Catacatascia

21 marzo 2018

Nel libro di Grammatica troviamo un esercizio in cui si parla della “catacatascia”, nome con cui nell’Italia meridionale viene chiamata la lucciola.
“Non avevo mai sentito questo nome: voi, ragazzi?”
“No, mai.”
“Lo trovo talmente bello, che da adesso vorrei che voi mi chiamaste così anziché Landi, se non vi dispiace.”

Tempo di tornare a casa e una di loro, per quell’esercizio della e-mail, aveva già scritto: gentilissima professoressa Catacatascia eccetera eccetera.

“Ricordati che domani non veniamo a scuola, ma andiamo al Teatro Puccini a vedere il musical con la 1M” mi dice ieri la collega di Inglese in corridoio.
“Certamente! Non ricordo però cosa andiamo a vedere: puoi ridirmelo per favore?”
“Andiamo a vedere Ourrhobinhooudth.”
“Cosa?”
“Ourrhobinhooudth.”
“Ah, be’, allora non solo non ricordavo: non conosco proprio questa opera…”
“Ma come, non conosci Ourrhobinhooudth?!”
“No. Mai sentita.”

Da un’indagine più accurata ho poi scoperto che stamani al Puccini davano Robin Udde.

Nel coworking space

20 marzo 2018

Io non c’ero mai entrata, prima di stamani.
Sono spazi al chiuso composti di più stanze, nelle quali soggetti anche del tutto estranei e sconosciuti tra di loro vanno a lavorare.
Si chiamano coworking space.
Il primo spazio di coworking propriamente detto nacque a San Francisco nel 2005 ad opera di Brad Neuberg.
In Italia invece il fenomeno è arrivato tra il 2008 e il 2010 e si è sviluppato seguendo tre strade: il coworking ibrido, il coworking importato, il coworking nativo, tipologie che non starò a spiegare perché non è ciò che m’interessa dire.
M’interessa dire invece che, appunto, stamani io e CoAutrice siamo entrate nel coworking space di via Porcellana, dove ci aspettava Redattore. E niente, finita la riunione e pianificati i mesi di lavoro da qui al 2021 (argh), abbiamo sguainato fuori da un sacchetto una schiacciata alla fiorentina preparata ieri sera a veglia, per offrirla anche agli altri casual workers. Ma loro (antepatici puzzoni stakanovisti e per nulla goderecci) non l’hanno voluta, così mezza s’è fatta fuori noi tre e l’altra mezza l’ha portata in casa editrice Redattore, mentre noi (sempre per non farci mancare nulla) s’andava a pranzo da Il Contadino.

Le tre e-mail

20 marzo 2018

Nel (vano?) tentativo di insegnare ai primini i rudimenti della scrittura, assegno un compito per casa.
“Questo è il mio indirizzo mail.”
“Ma vero o falso?”
“Ma che falso, vero!”
“Ah, ok.”
“Ciascuno di voi nell’arco di questa settimana mi scriverà tre mail: nella prima scriverete ad Antonella Landi vostra professoressa di Italiano, nella seconda ad Antonella Landi vostra vicina di casa, nella terza ad Antonella Landi vostra amica del cuore. Sarò sempre io, ma in tre vesti differenti. Di conseguenza, il registro linguistico dovrà adeguarsi al tipo di rapporto che vi lega alla destinataria.”
“Ma sarà sempre lei, giusto?”
“Certo, ve l’ho appena detto. Sarò sempre io, ma vestirò tre ruoli molto diversi, per cui non potrete rivolgervi a me nello stesso modo: ricorrerete a un registro alto quando scriverete all’insegnante, a un registro medio quando contatterete la vicina di casa, e a uno basso quando fingerete di rivolgervi all’amica con cui avete molta confidenza.”
“Ma, tipo, nella mail all’amica possiamo anche usare abbreviazioni?”
“Ma certo, tutte quelle che volete.”
“E anche le k al posto delle c?”
“Sì, chiaro.”
“E possiamo scrivere anche delle parolacce?”
“Naturale! Anch’io quando parlo coi miei amici ne dico. Ricordate che le e-mail devono essere credibili.”

Al che Paolone ha (erroneamente) dedotto che nella terza mail si può anche moccolare (voce verbale da mòccolo, sost. gergale, masch., sing. = bestemmiare fantasiosamente con un certo brio).

