I committenti

25 luglio 2018

“Profe, mi piacerebbe tanto appendere nella mia cameretta un suo acquerello: ne farebbe uno per me solo con gialli e rossi, i miei colori?”
“Fra tre giorni è il mio compleanno: che ne dici di regalarmi un tuo dipinto?”
“Il mio preferito è quello con i fiori inscritti in quel cuore immaginario. Me lo daresti?”

La vita dell’artista è così impegnativa che adesso mi è chiara la questione di Van Gogh e del suo orecchio.

Ben ci sta una colazione

25 luglio 2018

Nell’estate (infernale) in cui scrivevamo la nostra antologia per il biennio delle scuole superiori, io e Coautrice ci ritiravamo spesso alla Pensione Bencistà, nel fresco delle colline fiesolane, dove avevamo chiesto asilo alla signora Beatrice, proprietaria dell’antichissima struttura alberghiera. Non ci dormivamo, ovvio. Però ci facevamo colazione. Mangiare ogni ben d’iddio, dal salato al dolce, per finire con tanta frutta fresca, ci dava ispirazione per la giornata di lavoro. E lavorare in un ambiente tanto bello, bucolico, storico e curato ci metteva nelle condizioni di dare il meglio di noi, nonostante le zanzare. A lavoro ultimato inserimmo tra i ringraziamenti anche l’intero staff della Pensione Bencistà e la signora Beatrice, una donna amabile dalla voce roca, lo gradì. Per questo ogni volta che torniamo a salutarla (e a fare colazione) ci accoglie con tanta gentilezza.

“E’ una settimana che non ci vediamo e mi sei mancata tanto: regaliamoci una mattinata insieme!”
“Sì, andiamo a fare colazione a Bencistà!”
Solo che questa volta arriviamo in tre.
“Il cane può entrare?”
“Ma certo. Non ricordate? Ne abbiamo due anche noi!”
Due labrador, uno biondo e uno nero, uno vecchio e uno giovane, entrambi curiosi di fare conoscenza con l’ospite cittadino.
E così, mentre noi ci si sfondava di pane burro e marmellate artigianali, dolci fatti in casa, yogurt e caffellatte, cereali e semi di zucca, croissant e frutta, impegnate nel racconto degli arretrati di una settimana, loro s’inseguivano e si ciucciavano nel prato sotto la terrazza panoramica.
“Ti ho portato un regalino da Roma.”
“E io ti ho portato un paio di dipinti realizzati in questi giorni in cui eri via.”
“A proposito di questo, dammi l’intera cartelletta con i tuoi acquerelli.”
“Per fare?”
“Dai qua. Faccio partire la strategia.”
Dìcesi strategia un metodo (subdolo e al contempo comico) finalizzato (secondo la mia fantasiosa amica) a mostrare i dipinti a tutti i presenti fingendo di guardarli in privato. Fanno colazione a Bencistà tutti gli ospiti della Pensione, per lo più stranieri, giovani e attempati, persone eleganti e molto silenziose.
“BELLI QUESTI TULIPANI!”
“Ma che fai? Parla piano!”
“ANCHE SE I PAPAVERI SONO PIU’ IL TUO FORTE.”
“Parla piano, ti dico! E non alzare i fogli, tienili bassi sopra il tavolo, mi fai vergognare!”
(“Lascia fare a me e stai al gioco.) E POI CHE BELLA CARTA! DOVE L’HAI PRESA?”
“Ma che ne so, era un quadernone a fogli spessi che mi regalò tanti anni fa un’amica. Parla piano ho detto!”
“QUESTO COME LO HAI INTITOLATO?”
“Ginepraio. Ma non urlare.”
“BELLO IL GINEPRAIO! E QUESTO?”
“Non lo so. Ma vuoi stare zitta?”
(“Ma non capisci? E’ la mia strategia! Fidati! Adesso vedrai, attiro l’attenzione, noteranno i tuoi dipinti e vorranno acquistarne certamente qualcuno.”)
Cacate zero.

