Dal diario di Vanda/3

17 luglio 2017

Ragazzi, questa non ha pace.
Ma un giorno a casa? M-a-i.
Io sono abituata a stare fissa in giardino. Pisciatina, corsettina, ronfatina. Spuntino, passettini, ronfatina. Salutino a chi rientra, ronfatina. Cacchetta, ronfatina. Balocchino, ronfatina. Cenina, ‘notte a tutti!, ronfatona.
Questa invece ha il ballo di san Vito, la sindrome del nomade, starebbe sempre a giro.
Ieri fa: preparati, passiamo a prendere il nostro amico e andiamo in un posto spakka.
A me la macchina da sempre non mi fa impazzire. Ho il ricordo di me cucciola, e due mani che improvvisamente mi tiravano su su su e mi mettevano giù giù giù, dentro uno scatolone con le pareti altissime, e poi lo scatolone nel portabagagli di una macchina, insieme a me quell’incapace di mio fratello Vasco, e gli dicevo ribelliamoci, scavalchiamo, scappiamo, ma lui sì, ciao, un tonto fatto e messo lì, dammi una zampa ti dico, fammi scaletta, e lui macché, buono solo a frignare, tant’è che mi saltava il nervo e lo sorbottavo di cazzotti, mentre in pancia avevo la maretta. E’ questo il mio ricordo del primo viaggio in automobile.
La Tipa però da quando ha me guida pianissimo, smussa le curve e frena con dolcezza, evitando gli scossoni.
E insomma ieri mi hanno portata alla Villa Demidoff di Pratolino, spakka davvero, pratoni sconfinati, sentieri a saliscendi, alberoni centenari, e poi un Gigante! Ma un gigante gigantesco vi dico, accoccolato sul bordo di una vasca piena d’acqua e di ninfee in fiore, stava lì e ci guardava, io paura zero, non ho paura di nessuno, io.
Avevamo lo zaino con tutto l’occorrente e una stuoia grande da stendere sull’erba. La Tipa mi ha fatto la toeletta completa (spazzola professionale e salviette detergenti all’aloe vera), mi ha dato il premietto (barretta antialitosi da sgranocchiare) e mi ha tolto il guinzaglio. “Ho portato anche la pappa serale per la Vanda -ho sentito che diceva a quell’amico nostro- se decidiamo di restare a cena fuori”. E te pareva.
A due passi da noi c’era un palco, facevano le prove di un concerto, e un mercatino di ciarpame etnico, si son fermati al banco di una fulminata che gli ha attaccato un pippone sulla floriterapia e i rimedi vibrazionali, tecnica metamorfica, numerologia e test kinesiologico, ma io dico, da uno a dieci, quanto saranno scemi gli umani?
A cena invece siamo andati via, da un’altra parte. Per una stradina tortuosa e superpanoramica (lui guidava, io e lei insieme nel sedile accanto) siamo arrivati a una certa Santa Brigida, da un certo “Nappino”, ristorante trashissimo ma bono da morire (ho gradito i gamberetti, i moscardini e la bottarga), tirava un venticello mitico, la cameriera ha servito prima l’acqua a me che la cena a loro.
E insomma, che dire. Io gli voglio bene, però spero che il Moro ancora non ritorni.

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Racconta!

