Aperto il profilo su Instagram, Pippi_Stinta è andata immediatamente in overposting.
Subito quelli di 5H l’hanno taggata.
Lei c’è rimasta male, ha fatto irruzione sul gruppo classe di whatsapp e ha chiesto spiegazioni.
Loro l’hanno tranquillizzata e per spiegarle cos’è un tag le hanno tenuto un corso di aggiornamento in tempo reale.
Lei però stentava a capire.
Allora le hanno fatto gli schemini come lei a lezione.
Lei ha risposto grazie, adesso ho capito, tuttavia chi vuole taggarmi deve pagare.
Loro hanno messo la faccina con gli occhi al cielo pensando questa non capisce un cazzo.
Di lì a poco, poiché metteva troppi like alle loro foto, le hanno dato di spammona.
Però almeno per ora non l’hanno bannata.

Chi mi conosce, conosce anche la passione che da sempre ho per la fotografia. Per questo quando entrai all’Artistico esultai vedendo che mi avevano assegnato una certa 3H a indirizzo audiovisivo multimediale. Generalmente i miei colleghi aspirano alle classi di Pittura, Scultura, Oreficeria. Io tra i fotografi ero (e sono) tutta nel mio centro e addirittura chiesi alla Pina se mi lasciava intrufolare in classe durante le sue ore per imparare qualche segreto dalla camera oscura.
Diversi anni fa una collega della vecchia scuola in cui insegnavo aveva detto “una come te, che ha sempre il cellulare in mano per scattare foto, deve farsi un profilo su Instagram!”, ma io ero stata faticona, avevo pensato che questo Instagram assomigliasse troppo a facebook (che aborro per partito preso), e avevo declinato il suo suggerimento.
Poi qualche mese fa, mi pare, mi rimbalzò di nuovo in testa quell’idea. Era un (raro) pomeriggio inattivo, forse pioveva perché quando piove il cervello mi si affina, mi misi al computer e ci provai. Seguii pedissequa le istruzioni, mi parve di cliccare i tasti giusti, di rispondere bene alle domandine, di inserire i dati richiesti. Ma (da non credere) fallii. Tornata a cercarlo, non trovai mai il mio presunto profilo e (umiliata) decisi di desistere per sempre.
Ma veniamo a tempi più recenti.
La fissa col plein eir e la copiosa produzione di acquerelli di cui sono vittima e carnefice da luglio a questa parte ha spinto un’altra collega ancora a suggerire l’inaugurazione di un profilo sulla piattaforma pensata per le foto. “Io intanto ti organizzo un vernissage” ha aggiunto. Pensavo che scherzasse, invece il vernissage pare si farà davvero. Non pensiamoci.
Mi sono rimessa al computer e ho ricominciato la trafila. Ma già all’inserimento del nome sono sorti i problemi: antonella_landi c’era già. Che fosse maledetta. Chi (cazzo) era costei, come osava soffiarmi l’identità, come poteva scattare foto qua e là nell’etere servendosi del mio nome!
“Pensavi di essere l’unica antonellalandi sulla terra? Sarà una tua omonima -mi ha illuminata LaCecy, amica genovese trapiantatasi a Trieste- scegli un nome nuovo e vai con quello.”
Grazie al suo aiuto paziente e puntuale, Pippi_Stinta esiste.
I miei studenti l’hanno stanata ancora prima che postasse la prima immagine.
Se non avete impegni migliori, cercatela.
Ah, sì, quell’antonella_landi di cui sopra ero io. Quel giorno ero stata brava e senza saperlo ce l’avevo fatta.

Ottavia chi?!

25 agosto 2018

Quando (domenica scorsa, alla cena in campagna di Cri e Gio) ebbi la fortunata ventura di imbattermi in Cirana e le Cinciallegre (se ti sfugge chi sono leggi qui), tra le tante parole (molte delle quali strulle) che furono dette, ce ne fu anche qualcheduna (stranamente) sana. Tipo.
“Venerdì sera a Perlamora presentano un libro.”
“Che libro?!”
“Mah, qualcosa con Ottavia.”
“Ottavia chi?”
“O che lo so. Ottavia è nel titolo. Mi pare Ottavia e le altre. Dev’essere bellino. Perché non ci si va tutte insieme? E’ una serata al femminile, l’autrice è una donna e verrà presentata dall’assessora alle Politiche Sociali Ottavia Meazzini. Ci si sta bene anche noi!”
E chi poteva disse che, sì, ci sarebbe venuta perché, sì, ci si sarebbe state bene anche noi, tutte donne in mezzo ad altre donne.
La serata in questione, orbene, era ieri.

Intanto Perlamora che cos’è. E’ un circolo culturale-storico-agricolo. Proprio così, con questi tre aggettivi insieme. Un posto (ora che l’ho visto, incantevole) in un punta a un poggio del Valdarno, immerso nel verde collinare, tenuto parecchio a modino, dotato di piscina, villozza con torretta, parco lussureggiante e un ristorante favoloso dove ti portano quello che decidono loro, ma ci danno in pieno. Spesso capita che, dopo cena, si sospenda il ricreativo e si principi ad avviare il culturale. Come ieri sera.