“Cosa ti piacerebbe fare per il mio compleanno?”
C’è solo una persona al mondo che chiede a un’altra (a me, nello specifico) cosa voglio fare per il suo compleanno. Questa persona è Lui.
“Portami a Livorno!”

Ultimamente Livorno non è solo la meta per una giornata fuori porta. Livorno è il progetto per una possibile vita prossima. Attenzione, non prossima-vita, proprio vita-prossima, cioè qualcosa che potrebbe accadere a breve: a Livorno ci sono ben due licei artistici e io ho già scritto a entrambi i dirigenti per saggiare un terreno finora inesplorato.
“Ma che, sei impazzita?! -esclamano i colleghi quando glielo dico, all’intervallo in mezzo al parco- E lasceresti Firenze? E lasceresti Porta Romana? E lasceresti i nostri ragazzi? Ma soprattutto, e lasceresti noi?”
“A Livorno?! -chiedono quelli di quinta- O non diceva che, dopo il nostro diploma, si sarebbe trasferita in Spagna? Certo, a Livorno sarà più facile venirla a trovare. Benché a noi il pesce non ci garbi mica tanto.”
“Te t’hai pers’i'ccapo -commentano gli amici canai delle Cascine- Livorno fa cacare e i livornesi sono tutti stronzi.”
Ai primi rispondo che Firenze m’è venuta a noia per il carico eccessivo di caos, stress e turisti, che Porta Romana effettivamente mi mancherebbe molto, ma che i ragazzi son bellini dappertutto e i colleghi possono fare delle belle macchinate e venire da me per il weekend.
Ai secondi dico che la Spagna metterebbe troppi chilometri tra me e la mia rete di affetti personali e che se il pesce non gli piace gli preparerò una braciolina.
Ai terzi rispondo a malapena: hanno un livello di campanilismo tale che ogni mia argomentazione cadrebbe nel vuoto più abissale.

“Quando si viaggia verso Livorno, c’è solo un cantante da ascoltare. Vai su Spotify e metti Bobo.”
Bobo Rondelli è l’anima di Livorno. Ne è la fotografia, la radiografia, il simbolo. Romanticissimo e sfavato, artistico e cazzone, volgarissimo e sublime, cantante inutile e sprecato, chitarrista eccelso, De André della nostra costa, filosofo irriverente che fa le imitazioni, balla e dice parolacce, Bobo rappresenta perfettamente quello a cui stai per andare incontro. Un popolo genuino, una gente schietta, estranea alla doppiezza e alla falsità. Gli stai sul culo? Gli garbi un monte? Te lo dicono in entrambi i casi senza tante smancerie.
Viaggio d’andata/ senza ritorno/ bella Livorno/ mi fermo qui…

La prima sosta è al Calambrone, la spiaggia dove correre col cane e incontrare altri come lui, tutti sciolti e liberi, col nasone nero da infilare nella sabbia umida, le unghie delle zampe per scavare il bagnasciuga.
Ma la seconda è alla Cantina Senese in Borgo Cappuccini, locale tipico nonostante il nome, che con Siena non c’incastra nulla. Prendiamo la zuppetta di cozze e vongole in guazzetto con la fetta di pane arrostita e agliata incastrata di traverso, un risotto al nero di seppia e uno spaghetto alle alici, una frittura di paranza con erbe di stagione ripassate in padella e un’insalata verde. Sulla crostata alla ricotta faccio piantare a sorpresa due candele con il numero dei suoi anni ma poi ordiniamo anche i cantuccini artigianali col vinsanto. E il ponce, a ripulire, che ci sta sempre e mette bene, riscalda e ti spinge fuori dal locale dove sennò metteresti le radici pur di stare ad osservare le dinamiche sociali di un’etnia di cui vorresti già far parte, il livornese scoglionato.

“Oggi però si cambia giro: ti porto dalla Madonnina di Montenero.”
“Dalla Madonnina?! A far’icché?”
“A chiedere la grazia per il trasferimento che vorresti. E a bere un altro ponce.”
Il Santuario di Montenero è famosissimo perché quella Madonnina lì è la patrona di tutta la Toscana. Le origini del Santuario risalgono al 15 maggio 1345, festa di Pentecoste, quando, secondo la tradizione, un povero pastore storpio trovò l’immagine miracolosa della Vergine Maria e seguendo un’intuizione interiore la portò sul colle di Montenero, luogo già conosciuto come rifugio di briganti e per questo considerato oscuro, tenebroso e non a caso detto il “monte del diavolo”. Diavolo o Madonna che sia, il Santuario vale una visita anche per chi non è religioso, fosse solo per contemplare Livorno dall’alto.

