Arriva a braccetto con Francesca, l’assistente che ogni giorno lo segue nelle questioni pratiche e organizzative. Varca il portone di quello che docenti e studenti chiamano “l’ottagono”, l’atrio d’ingresso dominato dall’immenso Dioscuro. E anche se ormai la vista lo ha quasi del tutto abbandonato, si guarda intorno immerso nei ricordi.
Sergio Staino, il noto fumettista, vignettista e regista, ha un appuntamento coi ragazzi delle classi quinte dell’indirizzo Arti Grafiche del Liceo Artistico di Porta Romana, scuola in cui egli stesso studiò molti anni fa e che oggi accoglie una sua mostra.
Con passo lento e concentrato prende posto al grande tavolo dell’Aula Magna, ma gli si mette di lato. Seduta al pc sul lato opposto, Francesca fa partire un video. Ed ecco, in mezzo a un pugno di colori vividi, i tratti di un omone con il naso tondo e grosso a cui siamo abituati da anni, Bobo. Accanto a lui un bimbo con i riccioli rossi. In sottofondo le prime note di una musica ben nota a chi è cresciuto in compagnia dei cantautori: Francesco Guccini, Il vecchio e il bambino.
“Mi piace cominciare così questo incontro –ha esordito il maestro- per la simpatia che provo per il fumetto come per la musica d’autore, arti parimenti vituperate e per molto tempo considerate di serie B”.
A giudicare dal silenzio attento con cui lo ascoltano parlare, anche ai ragazzi presenti piace questo inizio. Staino parla sottovoce, come se quello che dice fosse una serie di confidenze riservate. E infatti lo sono. Comincia da lontano, dall’inizio, dall’8 giugno 1940, giorno della sua nascita a Piancastagnaio, da una mamma fiorentina e da un babbo che dal Sud era venuto in Toscana a fare il carabiniere. Due giorni appena, e l’Italia entra in guerra: il babbo parte soldato, la mamma resta sola a prendersi cura del neonato. Sarà l’inizio di un legame speciale, forte e imperituro, una fase indimenticabile nella mente di un bambino destinato a fare del disegno una professione. E’ proprio quella mamma a mettergli in mano, dai tre anni in poi, l’occorrente per ridisegnare le tavole dei libri illustrati. Forse, più che una predisposizione naturale da andare a ricercare nei geni del dna, è stata questa nuova genesi materna a produrre il talento, come se il disegno fosse un secondo ventre di donna in cui poter rientrare alla bisogna, nei momenti di smarrimento, di debolezza, di paura, disegnare per guarire, per vivere meglio, o per sopravvivere.
“Ho sempre disegnato dappertutto, anche usando materiale non adatto, il disegno è stata la mia droga, la sicurezza, la dolcezza, ho sempre pensato a quale miracolo sia portare su un piano qualcosa che nella realtà è tridimensionale e si muove. Pensateci.”
Ci pensano, gli studenti dell’Artistico; ci pensano mentre contemplano quell’uomo che ha bisogno di essere guidato per spostarsi, ma non per affabulare con grazia, ironia e leggerezza di quando, alle scuole elementari, viene subito individuato come una sorta di enfant prodige e portato per mano e per bocca da una giovane maestra incantata dal dono a colori di quel piccolo alunno. “Era innamoratissima dei miei disegni. A 9 anni mi portò agli Uffizi e io per la prima volta restai imbambolato davanti a tutti quei cavalli dipinti dai grandi maestri.”
Il sogno finisce alle medie. Bocciato in disegno. “Eppure gli amici non facevano che chiedermi: Sergio, facci una donna nuda!, e io li accontentavo, certo, lasciavo dei segni confusi tra le cosce, non avevo le idee molto chiare, ma poi approdai all’Istituto d’Arte.” E’ il 1952 quando Staino prende a frequentare quello che oggi si chiama Liceo Artistico, ma inizialmente lo fa in modo parziale: la mattina lavora in una fabbrica di ceramica, il pomeriggio viene a scuola per tre ore di “cultura generale” previste da un corso di apprendistato. Finché qualche docente gli suggerisce di iscriversi regolarmente ai corsi mattutini e prendere il diploma vero.
“L’Istituto d’Arte era allora una scuola molto trasgressiva di studenti borderline e straripava di creatività. Ricordo discussioni di ore sull’arte figurativa, sull’arte astratta. E rammento anche qualche nome tra i professori più carismatici, Nencioni che insegnava Ornato, Gatti che faceva materie letterarie. C’erano solo due sezioni, la A e la B. Non come oggi, che arrivate alla M.”
Preso il diploma, Staino si iscrive alla facoltà di Architettura e consegue la laurea. “Sì, sono diventato architetto, poi ho fatto molta attività politica, ho fatto il marxista-leninista, smettendo per fortuna prima di diventare terrorista” precisa con un sorriso sornione sotto i baffi.
In una fase esistenziale nera, la mano del disegno lo riafferra nuovamente per salvarlo dalle acque torbide in cui si sentiva annegare. “Era un periodo di merda, ma i sindacalisti mi invidiavano la capacità di disegnare e mi spingevano a farlo con più serietà. Il 10 ottobre del 79 mi dissi: provo a fare una striscia e provo a mandarla all’Eco di Scandicci. Chi prendo come soggetto? Un cane? Un pappagallo? Un papero? Gli animali erano già tutti presi. Alla fine feci un me stesso ingrandito, cogli occhiali, il nasone: Bobo. I primi critici a cui sottoposi quei disegni furono gli amici: se gli amici ridono, il lavoro funziona. Allora, in un delirio di onnipotenza, mi dissi: perché inviare Bobo solo all’Eco di Scandicci? Lo mandai a Linus.”
Esilarante è il racconto dell’attesa di una risposta, il tentativo di fingersi tranquillo quando Oreste Del Buono lo contattò al telefono, o quando al primo colloquio con Del Buono e Guido Crepax gli fu chiesto se la conformazione conferita alle strisce era intoccabile e Staino confermò che, sì, non andava toccata, mentre pur di uscire su Linus quelle strisce le avrebbe fatte anche rotonde.
Staino è un torrente di parole lente che ti s’incollano addosso, è una fonte di aneddoti curiosi e spiritosi che rincuorano i ragazzi e li aiutano a sperare che, chissà, anche per loro forse la vita ha in serbo una serie di casi fortuiti e miracolosi come i suoi. “Oggi le cose per il fumetto vanno un po’ meglio: Art Spiegelmann con Maus ha vinto il Pulitzer. E vanno meglio anche per la canzone d’autore: Bob Dylan ha vinto il Nobel anche se non l’ha ritirato. Una nuova moda lessicale chiama il fumetto graphic-novel. Ricordatevi sempre che una cosa funziona nel fumetto: la perfetta corrispondenza tra la parte grafica e lo spirito del testo. Siate sinceri e riuscirete ad arrivare al cuore di chi legge. Il disegno mi ha salvato, sempre, da piccolo e da grande.”
Già. Lo ha salvato anche dalla malattia, un morbo che ha il nome e le peculiarità di uno scherzo del destino: degenerazione della retina, dopo anni di altissima miopia. Oggi Sergio Staino ci vede pochissimo. Ma (come dice lui stesso) va “in tasca alla sfiga” continuando a disegnare, facendolo a memoria, ricercando nei meandri della mente i dettagli prima dati per scontati. E chiedendo aiuto alla tecnologia.