16 luglio 2017

“Allora? Racconta!”
“Un posto da sogno! C’era una bellissima colonica piena di annessi, tutto circondato da piante e da fiori, su una vallata di vigne a perdita d’occhio…”
“E poi?”
“… e poi un allestimento curato nei minimi particolari, tavoli dislocati in tanti angoli diversi, con diverse prospettive, tutte incantevoli.”
“Il cibo?”
“Il cibo ottimo, servito sotto un loggiato arricchito da tende color corda, non riesco a descriverti tutta la bellezza che ho visto. E poi un’illuminazione studiata, lampadine tra gli alberi, candele ovunque, musica diffusa, ti dico: bellissimo.”
“E gli sposi?”
“Gli sposi felici, uno è italiano, l’altro del Costa Rica, la cerimonia è stata bilingue, la sorella di uno ha parlato in spagnolo, un’amica dell’altro aveva scritto un discorso toccante e straordinario.”
“E avete anche ballato?”
“Certo, nella grande aia dietro il fienile, c’era una dj che metteva musica di vario tipo, io le ho ballate quasi tutte, mi sono scatenata.”
“Dunque ti sei divertita.”
“Mi sono divertita molto. Ma ho pensato sempre a te, soprattutto quando ho conosciuto Carolina.”
“Carolina chi?”
“Una canina bianca a toppe nere che pareva una mucchina in miniatura.”
“Ah, dunque i cani potevano venire…”
“Sì, i cani potevano venire, ma la situazione era troppo movimentata, ho fatto bene a lasciarti insieme a Mimmo. A proposito, siete stati bene?”
“Mh.”
“Come mh.”
“Con i gatti il discorso è limitato.”
“Mi hanno detto che gli hai svuotato la ciotola.”
“La colpa è sua che la lascia incustodita.”
“Sai che anche gli sposi hanno una canina? Si chiama Mari Carmen, è un bulldog francese, sai quelli…”
“Sì, con le orecchie a pipistrello.”
“Esatto. L’avevano addobbata con un fiocco di tulle al collo e ha presenziato all’intera cerimonia.”
“Dunque, mancavo solo io.”
“Tu eri con me, tra i miei pensieri e nel mio cuore. Pensavo a te in continuazione.”
“Cosa me lo potrebbe dimostrare?”
“Il fatto che a mezzanotte, in piena baldoria, ho preso la macchina e sono corsa da te. E tu dormivi sul tappeto. E quando ti ho chiamata sei impazzita e dalla gioia hai fatto una canizza notturna vietatissima nei condomini. Eri contenta eh, di rivedermi…”
“Abbastanza.”
“Ma se, alla tua età, hai fatto anche le piroette!”
“Mi prudeva una zampa.”
“Ammettilo, mi ami!”
“Mi piaci.”
“Mi piaci tantissimo anche tu.”
“Dormiamo?”
“Dormiamo.”

(Ringrazio, per lo scatto che mi ritrae, il fotografo Andrea Dell’Agnello)

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In villeggiatura

15 luglio 2017

“Vieni qua, devo dirti una cosa.”
“Dimmi.”
“Oggi non potremo stare insieme tutto il giorno come sempre.”
“Come sarebbe.”
“Sarebbe che io devo andare in un posto dove tu non puoi venire.”
“Non capisco.”
“Mi dispiace tanto, ma non puoi.”
“E quindi?”
“E quindi ti porto in villeggiatura qualche ora.”
“In villeggiatura?! Ma io sono in villeggiatura, qui, adesso, con te!”
“Hai ragione, anch’io mi sento in un’eterna villeggiatura insieme a te, ma oggi proprio dovremo separarci. Solo qualche ora però, tornerò prestissimo a riprenderti, non temere.”
“Ma dove vai?”
“Vado a un matrimonio. Un matrimonio gay.”
“Un matrimonio gay?! Ma dove?”
“Nel Chianti.”
“E chi si sposa?”
“Due amici.”
“E perché non posso venire anch’io a codesto matrimonio gay? Oltretutto sarei anche un po’ curiosa.”
“Perché ci sono tantissimi invitati, alcuni vengono da molto lontano, dall’America Latina, ci sarà tanta confusione, temo di metterti in difficoltà.”
“Prometto che faccio la brava.”
“Lo so che sei bravissima, ma è per il tuo bene. Come si dice, tu c’hai una certa.”
C’ho una certa, ma ti ho ampiamente dimostrato che sono in forma e soprattutto (come scriveva Aristotele non ricordo a proposito di chi) sono un animale sociale.”
“Tu sei super sociale e io ti adoro. Ma è per il tuo bene.”
“Prometto che non rubo niente.”
“E io ti credo ciecamente, ma è meglio così.”
“Prometto che mi faccio piccina.”
“Ma tu sei piccina, sei il mio amore, nessuna è migliore di te.”
“Allora vengo?”
“Mi dispiace, no.”
“E che fai, mi lasci qua da sola?”
“No! Assolutamente! Come potrei! Come ti dicevo, ti porto qualche ora in villeggiatura. Ci troverai anche Mimmo.”
“Mimmo? Ma chi, il gatto più buono del creato?”
“Sì, il gatto buono che hai già conosciuto e che quando mangi viene a giocare con la tua coda.”
“E tu quando torni?”
“Quando sarà notte e tu forse dormirai. Ma io ti sveglierò pian piano e insieme torneremo a casa.”