Ma ecco l’ora dello shopping, le ciambelle rinomate dell’Antica Friggitoria, tre regali da Piccadilly Sound, una passeggiata sotto i portici, un caffeino?, meglio un altro ponce, al mandarino questa volta.
Ed è già l’ora del tramonto dietro la Fortezza Vecchia, i containers immensi e colorati impilati al porto e mescolati all’odore del pesce che aleggia dappertutto, la gente che sta fuori fino a tardi, l’auto che punta verso Firenze, e occhio agli autovelox sulla Fi-Pi-Li (budello di su’ ma’).

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Il grande viaggio

16 marzo 2018

“Professoressa.”
“Ditemi, belli!”
“Allora io e il Biondo, dopo l’incontro con Terzani, abbiamo deciso e glielo comunichiamo ufficialmente: questa estate faremo un viaggio di tre mesi!”
“Davvero? E dove?”
“Non si sa mica ancora!”
“Ah, ecco, bravi.”
“Senta cosa abbiamo in mente. Nei prossimi mesi da qui a giugno faremo qualche lavorino-sega, tipo consegnare qualcosa in bicicletta…”
“Consegnare cosa?”
“Profe, non sia puntigliosa: ancora non sappiamo cosa. Qualcosa. In generale.”
“Sì, ma infatti, che domande stupide che faccio.”
“Basta guadagnare i soldi sufficienti per partire.”
“Perfetto. E poi partite. Ma per dove?”
“Uffa, non si sa le dico! Noi partiamo, poi si starà a vedere! Il viaggio (non ha sentito cosa ha detto Folco?) si fa da solo: l’importante è andare.”
“Mi sembra un atteggiamento molto giusto. Ma si può sapere almeno in che direzione? Est o ovest? Nord o sud?”
“Diciamo ovest.”
“Ho capito: andate in Spagna. Bravi! Anzi, bravissimi!”
“Dalla Spagna ci passiamo. Forse facciamo un pezzo del cammino di Santiago.”
“Ottima idea! Sono fiera di voi!”
“Oh aspetti un pochino. Ci faccia parlare. Se ne fa un pezzetto. Poi si sfora in Portogallo.”
“Ovvia. Sempre meglio. Lisbona?”
“Probabile. Ma è tutto da vedere. Potremmo arrivarci come no. Dipende.”
“Da cosa?”
“Dai soldi, anche. Noi si va finché ci s’hanno. Il Biondo ce ne ha più di me perché quello schifoso è di famiglia borghese. Io invece sono plebeo e parto da zero. Il mio babbo me l’ha detto: guai a te se mi telefoni prima di tre settimane. Comunque, quando si finiscono ci si ferma e ci si mette a lavorare.”
“E che lavoro farete?”
“Ritonfa. Non si sa professoressa. Non si sa. Quello che capita. Il Biondo (lei lo sa) disegna da dio. Potrebbe fare quello.”
“Okay. E tu, che invece a disegnare sei una schiappa e sei bravo solo col parkour?”
“Io posso sempre consegnare qualcosa in bicicletta.”
“Giusto. Come ho potuto non pensarci?”
“E insomma. Dove la fortuna ci offrirà un sostentamento, noi lì ci fermeremo. E naturalmente batteremo il luogo.”
“In che senso?!”
“Donne, professoressa. Donne. Cos’altro c’è d’importante nella vita?”
“Assolutamente nulla più di loro.”
“E infatti. Vede che comincia a capire.”
“Sìsì, capisco.”
“E contemporaneamente fare esperienze forti. Dormire dove capita, mangiare quello che troviamo.”
“Lo sapete che quasi quasi verrei anch’io?”
“Professoressa glielo volevamo giusto chiedere! A lei e a quella di Filosofia! Perché secondo noi voi due sareste adatte.”
“A fare le barbone, dici?”
“No, a fare esperienze!”
“Perché non vi portate dietro qualche compagna di classe? Clara, Emmina, perché non andate con questi due bruciati?”
“Macché Clara e Emmina, profe. Non son mica adatte. Sono troppo pische. Lei e quella di Filosofia invece siete grandi, siete esperte, chissà quante ne avete fatte fino ad ora, non vi scandalizzareste mica di nulla.”

