Di corsa

30 gennaio 2018

“Darei mille libri per poter correre veloce come te.”
(William Shakespeare)

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Foto di gruppo

30 gennaio 2018

Da sinistra: Odilia (ride a crepapelle), Futura (sghignazza tra i baffi), Ziggy (si appoggia perché ha riso troppo).
Centrale, in primo piano, basso: Bobi (serissimo, riflette sui perché dell’esistenza).

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Chi non ricorda il film Quattro bassotti per un danese?
Due coniugi posseggono cinque cani: lei preferisce i quattro bassotti, lui il danese, e perciò spesso litigano.
Ero una bambina e già mi struggevo alla vista di quei quattro terribili nanetti e di quel gigante innocente a cui venivano imputate le colpe di tutti i guai combinati dagli altri.

Alle Cascine tutti i giorni arrivano un marito, una moglie, e sette cani. Cinque sono barboncini nani; gli altri due trovatelli adottati dal canile. Uno dei due (Pedro, minuscolo riassunto di un dobermann) ha una zampa atrofizzata che tiene sempre sollevata.
“Avete un giardino, immagino.”
“Massie.”
“O come fate a vivere insieme a tutti questi cani?”
“E non è tutto: abbiamo anche una passera.”

La trovarono che era appena caduta dal nido, la raccolsero e la portarono a casa. Per la questione dell’imprinting, ella si convinse subito che i due umani fossero i suoi genitori. Decise di restare. Da allora svolazza libera per le stanze, esce ed entra dalle finestre, mette in riga i cani, li becchetta se le danno noia, schiaccia sonnellini incastrata tra la camicia e il collo di suo padre.

“Si è costruita un appartamento dentro la capannuccia del presepe.”
“Non ci posso credere.”
“Guarda queste foto. Ci ha portato di tutto, striscioline di carta, pagliuzze, foglioline, tutto quello che trova, lo spezzetta con il becco e lo sistema a mo’ di nido.”
“E ora che il Natale è finito come fa?”
“Scherzi? Sono quattro anni che non riponiamo il presepe.”

E io m’immagino questa casa strana, popolata di gente bizzarra, che vive insieme a sette cani, mentre sopra le teste di tutti svolazza una passera che abita dentro un presepe anche d’agosto.
E sono contenta di avere un cane perché conosco persone di cui altrimenti avrei ignorato l’esistenza.

Narciso vaffanculo

29 gennaio 2018

La mitologia classica offre mille spunti per riflettere su noi stessi, la vita e gli altri.
In classe io racconto il mito, glielo recito anche un po’ (per il filo di Arianna annodo tutte le loro sciarpe e poi passo tra i banchi come dentro un labirinto; per Egeo che aspetta il ritorno di suo figlio Teseo sulla rupe più alta di Atene salgo sulla cattedra per poi buttarmi di sotto alla vista delle vele nere; per Orfeo che non sa resistere alla tentazione di voltarsi per vedere se Euridice c’è, faccio chiudere le imposte, attraverso piano piano tutta l’aula in penombra e un passo prima della porta faccio la cazzata colossale di voltarmi), glielo schematizzo alla lavagna, e poi scrivo bello grande О μύθος δελοι, invitando gli studenti stessi a intuire cosa insegna. Devo dire che viene sempre fuori roba forte.
L’ultimo studiato era quello di Narciso.

“Cosa ci insegna questo mito?”
“Che piacersi un po’ va bene, ma piacersi troppo no.”
“Che amare solo noi stessi ci rende aridi e indifferenti agli altri.”
“Che il narcisismo è un atteggiamento esistenziale sbagliato.”
“Bene. E io vi dico: state alla larga dai Narcisi. Essi sono pericolosi.”
“In che senso?”
“In psicologia il termine narcisismo è spesso associato a quello di manipolatore. Imbattersi in quest’accoppiata lessicale è una vera e propria tragedia.”

