Il corredo

25 settembre 2017

Maricchia, poveretta, buona e brava ragazza, piangeva di nascosto, perché era figlia della Lupa, e nessuno l’avrebbe tolta in moglie, sebbene ci avesse la sua bella roba nel cassettone. Cosa intende Verga, in questo caso, con il termine roba?”
“Boh.”
“Come boh! Si riferisce alla dote! O, in alternativa, al corredo!”
“E cos’è?!”
“Ma come cos’è! E’ quell’insieme di lenzuola, asciugamani, teli, camicie da notte, che la mamma vi mette via in vista del matrimonio! Nessuna di voi sta coltivando il proprio corredo?”
“Io no.”
“Io nemmeno.”
“Nemmeno io.”
“Mai sentito dire.”
“Ma come! Le vostre mamme non vi stanno facendo la dote?!”
“Io professoressa spero proprio di no: mia madre ha dei gusti osceni, ha la fissa delle rose e dei fiori in generale, prima di farmi fare il corredo da lei dormo scoperta.”

Perfino Bobi c’è rimasto male.

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Anagrammi

25 settembre 2017

“Il termine Scapigliatura si deve alla traduzione del sostantivo francese bohème, operata da Cletto Arrighi.”
“Cletto Arrighi: che nome.”
“Infatti non era il suo nome vero: è l’anagramma di Carlo Righetti. A tal proposito, ho un’ideona.”
“Eccoci. Ora la comincia con queste ideone…”
“Per la prossima volta che ci vediamo ciascuno di voi porti l’anagramma del proprio nome.”

Oafis Ripsa.
Elena Assisi.
Erine Lunopinti.
Bermug Naito.
Vania Seffusci.
Elli La Negra Donnina.
Ivan Delariarae.
Clovia Pillepa.
Loredano Ninnabo.
Rietepei Piccina.
Livia Marpo.
Eripige Legni.
Urna Scialcata.
Nello Rivazara.
Samara Branasia.
Deina Riselveran.
Diamante Rumotto (per gli amici: Tu Amante Di Morto).

Quella che si chiama una classe di classe.

