Il cuore a Livorno

31 dicembre 2017

Livorno è una delle (pochissime) città per cui sarei disposta a lasciare Firenze. Ai ragazzi di quinta dico sempre che, quando si saranno diplomati, potrei essere pronta per la grande scelta. Nell’attesa, a Livorno ci vado quando posso. Per esempio dopo Natale, in una casetta deliziosa trovata su airbnb, con un bellissimo giardino tutto per Bobi. Abitiamo per qualche giorno in Borgo dei Cappuccini, un quartiere ancora intatto, genuino, di livornesi veri, barracci che servono il ponce e trattorie frequentate da chi il pesce è abituato a mangiarlo buono senza tante smancerie. La Cantina Senese, per esempio, ritrovo di omìni che verso il tocco si presentano per un gottino al bancone e poi vanno a ribere chissà dove. O L’Antica Venezia, poco distante, il cui proprietario quando gli chiedi “E’ troppo presto?” ti risponde “Dé, tard’unn’è”.
A Livorno è ancora possibile intavolare chiacchierate con chiunque e imbastire uno straccio di rapporto umano anche mentre compri il pane, il burro, un po’ di parmigiano perché hai ingurgitato troppo pesce e hai bisogno di fare un pasto in bianco. “Dé, o che avète mangiato?!”, “Di tutto, e tutto pesce, un se ne pole più”, “Ma se unn’avète provato le ciè’è non potète di’ di conoscère Livorno. Attro che il cacciucco. Le ciè’è dovète prova’”.
E ti spiega cosa son le ciè’è.
Le ciè’è (cioè le cieche) sono i piccoli di anguilla, in pratica de’ ba’i (dei bachi) che una volta a Livorno rallevavano con una pratica mostruosa.
“Pigliavano i gatti, dé, e l’aprivano nel mèzzo, poi li buttavano a riva. Arrivavano le anguille e ci facevan l’ova sopra, e quando l’ova si schiudèvano, le cie’e (i piccolini nati ovviamente ciechi) stavan lì a nutrirsi delle carogne. Arrivavano i pescatori e dé, le chiappavano a chilate. Oggi però unn’è più legale, dé, guai a cercalle, nemmeno sottobanco.”
E un po’ ridi, un po’ ti si gira lo stomaco, un po’ ti chiedi in che secolo siamo, un po’ ci vuoi restare per sempre, in quel secolo lì, in quel quartiere lì, tra quella gente lì, che t’incrocia pe’ la strada e t’attacca il bottone, ti racconta la su’ vita, tipo Fabio, bellino, un capo di riccioli, che poi si scopre insegna pittura all’Artistico di lì e c’ha anche una bottega in cui dipinge.
Al mare vai a Tirrenia perché ci son le spiagge che non vedi la fine, e l’onde portano di tutto a riva, troiai ma anche roba preziosa, sassi levigati, conchiglie piene, spugne naturali. C’è un monte di cani coi padroni a camminare zitti, ma poi ti fermi e non si chetan più, tipo Enrico e Veronica, livornese lui fiorentina lei, ma trasferiti un anno e mezzo fa a Valencia perché “dé, a lei ni fa ca’a’ Li’orno, a me mi fa ca’a’ Firenze”, e in Spagna hanno adottato Gino, un levriero con più cicatrici che peli, strappato a un rom che lo teneva di merda e lo affamava.
La notte a Livorno tira un vento micidiale, a Bobi gli volano le orecchie, ma si vede troppo che è felice. Talmente tanto che anche chi lo guarda diventa felice come lui.

