Mi raccomando

15 aprile 2018

“Allora. La mattina ti alzi e ti sistemi. Colazione, doccia, vestizione. Poi vai a svegliare lui. Lui dorme finché non vai a svegliarlo. Sveglialo dolcemente, con la voce in falsetto e tantissime carezze. Se gli sbaciucchi la panciottina e gli strimbelli un po’ il pisellone a lui fa piacere. Vedrai che tira un sacco di sbadigli, tutti sonori, molto umani. Tu lodalo e gratificalo ogni volta che ne fa uno. Sussurragli all’orecchio la parola PAPPA, con espressione felice, densa di aspettative. Lui riconosce la parola, ma anche il tono lo aiuta. Quando deciderà che è l’ora giusta, darà segno di voler scendere dal letto (ti lascio anche la sua cuccia, ma tu la notte lo farai dormire insieme a te, sotto le coperte, incastrato alle tue gambe, a volte ti metterà il culone tondo sopra il viso e ti sveglierai con le sue palle sopra gli occhi, vedrai come sarà bello): prendilo in braccio e scendilo tu, è abituato così. Mentre ce l’hai in braccio, digli tantissime volte ma che cane bello, che cane bellissimo, a lui piace.
Nel frattempo gli avrai preparato la pappa nelle dosi che ti ho indicato. Non sgarrare. Quando torno voglio ritrovarlo magro agile e scattante come adesso, non il botolo in cui mi hai trasformato Mimmo. Acqua sempre fresca nella ciotola. Finita la pappa, portalo fuori per la pipi e la popo. Mentre siete fuori, ripetigli le parole PIPI, POPO (in alternativa CACCA e PISCINA), lui capisce tutto, ha un vocabolario già piuttosto ricco. Raccogli sempre gli escrementi, ti lascio qui tre cilindretti con i sacchettini colorati. Quindi riportalo su in casa e vai pure al lavoro. Uscendo, ricordati di non dirgli MAI, per nessun motivo al mondo, CIAO, oppure IO VADO VIA, ASPETTAMI QUI; vai via e basta, magari uno sguardo dolce, una carezza sul testone, ma nessuna parola di commiato. Per lui CIAO significa soltanto: se non vieni anche tu io mi levo dalle palle e ti abbandono, e questo vale solo quando al parco fa i capricci perché non vuol tornare a casa.
A pranzo hai detto che, anziché mangiare in mensa, tornerai a casa e mangerete insieme. Lui mangia solo due volte al giorno, mattina e sera, ma a pranzo è abituato a qualche bocconcino. La pasta che sia solo integrale e di ottima qualità, la Garofalo va bene. Di formaggi solo il parmigiano, qualche scaglietta. Niente mozzarelle, stracchini o formaggi molli in generale. Per tornare al lavoro, segui le regole della mattina.
Quando uscirai, il pomeriggio alle 17, inizierà il divertimento vero, sentirai uno struggimento forte, una smania di vederlo che ti spingerà a precipitarti in fretta per la strada: corri a casa, salutalo festoso, infilagli la pettorina e portalo nei posti più belli del circondario. Sappi che gli amici delle Cascine ti aspettano, ho dato a tutti il numero del tuo cellulare, ti chiameranno, ed ecco qui i loro, potrai chiamarli in caso di qualsiasi necessità e loro correranno. Poiché tu hai solo due moto, ti lascio anche la mia auto affinché possiate spostarvi in coppia e andare anche fuori città. La passeggiata di Pian del Mugnone per esempio a lui piace moltissimo e tu potrai fare un’ottima merenda al bar in piazzetta. Durante le passeggiate, massima attenzione: siamo nel mese delle processionarie, quei bachi rivoltanti e pelosi velenosissimi per i cani: alle Cascine per esempio tieniti lontano dalla fontanella dell’anfiteatro dove ne sono già state avvistate alcune. Fai attenzione anche ai forasacchi: ancora non sono secchi, ma non si sa mai. Controlla sempre naso e orecchie, puliscigli il pelo con acqua calda e aceto nelle proporzioni che ti ho scritto, asciugalo bene ché non prenda il cimurro.
La sera cenerete insieme e poi, dopo l’ultima passeggiata, arriverà il momento topico del giorno: infilare sotto le coperte insieme a lui, per un abbraccio lungo una notte intera. Avrai cinque notti di questo godimento. Quando tornerò e dovrai smettere, lo so già, sarai disperato.
Ogni sera, quando sarò in albergo, ci faremo una videochiamata nella quale tu dovrai dimostrarmi che lui non solo è vivo, ma gode di ottima salute. Spero che, avendo insistito perché non lo lasciassi ai dog-sitter-gay ma a te, tu sia consapevole e felice di questo privilegio. Riattaccato il telefono con te, videochiamerò mio padre per fare la stessa cosa con Mimmo, suo ospite per la settimana. Certo, sarebbe stato meglio per te avere in casa sia il cane che il gatto, ma Mimmo è gelosissimo e Bobi ne è terrorizzato.
Bene, mi sembra di averti detto tutto. Hai dei dubbi? E’ tutto chiaro?”