Quello che ci frega

17 settembre 2017

Mentre aspettavo che il 15 settembre arrivasse e la scuola ripartisse, riflettevo. Riflettendo, mi venivano spontanee certe domande. Tipo. Ma la ministra, che caldeggia l’uso degli smartphone in classe, in una classe c’è stata mai? Non dico quando a scuola ci andava lei come alunna. E non dico nemmeno nelle vesti di insegnante. Diciamo come visitatrice. Come turista. Ha mai fatto un giretto nelle aule dell’ultimo decennio (ricorre giustappunto il decimo compleanno dell’iphone), per vedere come la nostra vita si è drasticamente e mostruosamente trasformata dopo l’invenzione di quel marchingegno? Io penso di no. E me ne rammarico. Perché una ministra dell’istruzione, prima di accettare questo incarico, dovrebbe passare (almeno) qualche mese a pellegrinare nelle scuole d’Italia, di tutti gli ordini e indirizzi. Ma non in visita ufficiale, quando tutti la aspettano per mostrare la faccia migliore di sé. Alla zitta, quasi di nascosto, come quando si dice vorrei essere una mosca. Ecco, io avrei voluto che la ministra, prima di fare la ministra, avesse fatto la mosca per un po’. Si sarebbe resa conto coi suoi stessi occhi (quelli delle mosche oltretutto sono composti, cioè formati da migliaia di ommatidi, ossia occhi elementari, e quindi capaci di percepire anche i minimi movimenti) che venticinque, ventisette, trenta alunni (tanti ce ne mette in ogni classe) con altrettanti aggeggi tra le mani equivale alla morte della scuola. Eppure a me quell’aggeggio piace. Riconosco che in tanti aspetti ha migliorato la nostra vita quotidiana (mi fa da telefono, orologio, cartina geografica mondiale, calendario, contapassi, passatempo, agenda, diario, bloc notes, macchina fotografica, telecamera, album di fotografie, stereo, cinema, televisione), ma a scuola, vi prego, no. Almeno non col placet di una ministra. Non con una circolare scaturita dal lavoro di una commissione ministeriale creata appositamente per dettare le linee guida sull’utilizzo dello smartphone in aula. A scuola ci sono oggetti molto più affascinanti, i laboratori, le Lim. A scuola ci sono i libri. Che poi a dirla tutta a me capita di dire ai miei studenti: prendete il cellulare che vi mando in diretta la foto della pagina di questo libro che voi non avete. Ma voglio essere io a decidere se, quando e come dirlo, non voglio che una commissione ministeriale (di persone che, come la ministra, probabilmente non mettono piede a scuola da vent’anni) si riunisca per dirmi come devo fare. Ho una classe di studenti bravissimi e maturi a cui lascio tenere il cellulare sopra il banco perché so che l’uso che ne fanno sarà certamente buono. Ho un’altra classe in cui giro con il mitra puntato e se ne scovo uno a spippolare con quelle scatoline lo massacro. Mi hanno educata all’autonomia dell’insegnamento, bene: mi lascino essere autonoma.
E insomma, mentre aspettavo il suono della prima campanella per entrare in quinta liceo, mi domandavo un’altra cosa: ma perché la solita ministra (come altri che l’hanno preceduta) ha tutta questa fretta di accorciare i tempi delle scuole superiori, tanto da farle finire in quarta? La ragione pare sia l’allineamento alle scuole degli altri Stati europei. A parte il fatto che molti Stati europei fanno come noi, ma poi chi se ne importa di allinearci agli altri? Agli studenti, che sempre si lamentano della scuola finché ci sono dentro come impone il gioco delle parti, andarsene da scuola dispiace. Il primo giorno di quest’anno, venerdì scorso dico, c’era la fila dei neodiplomati venuti a piagnucolare intorno ai loro ex docenti e a dire loro quanto ci mancate. A parte questo, quali benefici, occasioni straordinarie, lavori pagati, atenei meravigliosi, prospettive da sogno ci sono là fuori ad aspettarli? A scuola non ci si sta solo per ingozzarsi di programmi sempre più zippati: ci si sta perché è bello starci. E formativo. E umano. E esperienziale (visto che la parola va tanto di moda). La scuola non è un ufficio di collocamento che deve muoversi nella logica del mercato e del profitto. Non si studia solo per lavorare.
E quindi, mentre varcavo il portone gigantesco dell’edificio di Porta Romana e mi preparavo a rivedere il gigantesco ottagono col Dioscuro nel mezzo, ero un po’ incupita, un po’ demotivata, un poco spenta da quello che ho letto nell’estate e che mi ha tolto un po’ dell’entusiasmo cieco necessario per questo mestiere. Poi li ho visti. Mi sono venuti incontro. Mi hanno buttato le braccia al collo. Mi hanno detto la aspettiamo in aula. Sorridevano, erano luminosi, erano bellissimi. Ecco cosa ci frega, a scuola. Gli studenti. La politica agisce ottusamente, la società rema contro, le prospettive sono fosche. Ma tu lavori guardando venticinque, ventisette, trenta ragazzi negli occhi ogni giorno. E’ a loro che devi rendere conto prima che a ogni altro. E quindi ti scordi dello smartphone della ministra, dell’accorciamento dei licei, di tutto quello che hai letto sui giornali nell’estate, varchi la soglia, raggiungi la cattedra, ci appoggi sopra la borsa con i libri, sfoderi un bel sorriso, dici buongiorno, bentornati, sono felice di vedervi. E ricominci.

(sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Sì, viaggiare

17 settembre 2017

Dolcemente viaggiare, rallentando per poi accelerare, con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente senza strappi al motore.

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Come Hyde Park

17 settembre 2017

Alle Cascine, da quando l’estate torrida è finita e le prime piogge si sono scaricate, è tornato il verde.
Bobi (che ha origini anglosassoni) ha detto che il parco più grande di Firenze è bello come Hyde Park.