Oggi Vanda, dalle 17 a un’ora non meglio definita, verrà parcheggiata in compagnia di Micino da Scansano. Sarà coccolata e nutrita, intrattenuta e accarezzata. Avrà un compagno di giochi eccezionale e un umano mite che si prenderà cura di lei. Nonostante questo, mi sento una merda.

Punkabbestia

14 luglio 2017

Arriviamo in centro troppo presto rispetto all’appuntamento che abbiamo fissato. Ci sediamo ad aspettare sui gradini della loggia del pesce in piazza dei Ciompi, io vestita tutta di nero, lei riversa sulla pietra serena con le zampe ciondoloni a uno scalino. Sembriamo due punkabbestia. Siamo bellissime.

Dal diario di Vanda/2

14 luglio 2017

M’era piaciuto così tanto quel pratone, che mi ci hanno riportata. Questa volta erano in quattro, Tipa e tre sue colleghe, una morissima, una biondissima e una rossissima, ancora più rossa della Tipa coi capelli rossi. Prima hanno mangiato a un tavolo vicino a quello della sera avanti (Tipa ha servito la cena anche a me, un noioso take away che lei ha vivacizzato con pruriginosi bocconcini), e poi ci siamo sbracate tutte e cinque sul pratone. Un’organizzazione capillare a suon di teli e copertone. Per non saper né leggere né scrivere, ho occupato la zona centrale dell’apparecchiatura e loro tutte intorno, una mi accarezzava la coscia, una il muso, una la coda, una improvvisava involtini usando le mie orecchie. Le loro parole, frammiste a risate a garganella, m’inducevano a quell’abbandono psicofisico di quando ci si sente al sicuro e al centro dei pensieri degli umani, quando ci si può permettere di perdere anche i sensi perché si è consapevoli che niente di male potrà mai accadere. E mi sono talmente rilassata che inavvertitamente ho lasciato andare un par di peti, i cosiddetti alffffonsi (o genovefffffe), muti e traditori. La luna pareva mangiucchiata da una nuvola di lato, quando anche il ristorante ha chiuso c’era un silenzio surreale, e il buio vero di quando la città è lontana. Siamo tornate a casa a notte fonda. Io per questa vita qua ci metterei un firmone.

Siamo all’Olmo

13 luglio 2017

Il Moro chiama dalla Corsica mentre io e Vanda siamo a cena fuori con Coautrice.
“Come va?”
“Benissimo!”
“Siete a casa?”
“Neanche per sogno.”
“Ma dove me la porti quella vecchiettina?”
“Siamo a cena fuori! E lo sai dove?”
“Dove?”
“Siamo all’Olmo!”

Un grande classico dello svacco fuori porta, il cosiddetto “pratone dell’Olmo” si trova all’incrocio delle Quattro strade, incrocio dal quale partono appunto quattro strade che portano a Firenze, a Fiesole, a Faenza e a Bivigliano. La felice conformazione del terreno fa sì che il pratone resti inondato dal sole fino all’ultimo minuto della giornata.
Il Moro mi ci portava a pranzo in moto quasi tutti i giorni, in quella nostra estate: passava a prendermi alla Leonardo da Vinci in via Bufalini, dove insegnavo italiano agli stranieri, e si saliva al fresco per una bella tagliatella coi porcini (leggerina, perfetta per la stagione).
Ma il pratone fu da noi frequentato soprattutto dopo l’arrivo di Vasco e Vanda. Erano così piccoli e perfetti che sembravano due cartoni animati il cui disegnatore avesse esagerato con le orecchie. Nel tragitto in macchina Vanda sorbottava di cazzotti Vasco (ha sempre sofferto il mal d’auto e sfogava quel malessere picchiando con violenza suo fratello) per poi tentare la fuga dalla cesta imbottita in cui venivano riposti entrambi e vagare dentro l’abitacolo alla ricerca di pericolose situazioni. Una volta sguinzagliata sul pratone, riprenderla era un’impresa perché la sua più evidente vocazione è sempre stata quella di rompere i coglioni.
E invece guardala stasera.
In mezzo a un ristorante che pullula di cani di ogni razza, foggia e dimensione, Vanda è la più signora, la più elegante (nonché naturalmente la più figa). Consuma la sua pappa. Assaggia un po’ di parmigiano. Gradisce una crosticina della pizza. Non abbaia, non è becera, non si agita. Vanda -finalmente- si sa comportare.