L’autrice ospite della serata era la psicologa e psicoterapeuta Piera Spannocchi; il libro che presentava (avevano ragione le Cinciallegre) s’intitolava proprio Ottavia e le altre. Ora però cosa è successo.
Noi s’era salite lassù in punta animate dalle migliori intenzioni. Cenare con educazione, ringraziare sempre il cameriere Ignazio (che saluto caramente), dopodiché spostarsi sotto il tendone delle iniziative e ascoltare cosa aveva da dirci la Spannocchi. Ma -lo sappiamo tutti- non sempre i progetti che facciamo vanno in porto. John Lennon stesso disse che la vita è quello che accade mentre facciamo altri progetti. Ed ecco quello che è accaduto.

Cirana aveva una serata particolarmente generosa in fatto di battute. Noi, ascoltandola e gradendone l’indiscussa dote oratoria, le siamo andate dietro dietro come le nanine a Konrad Lorenz. L’è stato tutt’un chiacchierare, un ridere, un raccontarsi, ondeggiando tra il faceto ma anche il serio, fino a sconfinare addirittura nell’intimo, con punte tragiche che non starò in questa sede a riportare.
Le portate erano molto numerose e noi, giù, chiacchiera come se non ci fosse un domani, narrazioni, memorie, aneddotiche, lazzi, commozioni. Intanto mastica e bevi di santa ragione. Finché (dice) “inizia la serata”. Ma noi ferme al nostro tavolo, ancorate come navi in porto, appuntallate con i piedi alle seggiole e le mani aggrappate alla tovaglia. Non c’avessero a prendere di peso e a portar di là. Di là, intanto, partiva il carrozzone: presentazione dell’assessora, letture dell’autrice, financo inserti musicali di un tipo alla chitarra. Noi nulla. Inchiodate alla nostra postazione, s’è messo a tacere anche la Cri che (coscienziosa) ricordava: o ragazze, hanno incominciato, che si va o no? Risposta: no.
E infatti non ci siamo andate. Non ci siamo presentate proprio. Ci siamo alzate a una cert’ora giusto per cambiare lochescion e apparecchiarci intorno a un tavolino che noi abbiamo decretato da fumo, a speare beate seguitando con tutti i nostri discorsi.
Poi, quando la presentazione del libro è finita e gli ospiti se ne sono andati, s’è avuto anche il coraggio di dire l’era l’ora, senti come si sta in questo silenzio.

Il primo anniversario

24 agosto 2018

A quest’ora, un anno fa preciso, lei era già in piedi, arzilla ed eccitata che non si teneva. Le amiche invece, ancora insonnolite e stropicciate, al massimo pensavano a fare colazione.
“Allora? Allora?? Allora??? Chi viene oggi con me?” chiedeva alle poverine. Erano giorni che le tartassava, vagolando piagnona e moccicosa per la casa e scordandosi perfino che era al mare. La spiaggia, il sole, l’acqua salata, l’abbronzatura, le ciane sotto l’ombrellone del Bagno Paradisino. Di nulla le importava. Tranne che di quell’appuntamento.
“Ti accompagno io” disse la Livia.
Avevano fissato per le cinque e mezzo. Faceva un caldo mostruoso, proprio quello che lei non sopportava perché non la faceva respirare, le toglieva la voglia di vivere, la annientava. Quel giorno il caldo manco lo sentiva. Sentiva invece il pizzicorino dell’eccitazione, quell’ansia bella che si ha per l’attesa di qualcosa di misterioso che s’immagina magnifico.
Le cinque e mezzo non arrivavano mai.
“Almeno vieni un’oretta sulla spiaggia insieme a noi -le dicevano- prendi un po’ di sole che pari Pippi Stinta.”
Si accampò sul grande terrazzo dell’appartamento, da sola, all’ombra, e attese.

“Oddio! Non ci posso credere! Ma ti rendi conto cosa stiamo andando a fare???”
“Sì. Cerca di stare calma però.”
“Non sto nella pelle! Come sarà? Sarà bello? Bellissimo? E se non scattasse la scintilla? Sai meglio di me che, se non scatta, c’è poco da fare.”
“Se non scatta giriamo i tacchi e ce ne andiamo.”
“Quanto ci vuole ad arrivare?”
“O quando vuoi ci voglia, siamo a San Vincenzo, s’ha da arrivare a Cecina. Un quarto d’ora e siamo lì.”
“Oddio che emozione! Sudo!!”
“Tu sudi perché fa caldo. Stai bonina, via.”
“Un appuntamento al buio e c’è un sole che spacca le pietre. Non ti sembra qualcosa di mistico, quasi di esoterico?”
“Mi sembra normale, è il 24 agosto e fa 40 gradi, accident’all’estate e a chi la vòle.”
“E’ un segno! Il 24 è per me un numero pieno di significati! Sono sicura che andrà tutto bene!”
“Speriamo, almeno tu l’abbozzi di piagnucolare e siamo tutte più contente.”
“Ma se invece andasse male?”
“Se va male te l’ho detto. Si ringrazia, si saluta, e ci si leva dalle palle.”
“Ma io voglio vada bene, non ce la faccio più a stare in questo stato!”
“Giù, mettiti un po’ zitta, siamo quasi arrivate.”

