Pisellone

31 marzo 2018

“Guardate chi c’è: Pisellone!”
“Sì, sta arrivando Pisellone!”
“Ehi, Pisellone! Come stai, tutto bene?”
“Ma quanto è bello Pisellone?”
“Davvero, ma poi che pisellone ha!”

E io mi giravo di qua e di là a guardare di chi dicevano.
E dicevano di Bobi.
Un impeto di orgoglio mi ha pervasa.

La promessa sposa

31 marzo 2018

L’abbiamo incontrata lungo il fiume. Lei veniva in giù, noi s’andava in su. Da lontano sembrava una cucciola di pochi mesi, piccola, minuta, raccolta, perfettamente proporzionata. Bobi ha sgranato gli occhi e ha portato avanti gli orecchioni. Poi le è corso incontro. Lei era legata, perché è ribelle, cacciatrice, indomita e fuggiasca. Bobi le ha annusato il culo e gli è piaciuto molto.
“Come si chiama?”
“Miuccia. E lui?”
“Bobi.”
“E’ bellissimo. Non avevo mai visto prima d’ora un beagle così bello. Quanti anni ha?”
“Neanche uno: ha solo dieci mesi.”
“Accidenti, sembra adulto. Mi piacerebbe tanto avere una cucciolata con un padre come lui.”
Ci siamo scambiate il numero di telefono.
L’appuntamento è tra due mesi, stesso parco, stesso fiume.
Ho già iniziato a soffrire di gelosia.

Cene da cani

31 marzo 2018

Il gruppo cascinaro dei canai, selezionatosi e cementificatosi nei mesi, a questo punto può dirsi a tutti gli effetti un gruppo di amici. Amici vari a partire dall’età (si va dai venticinque agli ottantadue), dai titoli di studio (quinta elementare-laurea universitaria), dalle professioni (pensionati-addetti alle pulizie-commesse-impiegate-infermiere-insegnanti), dallo stato civile (sposati-separati-fidanzati-single), fino agli orientamenti sessuali (etero-omo-bi), in un’apertura mentale che fa del nostro microcosmo erboso-arboreo-fluviale un modello auspicabilmente ripetibile in una società ideale. Perno del gruppo nonché motore immobile, l’uomo dello chalet, nostro barista di fiducia, tappa obbligata e piacevole per rifocillarsi prima e dopo ogni passeggiata.
L’abitudine a vedersi tutti i giorni porta alla condivisione di momenti significativi della vita di ciascuno, così abbiamo preso a uscire insieme anche la sera, qualora se ne prospetti l’occasione adatta. I compleanni, per esempio. O la partenza di qualcuno. Il beagle Ares e la sua mamma umana ci lasceranno per sempre martedì prossimo per andare a vivere a Fuerteventura, un’isola subtropicale delle Canarie nell’Oceano Atlantico.
A differenza delle altre cene, quella di iersera è stata piena di malinconia per tutti noi.

La Badiola

30 marzo 2018

La Badiola -un poggio sempre baciato dal sole alle spalle di San Giovanni- ha per me il sapore dei ricordi più struggenti. Quando ero una bambina il babbo e la mamma mi ci portavano spesso, per un pic nic, una passeggiata, noi tre da soli o con qualche parente molto amato, specialmente la zia Lolly. Ma quanto mi manca la zia Lolly? Tantissimo. E quanti anni erano che non ci tornavo? Tantissimi.
“Per salutarci prima della mia partenza per la Calabria -ha detto l’altro giorno il babbo- ti porto a pranzo al circolino della Badiola: sentirai come si mangia!”
C’era il sole, c’era il babbo e c’era Bobi. Il babbo aveva ragione: al circolino si mangia proprio bene.
“Quando io e la mamma s’era fidanzati -mi ha raccontato il babbo dopo pranzo camminando per i prati- si veniva sempre qua con la GS. Un giorno la si parcheggiò qui vicino al cimitero e poi ci s’imboscò un po’ tra le frasche a sbaciucchiarsi. E al ritorno (me lo ricordo come fosse ieri) c’era una serpe tutta acciambellata sul poggiapiedi.”
Bobi intanto spisciacchiava qua e là, contemplando il Pratomagno.
Siamo stati molto bene.

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A scuola da don Lorenzo

26 marzo 2018

Sto per entrare in classe a far lezione coi primini quando scopro che di lì a pochi minuti, in Aula Magna, un ex allievo di don Lorenzo Milani incontrerà alcune classi. “Posso imbucarmi con la mia?” chiedo all’organizzatrice dell’evento. Salgo al primo piano a raccattare i ragazzi e li porto con me; don Milani non sanno nemmeno chi sia, glielo accenno per le scale, il prete scomodo e ribelle che insegnava agli operai l’interpretazione del contratto di lavoro, l’esilio a Barbiana, l’idea di farne una scuola atipica e diversa, quei ragazzini strappati ai campi -le ragazzine alle faccende di casa- e messi a studiare 10 ore al giorno, tutti i giorni, domeniche e festività comprese, ma con un modo nuovo di insegnare e di imparare.