E così gliel’ho descritto in ogni dettaglio, il comportamento distruttivo e pernicioso del narcisista manipolatore che, pur apparendo una persona sicura e solida, in realtà ha poca fiducia in se stesso, si sente molto fragile e utilizza un comportamento manipolatorio (a volte in modo inconscio, ma altre del tutto consapevolmente) per difendersi dal profondo senso di angoscia e insicurezza che lo pervade. Il narcisista manipolatore ha la presunzione di sapere tutto e non accetta idee alternative alla propria, non è in grado di condividere nulla poiché c’è spazio solo per i suoi desideri. E’ totalmente incapace di mettersi nei panni degli altri, non sa cosa sia l’empatia, non dimostra gratitudine e non conosce l’intimità poiché gli fa paura soprattutto per la totale mancanza di fiducia nei confronti dell’ambiente circostante che gli impedisce di instaurare qualunque tipo di relazione sociale. Si riconosce per alcuni tratti distintivi, tra cui quello di evitare di dare informazioni su se stesso pur essendo molto curioso di sapere i dettagli della vita altrui: in questo modo immagina di detenere maggiore potere e di nascondere la propria insicurezza. Colpevolizzando e svalutando gli altri, si illude di aumentare il livello della propria autostima, attribuisce ad altri tutti gli aspetti che detesta di se stesso tramite un massiccio ricorso alla proiezione. Percepisce la vittima come un pericolo incombente da cui deve proteggersi e da attaccare prima che lei metta in atto un’azione malvagia (frutto della proiezione del narcisista). Le strategie a cui ricorre sono quelle di sminuire e screditare l’avversario e di generare in lui il senso di colpa. La vittima tenterà in ogni modo di dare le proprie ragioni, ma non serivirà a nulla, poiché l’attacco del narcisista manipolatore sarà incessante: si crea pertanto una spirale, in cui il narcisista manipolatore attacca, la vittima prova a spiegare e il narcisista svaluta e genera sensi di colpa. Tutto questo processo è poi permeato da bugie e da malintesi che il narcisista attua a proprio vantaggio, ricorrendo spesso anche al silenzio, al fine di non esporsi mai e lasciarsi aperta sempre una scappatoia. Questi comportamenti generano nella vittima dubbi, destabilizzazione e confusione: essa inizierà a prendere decisioni contro il proprio stesso volere.

“E come è possibile cambiare un narcisista?”
“Non è possibile. In quanto tale, il narcisista non ammetterà mai di avere un problema comportamentale, rifiuterà sempre l’aiuto di uno specialista (che invece gli farebbe molto comodo) e non muterà di una virgola il suo comportamento.”
“E allora cosa si deve fare?”

C’è solo una strada da percorrere.
Mandarlo affanculo per sempre.
Solo allora la vita tornerà a sorridere meravigliosamente.

Lo abbiamo incrociato alle Cascine un paio di giorni fa. Era disperato. E talmente confuso da non riuscire, sul momento, nemmeno ad aggeggiare al cellulare per mostrarci una foto del suo cane.
Birba (un maschio nonostante il nome) passeggiava insieme a lui nel parco la mattina, lungo il tratto che va dalla passerella al ponte della tranvia. Uno scatto improvviso, una rinculata, e il collare si è sfilato. Pochi passi trotterellati e Birba è scomparso. Di lui nessuna traccia. Inutili i rastrellamenti capillari, l’affissione di locandine, il passaparola tra i canai, la telefonata al canile municipale di Firenze. Birba sembra volatilizzato.
“Senza di lui manca la parte migliore di me” mi ha detto il suo umano. Solo chi vive insieme a un cane capisce il senso di queste parole.

Pubblico qui sotto la foto di Birba. Chiunque lo incroci per favore mi contatti.

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Un mattino insieme al Nano

27 gennaio 2018

Le lezioni si sono interrotte all’improvviso e le classi del triennio sono state accompagnate in gipsoteca.
Ad aspettarli c’era nientemeno che Silvano Campeggi, soprannominato il Nano, il pittore novantacinquenne diventato celebre per la sua attività di cartellonista per le case di produzione cinematografiche di Hollywood nell’epoca d’oro del cinema (1945/1970). Il Nano negli Stati Uniti è considerato tra i più importanti artisti grafici nella storia del cinema americano. E l’altra mattina guardava i ragazzi e sorrideva con l’espressione di un adolescente che nella vita non ha mai smesso di divertirsi.
“Infatti è proprio così -mi ha raccontato sua moglie, seduta tra gli studenti- Silvano si è sempre divertito e io, stando insieme a lui da sessant’anni, mi sono divertita quanto lui.”

