Permessi eccezionali

28 febbraio 2018

Avete letto la notizia di quell’uomo che, fatta irruzione in presidenza, ha percosso il dirigente con l’accusa di aver offeso sua moglie, insegnante presso quella scuola di Aosta?
La vicenda in breve.
Una professoressa chiede al preside il permesso di portare il proprio bambino di un anno al collegio dei docenti, poiché non sa a chi lasciarlo. Il preside glielo nega. La professoressa insiste, sostenendo di essere veramente in difficoltà per problemi organizzativi. Il preside per due volte le risponde: “Non è un problema mio”. Giunge il giorno del collegio e la professoressa si reca al collegio col bambino. Il preside la allontana, annunciando per lei provvedimenti disciplinari.
La mattina successiva si presenta in presidenza un uomo di umore a dir poco nero. E’ il marito della professoressa. Afferra per il collo il preside e lo sbatacchia, lo colpisce, lo infama e lo accusa di aver umiliato la moglie. Una docente assiste allo scontro e chiama un tecnico della scuola per allontanare l’uomo, medico della Asl locale. L’uomo se ne va con le parole “Prega Dio che io non ti incontri per strada perché altrimenti ti stendo”. Quando il preside chiama i carabinieri, l’uomo si è già dileguato. Il dirigente scolastico ha querelato l’aggressore.

Cosa possiamo scrivere a commento di questa notizia?
Niente, a parte ringraziare il cielo per avere una preside che ammette Bobi a tutte le riunioni.

(Nella foto: Bobi, in braccio alla sottoscritta, segue una discussione impegnativa sulla didattica)

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Testate

28 febbraio 2018

Leggi gli articoli di cronaca che narrano di docenti percossi da genitori e pensi sempre: menomale a me non capita mai qualcosa di così atroce. Poi arriva un certo giorno.
Chiamerò *** il protagonista di questa storia (sfortunatamente vera) ricorrendo agli asterischi di Manzoni quando voleva fare il misterioso e non rivelare i nomi di luoghi o persone nel Romanzo. *** potrebbe essere maschio o femmina, giacché non ne rivelerò nemmeno il sesso. *** siede tra i banchi di una delle mie tre classi di quest’anno, ma perlopiù si limita a scaldare la sedia, dal momento che non fa praticamente niente. Quando non si dedica alla raffinata arte della forca, assiste alla lezione partecipando raramente: il suo quaderno resta quasi sempre a casa, i suoi libri sono pressoché intonsi, le sue consegne inevase, la sua testa perennemente altrove. Quando giunge lo scrutinio del primo quadrimestre, *** incassa e porta a casa sette insufficienze, accompagnate da una letterina elettronica che invita i suoi genitori a presentarsi a colloquio con i professori interessati. Mi si palesa infatti suo padre. Un uomo dall’aspetto distinto, dall’eloquio elegante. Cerco con lui un angolo tranquillo della scuola, ove riceverlo con la calma necessaria e dedicargli tutta l’ora del colloquio settimanale riservato alle famiglie. Il caso è delicato: se *** si ostinasse a mantenere il medesimo costume scolastico adottato finora, potrebbe profilarsi all’orizzonte una drastica bocciatura a giugno. “Stiamo cercando di recuperare –afferma il genitore, parlando al plurale, quando in realtà chi dovrebbe cercare di recuperare non è altro che ***- giusto l’altro giorno abbiamo lavorato alla ricerca di Storia che lei ha assegnato per casa. Abbiamo fatto un buon lavoro e gliel’ho detto: se a questo giro la Landi non ti dà (non dico 10) almeno 9, vengo io a scuola e alla Landi do una testata sulla faccia.” Ha detto così. Una testata sulla faccia. E lo ha detto a me. Che sono proprio colei a cui il temerario genitore, nel caso in cui il mio voto non dovesse soddisfarlo, vorrebbe tirare una testata. Cioè “la Landi” (senza “professoressa”, troppo lungo, costa fatica).
Per chi non lo sapesse, dìcesi “testata” quel tipo di colpo assestato (generalmente sul setto nasale, o più in generale in qualsiasi parte del volto) usando la propria testa come oggetto contundente. La cinematografia statunitense pullula di scene che ritraggono testate. In Italia, il giornalista andato a Ostia a intervistare Roberto Spada, fratello del noto boss malavitoso, potrebbe fornirne un’accurata descrizione esperienziale. Ma torniamo alla nostra storia.
Chiedo al padre di *** se abbia una vaga coscienza di quello che ha appena detto. Egli, probabilmente notando l’orrore dipinto sul mio volto, minimizza. Recalcitrante alla minimizzazione di una frase tanto grave, pongo di nuovo la stessa domanda: lei si rende conto di ciò che mi ha appena detto?
Sì, se ne rende conto. Ma sono io che l’ho presa male. Il suo è un modo di dire. Uno scherzo. Un “gioco” (virgoletto a fedeltà di citazione) che fa sempre con ***. E mi spiega che quell’espressione non sottende violenza, assolutamente, anzi, come ho potuto solo pensarci?!
Infatti io non ho pensato alla violenza. L’orrore che quell’uomo ha visto sul mio viso non era dato dalla paura di buscarne, ma da qualcosa di più grave che in gergo chiamerei la “comunella”. Fare comunella con i propri figli mettendosi in società con loro contro gli insegnanti è una pratica disdicevole e molto pericolosa. Fa passare un messaggio che dice: guardami bene, non sono tuo padre, sono il tuo amico, il tuo socio, di più, sono il tuo complice, per cui tu non preoccuparti di nulla, ci sono io ad andare in avanscoperta per te e a prendere a testate chiunque si permetta di non darti il voto che io deciderò per te. Metaforicamente, certo. Ma le metafore, quando si è adolescenti, sono come la realtà. Quel padre probabilmente non mi prenderebbe mai a testate. Ma, solo dicendolo al frutto del suo seno, è come se lo avesse già fatto. Ha preso a testate me, la materia che insegno, la scuola in cui lavoro, i miei colleghi, la mia preside, l’istituzione scolastica in generale, e perfino il ministero dell’Istruzione.
E io? Intanto ho raccontato (per iscritto, nero su bianco) l’increscioso episodio alla mia Dirigente. Poi si starà a vedere.