“E invece vedessi qui nel nostro campeggio in Corsica, c’è una randagina arrivata da qualche giorno, subito mio figlio l’ha adottata, ce l’ha in collo proprio adesso, c’è una coppia di francesi che forse la porterà via con sé, ma se loro non la prendono, quasi quasi la prendiamo noi.”

Ecco, infatti, quasi quasi, prendetela voi.
E, quasi quasi, lasciate a me per sempre Vanda.

(A chi si domanda ma questo -che era un blog di scuola- è diventato un blog di cani? la risposta è sì)

Swimming pool

12 luglio 2017

Stamani a Firenze non si respirava. Una cappa d’afa lattiginava il cielo e strappava il respiro. Io e la mia signorina ce ne siamo accorte non appena siamo scese in strada ad espletare. Quando estrae la lingua e la lascia ciondolare assumendo quell’aria tonta, io capisco: sogna luoghi freschi e ventilati. E allora colazione, toeletta reciproca (trattamento pelle io, pelo lei), e via!, verso una nuova avventura.
Sulla via Bolognese, in un’altura panoramica da cui si domina tutta la città, sorge un antico hotel a quattro stelle circondato dal verde e corredato di una bellissima piscina che, nei mesi estivi, viene aperta anche all’uso degli esterni e ammette l’ingresso agli animali. La clientela, per lo più straniera, è silenziosa e selezionata, l’ombra è fatta dalle chiome degli ulivi a cui si attaccano cicale canterine, c’è un baretto presso cui si possono mangiare insalatone espresse preparate da Maurizio, un giovane napoletano sempre allegro, e sul tramonto arrivano le rondini ad abbeverarsi nella grande vasca azzurra. Il prezzo è esoso, ma per un luogo così incantevole, dove leggere e meditare, sonnecchiare e ritemprarsi, dimenticarsi e ritrovarsi, ne vale senza ombra di dubbio la pena. Basta una ciotola con dell’acqua fresca, dell’erba su cui adagiarsi, un bel vento a scompigliare i peli, ed ecco condivisa un’altra esperienza da tenere nel cuore quando ci dovremo separare (solo al pensiero mi viene un malore).

Io e la mia signorina

11 luglio 2017

Al tempo in cui stavamo insieme, il Moro sosteneva che quella canzone di Neffa era perfetta per noi due e me la dedicava sempre. La musica era soavemente allegra, il testo godibilmente semplice. La ascoltavi una volta e ti entrava in testa per tutta l’estate. L’estate del 2001.
Praticamente lui e la sua signorina stanno bene insieme perché lei è una tipa autentica (è l’unica che è vera veramente), amorosa (quando voglio un bacio me ne dà di più), passionale (sto con lei perché brucia sempre), ma anche tollerante (mi lascia andare lontano tanto poi lo sa che io ritorno qui), una insomma che non rompe le scatole col senso del possesso, che fu prealessandrino. Lui avrebbe potuto anche aspirare a molto altro (potrei anch’io fare il presidente), tuttavia la presenza della sua signorina lo appaga totalmente (ma sto con lei e non mi manca niente). E così finiva appunto la canzone, con lui e lei che stanno sempre insieme (presto la mattina, tardi la sera, giorno dopo giorno, ora dopo ora).
E’ vero, l’apparente canzoncina d’amore celava in realtà una sublime lode alla marijuana, ma a noi questo non interessava.

Così adesso, quando il Moro mi scrive dalla Corsica per chiedermi come procede la convivenza con Vanda, a me viene da rispondergli “io e la mia signorina stiamo bene insieme”.

Stanotte ti ho sognata

10 luglio 2017

Cara mamma, stanotte ti ho sognata.
Paola mi aveva regalato un cane per il mio compleanno, un rottweiler uguale a Duda, ma io avevo un peso enorme sullo stomaco e ti dicevo: mamma, io non posso tenere questo cane, non lo voglio, io non voglio un rottweiler, io voglio un beagle, per me il cane è solo quello, perché mi fa pensare al nostro Nello, mi capisci? E tu, mamma, dicevi: certo che ti capisco. Poi ci mettevamo a piangere piano, insieme, tenendoci a braccetto, percorrendo via Roma, proprio dove due anni fa esatti, il 10 luglio, furono attaccati i manifesti che dicevano che tu non c’eri più, che avevi cessato di vivere, diceva proprio così, cessava di vivere, e noi guardandoli, io, il Rondine e il babbo, non potevamo credere a ciò che c’era scritto.
Comunque mamma, grazie per avermi fatto visita stanotte.
Stavi bene, eri bella. E quando mi sono svegliata mi sono sentita felice come se tu ci fossi ancora.