Ora mi faccio spiegare cosa intendono con questa storia e poi magari vo davvero.

Penultimo giovedì con il nostro appuntamento settimanale “Porta un genitore in classe”: questa mattina, puntuale come una sveglia svizzera, in ottagono si palesa La Nutrizionista, mamma della nostra Anarchica.
Alta, perfettamente proporzionata, fisico atletico e volto rilassante, La Nutrizionista sale in aula e immediatamente, con grande naturalezza, prende confidenza coi compagni di sua figlia.
Inizia la lezione distribuendo un questionario sulle nostre abitudini alimentari.
Domanda numero uno: descrivi in breve cosa mangi e bevi abitualmente durante la giornata.
Domanda numero due: sottolinea nell’elenco seguente i cibi che consumi meno di due volte a settimana.
Domanda numero tre: sottolinea nell’elenco seguente i cibi che consumi tutti i giorni.
E ancora: mangi cibi integrali? Mangi alimenti biologici? Mangi velocemente? Chi influisce maggiormente nelle tue scelte alimentari? Fai attività fisica? Stai seguendo una dieta particolare?
Un garrulo brusio aleggia per la classe: sull’alimentazione tutti hanno qualcosa da dire. Vegetariana per esempio non fa mai colazione. Cece si sfonda di salumi e birra. Nesina subisce le imposizioni salutiste di sua madre. Albo, nel nome della curiosità gastronomica, ha contratto un morbo fastidioso all’intestino e per quanto lo riguarda i ristoranti etnici possono chiudere i battenti. Calligrafa prepara un dolce dietro l’altro. La Vio vuole andare a vivere da sola così potrà mangiare quello che le pare in santa pace. Prince chiede consigli per sostituire la valanga di biscotti che fa fuori a colazione. Io chiedo lumi per liberarmi dalla dipendenza da farinaceo e carboidrato.
La Nutrizionista accoglie ogni nostra domanda e confessione, sorride del mio amore per il Pugi ed il Gualtieri, infine disegna alla lavagna una piramide e coi gessetti colorati sintetizza la dieta mediterranea, nostra per dna e per cultura, una fortuna inusitata che molti altri popoli c’invidiano e di cui non abbiamo sufficiente consapevolezza. Nella base del triangolone ecco la frutta e la verdura, che non devono mancare mai sui nostri piatti. Al piano di sopra (salendo verso l’alto si posizionano i cibi sempre meno consigliati) pane, pasta, riso, cereali e olio d’oliva. Pane e pasta meglio se integrali. Vigilare sulla provenienza dei grani. Sospendere la guerra all’olio: noi in Toscana ce l’abbiamo buono, fa parecchio bene, quindi consumiamolo tranquilli. Terzo piano: legumi, pesce, semi vari (di sesamo, di girasole, di zucca) e frutta secca (circoscritta a noci, mandorle e nocciole). Quarto livello, pollame e carni bianche. Quinto, uova, formaggi e latticini. Il vertice della piramide è riservato alle carni rosse, ai salumi e ai dolci: che siano solo molto occasionali.
E cosa bere? La base piramidale è tutta dell’acqua; seguono tisane e spremute; the e caffè; vino e birra; alcolici (meglio nulla).
In ordine d’importanza, ecco i tre pasti del giorno: colazione fondamentale e irrinunciabile; pranzo importante; cena anche evitabile, o riducibile al minimo sindacale.
Essere curiosi, informarsi, leggere, sperimentare, impegnarsi, imporsi in famiglia per determinare la decisione di cosa mangiare. Tutto questo ci ha detto La Nutrizionista.
Io le ho chiesto se aver chiuso con il latte (come mi venne suggerito un paio d’anni fa) è stato un bene o un male (“è stato un bene: il latte favorisce lo sviluppo di presenze tumorali”), se la dieta del dottor Longo (cinque giorni al mese di sola verdura) è sana o no (“sì, lo è”), se secondo lei Valdo Vaccaro promuove un sistema di alimentazione equilibrato o se è un pazzo visionario (“nel settore alimentare nessuno è pazzo, nessuno è visionario, ma ciascuno va capito e applicato con criterio personale”).
Un’ora e mezza volata senza che nemmeno ce ne accorgessimo.
Come sempre, la coda finale dell’incontro è dedicata al buffet offerto all’ospite dalla classe.
“Oh, ragazzi, mi raccomando: domani niente porcherie! Vietatissima la finocchiona, bandito il salame, proibita la mortadella. Dolci pochi e sani” avevo intimato ieri.
Hanno portato una grandiosa macedonia, due torte salate che erano la fine del mondo, dei biscotti con pinoli, uvetta e cornflakes da morire di piacere. Cocchino, poiché oggi è il suo compleanno (coro: tanti auguri a te/ tanti auguri a te/ tanti auguri Cocchino/ tanti auguri a te), si è presentato con una torta al cacao e agrumi fatta ieri con sua mamma da leccarsi anche le orecchie.
Io intendevo furoreggiare con la mia schiacciata alla fiorentina.
Per l’ansia da prestazione non m’è lievitata e pareva un mattone.