(Oggi, sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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L’alunno modello

26 febbraio 2018

Se tutti gli studenti fossero felici di andare a scuola come lo è Bobi in questi giorni in cui lo sto portando con me alle riunioni pomeridiane, insegnare sarebbe facile, imparare una passeggiata.

(nella foto: Bobi prima di entrare alla riunione sulle classi quinte)

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Rambobi

25 febbraio 2018

Sono giorni che si parla di Burian (dal russo буран, in fiorentino “buriana”: es. “come va a scuola?” “l’è buriana”, a indicare una situazione di forte agitazione), il vento di aria gelida, a volte molto forte, caratteristico delle steppe della pianura sarmatica a ovest degli Urali. Burian di qua, Burian di là, attenti a Burian, sta per arrivare Burian, al meteo hanno fatto dupalle grosse come du’ valanghe.
“Be’, non usciamo oggi?”, sembrava interrogarsi Bobi questa mattina al suo risveglio.
“Zitto Bobi, l’è buriana”, gli rispondevo dalle calde coltri di Sotvedel, il piumino ikea dal guscio floreale.
Ma Burian, a Bobi, gli fa quella che comunemente si chiama una sega. Ovvìa, giù, allora usciamo. Prima però gli piazzo il cappottino mimetico con interno in pile alla Rambo.
“No, dai.”
“Massì, sentirai come stai caldo.”
“Mi sento un idiota, mamma.”
“Anche gli altri cani in questi giorni vestono il cappottino, su da bravo.”
“Sì, giusto Pirelli, perché è una mezzacartuccia e pesa tre etti.”
“Non è vero: anche certi canoni grossi il doppio di te escono ben coperti.”
“Ma uffa però.”
Alla fine l’ho spuntata.
Adesso tutti lo chiamano Rambobi.

