Nome da cani

16 novembre 2017

“La mamma di Niccolò Machiavelli si chiamava Bartolomea Nelli, suo padre si chiamava Bernardo, le sue due sorelle Margherita e Primavera, suo fratello Totto.”

Tutta questa manfrina per dire che totto qui da noi vuol dire cane.

L’uomo della folla

15 novembre 2017

“Non a tutti è dato di godere di un bagno di moltitudine: godere della folla è un’arte.”
Scriveva così, ne Lo spleen di Parigi, Charles Baudelaire.
Dalla metà dell’Ottocento in poi, insieme alla modernità e alla nuova realtà urbana irrompe sulla scena della letteratura, e poco più tardi dell’arte, la folla, la massa cittadina con il suo movimento tumultuoso e incessante.
Nel 1840 lo scrittore americano Edgar Allan Poe pubblica una delle più antiche versioni del tema con il racconto L’uomo della folla, The man of the crowd, ambientato in una Londra brulicante di un’umanità inquieta.
Noi lo abbiamo letto in classe.
Come compito per casa ho dato la seguente consegna: “Sul modello del brano di Poe, tuffati nella folla cittadina, individua un soggetto per te interessante e seguilo. Seguendolo, cerca di cogliere ogni particolare del suo modo di deambulare, delle sue espressioni, del suo linguaggio corporeo. Poi scrivi tutto.”

Invito i colleghi di Italiano che hanno una quinta superiore ad assegnare lo stesso lavoro.
Leggeranno cose inimmaginabili, strepitose, bellissime.

Tanti calzini per nulla

15 novembre 2017

E’ stato fatto tutto per lei.
E lei stamani era assente.
Io però ho realizzato un vecchio sogno.
E loro si sono divertiti un sacco.

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Mamma o fidanzata

14 novembre 2017

Quando, venticinque anni fa, arrivò in casa Nello, Sgomèa stabilì che la sua mamma sarebbe stata lei.
“E io?!”
“Tu sarai la sua fidanzata.”
Per i 12 anni che è vissuto, così, io in famiglia sono stata considerata la ragazza del mio cane.
Vai dalla tua fidanzata, esci con la tua fidanzata, stai con la tua fidanzata, diceva la sua mamma, che era anche la mia.

Ora Sgomèa non c’è più.
E Bobi è tutto mio.

Ho deciso che per qualche mese ancora sono la sua mamma. Poi quando è più grande divento la sua fidanzata.

Due Calzini

14 novembre 2017

Nella mia nuova classe, una prima, c’è una ragazzina bellina da morire coi capelli rossi e un nome originale. Il suo hobby è la brandamaglia. E’ timida, molto riservata, taciturna e introversa. Non ama essere chiamata né coinvolta, ha abbracciato la filosofia del làte biòsas e vuole essere lasciata in pace. Io (finché posso) ce la lascio.
Ma ecco che, durante il compito di Italiano, si sfila le scarpette da ginnastica e resta in calzettoni. Incrocia la gambe e adotta la postura del Buddha.
“Ma… ti sei tolta le scarpe!”
“Sì.”
“Perché?!”
“Perché sto meglio.”
“E non hai freddo?”
“No.”
Laconica, convincente.

Stamani rieccola. Noi facciamo Grammatica, lei si sfila le All Star.
“Ma allora!”
“Cosa.”
“Ti sei ritolta le scarpe!”
“Sì.”
“E questa cosa non t’imbarazza?”
“No.”
“E non hai freddo.”
“No.”
“E ti senti a tuo agio.”
“Sì.”
“E cammini pure per l’aula, in calzini.”
“Sì.”

Non ho resistito.
Ho dato l’ordine, per domani, di portare tutti, me compresa, un paio di calzettoni antiscivolo coi gommini sotto.
“Ma no professoressa!”
“No, via, io non li porto!”
“Ma che vergogna, io non ci penso nemmeno!”
“Nemmeno io.”
“Io neanche.”
“Io oltretutto non ce l’ho.”
“Tu vai a comprarli.”
“Ma quando?!”
“Oggi pomeriggio.”
“No, via professoressa.”
“Chi non li porta prende un meno.”
“E a chi li porta mette un più?”
“Naturalmente.”

Ovvìa, domani tutti senza scarpe. Il mio sogno da quando, in Thailandia, vidi che tutti gli impiegati di banca lavorano in ciabatte.