(Nella foto: Ginepraio, collezione privata)

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Aspettando il vernissage

23 luglio 2018

Chi pensava che la fissa per l’en plein air mi si fosse già sopita, pensava male.
Au contraire, travolta da un’insolita passione per la tecnica dell’acquerello e incurante del fatto che il cane ha in antipatia questo mio richiamo all’arte dato che mi costringe all’immobilità e ad ignorarlo, in questi giorni ho prodotto un congruo numero di dipinti di cui vado molto fiera dal momento che per tutti gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza sia le mie maestre che i miei genitori liquidarono la questione con la frase lapidaria chi, lei? non sa neanche tenere il pennello in mano. Allora io il pennello in mano ce lo tengo per dispetto. Come il primo tentativo, anche le realizzazioni successive appaiono inguardabili. Ma io le guardo e (con moderazione) me ne vanto.
A settembre, quando saremo tornati tutti dalle vacanze estive, organizzo un vernissage.

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L’imbenzinato

23 luglio 2018

A Bobi non manca certo di stare in mezzo al verde. Da quando l’ho preso e fatto mio, stiamo più per le campagne che a casa nostra. Se avesse il pollice opponibile, potrebbe disegnare il grande parco fiorentino delle Cascine in ogni minimo dettaglio, ritrarre l’intera area di San Salvi un tempo adibita a ricovero per i malati di mente e ora finalmente restituita all’uso di tutti noi (tali e quali ai malati di mente di un tempo), delineare su un foglio la camminata di Pian del Mugnone lungo l’omonimo corso d’acqua popolato di gente che porta a spasso il cane, riprodurre il bosco che cinge l’abbazia di Montesenario, dipingere ad acquerello Vallombrosa, la Consuma e il Casentino. Sempre, quando girovaga nei campi, Bobi mostra impudico la sua gioia. Corre, abbaia al niente, zigzaga avanti e indietro tra chi lo porta a spasso e il luogo da esplorare.
Ieri, però, ha veramente dato il meglio di sé.
Ci avevano invitati a una cena in campagna, un posto inimmaginabile in cui la bellezza spontanea della natura si sposa con la ricercatezza dell’opera umana, tra filari di vigne e una una colonica reinventata, pergolati sotto cui cenare e campi a perdita d’occhio, quadri di Fontana e querce secolari.
Lui, libero di esprimersi forse più di sempre, faceva impressione, pareva imbenzinato.

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Da Nappino

20 luglio 2018

Quando, a settembre scorso, giunse la notizia del suo trasferimento, rimanemmo come lei: di merda.
Amava insegnare all’Artistico, adorava vivere a Firenze. Invece (in virtù del diabolico meccanismo delle immissioni in ruolo) da un giorno all’altro fu costretta a fare la valigia e partire per Reggio Emilia, da quel momento sua sede a tempo indeterminato. A Firenze lasciava la sua casa in zona stadio, il suo compagno Marco, e tre colleghe (noi) incredule e smarrite. Ha passato un anno in un Professionale a indirizzo odontotecnico, oculistico e socio-sanitario, dove le docenti sono tutte strafighe ed eleganti e gli studenti tutti intolleranti alla scolarizzazione. Ma ha resistito e ce l’ha fatta. Adesso è di nuovo a Firenze per le vacanze estive.
“Dobbiamo assolutamente vederci e andare tutte e quattro a cena fuori come facevamo un tempo” ha detto.
L’abbiamo portata da Nappino, a Santa Brigida, una collina panoramica sopra Fiesole, luogo agreste e fresco, perfetto per una cena estiva.
Io e la mamma di Spino ci siamo avviate un’ora prima per portare a zonzo nel bosco i nostri cani, che quando sono insieme assumono un atteggiamento speculare e si imitano a vicenda (uno piscia all’albero, ci piscia anche quell’altro; uno abbaia al nulla, abbaia anche quell’altro; uno afferra un bastone in bocca e parte a corsa, parte anche quell’altro per rubargli quel bastone). Alle otto eravamo tutte insieme sul grande terrazzo di Nappino.
“Profe! Era ora!”
C’erano anche la Puntols e la Cappe, neo-diplomate della mia adorata quinta, che avevano promesso di venirmi a salutare. Mi sembrano più alte, più belle di sempre. Hanno il viso rilassato, il sorriso disteso, cenano anche loro da Nappino con un gruppo di amici con cui stanno per partire per un viaggio che le porterà prima a Parigi e poi ad Amsterdam.
Chiunque dovrebbe andare a cena da Nappino almeno una volta nella vita. Nasce come circolino di paese, ma (già dagli anni Settanta) si snatura e si espande in ristorante. Nappino (che adesso è in pensione ma continua ad aggirarsi tra i tavoli in compagnia del suo importante naso) fa una pizza clamorosa e propone una varietà ottima di piatti di pesce, tra cui sono proverbiali gli spaghetti alle vongole veraci con bottarga fresca grattugiata sopra. All’occorrenza, quando l’arietta più che fresca è fredda proprio, dispensa plaid scozzesi da buttarsi sulle spalle.
Noi però ci scaldiamo a suon di birre e di risate, Bobi e Spino abbaiano alle ombre lunghe, i ragazzi al tavolo vicino sognano la vita che verrà.