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Un ottimo cous cous

25 febbraio 2018

Cinque commensali, tra loro parenti e amici di lunga data, siedono intorno a una serie di portate mediorientali, su cui troneggia un piatto principe: il cous cous.
Una delle due coppie presenti alla cena sta per avere un bambino. Che nome gli verrà dato? All’annuncio che il nascituro si chiamerà Adolphe, il putiferio. Perché il nome, benché finisca con “phe”, quando lo si va a pronunciare, fatta eccezione per un accento di poca importanza, fuona “f” esattamente come quell’Adolf tanto tristemente noto alla storia.
E’ solo l’inizio di una battaglia dialettica che nell’arco della cena farà saltare tutto il castello di ipocrisie su cui si reggono i rapporti sociali.

Tratto dalla celebre opera francese Prenom firmata da Bernard Murat, al Teatro del Cestello ieri sera andava in scena Cous cous, per la regia di Massimo Alì.
Nel cast, il babbo di Attrice, la mia alunna di quinta che da tre anni -figlia d’arte nei geni- c’incanta con le sue interpretazioni poetiche e in prosa. Marco Natalucci (marito di Patrizia Corti, la Franca del Ciclone) sul palco è comico e intenso, veramente credibile e bravo.
Tra pochi giovedì sarà il suo turno, nell’iniziativa “Porta un genitore in classe” che ho imbastito per la classe del cuore.
“Verrò con un altro attore, avremo bisogno di una stanza in cui cambiarci gli abiti di scena e un tavolo su cui appoggiare degli oggetti -mi anticipa alla fine dello spettacolo quando vado a salutarlo- Rappresenteremo la vita di Pirandello, inserendovi numerosi brani dalle sue opere teatrali più famose, l’Enrico IV, i Sei personaggi, L’uomo dal fiore in bocca, ma anche dai romanzi e dalle novelle, Uno nessuno e centomila, Ciàula, Mattia Pascal.”

E insomma, io non vedo l’ora.