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Raffica

15 settembre 2017

Al pianterreno del palazzo adiacente al nostro vive Raffica.
Un cane marroncino, quasi giallo, secco e schizzato, agile e scattante, velocissimo e nervoso.
Preso al canile, Raffica non ha ancora metabolizzato l’idea che la vita di merda per lui è finita ed è iniziata la pacchia. Perennemente in tensione, Raffica è territoriale.
“Il palazzo è mio, il parcheggio è mio, il viale è mio. Tutte le aiuole sono mie. Le auto parcheggiate sono mie. Gli alberi sono miei. Gli uccelli appollaiati sopra gli alberi sono miei.”
Il dramma è che questo accentuato senso del possesso si sposta con lui, come se Raffica fosse circondato da un’aura che -come la civetta- dice tuttomìo.
Lo incontrammo un paio di settimane fa, la sera dopo cena.
“Il marciapiede è mio, le strisce pedonali sono mie, i bidoni della spazzatura sono miei.”
“Ciao, mi chiamo Ubaldo, ma chiamami pure Bobi.”
“Anche tu, Bobi, sei mio.”
Bobi ci ha riflettuto su una quindicina di giorni, poi ha deciso che a lui del possesso non gliene fotte niente, quindi gli va bene, basta giocare e rotolarsi insieme per le terre, di cui Raffica è il solo ed unico padrone.

Al ritorno

15 settembre 2017

Stamani primo giorno di scuola. Da oggi, con gli abbandoni mattutini, si comincia a far sul serio.
Al ritorno, infatti, Ubaldo aveva un poco il muso lungo.

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Qualcosa di importante

15 settembre 2017

“Profe!”
“Buongiorno professoressa!”
“Bentrovata!”
“Ciao profe!”
“Profe… ma allora… ci dica di Ubaldo!!!”

Finalmente quest’anno parleremo di qualcosa di importante.

Impegni

14 settembre 2017

Il Collegio dei Docenti di stamani è durato quattro ore.
“Sentite, io me ne vado: ho da andare a prendere il bambino a scuola!”
“E io ho la baby sitter che se ne va: devo scappare!”
“Anche i miei gemelli sono scoperti, devo assolutamente andare via.”
Quando ho detto che, be’, allora me ne andavo anch’io perché Ubaldo dopo tutto quel tempo di mia assenza stava piangendo di sicuro, una collega ha detto: “Ma sai non pensavo che tu fossi mamma?”

Il dottor Matteo

14 settembre 2017

Da quando vivo in questa casa incontro tutti i giorni il veterinario che ha lo studio proprio accanto al portone del palazzo. Siccome è decisamente un bell’uomo, per gioco gli faccio un po’ gli occhietti a pesce lesso. E insomma sono tre anni che ci sorridiamo e salutiamo.
“Ma scusa, tu hai un veterinario sotto casa e attraversi la città per venire qui da noi?!” hanno chiesto le dottoresse l’ultima volta in cui ci siamo viste.
“Certo. Lui è figo ed è vicino. Ma io amo voi. Sono sempre venuta da voi per Mimmo. Dunque verrò da voi anche per Ubaldo.”
“Ma tu sei matta. Devi assolutamente andare dal dottor Matteo! Oltretutto è un nostro amico, lo conosciamo benissimo, è molto bravo. Smetti di venire qui e vai da lui, te lo ordiniamo. Anzi, guarda, nei prossimi giorni gli telefoniamo per anticiparglielo.”
“Ma io…”
“Niente ma. Vai da lui. Da noi ti fermi quando passi di qua, per farci un saluto.”

Oggi ho varcato la soglia dello studio sotto casa.
“E’ lei il dottor Matteo?”
“Sì, e lei è la rossa di cui mi hanno parlato le sue dottoresse. Finalmente ci conosciamo, dopo tre anni di saluti di cortesia!”
Il dottor Matteo (che da vicino è ancora più carino) ha visitato accuratamente Ubaldo, gli ha analizzato le feci, ha constatato che non ha vermi, ha proceduto con il secondo vaccino. Poi lo ha pesato (sette chili e settanta di cane), gli ha guardato i denti, ha ispezionato le sue orecchie a padella, e gli ha dato un premietto perché Bobi si era fatto fare tutto senza battere ciglio.
Quindi mi ha invitata ad accomodarmi e abbiamo iniziato a parlare di alimentazione, canina e umana. Tra similitudini e differenze, consigli pratici e indicazioni, il dottor Matteo si è lungamente intrattenuto con me. Io intanto ondeggiavo le mie ciglia mascarate e lo ascoltavo puntandolo con il solito sguardo a pesce lesso.
Ubaldo ha compromesso il delicato corteggiamento in corso ammollando una cacata epica sul pavimento dello studio.