(destinazione editoriale: Corriere della Sera)

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Venerdì, sabato e domenica siamo stati al mare.
Una casina in mezzo alla campagna di Baratti, e mentre Micino da Scansano tornava ad esplorare libero nel verde, noi sperimentavamo l’incredibile dog beach di San Vincenzo e in tre giorni facevamo un’overdose di cani, sabbia, corse, inseguimenti, rotolamenti, buche, abbai, capitomboli, tuffi, sole. Ma ecco, improvviso, al terzo giorno, il crollo psico-fisico.
“Sarà stanco. Ha dato tutto. E’ cotto. Una bella dormita nel lettone e domattina sarà fresco come una rosa.”
Invece lunedì all’alba Bobi era moscio come una rosa appassita.
“Non avrà ancora recuperato. Quando tornerai da scuola dopo le tue quattro ore lo troverai rinato.”
Invece l’ho trovato semimorto.
“Senti cosa dicono i veterinari sotto casa tua.”
Ma dai veterinari c’era la coda e allora per distrarlo e vedere se reagiva l’ho portato alle Cascine dai suoi amici.
“Vieni, dai, andiamo da Giotto e Kira, ti aspettano!”
Lui però metteva a stento un passo dietro l’altro e ciondolava quel capone tutto naso e orecchie. Avrei dovuto capire e tornare indietro. Invece, certa che l’amicizia possa compiere più miracoli delle medicine, l’ho spinto ad andare avanti. E siamo arrivati al pratone dell’anfiteatro.
Infrascarsi in un cespuglio e beccare un forasacco nella narice sinistra è stato tutt’uno. Starnuti e muco, muco e starnuti. Poi, orrore, il sangue.
Quindici chili di cane tra le braccia e una corsa a perdifiato sotto la cappa irrespirabile di afa fino all’auto; uno zig zag tra il traffico; un parcheggio inventato; i pugni alla porta dei dottori.
“Va addormentato e operato.”
E menomale ho fatto in tempo a dirgli che già prima del forasacco non stava tanto bene. Un termometrino in culo e un numero enorme: “40. Impossibile procedere con l’intervento.”