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Magico Folco

22 febbraio 2018

Le luci dell’aula magna si sono spente, si è fatto un silenzio totale, ed è partito un canto: la registrazione dell’ululato notturno di un branco di lupi.
E’ iniziato così l’incontro con Folco Terzani al Liceo Artistico di Porta Romana, dove ho la fortuna di insegnare.
Folco era arrivato poco prima insieme a Nicola Magrin, l’illustratore del suo ultimo libro (Il cane, il lupo e Dio), capelli lunghi e sorriso aperto entrambi, una luce sincera negli occhi e tanta curiosità per quello che sarebbe di lì a poco avvenuto. Forse però neanche loro immaginavano tanto.
Folco ti abbraccia come tutti ci dovremmo abbracciare: a lungo, intensamente, senza fretta, con dedizione. Abbraccia me e la collega che ha curato la corrispondenza con lui e la pianificazione di questa inconsueta giornata. Poi alza gli occhi e vede l’ottagono, l’atrio magnifico del nostro istituto. Sì, Folco, hai ragione, studiare e lavorare qui dentro, in mezzo a tanta bellezza, aiuta, gratifica e gasa.
Quando lo accompagniamo in aula magna, tra i ragazzi c’è già l’aria frizzantina dell’attesa. Loro lo guardano e pensano: dunque è lui che ha scritto quel libro, è lui che aveva quel padre speciale. Lui li guarda e pensa: dunque sono loro quelli con cui passerò le prossime tre ore, sono loro che mi faranno domande.
E poi si comincia.
La preside (dottoressa Laura Lozzi) presenta i due ospiti, la mia collega (Alessandra Bidut) presenta l’iniziativa, io presento le classi: la quinta, da cui tutto ha avuto inizio e con cui tutto trova un senso; la quarta, concentrato di cuori sensibili e teste pensanti; e due prime, aggiunte all’ultimo perché ci siamo detti che forse erano pronte anche loro (e non ci sbagliavamo) per un’esperienza così alta e preziosa.
Con il suo viso spigoloso e le sue sopracciglia folte, Folco è quello che si dice un uomo bello. Ma bello è soprattutto quando apre bocca. Il tono della sua voce è alto, il ritmo del suo eloquio serrato; la passione che mette in quello che dice e in quello che fa potente. Cosa fa, Folco? Viaggia. Tantissimo. Spessissimo. Lontanissimo. E cosa dice? Di non rinunciare al proprio sogno. Di non accettare un “secondo lavoro” aspettando tempi migliori per il primo, o il primo non arriverà mai. Di essere disposti ad affrontare tutto, anche la depressione, anche la povertà, pur di inseguire il progetto della propria esistenza. Di accettare la sfida che ci fa più paura, di più: di andarle incontro.
E anche se la sua personalità è così prorompente, ecco che nell’arco della mattinata si fa spazio suo padre. Tiziano, il vecchio saggio, irrompe in aula magna e si siede in mezzo a noi ad ascoltare suo figlio che racconta di essere “nato in una valigia”, a New York, e dopo pochi giorni di essere venuto in Italia; ma dopo tre soli mesi di essere partito di nuovo alla volta, stavolta, dell’Oriente. Non quello medio: quello estremo, il Sud-Est asiatico, quello della Cina, del Vietnam, della Thailandia, dove Tiziano trascinò la sua famiglia spedendo un minuscolo Folco (in lacrime) a studiare in una scuola cinese. Eppure quelle che furono le esperienze più dure sono diventate la sua forza più indomabile, le paure di ieri il coraggio di oggi.
Da cosa nasce il tuo libro? Come è nato il sodalizio artistico con Nicola? Perché nel tuo romanzo il Cane non ha un nome? Cosa dobbiamo fare per realizzare i nostri sogni? Quali scelte dobbiamo fare una volta conseguito il diploma? Tuo padre è stato ingombrante per te? Tante domande per Folco. Anche lui ne pone qualcuna, ma in fondo una sola, grande così, per i duecento ragazzi che lo ascoltano: dove volete andare? Chi volete essere? Che tipo di mondo e di vita cercate?
Ne nasce un dialogo paritario, una serie di confidenze intime da non trattenere con gelosia imbarazzata ma da condividere con trasparenza intellettuale. E quando prova a dare delle risposte, pur ammettendo di non poterlo fare, Folco lo fa: non lasciatevi irretire, non entrate subito nell’ingranaggio, prendetevi un anno sabbatico, partite verso una destinazione ignota anche a voi stessi, abbiate fiducia che qualcosa succederà e vedrete che succederà davvero, il mondo (a guardar bene) funziona grazie al sole e non grazie all’economia e alle banche, non siate antropocentrici, la natura non sta sotto di noi, sta di fianco a noi, tornate francescani, siate aperti alla critica, credete nella magia dell’impegno ed essa vi ripagherà, la scuola non è tutto anzi a volte è insufficiente, ma tutto quello che la scuola non può dare ve lo andrete a cercare da soli, forti delle basi culturali maturate tra i banchi.
Accanto a lui, il pittore Nicola Magrin lo guarda, lo ascolta, sorride.
La loro amicizia (incredibile a dirsi) nacque proprio nel parco di questo liceo: Tiziano era morto da poco e Nicola inviò alla famiglia Terzani alcuni acquerelli che ritraevano il vecchio saggio sulle montagne dell’Himalaya in compagnia di alcuni corvi. Ma nessuno poteva sapere che Tiziano sull’Himalaya passava il suo tempo proprio insieme ai corvi, nessuno tranne Folco. Che decise di contattare Nicola e di invitarlo a casa per conoscere lui, la sorella e la mamma. Anche così nasce un’amicizia, anche così nasce un progetto artistico. Perché fare un progetto con un amico dà forza ad entrambi, solidifica il progetto stesso e lo trasforma in atto compiuto con la morbidezza e la spontaneità con cui Nicola ha fatto in diretta quell’acquerello gigante (un asceta indiano a gambe incrociate, un lupo davanti a lui, e tra loro una ciotola di legno appoggiata per terra) mentre una web-cam lo riprendeva e proiettava l’immagine sullo schermo luminoso.
“Siamo tutti scombussolati, con la testa piena di quello che è stato detto, ci vorranno giorni per rielaborare questa mattinata, siamo in crisi nera.”
Quando i ragazzi ti dicono così, vuol dire è andata benone.