img_0876
img_0900
img_0904
img_0921
img_0945

Il nostro buon Natale

26 dicembre 2017

Quando c’era la mamma, i Natali erano tutti rigorosamente a casa, con lei che si faceva un gran culo a cucinare e noi che c’ingozzavamo (anche) per farla contenta. Oltre che Sgomèa, infatti, la mamma era soprannominata Vaffinito, perché questo era il suo mantra (più che un’esortazione, una minaccia) ripetuto all’infinito a ogni portata. Tra il pranzo e la cena intercorreva un pomeriggio di bolle, sonnellini e passeggiate con le quali (inutilmente) tentavamo di far posto alle pietanze della sera.
Adesso che la mamma non c’è più, il babbo ogni Natale ci porta a pranzo fuori. E se il primo andammo per i fatti nostri al mitico Pin Rose, localone destinato ai matrimoni di tutti i valdarnesi, dal secondo in poi ci siamo aggregati ai nostri (tanti) parenti approfittando del fatto che il marito di una figlia del (defunto) Conte Max possiede un ristorante col giardino e la piscina. In queste occasioni cerchiamo sempre di fare tantissimo casino con cui onorare la memoria di chi ci ha lasciati per sempre.
Il programma è fisso e prevede ritrovo e sosta a casa del Rondine, che ci accoglie con un aperitivo di gran classe; sventratura dei pacchetti, esultanza e ringraziamenti per i regali ricevuti, musica e qualche ballo, quindi partenza per il ristorante, a due minuti d’orologio da lì.
Il ristorante è sempre esaurito e, poiché siamo ingombranti nel numero e nelle manifestazioni d’allegria, il personale ci piazza a un lato del salone finestrato. Inizialmente ci limitiamo a discorrere con quelli accanto. Alla fine ci vociamo da parte a parte. Quest’anno c’erano due grosse novità: la cugina S. incinta di 5 mesi, e io neo-mamma di Bobi, ospite d’onore della tavolata.

Letterina

25 dicembre 2017

Caro Babbo Natale,
quest’anno non portarmi niente: quello che volevo da tanto ce l’ho già.

img_0685

Auguri al bistrò

23 dicembre 2017

Ce li eravamo fatti di mattina nel parco all’intervallo. Ma perché non rifarseli di sera in centro dentro un localino, senza gli alunni intorno? C’è questo bistrò in Sant’Ambrogio, si chiama KmZero, l’hanno aperto da poco, lo gestiscono due giovani donne italiane e un cuoco indiano che propone solo vegetariano. Polpette, hummus, pane fatto in casa, olive, rollè di frittata ripiena, formaggi e miele, pomodori secchi, cetriolini giganti, lasagna al pesto. Una lista di vini tra cui sbizzarrirsi. E un vin brulé artigianale con cui scaldarsi prima di uscire al ghiaccio e tornare a casa (da un cane incredulo che l’ora della sua pappa sia misteriosamente slittata dalle ore 19 alle ore 23).
Auguri a tutti i miei colleghi e le mie colleghe: uno dei motivi per cui si sta così bene in quel liceo.

Una mattina al museo

23 dicembre 2017

L’appuntamento, come sempre quando c’è un treno da prendere, è davanti alla farmacia della stazione. La destinazione questa volta è il Pecci di Prato, Museo di Arte moderna e contemporanea che molti di loro non hanno mai visto. Vivo questa piccolissima trasferta come un antipasto della gita che faremo a marzo e me li prendo a braccetto a turno, scazzotto un po’ i bicipiti del Cece, faccio una carezza a Prince, mi coccolo le mie ragazze belle (come farò da settembre in poi senza di loro a scuola, meglio non pensarci). Per una geniale idea dell’organizzazione, copriamo il tratto stazione Prato-Museo Pecci interamente a piedi, fa freddissimo ma c’è un sole frizzantino, la caffetteria dove facciamo la seconda colazione ci rifocilla, le bimbe danno noia ai militari al distributore di benzina, i militari sclacsonano alle bimbe quando ripartono a bordo del jeeppone.
Ed ecco il Pecci, futurista nella sua ristrutturazione rinnovata. “Che cesso”, “Pare un’astronave”, “A me mi fa cagare”. A me invece il Pecci nuovo piace da morire, mi dà quella sensazione di cultura senza polvere, mi fa sentire nel presente delle cose. Ci accoglie Lucia, una guida giovane col sorriso imperfetto che mette il buonumore, ci fa sistemare i giubbotti sulle grucce e poi ci dice: sediamoci tutti qui per terra. Il Pecci è riscaldato da sotto, con il culo sopra il pavimento ci si sta da dio. Chiede i nostri nomi e li impara, chiede l’impressione a caldo sul museo, presenta la mattina che ci aspetta, e partiamo.
Gigantografie fotografiche, video mossi da mal d’auto, esperienze sensoriali dalla caverna alla luna. “E’ la prima volta che mi diverto così tanto in un museo” dice il Leo. Parallela alla permanente c’è la mostra di Józef Robakowski, un interessante fulminato che li acchiappa. Fotografano e si lasciano fotografare, posano in mezzo alle istallazioni, chiacchierano, ridono, ascoltano. Sono amabili da portare a giro, per questo dopo quindici anni di astensionismo tornerò in gita con loro. La seconda parte della mattinata li vede autori di un laboratorio analogico in cui confezionano diapositive su apposite carte colorate che alla fine mostrano a noi insegnanti.
La prospettiva di tornare alla stazione come siamo venuti mi atterrisce, invoco un autobus, “ma non abbiamo i biglietti e qui non c’è un posto in cui comprarli…”, hanno diciott’anni e bisogna insegnargli anche a scroccare un viaggetto a ufo sui servizi pubblici, “e se ci sgamano?”, e se ci sgamano si starà a vedere.
Una volta in treno parlano di video su youtube, di fidanzati fedifraghi, di cappellini di lana coi pon-pon, infamano qualche professore, ridono, si chiamano da scomparto a scomparto. Sono leggeri, profumati. Sono bellissimi da guardare, come le opere esposte nei musei.