E quindi il forasacco è ancora lì, rimbozzolito in un cantuccio al buio, bloccato nella sua corsa sempre in avanti da un meandro salvatore. Noi invece tutti concentrati sulla febbre, data da un’infezione non meglio identificata, che ha sballato le analisi buttando i globuli bianchi alle stelle. Facciamo i turni col lavoro per non lasciarlo solo. Veglie notturne per controllare che respiri. Pezzole fradice su quella testa a cupolino per rinfrescare la sua temperatura. A fare piscia e cacca ce lo porto in collo. Lui pare il ritratto della disperazione.

“Ragazzi! Stanotte vi ho sognati! Era la sera che precedeva la prima prova di maturità e io vi scrivevo un messaggino-fiume sul nostro gruppo whatsapp. In un elenco puntato vi ricordavo tutte le strategie per redigere un buon testo, il valore dell’incipit, la personalizzazione dell’argomento, il recupero mnemonico di tutte le vostre esperienze culturali da inserirvi per arricchirlo e non renderlo banale, la rilettura al contrario per notare anche gli errori di distrazione. E poi, dopo tutti questi consigli, vi inviavo la mia energia amorosa, scrivendovi che vi ero vicina con il cuore e speravo il meglio per ciascuno di voi.”
“Oioi che ansia. Comunque professoressa lei non è tanto normale.”
“Questo è niente, se consideriamo che alla prima prova scritta di ogni maturità mi viene la diarrea anche se non ho studenti sotto esame.”
“Sarà bello pensarla impegnata in questo senso la mattina dello scritto.”

C’è un professore di chimica a cui un giorno viene diagnosticata una forma gravissima di cancro. Gli restano pochi mesi di vita. E’ destinato a lasciare precocemente una famiglia che ama molto: la moglie (incinta di sette mesi) e un figlio disabile. All’aspetto emotivo si somma quello economico: i coniugi in fatto di soldi non navigano in buone acque.
Il professore (una persona mite e amabile) non sopporta l’idea di dover abbandonare i propri cari a combattere con le mensilità. Così escogita un piano.
Produrrà metanfetamina, una droga strepitosa, e -coadiuvato da un suo ex alunno tossico e spacciatore- la distribuirà sul mercato facendo quattrini a palate. Egli però non immagina nemmeno in che razza di casini si sta per andare a infilare. Per non parlare dello spettatore, che mai sospetterebbe la metamorfosi caratteriale a cui andrà incontro il protagonista.

Lo so, gli appassionati delle serie su Netflix l’hanno vista da tempo, perché Breacking Bad è datata e arcinota. Io però ci sono arrivata solo da qualche giorno, spinta dai miei alunni di quinta (Cocchino in primis) che me l’assicuravano strabella.
E infatti lo è.
Ma un’angoscia che mi porta via a ogni episodio. E dei sogni irripetibili se la guardo prima di dormire.