(Sull’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

L’animale più odiato dall’uomo (il lupo) e quello da lui più amato (il cane) non sono in realtà lo stesso animale?

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Un giorno di qualche mese fa pensai che i miei alunni di quinta erano pronti per fare la conoscenza di Tiziano Terzani, mio antico amore. Portai in classe alcuni dei suoi libri più travolgenti, glieli presentai per sommi capi, raccontai loro l’affascinante avventura biografica del giornalista e scrittore dall’incantevole prosa. Loro si sono fidati, lo hanno letto, e lo hanno assai gradito. Allora una collega disse: perché non proviamo a invitare qui a scuola Folco, suo figlio? Gli scrivemmo. Ci rispose. Era entusiasta alla prospettiva di conoscere i ragazzi, ma stava per partire per un lungo viaggio in India. Promise però che sarebbe venuto al suo ritorno. E’ tornato, e domani alle 11 varcherà il nostro portone per entrare in aula magna. Ad accoglierlo ci saranno anche gli studenti della mia quarta e della mia prima, coinvolti nella proposta e felici di partecipare. Folco ci ha fatto sapere che di suo padre parlerà volentieri, ma che gli piacerebbe parlare un po’ anche di sé. Così abbiamo letto anche Il cane, il lupo e Dio, la sua ultima pubblicazione arricchita dagli acquerelli di Nicola Magrin. Adesso tutto è pronto. Stasera vado a letto felice, domattina mi sveglierò piena di curiosità.

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Va’ dove ti porta il cane

18 febbraio 2018

Noi non ci siamo accorti di niente (lui poi, sommerso dal piumone e sovrastato dall’incastro col mio corpo), ma stanotte è piovuto come Dio l’ha mandata. Così stamani i corsi d’acqua erano gonfi come la gola delle rane. Il cielo livido, ma la campagna con tutti i toni del verde. La cascatella del Mugnone copiosa e rumorosa. La terra impregnata d’acqua, il fango limaccioso. Scarpe sozze eppur bisogna andar. Quando si ha un cane anche una giornata di merda appare bellissima.

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Mio padre votava Berlinguer

18 febbraio 2018

L’idea era bellina: un padre e un figlio che dialogano anche dopo la morte del primo, ricostruendo esistenze e fedi politiche.
L’autore del testo teatrale era una garanzia: Pino Roveredo, di cui ricordo ancora alla perfezione la cerimonia di premiazione per il premio Campiello e il viso umile con cui salì sul palco a ritirarlo.
Il sottofondo musicale live (un organetto suonato dalla giovane Tania Arcieri) faceva pensare alla ciliegina su una torta.
Il luogo della messa in scena (Teatro delle Spiagge di Firenze, periferico e diverso) prometteva uno spettacolo lontano dai nomi roboanti e spesso deludenti.
Invece una palla al piede sarebbe stata meno pesa.
Quel tipo di piagnisteo e di retorica stantìa che indurrebbero il più incallito comunista a buttarsi a destra.

Come vorrei (amarti io)

16 febbraio 2018

Ha i capelli biondi e lunghi che spesso tiene sciolti in Jesus Christ Style ma più spesso ancora lega in una coda bassa e un po’ disordinata; è magro, filiforme, ma con una struttura corporea perfettamente definita; il volto particolare, puntuto e spigoloso eppure di un’inspiegabile armonia; la pelle diafana; il taglio degli occhi morbido e allungato. Parla con una voce bassa e un ritmo calmo che rilassa. E poi le mani. Oh, le mani sono la parte più bella di lui.
Disegna come un artista affermato, scrive come un autore di fama, prende dieci in tutte le materie e suona la chitarra come Jimi Hendrix.
“Come vorrei essere nata nel 2000…” gli dico sospirando, davanti ai suoi compagni.
“Perché?” domanda lui.
“Perché avrei la tua età e potrei corteggiarti da mattina a sera. E ci metterei un impegno tale che alla fine soccomberesti alla mia corte e accetteresti di fidanzarti con me.”

E lui ha detto be’, professoressa, in realtà non dovrebbe nemmeno durare tanta fatica. Che a me è sembrato un complimentone.