiato qualcosa di diverso dal solito?”
“No, ha mangiato le sue crocchette, non ha mangiato altro.”
“E dove è stato?”
“Con me in campagna, nel grande giardino di un’amica.”
“E’ stato lontano dal suo controllo?”
“No, sempre vicino a me. Fatta eccezione per una decina di minuti.”
“Cosa è accaduto in quei dieci minuti?”
“Ha trovato un varco nella rete ed è uscito, lo abbiamo ritrovato nella corte della casa vicina.”
“Potrebbe aver mangiato qualcosa di tossico.”
“Oddio. Del veleno.”
“No signora, i sintomi che lei mi ha descritto non sono quelli causati dal veleno. Potrebbe aver mangiato un animale, che so, una lumaca, un uccellino morto, una carogna insomma.”
“Vengo subito da voi in clinica.”
“Aspetti signora, non sia precipitosa, aspettiamo un po’ e vediamo cosa succede. Lei provi a monitorare il cane, probabilmente adesso che si è svuotato non vomiterà più, proviamo a farlo riposare, in caso contrario ci richiami.”
“Ma io ho paura, la canina è anziana, e non è mia, ho tantissima paura.”
“Stia tranquilla signora, non è veleno, sarà sicuramente un disturbo alimentare. Risentiamoci tra qualche ora.”
Perché non si sa mai.

Tra qualche ora, di notte, è un’eternità. E allora tu per spingere più forte il tempo fai un errore madornale: ti metti al computer e scrivi cane vomita. Ti si srotola davanti un tappeto di notizie, tutte fosche, minacciose, terribili, mortali. Il cane vomita perché è avvelenato, il cane vomita perché sta per morire, il cane vomita perché non c’è più niente da fare. E poi stare attenti al colore del vomito. Se il cane vomita giallo con striature marroni non c’è più speranza. Mentre tu riprendi fiato perché Vanda non ha vomitato giallo con striature marroni, Vanda vomita giallo con striature marroni, lì, davanti a te.
Perché non si sa mai.

Sono le cinque del mattino e tu tremi, tremi in tutto il corpo. Addosso hai la vestina trasparente da notte, ai piedi le infradito di gomma, in testa una pinza gialla da parrucchiera, sul viso solo le occhiaie. In quello stato osceno ti riversi sulla strada, adagi Vanda in auto e parti verso viale Europa. Piangi. Piangi a voce alta. Ti cola il moccico sul labbro di sopra. Preghi: non ti chiedo mai nulla, ma stavolta sì, non farla morire. Piangi. Ti volti e la guardi: ha appoggiato il muso scolorito sul sedile del passeggero, è l’emblema della sofferenza, il simbolo del dolore del mondo, ha gli occhi chiusi e tu pensi con terrore che potrebbe addormentarsi per sempre, allora le urli svegliati stai sveglia non dormire Vanda guardami non chiudere gli occhi Vanda guardami, ma Vanda sembra un bimbo che muore di fame, sembra una donna assassinata dal suo uomo, sembra un civile innocente ucciso in una guerra infame.
Albeggia quando parcheggi in quella via da cui non eri più passata e da cui eri convinta non saresti passata mai più.
Perché non si sa mai.

Chissà cosa aveva mangiato Vanda, in quei dieci minuti sfuggiti al mio controllo. Qualunque cosa fosse, l’ha stesa per un giorno intero, il giorno più lungo della mia vita, un giorno che non potrò mai cancellare anche se lo vorrei. Ma la dottoressa era brava e Vanda è forte. Le analisi del sangue parlano di lei come di una giovincella. Il suo cuore è regolare e robusto. La coagulazione ematica perfetta e veloce. Il suo corpo è una roccia.
Anziché andare da Oak come era nei programmi per il finesettimana, abbiamo fatto una convalescenza (fisica lei, psicologica io) lenta e accudita, consumata ad attendere il ripristino di tutte le funzioni fisiologiche e il ritorno dell’appetito, condivisa con chi è corso al nostro capezzale e ci ha sostentate, alimentate, abbeverate, e con chi ci chiamava dalla Corsica per tranquillizzarci. Lo stesso che aveva dettato quei numeri.
Perché non si sa mai.

C’era tutto questo

21 luglio 2017

C’era una strada un po’ dritta e un po’ curvosa, c’era un bocconcino di paese, c’era un viottolo in campagna. C’era una casa di pietra con una scala esterna stretta e ritta, con un bel salone, un caminetto, e un tappeto rosso; una cucina piccola piena di profumi nascosti e interessanti.
C’era un giardino con cipressi secolari, un noce mai potato con i rami quasi fino a terra, un rovo di more tra poco mature abbastanza per farci il liquore, un cespuglio di salvia liscia come il raso.
E c’erano due amiche con una canina scolorita che sono arrivate, hanno parcheggiato e si sono regalate una giornata di quel beato niente, qualche lettura ma non impegnativa, un po’ di parole ma non troppe, del buon cibo locale e genuino ma senza esagerare, una passeggiata ma senza faticare, nella calma di una giornata calda, nella lentezza di chi perde tempo, tanto il tempo (lo dice anche Rovelli) non esiste.