En plein air

19 luglio 2018

Quest’anno agli orali della maturità presso l’Artistico Leon Battista Alberti non ho fatto che sentire l’espressione en plein air di qua, en plein air di là. Tutta colpa di Monet, Degas, Renoir, Sisley, Zandomeneghi, Pissarro, Bazille, Caillebotte, pittori impressionisti che eliminarono i lavori al chiuso in atelier e uscirono (appunto) en plein air, all’aria aperta, per riprodurre sulla tela le sensazioni e le percezioni visive che il paesaggio comunicava loro nelle varie ore del giorno e in particolari condizioni di luce. Monet, per dire, nel 1883 si trasferì a Giverny, in Normandia, dove creò un giardino e si costruì un rifugio (o più semplicemente un mondo tutto suo) che diventò il soggetto preferito per le sue opere.
Com’era abbastanza prevedibile, io mi sono fissata con la storia dell’en plein air e, corsa in un negozio specializzato in belle arti, ho acquistato acquerelli, pennelli e carta specifica.
Adesso, con la scusa di portare fuori il cane, esco en plein air e dipingo.
I miei dipinti fanno cacare, ma almeno sto en plein air e mi do un sacco di air.

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Ieri sera concerto dei Baustelle (non va letto alla francese ma alla tedesca e significa qualcosa come lavori in corso o cantiere) in piazza Santissima Annunziata. “Bellissimo colpo d’occhio” ha detto il cantante salendo sul palco. Puoi dirlo, Bianconi. La piazza colonnata che ospita l’Istituto degli Innocenti, e già teatro di una delle migliori scene di Camera con vista, è bella anche d’inverno quando piove e tutto è grigio. Coi colori di un tramonto estivo, mentre la cupola di Brunelleschi fa capolino dalla prospettiva di via de’ Servi, lascia senza fiato.
I Baustelle sono così radical chic, intellectual e puzzoni, che sembrano una band (con tutto il rispetto per i milanesi) milanese. Invece nascono a Montepulciano e sono toscani come noi. Nelle loro canzoni i testi straripano di citazioni colte e frasi spiazzanti di garantito effetto. Per individuarle e attribuirle tutte devi ascoltarle e riascoltarle. Il primo che me ne parlò, molti anni fa, fu il mio editor (non a caso un pratese trapiantato a Milano): “Ascoltali -disse- sono sicurissimo che ti piaceranno da morire.”
A me i Baustelle non piacciono e mi stanno pure abbastanza sulle palle. “Ma è il concerto top di questa estate, non possiamo perderlo” ha detto il babbo di Bobi sventolandomi davanti due biglietti acquistati da molte settimane. E allora boh, andiamo.
Durante la consumazione di una cena estrema all’Hard Rock Cafè, mentre Billy Idol ci rintronava di note birbe, io pensavo che di lì a poco mi sarei caramellata la minchia con Charlie fa surf (caramellarsi la minchia: annoiarsi a morte di fronte a qualcosa di stucchevole come, appunto, una minchia ripassata al caramello).
Invece il concerto è stato ambient, indie, italian-rock e elettro-pop (?!), gradevole nel suo insieme nonostante qualche pezzo menagramo (quello che parla di sifilide e di tisi). E io (pur pensando in continuazione: ma quanto è secco Francesco Bianconi?) mi sono divertita molto.
Il babbo di Bobi, al contrario, alla terza canzone aveva già montato l’amachina (montare l’amachina: mimare la realizzazione di un fiocchino all’altezza del testicolo sinistro, poi di un altro fiocchino all’altezza di quello destro, quindi appoggiare suddetti testicoli sulla piccola amaca immaginaria appena montata, e dondolare il contenuto orchitico dell’amaca avanti e indietro).