Mileno Fabbiani è un omone con le mani grandi, gli occhi buoni e il sorriso timido. Ci racconta mille cose in ordine sparso, autobiografiche e comuni, come di quando il babbo lo trascinò da don Lorenzo affinché lo recuperasse dalla cacciata avvenuta alla scuola elementare, e di quando lui scappava perché in quel posto sperso non voleva starci, ma anche di quando cominciò a provare curiosità per quella scuola senza voti né giudizi né pagelle, una scuola che metteva al centro dello studio l’attualità e che insegnava a cavarsela in tutti i casi della vita. Una scuola che durò quanto durò la vita di quel prete-padre, e che chiuse i battenti quando si chiusero i suoi occhi, dopo che lui stesso ebbe invitato i suoi ragazzi ad andare a fare scuola ma non lì: per il mondo, dove ce n’era più bisogno, perché “essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà”.

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Un’ottima scusa

25 marzo 2018

Uno non è che può andare a Livorno un giorno sì e un giorno no.
Essendoci stata una settimana fa, la regola morale avrebbe imposto di aspettare almeno fino a Pasqua.
Ma ecco la scusa perfetta. Una casa in vendita da andare a visionare. Appuntamento con l’agente immobiliare alle 8,30 del mattino: sveglia alle 6, partenza alle 7, arrivo perfetto in Corso Mazzini. Una sosta ai giardinetti per far evacuare Bobi, quattro piani di scale a piedi in un palazzo di fine ottocento, il mare dalla finestra, i gabbiani sopra il capo, una planimetria da portare a casa. E poi i piedi nella sabbia, le corse con il cane, la raccolta di piantine marittime da invasare una volta a casa, un tavolo sul molo sotto il sole, un piattone di pesce crudo da accompagnare a un bianco di Toscana, un giro in centro mentre la città sonnecchia perché son tutti andati in spiaggia, e l’incantesimo dei pescatori che in un silenzio burbero districano le reti.

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Il piacere

25 marzo 2018

E’ un romanzo di D’Annunzio.
Ma è anche un ristorante, in via D’Annunzio.
Devo dire che è molto più piacevole nel secondo caso, specialmente per andarci a cena con quattro colleghi e tre colleghe, in una serata finita ch’era notte, tra racconti, confidenze, aneddoti, tantissime risate e vino rosso.

Pupi siamo

23 marzo 2018

Finale col botto per l’appuntamento settimanale “Porta un genitore in classe”.
Ieri è stato il turno del babbo della nostra Attrice, la studentessa di quinta che da tre anni allieta me e i suoi compagni con letture interpretative e recite scoppiettanti di brani da imparare a mente.
Suo padre, Marco Natalucci, attore professionista, è venuto al Liceo Artistico di Porta Romana per portare in scena Pupi siamo, uno spettacolo interamente dedicato a Luigi Pirandello. Sai che palle, penserete. E invece no. Perché se Pirandello quando andavate a scuola vi è sembrato peso, sappiate che c’è modo di raccontarlo anche senza tediare, ma al contrario, coinvolgendo e commuovendo un pubblico di adolescenti. Basta scrivere un testo originale e incastrarci con sapienza e gusto i migliori brani della produzione pirandelliana, dal Berretto a sonagli al Fu Mattia Pascal, da Uno, nessuno e centomila a Ciaula scopre la luna, dall’Enrico IV all’Uomo dal fiore in bocca, dai Sei personaggi in cerca d’autore ai Giganti della montagna. E perfino la deliziosa Favola del figlio cambiato.
Babbo Marco non è venuto da solo. Con lui c’era l’ideatore e autore stesso dello spettacolo, l’attore Gianfranco Quero, siciliano puro dai tratti incredibilmente pirandelliani, che pensò e scrisse un testo simile a questo per portarlo in scena, da solo, in molti luoghi d’Italia. Poi incontrò Marco Natalucci, e quel testo da solista (che già funzionava a meraviglia) venne riadattato per un duo di colleghi e amici che sul palco s’incontrano, si scontrano, bisticciano, canticchiano, parlano all’unisono in perfetta sincronia. E come Pirandello proiettava le persone dalla vita reale nei suoi racconti letterari e teatrali, così Quero e Natalucci trasportano lo spettatore dalla vita vissuta alla vita narrata.

La sorte ci s’era messa d’impegno a cercare di compromettere la mattinata.
Un collega ci ha fottuto l’Aula Magna, luogo più raccolto e teatrale, scelto ai tempi insieme a babbo Marco come location dell’evento. Al suo posto c’hanno rifilato la Gipsoteca, sì, molto più bella e preziosa, ma troppo tutto: troppo grande, troppo luminosa, troppo rimbombante, troppo fredda. Guai a voi se ci mangiate dentro, tuonavano i bidelli quando hanno visto passare i sacchetti con il cibo del rinfresco finale.
E insomma ci siamo un po’ ingegnati e l’abbiamo sfangata: le sedie si son messe a semicerchio sotto le palle della statua del David, gli attori si son fatti cambiare nell’immenso magazzino dove son riposte tutte quelle opere che non trovano possibilità di esposizione dentro il grande liceo, a Cece abbiamo messo in mano il palo per microfonare l’audio nella registrazione e a Prince abbiamo ordinato le riprese per tirarci fuori un video.
Marco e Gianfranco erano interdetti. Nulla avrebbe funzionato.
E invece tutto è stato perfetto, e sembrava che ci fossero la penombra, l’acustica, l’atmosfera perfetta dei teatri, quando loro sono entrati in scena, così vicini a noi che quasi ci sembrava di toccarli, e ci sfioravano camminando, e ci fissavano guardandoci, così che quasi ci è parso di essere in scena insieme a loro, e che Gianfranco fosse davvero Pirandello, con quel suo eloquio lento ed elegantemente siculo.