Il permaloso

21 maggio 2018

In tanti mi scrivono reclamando per il fatto che non ho narrato come sono andate le cose con Bobi al ritorno dalla gita a Berlino. Sono andate male.
Alla fine di un conto alla rovescia per me devastante e inebriante insieme, hanno suonato alla porta.
“VENITE!!!” ho urlato dal citofono pazza di felicità, e mi sono piazzata sul pianerottolo ad attendere l’arrivo dell’ascensore. Sudavo, dalla gioia e dall’emozione, ma anche dalla paura che il mio cane -che so- stentasse a riconoscermi. Invece mi ha riconosciuta, eccome. Ma nel frattempo me l’aveva giurata a morte, per cui si è comportato così.
La porta dell’ascensore si è aperta e lui non è uscito. E’ rimasto sulla soglia, la fronte tutt’una grinza, la bocca più ciondoloni del solito, e uno sguardo incancrenito.
“BOBI! BOBINO MIO!” ho preso a uggiolare. Per agevolare la sua corsa tra le mie braccia mi sono acquattata a terra, spalmandomi sul marmo gelido come il suo cuore. Mi ha studiata ancora per qualche secondo, guardandomi come si guarda una che ci sta sul cazzo abbestia, infine è uscito.
Il passo lento e titubante, come se camminasse sull’ova. La testa lievemente in tralice, com’a dire non ti voglio nemmen degnare di un’occhiata. Ha circumnavigato il mio corpo prostrato a terra ed è entrato in casa. Una breve ricognizione, la ciotola dell’acqua, la scodella della pappa, la cuccia personalizzata, il tappeto, il divano, il letto, ok, c’è tutto, ma sai, alla fine stavo bene anche dove mi hai lasciato per una settimana, in fondo non mi è mancato nulla, un attico con ampio terrazzo al quarto piano in zona Cure, e un uomo che mi ha fatto da servo mentre tu te la spassavi chissà dove.
“Bobi! Ma non vieni dalla mamma?”
Mah, io ho sempre sentito dire che le mamme stanno a casa con i loro figli e non vanno a giro per l’Europa.
“Bobi! Non ti sono mancata?!”
Bah, i primi giorni sì, ma poi me ne sono anche fatto una ragione e, che dire?, stavo bene anche con il babbo.
“IL BABBO?!”
Sì, il babbo, perché?
“Non scherzare e vieni subito dalla tua mamma!”
Fammici pensare.

Ci ha pensato per due giorni.
Un muso lungo che nemmeno.
Poi ha ceduto ed è tornato nel lettone insieme a me a ciucciarmi tutta.
Adesso mi ama (se possibile) ancora più di prima. Perché ha capito che niente si dà per scontato.

Ciak, si gira

20 maggio 2018

Era un concorso lanciato dal TgSky24. Chiedeva di girare un servizio per il telegiornale su un argomento a scelta personale. Avevamo aderito da mesi, ma poi tra una cosa e l’altra siamo arrivati all’ultimo giorno utile senza aver partorito nemmeno un’idea.
“Perché non lo facciamo sulle gite scolastiche? Pareri favorevoli e contrari, esperti a confronto, interviste agli studenti, e un collegamento dalla città più gettonata negli ultimi anni per i viaggi d’istruzione, Berlino, naturalmente.”
Una genialata.
In tre balletti abbiamo scritto il testo. Poi ci siamo intrufolati nelle stanze della Preside e vi abbiamo allestito lo studio di un tg. Individuati il giornalista, il tecnico del suono, la ragazza del gobbo con il testo scritto grosso, quella coi pannelli per attutire il rimbombo della stanza, la mano per il ciak.
In un’altra sala, un Cocchino vestito da avvocato Severino Allarmismi (specialista in cause legali post-gitam) e un’Attrice nei panni della dottoressa Serena De Fiduciis (psicopedagogista dell’età adolescenziale) battibeccavano sulla pericolosità o sull’opportunità di accompagnare gli studenti in gita.
Nel parco del liceo un simulato collegamento dal Tierpark di Berlino, con tante domande per altrettanti studenti.
Sistemato, corretto, montato, confezionato e spedito.
Sta’ a vedere si vince.

Quanto verde

20 maggio 2018

No, non sono le (solite) Cascine.
E’ Vallombrosa, con i suoi 1000 metri sul livello del mare, la sua foresta di abeti, i suoi prati in discesa, la sua abbazia benedettina, le sue carpe nel lago protetto, i suoi camosci liberi nei boschi.

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Scegli l’esperienza!