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Quando eravamo bambini, la mamma e il babbo (con la gradita presenza della zia Lolly e dei cuginetti Simone e Gabriele) ci portavano spesso a Renacci, che è il nome di un poggio in punta al quale non c’è altro che una casona con una chiesina attaccata dietro e quasi sempre chiusa. A qualche centinaio di metri dal prato e dalla casona con la chiesina appiccicata al culo sorgeva la villa della principessa Corsini, una donnina che nessuno mai vedeva ma di cui tutti conoscevano i famosi maremmani, enormi cani bianchi che odiavano i frequentatori del pratone e di tanto in tanto si materializzavano seminando il panico. La cosa bella di questo Renacci era il prato. Un grande prato verde dove nascono speranze come, proprio in quegli anni, cantava Gianni Morandi. Noi ci si andava le sere d’estate a fare prodigiosi pic-nic. La mamma cucinava di tutto, ma il piatto forte era la sua panzanella, essenziale come la si fa noi valdarnesi, senza nemmeno il pomodoro, solo pane bagnato nell’acqua e poi strizzato forte forte, sbriciolato e condito con tantissima cipolla, costine di sedano, basilico a ciuffi, sale, olio e aceto, freschissima, perfetta per l’estate. La strada che portava al poggio era sterrata e polverosa, l’erba di quel prato più verde dell’erba di ogni immaginabile vicino. Da lassù s’intravedeva un pezzo di panorama a valle, ma San Giovanni era invisibile a causa di un bosco che ne impediva la contemplazione.
In quel bosco, quando era giovane e appena fidanzato, il babbo ci portava la mia mamma.
Da giovane il babbo fingeva di essere burbero e allergico alle romanticherie, gli piaceva fare il duro, il Gano (il duro di San Frediano), l’uomo tutto d’un pezzo che non deve chiedere mai, eppure quel giorno, proprio nel boschetto di Renacci, la sua natura da Julio Iglesias venne fuori: condusse la mamma sotto la Rosa dei Venti (una costruzione aperta ai lati sul cui apice era stata disegnata una rappresentazione grafica che riassumeva le provenienze dei venti presenti in quella determinata zona del mondo) e in alto, vicino a una colonna, non si sa bene con quale strumento scrisse (o forse incise) la frase “L’AMORE E’ COME LO SPUMANTE, PERCHE’ FRIZZA IN OGNI CUORE”. Oggi lo chiameremmo vandalo. All’epoca (e agli occhi della mamma) il gesto equivalse a un’impresa degna di Giacomo Casanova. Oggi avrebbe scritto champagne. All’epoca era grassa se poteva permettersi uno spumantino locale. Le cronache (che decidono di essere discrete proprio sul più bello) non narrano gli eventi immediatamente successivi al gesto del babbo. I figli di costui (una ragazzina sfacciata e un bambino mattacchione) avanzarono spesso l’ipotesi di un abbandono sensuale della mamma al babbo molto simile a quello della Duse al Vate nel celebre pineto della Versiliana, ma i due protagonisti di questa libidinosa storia non hanno mai dato conferme in tal senso. Fatto sta che il babbo si è sempre vantato moltissimo di quella giornata estiva in cui depose gli abiti dell’introverso per vestire quelli dell’intraprendente.