Dal diario di Vanda/1

10 luglio 2017

Ragazzi, che giorni.
Da quando sto con questa Tipa dai capelli rossi, una vita da sballo. Tutti i giorni me ne studia una. L’ultima: un viaggio in un posto strepitoso.
Venerdì scorso mi fa: tieniti leggera che dopo pranzo si parte. E siccome i parchi cittadini me li ha fatti girare, al ristorante mi ci ha già portata, i suoi colleghi li conosco tutti, la sua amica delle Cure me l’ha presentata e nella nostra città natale siamo bell’e state, mi son detta: che rimane? Rimaneva il paradiso.
In paradiso ci si arriva con un viaggio in auto di un’oretta e un quarto e con una sgropponata a piedi di mezz’ora. Ma proprio dove si lascia la macchina è arrivato il bello. Da altre due sono scese due umane (una già vista nel parco della scuola dove lavora Tipa, l’altra del tutto sconosciuta) e (reggetevi) due cani! Un alano gigantesco nero e molto signorile e uno spinoncino tutto spettinato e scarrafone. Come mi hanno vista, l’alano si è acquattato a terra e mi puntava, l’aria cupa e minacciosa (una paura), lo spinone uguale (ho poi scoperto che imita l’alano in tutto). Io però ho tenuto botta in modo egregio e, fattami annusare, ho rizzato una canizza tanto per chiarire (tappa sì, ma mica scema). Le migliori amicizie iniziano con una polemica. Strada facendo, ci siamo presentati. Zoe l’alano, Spino (ma a volte Ghigu) lo spinone. Insomma dove si va, dove non si va, tranquilla -fanno loro- aspetta e vedrai.
Ragazzi, che posto.
Una casa in pietra in punta a una collina e intorno una valle immensa, circondata da montagne silenziose: io nella casa dove vivo insieme al Moro ho due giardini, ma tutto quel verde non l’avevo visto mai, una cosa bellissima vi dico, e poi nessuno a parte noi, sicché via i guinzagli e libertà totale, assoluta, tre giorni a fare tutto quello che ci pare. Tutto tutto no, in cucina un presidio militare, capirai, come se quel salame, quelle rosticciane e quel tacchino ripieno mi facessero gola, a me non me ne fregava proprio niente, ma quelle tre piccose come la facevano lunga, occhio che Vanda è vorace, occhio che Vanda ruba, ma dico, chi gli ha messo in testa queste fesserie?!
E insomma niente, mi son dovuta un po’ arrangiare, fortuna che lo zaino della Tipa coi capelli rossi si apre bene.
Il giorno si bivaccava tutti insieme sopra il prato, la sera tutti a letto nelle camere del primo piano, la mia bella devo dire, Tipa mi aveva portato anche la branda personale ma poi la mattina all’alba (quando Spino si metteva a guardia della valle per controllare che quei daini insolenti non venissero a pesticciare la nostra proprietà) mi prendeva in braccio e mi portava con sé nel lettone. Cavolo quanto mi guarda quella Tipa. Passava le ore a contemplarmi, tant’è che anche le sue amiche a un certo punto le hanno detto ma perché non leggi? E lei? Per leggere ho tutta la vita, per godermi Vanda solo 20 giorni (e questa sinceramente non è che l’ho capita). Un libro però dietro ce l’aveva, copertina verde salvia, una certa Elizabeth von Armin, I cani della mia vita, Bollati Boringhieri, e l’ha pure finito, e diceva alle altre umane dovete leggerlo anche voi, è meraviglioso, e ci rideva, e ci piangeva.
Faceva caldo. Ma dice che in città ne faceva moltissimo di più, tipo 44 gradi percepiti, noi invece la notte anche con il lenzuolino, insomma bene, benissimo, un posto eccezionale che loro chiamano Oak.
E ho scoperto che Oak è quella quercia immensa che troneggia accanto alla casa in pietra. Un albero maestoso che fa un’ombra fitta e fresca, che muove le sue foglie per farsi notare, ma non ce n’è bisogno perché tutti lì, umani e cani, parlano di quanto è bella Oak.
Attacco qui sotto alla fine della pagina una foto, ci siamo io, Zoe e Spino mentre camminiamo per arrivare, eravamo appena conoscenti, adesso invece siamo amici.

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