img_0783

(nella foto: Prince su fondo giallo)

Ta-pum

21 dicembre 2017

Per vivacizzare le lezioni di Storia sulla Prima Guerra Mondiale (e poi perché giocarono davvero un ruolo importante sullo spirito dei soldati al fronte) porto la mia cassina mignon in classe, la collego all’iPad e faccio ascoltare alcune canzoni belliche.
“Ho lasciato la mamma miaaaaa… l’ho lasciata per fare il soldaaa’…. ta-pum! Ta-pum! Ta-pum!.. Ta-pum! Ta-pum! Ta-pum!…”

“Carina. Pare una canzoncina di Natale” ha detto Prince, scambiando il ta-pum col jingle bells.

Il senso della vita

18 dicembre 2017

“E’ per un motivo solo che noi studiamo la poesia.”
“Cioè?”
“Cioè trovare il senso della vita.”
“Eh, professoressa, non è mica facile però…”
“Certo, non è facile, ma è nostro compito cercarlo. Perché, altrimenti, vivere?”
“Io per ora non l’ho trovato.”
“Nemmeno io.”
“Nemmeno io.”
“Nemmeno io.”
“Nemmeno io. Lei, professoressa?”
“Certo, che domande.”
“Davvero?! E qual è, per lei?”
“Bobi.”
“Ahahah! Via, o profe, sia seria.”
“Sono serissima.”
“Ma una cosa materiale non può essere il senso della vita!”
“Bobi non è una cosa materiale.”
“E allora cos’è?”

Gli ho risposto Bobi è Dio.
Ma li ho visti un po’ perplessi.

Come far saltare una lezione

18 dicembre 2017

“Professoressa!”
“Dimmi caro.”
“Indovini mia madre cosa ha fatto!”
“Come vuoi che sappia cosa fa tua madre?!”
“HA PRESO UN CANE!”

Preside, glielo giuro, cinque minuti, non di più.

Dietro l’angolo

17 dicembre 2017

Sembra un fiumiciattolo montano.
Invece è qui vicino, appena svoltato l’angolo della città.
Quei luoghi che scopri e poi frequenti solo se hai la fortuna di possedere un cane.

img_0711

C’è una canzone di De André. Il titolo è Canzone per l’estate. Dalla frase più ripetuta del ritornello nasce uno spettacolo teatrale. E’ diviso in capitoli, perchè si racconta una storia. Due ragazzi di oggi che non ci pensano a volare: è già tanto camminare.
Fra spunti comici e diversi lati amari, due attori: un uomo e una donna, soli in scena, si affrontano durante il loro primo anno insieme. Mese dopo mese generano nuove storie, nuove visioni del mondo e nuove interpretazioni della realtà che li circonda.
Lei si chiama Simona Politi. Lui si chiama Nicola Fornaciari. E’ il mio collega di Matematica e Fisica. E’ simpatico e buffo anche nei corridoi a scuola. A teatro è bravissimo.

“Con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente, le tue nuvole in affitto, col permesso di
trasmettere e il divieto di parlare e ogni giorno un altro giorno da contare. Com’è che non riesci più a volare…”

Com’è che non riesci più a volare, Teatro del Cestello, Firenze.