“Babbo, portiamo Bobi a Renacci a sgambare un poco sull’erba del pratone? Sono proprio curiosa di rivedere quel posto.”
“Volentieri. E già che ci siamo, andiamo anche alla Rosa dei Venti a rivedere la mia scritta.”

Ma la Rosa dei Venti, in totale stato di abbandono, sta cadendo a pezzi in mezzo al bosco; i rami degli alberi hanno abbracciato le colonne, l’intonaco si sta staccando e parte del tetto si è bucata che da sotto ci si vede il cielo. Di quella scritta, ridotta a calcinaccio, non è rimasta traccia. Il babbo è rimasto malissimo.
Ma l’amore è come lo spumante: nonostante tutto frizza ancora nel suo cuore.

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Un posto top

16 luglio 2018

Arriva un momento, d’estate, in cui i finesettimana al mare diventano più un’agonia che una goduria. Il caldo eccessivo, le code sulla Fi-Pi-Li, le spiagge affollatissime, la gente cafona, i parcheggi esauriti, i ristoranti strapieni, i prezzi esosi. Noi gli si va in culo e si va in montagna.
“Ho trovato un posto top nel Casentino”, dice. E quando dice top, stai sicuro è top davvero.
L’agriturismo Podere il Piano sorge nel comune di Pratovecchio: lo hanno tirato su Andrea e Federica, insegnante di Matematica lei, di Scienze lui, genitori di Francesco (cinque anni e uno scilinguagnolo caricato a molla), un cane (Giambo), una gattina (Polpetta), tre mucche (di cui una prossima a sgravare), e questa struttura maestosa ristrutturata con gran gusto nel rispetto della nostra tradizione: tanta pietra, tanto legno e tanta pace.
Io mi avvio il venerdì mattina con il carico di borse e di animali: Mimmo fa le fusa da Pontassieve al passo della Consuma, Bobi affacciato al finestrino annusa l’aria che di chilometro in chilometro si fa più fresca e rarefatta. Lui ci raggiunge in moto dopo il lavoro a fine giornata, porta pane e vino locali, si mette in ciabatte e dichiara che non intende muoversi da lì per i tre giorni successivi.
Ma i dintorni chiamano a gran voce: Pratovecchio è un gioiellino, Stia una chicca, per non parlare di Romena, l’antichissima pieve romanica dove vive don Luigi Verdi, il mio amico d’infanzia. A Pratovecchio si fa una spesa immorale di prodotti casalinghi, pasta integrale fatta in casa, schiacciata unta e saporita, verdura di un orto lì vicino, formaggi e salumi introvabili in città. La macellaia regala a Bobi il primo osso della sua vita. A Stia andiamo una sera a mangiare il gelato nella piazza del Ciclone. A Romena ci vado io da sola la domenica per le lodi del mattino, perché Gigi è capace di far pregare anche chi non prega da una vita. Mette le panche di traverso, in modo da vedere l’altare ma anche l’esterno della chiesa, un’esplosione di lavanda e di farfalle; mette Ivano Fossati che canta C’è tempo; mette la gente a suo agio; si mette seduto per terra a gambe incrociate su una stuoia grande tutta la navata centrale. Dice parole semplici tra cui scelgo quelle da portarmi via: sopporto sempre meno Antoine de Saint-Exupery che dice “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Non è vero. L’essenziale è molto ben visibile. Basta volerlo vedere.