Adesso che tutto è finito, lo spettacolo ma anche tutti i giovedì coi genitori, io credo che ai ragazzi resterà per sempre il ricordo di questa cosa strana organizzata insieme a loro, dove i babbi e le mamme non sono stati soggetti esterni ed estranei alla scuola, ma parte fondamentale della scuola stessa, lezione vivente di esperienza vera.
E Pirandello sarà per noi sempre qualcuno di molto, molto caro.

Grazie a tutti i genitori che sono venuti a trovarci, generosamente, senza percepire un euro.
Grazie a Marco Natalucci e Gianfranco Quero per averci regalato l’Emozione.

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Arno Beach

21 marzo 2018

Sono mesi che, quando usciamo dal bosco delle Cascine per costeggiare l’Arno, i cani ci mollano e partono a tutto fòco per i fatti loro. Noi restiamo lungo la passeggiata risanata di recente, uno splendido, ampio camminatoio coperto di un infinito tappeto d’erba in mezzo a cui stanno spuntando margherite, occhi della madonna e piscialletto. Loro invece si buttano a capofitto giù per la scarpata e spariscono tra le canne. Impossibile vederli, inutile sgolarsi per chiamarli, fanno finta di non sentire e tornano quando gli pare, inzaccherati, melmosi, sudici e fradici da mani nei capelli.
“Ma dove cazzo siete stati, si può sapere sì o no?” gli urliamo sopra i musi quando si ripresentano come se non se ne fossero mai andati. Loro ci guardano (“perché, che abbiamo fatto di male?!”), si guardano (“pronti?”) e ripartono a rotta di collo (“via!!!”), in un andirivieni sempiterno che ci lascia con il cuore in gola e la certezza che un giorno li vedremo tutti ad annaspare in mezzo all’acqua, trascinati via dalla corrente di un fiume sempre gonfio (“in quel caso che sia chiaro -annuncio a tutto il gruppo- io mi butto a costo di arrivare a nuoto a Pisa”).

Oggi però abbiamo deciso di fregarli.
Come sono spariti giù per la discesa, noi via dietro a corsa, zitti zitti e un poco gobbi tra le frasche per non farci scorgere. E abbiamo scoperto cosa vanno a fare.

Hanno una spiaggia privata, uno stabilimento balneare personale arredato di tutto punto (oltre al canneto che li cela agli umani, piante acquatiche, residui naturali, tronchi spezzati portati a riva dalla piena, reperti di spazzatura variopinta, diverse merde) e lì giocano a rincorrersi, infilano nell’Arno ad altezza pancia, stanano le nutrie, molestano i germani, giocano a un-due-tre-stella, a l’ultimo-puzza e a nascondino, improvvisano tornei di achei contro troiani, giacciono distesi al sole di questa primavera stramba, fanno svolazzare al vento le padelle auricolari.
“Ah-ah! Beccati, brutti lazzaroni fuggitivi infidi traditori! Dunque è qui che vi rintanate di nascosto!”
Scoperti e ammusoniti, sono rientrati sul pratone e non si sono mossi più.

(Nella foto, scorcio dell’Arno Beach con bagnanti.)

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La decisione

21 marzo 2018

Da quando il Moro mi ha detto quella cosa della Vanda, io ci penso sempre. Butto Bobi in macchina e vado a trovarlo in negozio.
“Accidenti com’è cresciuto! Che canone bello! E che muso incupito! Cos’ha, è arrabbiato?”
“Macché, ha questa espressione fissa. CoAutrice lo ha ribattezzato Buster Keaton.”
“Ha ragione! E’ lui, il divo del muto!”
“Che mi dici di lei, invece?”
“Eh, lei è a casa.”
“E come sta?”
“Ma, guarda, in realtà sta bene, è sempre la stessa, mangia volentieri, gioca, cammina con piacere. A non sapere niente, non si direbbe che ha un tumore. Tant’è che io e la mia compagna abbiamo preso una decisione.”
“Ah sì? Quale?”
“Non fare assolutamente nulla. Lasciarla vivere libera e serena finché giungerà la sua ora, senza mortificarla con operazioni chirurgiche e cure varie. Ci limiteremo a sperare che, andando per i sedici, anche il tumore proceda lentamente e la lasci in pace il più a lungo possibile.”

Ecco, io se m’ammalo di tumore voglio fare la stessa cosa identica.