Lui ascolta muto fino all’ultima parola, quindi dice ora levati dal cazzo, vai a Berlino, e lasciaci fare le cose da maschi in santa pace.

Che fai, piangi?!

14 aprile 2018

Ed era logico che, dopo tanti pensieri, dopo tanta tensione, dopo tante fantasie orrorifiche, lui arrivasse.
Propio lui, il crollo emotivo.
E’ giunto alle 7:45, appena entrata in ottagono e incontrato Robert Redford, il collega di Storia dell’Arte.
“Cos’hai? Ti vedo cupa.”
Come al cospetto di un analista, ho preso a dirglielo, cosa avevo.
Fondamentalmente una cosa sola: il terrore che, per qualcosa che dovesse andare storto nella gita, il rapporto profondo, affettuoso e speciale che ho con la mia quinta possa andare a puttana. Un lungo triennio amoroso di complicità e collaborazione in fumo nel giro di cinque miseri giorni fuori patria.
“Ti capisco perfettamente” ha detto lui.
Mi è bastato.
La gola mi si è chiusa e gli occhi mi si sono riempiti di lacrime. Certi goccioloni salaticci mi scendevano sulle gote. Piangevo.
“Ma che fai, piangi??”
Sì, piangevo. E il trucco accurato del mattino si scioglieva mentre altri colleghi penetravano nell’atrio e si accorgevano di me.
“Che fai, piangi?”
“Piangi?!”
“Piangi???”
Sì, piango, va bene? Cosa volete?, piango. Non si può? Cos’è, siccome rido sempre, credete che io non pianga mai? Che sia un’oca giuliva? Che non abbia mai preoccupazioni? Invece ce le ho, va bene? Contenti? E c’ho un mattone nello stomaco che non si sposta mai, e la notte mi sveglio madida, e abbraccio stretto Bobi perché anche l’idea di stare senza lui per cinque giorni mi devasta. Io lo dicevo, che non ho più l’età per andare in gita, che in gita ci si va quando si è incoscienti, ci si sente ancora studenti e ci si scorda di fare l’appello sistematico ogni paio d’ore. Alla mia età si resta a casa, immersi nei propri affetti solidi, nelle proprie sicurezze statiche, nella quotidianità rassicurante e consolatoria.

“Profe, mi guardi. Sono io, l’Irene. Lei mi conosce. Sono io, sono così. Anche in gita sarò così, e sarò sempre io. Non deve temere niente. Questa gita è il nostro viaggio. Lo abbiamo aspettato tanto… ricorda? E’ dalla terza, quando ci conoscemmo, che ce lo promettiamo. Perché ha paura che potremmo litigare? Dobbiamo essere sicuri e felici. Io lo sono tantissimo. Profe, si fidi. Deve fidarsi.”

E allora io mi fiderò.

Ripensamenti

14 aprile 2018

È salita impercettibile, è montata piano, senza che me ne accorgessi, sorda, subdola, meschina; ha iniziato a svegliarmi nel cuore della notte, in mezzo al sonno più profondo, si è trasformata in sudarella, e la sudarella in attacchi di freddo antartico. Mi ha chiuso gradualmente la gola, mi ha accelerato il battito del cuore, mi ha fatto immaginare scenari da paura che genereranno un futuro apocalittico.
Si chiama ansia.
Qualcuno che attraversa la strada incautamente, qualcuno che esce di nascosto dall’albergo mentre tutto gli altri dormono, qualcuno che non ha mai bevuto in vita sua e lo fa proprio adesso perché è in gita, perché è lontano da casa e i genitori non ci sono. Qualcuno che si sente male perché mangia porcherie, qualcuno che vomita e deve restare in albergo, qualcuno che scivola, che cade, si rompe un piede, un braccio, una gamba. Qualcuno che cammina sul bordo del marciapiede e viene colpito alla testa dallo specchiettone retrovisore di un autobus di passaggio. C’è poco da ridere, a un mio amico capitò davvero.
A tutto penso, ora che l’ora si avvicina.
“Una volta in gita ad Atene andammo a un mercatino all’aperto, una studentessa s’infilò un anello al dito e lo rubò -mi racconta un collega all’intervallo con l’evidente scopo di infondermi coraggio- Un minuto dopo era distesa di pancia sulla macchina della polizia”.
“Una volta a Parigi scendemmo dal pullman e uno studente si lanciò a rotta di collo verso l’ingresso dell’albergo perché voleva entrare per primo -è il medesimo collega simpaticone a parlare- Si schiantò contro la porta a vetri che non aveva visto e la ridusse in frantumi. Lui per fortuna se la cavò con qualche graffio.”