Fu suo padre, tipografo e stampatore, a introdurre il giovane Silvano alla grafica e al design. Campeggi frequentò il nostro liceo, che allora si chiamava Istituto D’Arte di Porta Romana, e studiò con Ottone Rosai e Ardengo Soffici.
Alla fine della Seconda guerra mondiale ricevette un incarico dalla Croce Rossa Americana per dipingere alcuni ritratti di soldati prossimi al congedo; entrò in questo modo in contatto con la cultura, la musica e il cinema d’oltreoceano.
Presente la locandina di Casablanca? E’ sua.
Presente il cartellone di Via col vento? E’ suo.

Dopo averci regalato una Marilyn appena tratteggiata che sembrava viva, scegliendoli con l’occhio dell’artista, ha chiamato al cavalletto gli studenti che lo colpivano di più e li ha ritratti.
Dalla quinta ha pescato il nostro Prince e il suo bellissimo cespo di riccioli neri.

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La scomparsa dei dog-sitter

27 gennaio 2018

Andare in gita a Berlino con l’amata quinta implica trovare un dog-sitter a cui lasciare Bobi.
Io ne avevo trovati addirittura due, una coppia gay che fa questo di lavoro e che tratta i cani a pensione come figli adottivi. Avevo scelto loro perché fanno parte dell’associazione Cane Sapiens di cui Bobi è membro onorario, perché conoscono bene il mio cane e sanno che tipo è, e perché amano i cani più delle persone.
Li avevo avvertiti qualche mese fa, quando ancora non sapevo le date del viaggio, e loro contenti avevano accettato.
“Allora ragazzi -gli dico l’altro giorno alle Cascine dove c’incontriamo sempre- dal 5 al 10 marzo vado in gita: siete pronti per accogliere il mio Bobi in casa vostra?”

Quando ho scoperto che, proprio in quella settimana, saranno in vacanza a Cuba, ho avuto un mancamento.

La scelta migliore

27 gennaio 2018

Ci sono tre uomini. Un nonno, un padre e un figlio.
Il nonno è intelligente, mastica quel po’ di cinismo utile a risultare ironico e saggio, dietro capelli e barba bianchi.
Il padre è prigioniero di una vita che non lo convince, ma ancora non lo sa.
Il figlio è un insoddisfatto, ma a differenza di suo padre ha il coraggio di buttare il cappello in aria, licenziarsi dal lavoro e abbracciare una causa apparentemente assurda: ritirarsi a vivere in un cascinale maremmano in compagnia di capre e pecore.
La decisione del figlio getta il padre nello sgomento appanicato.
Il nonno invece plaude e, già che c’è, butta il cappello in aria pure lui e si trasferisce a Camaiore insieme alla donna che ama in gran segreto da una vita.
Sopra ai tre aleggia la presenza di una donna al contempo aspra, ferma, risoluta, complice e dolcissima.
Tutto si svolge in un salotto.

La commedia s’intitola come questo post, La scelta migliore.
Tra gli attori, il babbo e la mamma di Attrice, la mia alunna che possiede nei geni tutte le peculiarità per seguire le orme dei suoi genitori.
Ella mi ha invitata al Teatro delle Spiagge e io ci sono andata.
Ho riso e riflettuto tanto, mi sono divertita moltissimo.
Alla fine degli applausi, ho abbracciato la sua mamma, che -dopo il successo del Ciclone dove interpretava la barista Franca- lasciò il teatro in nome della maternità ma che adesso è tornata in scena spumeggiante come allora.
C’è sempre tempo, nella vita, per le scelte migliori.

No, non li ho corretti, va bene? E non li ho corretti perché era il fine-settimana anche per me, e se proprio ve lo devo dire me lo son goduto fino in fondo, ho invitato a cena delle care amiche, abbiamo fatto tardi, ho dormito fino a tardi abbracciata a Bobi, sono uscita a camminare, ho cucinato un ottimo pranzo, ho letto un bel libro, sono uscita di nuovo, sono tornata quando mi pareva, ho cenato in piedi, sono andata a teatro a vedere un’incantevole commedia che mi ha fatto ridere e pensare, ho ridormito un’altra volta fino a tardi all’indomani, sempre abbracciata a Bobi, e poi sono stata fuori tutto il giorno insieme a lui e a tante altre persone. Va bene? Posso? Eh? Posso?