19 maggio 2018

Sgranate gli occhi e mettete a fuoco gli autobus dell’Ataf che attraverseranno la città da mercoledì in poi: potreste vedere l’immagine di una Lettera 22 dell’Olivetti, di un mangiadischi vintage, oppure del volto spavaldo di una ragazza che fa il palloncino con una Big Babol. Accanto a queste immagini, una scritta gigante dirà: “scegli l’esperienza”. E’ la campagna pubblicitaria che il Liceo Artistico di Porta Romana sta per lanciare a tappeto per il proprio Corso di Perfezionamento.
Perché un’operazione del genere, studiata nei dettagli di foto, logo e manifesti? Lo chiediamo ai tre docenti che l’hanno realizzata, Francesca Sandroni, Antonio Moscato e Francesca Sestini.
“Il Liceo Artistico di Porta Romana –ci dicono- è l’unico Liceo Artistico in Italia, insieme quello di Urbino, che propone al suo interno il Corso biennale di Perfezionamento post diploma, in vari indirizzi. Questo tipo di corso statale, a differenza di altre tipologie simili di scuole private, trova il suo punto di forza nei laboratori artigianali, dove ancora oggi si praticano le metodologie artigianali e si usano gli strumenti della tradizione uniti alla sperimentazione e all’innovazione tecnologica. Questa importante unicità ha reso indispensabile evidenziare attraverso una campagna pubblicitaria l’identità stessa del corso”.
In questo lancio innovativo, che sfrutta la creatività di tre docenti, è nuova anche la denominazione: MAD (Mestieri, Arti Applicate, Digitale). Nel logo MAD, la D è riflessa, gioca con la sua forma e, grazie al punto, ricorda uno “smile” che fa l’occhiolino.
La grande scritta contenente l’esortazione volitiva “scegli l’esperienza” è inserita all’interno di una grafica sintetica e pulita su 12 manifesti, dove emergono 12 fotografie diverse a rotazione di oggetti vintage, che raccontano appunto una storia, un’esperienza, un mestiere. L’unica immagine che fa eccezione è quella che ritrae il volto di Adele Poccianti, studentessa di terza presso il liceo stesso, che ironicamente si è prestata a rappresentare un’esperienza che, per ovvie ragioni anagrafiche, ancora non ha.
Saranno 50 gli autobus che porteranno in giro i manifesti e lo faranno dal 23 maggio per due settimane.

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(destinazione: cronaca fiorentina del “Corriere della Sera”)

Tuttidieci

16 maggio 2018

Tuttidieci, capelli biondi e occhiali da vista, il primo giorno di scuola a settembre entrò in classe e alzò la mano. Con la voce un po’ lagnosa, parlando un ottimo italiano ma strascicando un po’ la c da brava fiorentina, domandò: “Scusi professoressa, posso chiederle una hosa?” Mi vidi costretta a concederle la parola. “Vorrei che lei mi honsigliasse un buon vocabolario della lingua italiana che possa affiancarmi nel lavoro di huesto quinquennio alla scuola superiore. Penso he quello he usavo alla scuola media non sia più adatto. Lei he dice?” Io avrei voluto dire ti conosco da dieci minuti e ho già voglia di strozzarti, invece dissi: “Certo cara, sarò lieta di suggerirti qualche autore” e gliene scrissi una piccola lista su un foglietto, su cui primeggiava il mio preferito, il Devoto-Oli. “E’ un po’ difficilotto, ma senza dubbio il migliore.” Tuttidieci naturalmente prese quello.
Quando Tuttidieci alzava la manina (tutti i giorni, a tutte le ore) io quella manina gliel’avrei mozzata tanto volentieri perché interpretavo i suoi interventi come il tentativo di mettersi in mostra con l’insegnante e coi compagni.
Un giorno Tuttidieci, durante la prima verifica di Italiano, mi raggiunse alla cattedra e chiese di potermi dire una parolina all’orecchio. “Dimmi pure” concessi vagamente scocciata, ma feci di tutto perché lei non se ne accorgesse, però chissà, secondo me lei se ne accorse e forse anche qualcun altro. “Quando ero alle medie la mia professoressa non gradiva il mio stile di scrittura, lo reputava frivolo, troppo personale, e mi horreggeva sempre, anche la punteggiatura, perché sehondo lei io usavo troppi punti esclamativi.” “Ed è così? -le chiesi- Tu usi molti punti esclamativi?” “A me sembra di usare quelli he ci vogliono. A lei piacciono i punti esclamativi, professoressa?” Madonnina benedetta e santa aiutami a non strozzare con le mie stesse mani questa ragazzina, pensai tra me. “Non molto -le risposi invece- e generalmente non più di uno in tutto un tema. Uno scrittore ha detto: il punto esclamativo è un applauso che l’autore fa a se stesso. Penso che uno basti e avanzi. Tu che dici?” “Ha ragione, farò come dice lei.”
E così corressi il primo tema di Tuttidieci. Scriveva bene. Scriveva molto bene. Iniziai a tenerla d’occhio.
Nel corso dell’anno scolastico Tuttidieci non ha fallito un colpo. Ella studia sempre, studia tutto, interviene con criterio alle lezioni, si offre per lavori straordinari, svolge dei questionari da paura, risponde a tutte le domande, chiede approfondimenti, e non si stanca mai.
Tuttidieci si chiama così perché io le metto sempre tutti dieci, e glieli metto perché se li merita tutti, dal primo all’ultimo, senza se e senza ma.
Col tempo ho imparato a conoscere il carattere di Tuttidieci: è tenace, curiosa, disponibile e generosa. Sempre sorridente, educatissima, e pure simpatica. Ma più di ogni altra sua caratteristica c’è un aspetto che mi ha fatto desistere dall’istinto di strangolarla. Tuttidieci ama imparare. Lei desidera, proprio visceralmente, conoscere, sapere, indagare, approfondire. E’ qualcosa di cui non sa fare a meno, qualcosa che le dà una gioia infinita. Studiare, per il semplice piacere di imparare tutto quello che c’è stato, c’è e ci sarà, è lo scopo della sua vita, in cui però trovano spazio anche le amicizie, il divertimento, le uscite, le cose più superficiali, il modello di un vestito, il taglio dei capelli.
Adesso io lo posso dire, amo Tuttidieci, e non vedo l’ora che arrivi lo scrutinio di giugno per metterle tutti dieci anche in pagella.