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Regalo di promozione

13 luglio 2018

Il Frenky ha gloriosamente finito le scuole elementari: con tantissimi 9, un 8 (a Storia) e un 10 (a Inglese) in saccoccia si prepara mentalmente ad iniziare le medie.
Quando il Rondine gli ha chiesto cosa avrebbe desiderato per festeggiare la bella pagella, lui ha risposto senza indugio: una cena al japan.
Il mio nipotino adora il sushi e conosce a memoria l’intero menu dei suo ristorante preferito, il Sakura di Montevarchi.
La zia ha deciso di fargli una sorpresa.

“Giovedì io e Bobi veniamo a prenderti e ti portiamo in un certo posticino.”
Delicato com’è, il Frenky ha fatto finta di non aver capito di quale posticino si parlasse.
“Dove andiamo, zia?” ha chiesto ieri il Frenky entrando a casa del nonno a metà pomeriggio e cogliendo lo stesso nonno, la zia e il cane della zia distesi nel lettone a giacere imbelli raccontandosi le storie.
“Chi lo sa, chi lo sa!” ha detto la zia tirandosi i lati esterni delle palpebre per improvvisare uno sguardo orientale.
Il Frenky, sornione, ha sorriso. Ma, per far divertire la zia, ha finto tutto il giorno di non aver capito.
Si è buttato nel lettone insieme a loro e ha narrato mirabolanti imprese compiute al ritiro sportivo di giocatori di basket in Trentino. Il nonno è stato il primo ad alzarsi per preparare la quotidiana ciotola di frutta mista per merenda. Dopodiché tutti sono usciti: il nonno aveva appuntamento con i suoi amici adolescenti sotto il Marzocco in piazza Garibaldi; il Frenky con la zia e Bobi si è avventurato per un viottolo di campagna e ha fatto una lunga camminata corredata di racconti, prima che la sete attanagliasse tutti e tre. Al bar del Conte Max hanno riempito la ciotola di Bobi e sorbito bibite ghiacciate, si sono ricongiunti al nonno e, mollemente adagiati sui divanetti che guardano la piazza, hanno accolto con entusiasmo l’arrivo imprevisto del Pasqua e del suo beagle Otto, che ha stretto un’amicizia subitanea con Bobi.
Sono passati di lì altri amici della zia, che lei non vedeva da tempo e che ha avuto un gran piacere di riabbracciare perché sono di quegli amici che parlano di anni lontani in cui accadevano fatti di memoria imperitura che avrebbero comportato una crescita felice.
Quando è arrivata l’ora di cena.
Salutati tutti e rispedito il nonno a casa, il Frenky, la zia e Bobi si sono avviati verso l’auto che li avrebbe condotti al luogo misterioso. In Freedom Square hanno incontrato la cugina Miki, in passato detta Ridolini per la sua congenita incapacità di stare seria, in compagnia della sua bimba. “Dove andate?” ha chiesto Miki. “A cena fuori!” ha risposto la zia. “Voi due soli soli?!”, “Certamente!”, “Anche io e la Caro andiamo a cena fuori!”, “Noi però non vi diciamo dove andiamo perché sennò ci venire dietro e ci rompete le uova nel paniere. Vogliamo stare soli perché abbiamo un evento importante da festeggiare e mille cose da confidarci” ha sentenziato la zia.
Al japan la zia si è sfilata scarpe e calzini ed è andata a servirsi gamberoni enormi e freschi a piedi scalzi. Il Frenky, felicissimo ed emozionato, ordinava il menu intero e tirava numeri che pareva a giocare a tombola: per me un 117, un 78, due 15 e un 49. Per ora.
All’improvviso, tra i tavoli della sala, o non è spuntata Ridolini?
“Ma guarda questa” ha detto la zia.
“E’ stato un caso, te lo giuro!” ha detto, ridendo, Ridolini mentre univa il proprio tavolo a quello dei parenti.

E’ stata una cena lunga e abbondantissima, piena di risate. Proprio un bel festeggiamento per concludere il quinquennio elementare e prepararsi ad affrontare la nuova scommessa delle scuole medie.