Tea time

13 novembre 2017

Oggi pomeriggio, per la prima volta dopo tre mesi di isolamento domestico durante il quale ho sospeso cene, merende e pranzi in compagnia per evitare agli ospiti l’indecoroso spettacolo di un cucciolo che piscia e caga ovunque inneggiando all’anarchia intestinale, ho ricevuto.
Un tè per due colleghi.
“Mi raccomando. Non mi fare scomparire. Comportati a modino. Non saltare alle gambe, non snervare gli ospiti, mantieni la tua eleganza anglo-labronica. E soprattutto, non fare la pipì!”

Lui invece l’ha scodellata sul pianerottolo all’arrivo per l’emozione e alla partenza per il dispiacere.

Quando lui non c’era

13 novembre 2017

In virtù di una domenica iperattiva trascorsa nel Profondo Veneto tra amici e parenti, stamani il torinese non voleva saperne di scendere dal letto. Dai, picchia e ména, alla fine si è lasciato prendere in collo e portare in cucina, tra uno sbadiglio e l’altro ha spolverato la sua pappa, di malavoglia è sceso a fare la pipì, poi ha voltato il culo, si è impuntato e ha ripreso l’ascensore per tornare in casa. Una volta dentro, si è fatto asciugare le zampe e ha chiesto di essere riposizionato nella postura esatta da cui lo avevo disturbato.
Sicché, per la prima volta dopo tre mesi, ho potuto governare me stessa senza averlo tra le palle giacché dal 24 agosto scorso, come canta Guccini, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento.
E mentre espletavo le mie faccende, ripensavo a com’erano le mie mattine quando lui non c’era.
Una bella seduta sul wc senza sentire quel naso fradicio che mi bussetta sulle gambe, una doccia lunga senza vedere quel musone in trasparenza attraverso il vetro scorrevole, un lento abbraccio con l’asciugamano senza percepire quella lingua che mi lecca l’acqua dalle gambe, una vestizione tranquilla senza dover lottare per strappargli i calzini di bocca.
Insomma una noia incredibile.

Il torinese

13 novembre 2017

“Ma guarda che faccia c’ha il tu’ cane.”
“Ti piace?”
“Mi garba parecchio. E’ buono, simpatico, intelligente. Ma più che altro c’ha quella faccia. Pare un torinese.”
“Un torinese?!”
“Sì. Hai presenti quegli omìni di Torino, tutti seri, col muso sempre lungo, concentratissimi, pensierosi?”
“Ma cosa c’entra Torino.”
“Non lo so. Ma ti dico che il tu’ cane pare un torinese.”

Quest’anno ho una classe nuova.
Come con tutte le classi nuove, arriva il giorno in cui uno si fa coraggio e chiede: “Ma lei professoressa è sposata, fidanzata…?”
Ho risposto che sto con uno di Torino.

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Cicalino

12 novembre 2017

Ho preso il cicalino luminoso da bici e l’ho applicato al collare di Bobi.
Adesso alle Cascine possiamo andare anche col buio (che sono ancora più suggestive).
Prossimo passo: un laser di quelli con cui una volta le discoteche segnalavano alla città la propria posizione.

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Non so fare l’insegnante

11 novembre 2017

“Ragazzi, ragazze. Da quando ho rivisto il mio professore di Filosofia del liceo e ho assistito alla sua lezione sulla Rivoluzione russa, ho preso coscienza di un fatto atroce.”
“Quale?!”
“Che io non so insegnare.”
“Ma cosa dice.”
“Davvero, ve lo giuro. Io non so fare l’insegnante.”
“Ma via profe.”
“Vi dico che è così. Faccio i salti mortali per appassionarvi, per coinvolgervi, per non annoiarvi. M’invento strategie, trovate, teatrini, attività, quelle che io chiamo le mie ideone insomma. Invece lui stava fisso in cattedra, non si alzava mai, parlava con la sua voce a nenia. Ma ogni volta c’incantava.”
“Magari se lui venisse a far lezione a noi, non ci piacerebbe.”
“Impossibile. Restereste affascinati come ne restavamo noi.”
“E quindi?”
“E quindi sono depressa, mi sento una fallita, non so fare il mio lavoro.”

Ma loro hanno detto che, se così fosse, sarebbero già andati a dirlo alla preside.
‘St’infamoni.