“Mettiamo un caso” dico al segretario amministrativo della scuola.
“Dica professoressa.”
“Mettiamo il caso che io non vada in gita. Cosa accade?”
“Accade che deve cacciare 200 euro.”
“Mettiamo che li cacci.”
“Allora può restare a casa. Ma restano a casa anche tutti gli altri.”
“Ok, vado, arrivederci.”
“Arrivederci.”

Preparativi

12 aprile 2018

“Ragazze! Dobbiamo stabilire l’outfit per la gita” dico alle mie studentesse stamattina.
Facevano la simulazione della seconda prova di maturità, ma la questione che andavo sollevando era certamente più importante.
“Un paio di jeans, qualche leggings…”
“… qualche maglioncino di lana e di cotone…”
“… un giubbotto leggero, ché tanto mette bello…”
“… e scarpe da ginnastica.”
“Io i Doctor Marteens.”
“Io anche qualche vestitino.”
“Per la sera?”
“Sì, ma anche per il giorno.”
“Ma che vi portate anche i tacchi?!”
“Sie profe. A parte non ci sappiamo camminare, ma poi vogliamo stare comode. Anfibi!”
“Ah, ecco, brave. E poi mutande e calzini di ricambio, giusto? Quanti?”
“Almeno un paio al giorno per ciascuno.”
“Sì, e per il beauty compriamo tutto lì.”
“Benissimo, sono perfettamente d’accordo con voi: mi allineo!”

Improvvisamente spunta il Cece: “Professoressa, ha letto l’ultima circolare? Non si parte più alle tre di notte, ma alle due e mezzo. A questo punto io mi chiedo: perché andare a dormire? Non ha senso. Propongo quindi di fare seratona tutti insieme per locali, andiamo a strabere, così poi saliamo in pullman e ci addormentiamo secchi fino a Bergamo. Si allinea anche su questo, spero.”

Ci siamo quasi

12 aprile 2018

Dopo averlo promesso per due anni con la convinzione di una docente innamorata della propria classe, dopo aver tentato di tirarmi indietro con l’argomentazione dell’improvvisa maternità giunta a fine agosto scorso, dopo essermi lasciata convincere di nuovo dagli studenti stessi e dai sostenitori della tesi che un distacco dal figlio peloso non farà che bene sia a me che a lui, dopo aver provato a rimangiarmi la parola data alla notizia di un viaggio in pullman anziché in aereo, dopo aver ceduto definitivamente alla proposta di un percorso ibrido (in pullman fino all’aeroporto, in aereo fino alla meta), ci siamo quasi.

Domenica notte, alle ore 3, partenza da Porta Romana in pullman gran turismo.
Arrivo all’aeroporto bergamasco di Orio al Serio all’alba.
Imbarco su volo low cost destinazione Berlino.

L’ansia (da abbandono di minore, da prestazione, da pericoli misteriosi, da tragedie impreviste, da smarrimento geografico mio e altrui, da resistenza fisica alle ore piccole) mi divora.
Non ho (più) l’età per andare in gita scolastica.
Ma ormai ci siamo quasi.

La casa de papel

11 aprile 2018

Durante il forum di qualche settimana fa gli studenti della mia quinta, anziché partecipare alle attività proposte, decisero di chiudersi nell’aula 159 e sfruttare quelle ore per studiare e lavorare alla tesina d’esame. Li raggiunsi piena d’entusiasmo e intenzionata a dargli mano. Non sempre, però, la mia presenza garantisce impegno e concentrazione.
“Profe, come va con Netflix, cosa sta guardando ultimamente?”
Se li avesse garantiti, infatti, avrei dovuto dire: “Tutti zitti, teste chine e lavorare!”
“Ho un momento di stallo -risposi invece- Dopo The end of this f***ing world non ho trovato un’altra serie che regga il confronto. Mi sono fatta qualche puntata di Rita, l’insegnante danese tosta e cazzuta. Qualche filmino. Ma nulla di che.”
Fu l’inizio della fine. Perché Anarchica se ne saltò fuori con una lista di titoli a suo dire assolutamente imperdibili. Su tutti troneggiava una serie spagnola firmata dal regista Alex Pina.