Grazie di cuore alla dottoressa Laura Pirami per la splendida e utilissima lezione.

L’allarme

14 marzo 2018

“…e quindi, proprio in seguito all’infelice esperienza maturata suo malgrado presso i duchi Serbelloni, Giuseppe Parini scrive Il giorno, pometto didascalico-satirico-iperbolico-antifrastico, oggi considerato…” DRIIIIIN… DRIIIIN… DRIIIIN… “Ma è già finita l’ora?!”
“No profe! E’ l’allarme!! Oddio!!!”
“Mannò, che dite: la prova di evacuazione c’è stata una settimana fa.”
“Appunto! Questo è un allarme vero! Scappiamo!”
“Ma cosa dite, tranquilli, non è successo niente.”
“Professoressa come fa a dirlo?! Quando l’allarme suona, la scuola deve evacuare!!”
“Ma dai, non siate apocalittici.”
“Apocalittici?! Noi andiamo!”
“Mettetevi seduti dai, che andiamo avanti con la lezione su Parini.”
“O professoressa! Con tutto il rispetto, chissenefrega di Parini: sta suonando l’allarme!”
“Ho capito, lo sento. Però ragioniamo, pensate che notizia: classe dell’Artistico nel nome dell’amore per la cultura rifiuta la fuga e trova la morte tra le macerie della scuola crollata. Che onore! Che gloria imperitura!”
“Ma che è impazzita!? Noi andiamo!”
“Vi esorto alla calma interiore, simbolo dell’uomo saggio.”
“Noi preferiamo essere cretini, ma vivi! Prendiamo gli zaini e i giubbotti, scappiamo!!”
“Aspettate almeno che vada a informarmi dai colleghi delle altre classi.”
“Ma ora, sarà che in un’emergenza lei deve lasciarci qui per andare a consultarsi coi colleghi? Usciamo sul parco, coi suoi colleghi ci parlerà dopo averci messi in salvo!”
“Allora votiamo: chi vuole restare in classe alzi la mano. Sono delusa: vi facevo più impavidi.”

Che poi invece avevo ragione io e la campanella straordinaria non era un allarme ma il segno che andava fatto un minuto di silenzio per Idy Diene.

I tre idioti

12 marzo 2018

“L’uomo finge continuamente di essere quello che non è. Chi è brutto cerca di essere bello, chi è preda di angosce cerca di sembrare felice, chi non sa niente cerca di dimostrare di sapere tutto. Se non diventi consapevole dei tre idioti che sono in te, non diventerai mai un saggio. E’ superando i tre idioti che si diventa realmente saggi.”

La frase di Osho era uno dei cinque titoli proposti ai primini per il tema in classe di stamani.
Gli è piaciuta un sacco.

Password

12 marzo 2018

“Profe, ci dà la sua password per entrare nel wifi della scuola?”
“Non ci penso nemmeno.”
“Via, profe.”
“Ma non esiste proprio. Anche se, ora che ci penso, con un briciolo di fantasia potreste anche indovinarla…”
“Bobi!”
“Non esageriamo: non sono così stupida.”
“Ehm, le ricordiamo che prima di prendere il cane, in onore di Mimmo aveva messo gattocastrato.”

Be’, e allora?