Sìsì profe, tranqui, aspettiamo.

Profe si va in gita!

18 gennaio 2018

Non li ho contati, ma saranno quindici anni che non vado in gita con la scuola.
A parte qualche uscitina scappeffuggi da consumare in dodici ore, avevo chiuso con le gite vere, quelle con tanti giorni e soprattutto tante notti. Era finito il tempo in cui i miei alunni bergamaschi mi affibbiarono il nomignolo di Afterhour perché non volevo mai andare a dormire e quando si tornava dalla discoteca facevo mattina in camera con loro con la scusa di sorvegliare che non si facessero le canne. Adesso io la notte voglio dormire. Più che volere, devo. Sennò il giorno dopo sono un cencio.
E poi insomma, m’era passata proprio la voglia di stare una settimana a giro dietro a una banda di adolescenti. Che ce li portassero i loro genitori, a spasso per il mondo.
Poi, tre anni fa, ho conosciuto loro.
Facevano la terza.
Me ne innamorai facendo il primo appello.
E non mi capitò altro che con loro, perché i primini mi stavano sul culo e i secondini sì, per carità, bravi, anzi bravissimi, ma il colpo di fulmine è tutta un’altra cosa. Io il colpo di fulmine ce l’ho avuto con poche classi, in tutta la mia vita di insegnante. Una fu con la 4D del “Majorana” di Seriate, un’altra con la 1A della “Gramsci” di Firenze. Il colpo di fulmine è quando non solo tieni a loro perché sono i tuoi studenti e ti sono stati assegnati, non solo cerchi di fare bene il tuo lavoro, non solo li tratti con rispetto e considerazione. E’ quando ti entrano nel cuore, ci fanno una cuccia comoda, e non si schiodano più di lì. E’ quando ti dispiace se si ammalano e saltano le lezioni, se si innamorano, non sono ricambiati e patiscono; è quando ti rincresce se sono assenti perché stare con loro ti diverte; quando ti sale l’angoscia se a metà anno uno ha una crisi esistenziale e medita di ritirarsi. Il colpo di fulmine è qualcosa di potente e ti travolge con un affetto che assomiglia a quello che si prova per un figlio.
“Come farò quando vi sarete diplomati? -gli dico spesso proponendo loro un’ideona: farsi bocciare in massa e restare un anno in più -Cos’è, in fondo, un anno, in confronto a una vita intera? La scuola vi mancherà infinitamente! Restate qui con me! Tanto il lavoro manca, i soldi pure: stiamo almeno tutti insieme altri nove mesi!”. Mi guardano con una certa compassione.
Cominciarono dalla terza a chiedermi se li portavo in gita.
“Per carità! -risposi categorica- Non esiste. Io con le gite ho chiuso. Ho dato tanto nei primi anni di insegnamento, adesso sono vecchia: fatevici portare dalle colleghe giovani.”
Ci ritentarono l’anno scorso, in quarta.
“Ma allora siete sordi. Ho detto che io in gita non ci vado più!”
“Ma profe, andiamo a Torino! E’ una città bellissima! C’è il Museo del cinema!”
“Ve lo confermo: Torino è una città bellissima e c’è davvero quel museo: andatelo a vedere perché ne vale la pena. Ma non con me.”
“Ma profe.”
E insomma mi strapparono una promessa: che se in quinta fossimo stati ancora insieme, e se loro avessero continuato ad essere quel gruppo amorevole che erano, avrei fatto uno strappo alla regola e li avrei accompagnati. All’estero, per di più.
“Parigi!”
“Amsterdam!”
“Barcellona!”
“Madrid!”
“Londra!”
Invece andiamo a Berlino. Il 6, il 7, l’8, il 9 e il 10 marzo.
Una prospettiva strepitosa, se non fosse per un particolare ai tempi non previsto.
Quattro lettere, inizia con la B, finisce con la I.