Take away, stay awake

14 maggio 2018

Prendi due grafiche (una anche musicista e fissata con gli strumenti strani), lascia loro carta bianca e resta a guardare cosa tirano fuori.
Se si chiamano Francesca Sandroni e Silvia Coppetti, il prodotto finale della loro inventiva potrebbe davvero strabiliare.
Sono colleghe, sono amiche, e un giorno si sono dette: facciamo una cosa insieme.
La “cosa” è diventata un evento. Di più, è diventata un’azione. Dirompente, creativa, tangibile, da prendere e portare via. Per questo l’hanno chiamata TAKE AWAY, prendi e porta via, metafora che ironicamente rimanda al junk food, al cibo spazzatura, ma che invece intende fare tutto il contrario: rivalutare le tecniche artigianali della serigrafia e della tipografia per un pubblico più ampio.
Tre appuntamenti, tutti e tre di sabato, e tutti e tre nello stesso luogo, scelto non a caso, un luogo culto, simbolo di una città e un’epoca che non ci sono più, la Firenze delle Giubbe Rosse, il caffè letterario per antonomasia, il punto di ritrovo del mondo intellettuale del primo Novecento, il cuore della poesia e dell’arte.
Insomma, si può sapere cosa vi siete inventate?
“Ci siamo inventate una piccola rassegna di tre serate -spiegano Sandroni e Coppetti, rispettivamente della produzione Ruggine e della produzione Xil.o- dedicata alla realizzazione estemporanea di prodotti grafici e stampe, da scegliere e portare via. Come dire: fatte e prese!”
I primi due appuntamenti ci sono già stati: entrambi di sabato, avevano come sottotitolo “Matrice 1” e “Lettera 22”. Il terzo si svolgerà sabato prossimo, dalle ore 19:30 in poi, nei colori del tramonto di piazza della Repubblica, e si chiamerà “Postcard-saluti da Firenze”.
“Definiamo questo eventi azioni- dicono Sandroni e Coppetti- proprio perché permettono di vedere il processo creativo dall’origine alla fine, con la possibilità di portare a casa un’opera di valore, poiché pezzo unico. Quello che è accaduto l’altra sera alle Giubbe Rosse ha avuto un forte potere rievocativo, simboleggiato proprio dalla Lettera 22 dell’Olivetti, che per i grafici costituisce un emblema intramontabile”.
Ma affinché l’azione sia ancora più potente, ad affiancare i ragazzi e le ragazze al lavoro in diretta c’è anche un dj set che sperimenta sonorità nuove.
Insomma, un progetto molto particolare e originale, per due donne che mi sono apparse (e gliel’ho detto) “sconfinate”, cioè senza confini, aperte a tutto ciò che profuma di inconsueto, di rivoluzionario, di coraggioso.
Entrambe le curatrici del progetto ringraziano gli studenti del Perfezionamento di Porta Romana.

(Pubblicato sulla cronaca di Firenze del “Corriere della Sera”)