Otto persone vengono reclutate per una rapina estremamente ambiziosa: irrompere nella Fábrica Nacional de Moneda y Timbre, la zecca nazionale spagnola di Madrid, stampare 2400 milioni di euro e fuggire con una refurtiva destinata a cambiare le loro vite. Si tratta di specialisti del furto, gente che non ha niente da perdere, poiché già pregiudicata e nota alla polizia. A sceglierli e prepararli al colpo più grosso del secolo è Il Professore, un uomo privo di identità sociale che non rinnova i propri documenti da anni e per lo Stato praticamente non esiste. Neanche gli otto componenti della banda devono conoscere il vero nome degli altri, per cui ciascuno sceglie per pseudonimo un nome di città: Tokyo, Berlino, Rio, Nairobi, Denver, Mosca, Oslo e Helsinki.
Il gruppo si ritira in una villa isolata e fatiscente nei dintorni di Toledo e lì, per cinque mesi, pianifica nei minimi dettagli la rapina.
Una mattina (mi son svegliato/ o bella ciao/ bella ciao/ bella ciao ciao ciao) gli otto indossano una tuta rossa con cappuccio, calano sul volto la maschera di Dalì e irrompono alla zecca.

Thriller, furti, ostaggi, sparatorie, agguati, fughe, inseguimenti, nascondigli: niente di tutto questo mi è mai interessato. Per questo dissi ad Anarchica: “Non fa per me.” Poi però, una volta rientrata, detti il via al primo episodio de La casa di carta.
Il giorno smise improvvisamente di essere fatto per vivere; la notte cessò di essere il momento dedicato al sonno. Fatta eccezione per le ore da passare a scuola e il tempo da dedicare a Bobi, tutte le altre occasioni furono risucchiate dall’avventura di quei nove personaggi, mi ritrovai volutamente prigioniera della zecca insieme a loro e (colpita da una forma gravissima di sindrome di Stoccolma) perdutamente innamorata di Berlino.
Un bruttissimo giorno l’ultimo episodio della prima serie finì e io toccai con mano il senso delle espressioni horror vacui e depressione da nido vuoto.
“Tranqui profe -disse Anarchica- il 6 di aprile arriva la seconda!”
Inizialmente mi chiusi in un taciuto conto alla rovescia: con che coraggio avrei potuto confessare la mia dipendenza? Chi (a parte Anarchica e pochi altri) avrebbe potuto capirmi? Ma poi mi dedicai al proselitismo con una certa cura capillare.
“Tu che sei patita delle serie -chiesi a CoAutrice- conosci La casa di carta?”
“Mai sentita” mi rispose.
Con una serie di domandine apparentemente innocue (come hai fatto a vivere finora?, che senso ha la tua esistenza?, come puoi pensare di raggiungere le più alte vette del piacere fisico e mentale?) la spinsi al tablet. E una.
Poi lo dissi a mio fratello. E due.
A quegli studenti che non l’avevano mai vista. E tre, quattro, cinque, dieci.
Addirittura ai primini. E ventinove, tutti in una botta.
Tutti cadevano nella rete della dipendenza. Mi sentivo sempre meno sola.
Quando giunse il 6 di aprile.

La prima serie si era arrestata sul più bello. L’ispettore di polizia, una donna piena di fascino e problemi personali di nome Raquel, stava per sgamare Il Professore.
La seconda ripartiva proprio da lì, da quella scena nel casolare di Toledo (non spoilero oltre, giuro).
Complice un’invalidante cefalea di natura forse psicofisica, scivolai sotto il piumone insieme a Bobi e ci rimasi una ventina d’ore. Tra stati di veglia, pathos e sonno rinfrancante mi sparai le nove puntate inedite, fino al finale, pirotecnico, esagerato, mastodontico, meraviglioso, rivisto almeno diciotto (forse venti) volte.

Al momento io non parlo d’altro.
Chi vuole discorrere con me, prima deve guardarsi le due serie, perdere la testa per uno dei personaggi (guai a chi pensa di rubarmi Berlino) e poi abbandonarsi a memorie e citazioni di una storia che è più bella del più bel libro letto.
Dimenticavo, deve anche cantare (sottovoce o a squarciagola) Bella ciao.