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Corsica chiama Firenze

21 luglio 2017

“Allora come si va?”
“Ciao Moro, si va alla grande!”
“Davvero? Tutto bene?”
“Tutto benissimo! Siamo innamorate perse!”
“Mi fa molto piacere. Dove siete di bello? Vi disturbo?”
“No, affatto, questa sera siamo a casa. Abbiamo appena finito di cenare.”
“Ormai parli al plurale.”
“Vedrai, facciamo tutto insieme! Mangiamo insieme, usciamo insieme…”
“Dimmi una cosa.”
“…”
“Non è che ci dormite anche, insieme?”
“Chi, noi? Beh…”
“Eccoci.”
“Bah, mpf, cioè…”
“Tu me l’hai traviata!”
“No… asp… cioè… noi…”
“C’ho messo una vita a educarla!”
“Cioè, aspetta… a volte… ehm…”
“Quindi la ti monta sul letto?!”
“Nonò! Mai! Lei sarebbe bravissima! Non oserebbe mai!”
“E allora!”
“Beh… sai… sono io che… a volte… ecco…”

Non è stato facile convincere Vanda che in questa casa l’accesso al matrimoniale non solo è consentito: è caldeggiato. Ma la costanza paga sempre.

Sfiorata la tragedia

19 luglio 2017

Torna il caldo, torniamo in piscina.
Oggi siamo in sette: io, Vanda, tre inglesi, il barista e il bagnino.
Intorno, tutto il parco per noi.
Pace, silenzio, cicale, rondini, uccellini, una musichetta bassa bassa dal baretto.
Nessuno parla, nessuno grida, nessuno schizza; il paradiso è questo, senza il biglietto da pagare.
Prendiamo la migliore postazione, all’ombra naturale di un ulivo con il tronco grosso e la chioma generosa.
Apparecchio per me (crema protettiva, occhiali da sole, telo da bagno, libro) e per lei (ciotola dell’acqua, premietto saporito).
Ci adagiamo, ronfiamo di brutto, all’unisono.
Viene l’ora di pranzo, ordino una schiacciata calda ripiena di cotto e fontina, condivido il cotto con lei. Ne mangio mezza, ripongo l’avanzo nel tovagliolo, vado in bagno.
Torno, l’involto non c’è più.
L’inglese che ha visto la scena ride.
Infilo la bocca del guinzaglio all’angolo della sdraia, mi assopisco.
Mi sveglio, mi volto per controllo, spariti guinzaglio e Vanda.
Salto in piedi, scandaglio con lo sguardo il parco, nessuna traccia del primo né della seconda.
Mi batte il cuore, mantengo la calma, continuo a guardare.
Niente.
Mi batte più forte il cuore, perdo la calma, rastrello il giardino.
Niente.
Il cuore mi va in gola, imbocco a corsa il sentiero dell’uscita, attraverso l’area riservata ai pranzi all’aperto del ristorante dell’hotel, c’è una cerimonia, ci sono tante cravatte, io scalza e in bikini nero, corro, corro, il cuore ce l’ho nelle tempie, in testa un pensiero solo (il Moro), come faccio a dire al Moro che gli ho perso Vanda, e che ne sarà di Vanda perduta nei boschi della Bolognese, e che ne sarà di me senza di lei?
Non mi metto a gridare il suo nome per un motivo solo: non ci sente.
La cerco nel silenzio, nella mia testa un caos di sibili e di fischi, nei miei occhi uno sfarfallio di luci impazzite, arrivo alla macchina, mi sento svenire.
Intravedo il bagnino, mi viene incontro, smanaccia per dirmi di qua, sorride.

Vanda dormiva sotto la sdraia accanto alla mia, bianca lei, bianca la sdraia, bianco il pensiero impanicato, bianca la ragione quando si perde nella paura.

Il piano

18 luglio 2017

“Quando torna il Moro?”
“Manca pochissimo: domenica sera.”
“Domenica??! Oh nooo!..”
“Zitto, non mi dire nulla, sono di-spe-ra-ta.”
“E quando gliela riporti la Vanda?”
“Lui ha detto o lunedì o martedì. Naturalmente martedì.”
“E poi come farai senza di lei?”
“Ti ho detto zitto, non mi ci far pensare.”
“E lei come farà senza di te?”
“Ma, sai, lei torna nella sua casa, ritrova i suoi umani, forse non le mancherò.”
“Non è possibile, guardala, passa il tempo a contemplarti, non ti leva mai gli occhi di dosso.”
“E’ vero, lo vedo anch’io. Siamo entrate in una simbiosi paurosa. Ma cosa vuoi, stiamo sempre sempre insieme, dalla mattina alla mattina, ogni ora, mangiamo insieme, dormiamo insieme, abbiamo acquisito gli stessi ritmi, condividiamo ogni esperienza, facciamo tante passeggiate, io sono tutta per lei, lei tutta per me, un vero e proprio rapporto amoroso.”
“Ho un’idea! Perché non gli chiedi di lasciartela?”
“Perché non lo farebbe mai.”
“Ma tu la terresti?”
“Io?! Io la sposerei.”
“Ma la terresti sempre sempre?”
“Sempre sempre sempre.”
“Ma allora prova a chiedergliela!”
“Non ne ho il coraggio.”
“Ma lui ti conosce bene, siete stati insieme, sa quanto ami i cani e quanto adori lei in particolare!”
“Ma la adora anche lui. Come si fa a non adorarla? Guarda com’è.”
“Davvero, com’è bella.”
“E com’è buona. Non mi combina più nemmeno marachelle. E’ una donnina. Ubbidiente, silenziosa, educatissima quando la porto in giro. La amano anche tutti i miei amici e le mie amiche.”
“Ci credo. La amo anch’io.”
“E lei ama te! Hai visto come viene volentieri quando la porti in giro per il paese?”
“Davvero dici che le piaccio?”
“Scherzi?! Le piaci tantissimo!”
“Allora perché non dici al Moro che c’è un bambino che non può più stare senza Vanda?”

Ieri pomeriggio, al bar del Conte Max, io e il Frenky abbiamo elaborato un piano strappalacrime.
Vanda l’ha sottoscritto in toto.
Il Moro soccomberà.