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La domanda non fatta

5 aprile 2018

Ho passato le ultime ore delle vacanze di Pasqua a immaginare con orrore la domanda con cui mi avrebbero accolta gli studenti al rientro in classe. Sempre quella, petulante e ripetitiva, monotona e identica a se stessa tutti gli anni, mese dopo mese. Una domanda da cui nessun docente può scappare, a cui nessuno che insegni anche una materia scritta può sottrarsi.
“Profe, li ha corretti i compiti?”
Me lo chiederanno ancora prima di dirmi buongiorno, bentornata – mi dicevo. E io mi vergognerò, perché non ho fatto un’emerita sega, non ho corretto una sola riga e me la sono bellamente spassata col mio cane e i miei amici. Contemporaneamente m’incazzerò, perché è inumano tormentare un’insegnante che già deve affrontare lo shock del rientro a scuola dopo aver appena riassaporato l’indescrivibile sapore della libertà e dell’ozio (quello italiano, non quello latino).
Mi sono fatta una lista di scuse credibili: no, non li ho corretti perché avevo finito l’inchiostro di ogni penna e i negozi erano tutti incredibilmente chiusi, perché ho dimenticato i pacchi in sala professori e anche il liceo era inspiegabilmente chiuso, perché sono partita con l’aereo per un viaggio lungo sei giorni e i compiti in valigia non c’entravano, perché mi sono ammalata di letargia e ho dormito dormito dormito e basta, perché ho avuto una paresi momentanea alla mano destra da cui (miracolo) sono guarita solo stamani giorno del rientro, perché Bobi in un momento di voracità ha mangiato le verifiche di Italiano e pure i questionari di Storia, perché non mi dovete rompere i coglioni con questi compiti da correggere, sono ventisei anni che non faccio altro e la sapete la stramaledetta verità? Mi sono rotta il cazzo.

“Buongiorno profe!”
“Bentornata, come sta?”
“Passate bene le vacanze?”
“Dove è stata di bello?”
“Scommetto a Livorno!”
“Che si fa, cominciamo con Italiano o Storia?”

“Grazie, ragazzi.”
“Di che?!”
“Di non avermi fatto quella domanda odiosa. Vi voglio molto bene.”

Pic nic di Pasquetta

2 aprile 2018

Alle Cascine praticamente ci si vive. Ma il pic nic finora non ci s’era fatto mai.
“Ovvia, facciamolo per Pasquetta!”
“Ma infatti! Perché andare a cercare dei pratoni altrove, quando il pratone più bello ce l’abbiamo sotto casa?”
“Alle 11 all’Anfiteatro!”
La mamma di Odilia aveva portato persino i sandwiches per i nostri cani.
“Ma che ci hai messo dentro?!”
“Le loro pappine!”
Per noi non ci siamo fatti mancare nemmeno i cantuccini col vin santo.
Tanto poi si cammina e si smaltisce.
Prima però uno strame di coperte, cicce all’aria e sole a picco.
Il parco pullulava di gente a piedi, in bicicletta, sui pattini, coi libri e coi droni tra le mani, i palloni tra i piedi, le magline a maniche corte, le scarpe da ginnastica, i fiori e le fusciacche tra i capelli.
Rientrati col tramonto, Pisellone ha avuto un crollo inverecondo e ora russa a quelloddìo.

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Deviazioni pasquali

2 aprile 2018

La meta (se ci fosse bisogno di dirlo) era Livorno. Ma la partenza è stata tarda, l’energia quella tipica del giorno di festa, eccessivamente rilassata, la predisposizione ad affrontare la prima coda della stagione buona sulla Fi-Pi-Li assolutamente nulla.
“Sai che si fa? Usciamo alla prossima.”
“La prossima?!”
“Sì, San Miniato, Valdarno Inferiore.”
“Ma è in provincia di Pisa!”
“Hai ragione. Però è bellino. Ci sei mai stata?”
Io no, non c’ero stata mai. E un poco mi vergogno, ma non conoscevo niente di tutto quello che c’è in quel borgo medievale dove passò Francesco d’Assisi, dove Federico II di Svevia eresse una delle sue tante rocche per farvi risiedere il vicario per la Toscana, dove per qualche mese insegnò Giosuè Carducci e dove andò perfino Napoleone Bonaparte per farsi rilasciare un documento che gli serviva ad attestare la nobiltà della propria famiglia.
E poi è terra di tartufi!
“Per me un risotto ai gamberoni con scaglie di tartufo bianco. E anche una fetta della vostra celebre torta all’anice.”
Nel 1622 San Miniato ottenne la cattedra vescovile e quindi la diocesi: per questo oggi ci sono più chiese che credenti. Davanti al Duomo due donnine ci regalano due uova sode appena benedette: “Son freschissime, di ieri!”.
Dall’alto, un panorama e un vento che toglievano il respiro; in lontananza, e con un po’ d’immaginazione, Livorno.

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