C’era un grande cancello, c’era una targa con un’immagine dipinta. C’era un nome in lingua inglese che tradotto diceva “Il Re degli Abbaioni”. Oltre il cancello c’era un viale verde che portava a una villa appollaiata su un giardino ben curato. C’era una donna che veniva loro incontro. E c’era lui.

(A Ubaldo detto Bobi, da un anno insieme a me)

img_8274

Bobi e Robert Redford

23 agosto 2018

Una delle più grandi fortune della vita è stare bene nel posto di lavoro, il che vuol dire esercitare una professione che ci rappresenta e farlo insieme a gente ganza.
Quando chiesi il trasferimento all’Artistico di Porta Romana, lo feci perché l’edificio è straordinario e perché mi parlavano di una preside bravissima. Di lì a poco avrei scoperto che anche quelli che ci studiano sono particolarmente affascinanti e quelli che ci insegnano (ciascuno nel proprio personale stile) prevalentemente interessanti. Robert Redford (docente di Storia dell’Arte) spicca su tutti per cultura, intelligenza, doti didattiche, ironia e (che non guasta mai) avvenenza. Ha una casa-museo in cui ha raccolto opere d’arte di pregiato valore e un’oggettistica variegata che mescola con grazia disinvolta lo chic con il kitch. In quell’appartamento al quinto piano di un palazzo panoramico nella romantica periferia fiorentina non v’è un angolo sgombro e ogni stanza straripa di libri, quadri, suppellettili, ricordi, fotografie, sassi colorati, cuscini, palle di vetro, collezioni di uccelli e planetari. Andare a pisciare nel suo bagno comporta la concentrazione che di solito mettiamo in un atelier.
Ieri sera mi ha invitata a cena.
“Questa volta, se non ti dispiace, porterei anche Bobi. Da molto tempo ormai padroneggia sfintere e vescica, è disciplinato ed educato, insomma un brav’omino. Posso?”
Robert ha detto che non solo potevo: dovevo.
Bobi è entrato e, tartufo a terra, immediatamente ha preso a ispezionare. In salotto ha preteso di sedersi sul divano bianco latte. Per ammazzare il tempo dell’attesa della cena ha inteso baloccarsi con le palle di vetro colorato. Poiché Robert dissentiva, si è accontentato di ciucciare l’angolino di un cuscino ricamato a mano. Trasferiti in cucina, ha controllato cosa prevedesse il menù puntando le zampe sulla tavola e appoggiando le bagioge appiccicose sulla tovaglia di lino azzurro mare su cui ha lasciato una sgorata generosa. Quindi ha atteso la pausa cicchino per afferrare di nascosto (io però l’ho visto) una fetta di pecorino stagionato già adocchiata in precedenza e ingurgitarla senza masticare. Ha altresì gradito l’acqua fresca che Robert Redford gli ha versato nella ciotolina a forma di osso firmata Tiger.
Tornati in sala dopo il lauto pasto, ha rifiutato di sedersi sul telo offertogli da Robert ed è tornato ad accucciarsi accanto a lui sopra il divano, questa volta notando però un gatto di pezza nera adagiato sullo schienale e pretendendo con tutte le sue forze di entrarci in confidenza.
Quando, stremata dai richiami e umiliata dallo sbugiardamento a cui dovevo sottopormi, ho estratto dalla borsa la famosa palla parlante per cani (un oggetto strepitoso che consiglio anche a chi il cane non ce l’ha) per distrarlo dal gattino nero, ha preso ad inseguirla e conseguentemente a farla ruzzolare, sbattere e parlare, un casino a quell’oddio.
Robert Redford ha resistito fino all’una di notte. Infine ci ha cacciati.
Della serata mi resta una foto eloquente in cui Robert siede sul divano e Bobi, accanto a lui, si finge complemento d’arredo.

Cirana e le altre

23 agosto 2018

Sono stata alla cena di compleanno della Cri, moglie del cugino Gio.
Cri e Gio sono una splendida coppia, hanno due magnifici ragazzi grandi (uno ama i polli e le galline, l’altro sta per emigrare definitivamente in Spagna), vivono in Valdarno e possiedono quella magnifica colonica sgarrupata che confina con la tenuta di Sting e in cui io amo tanto andare sia d’estate sul pratone panoramico incastrato tra i cipressi che d’inverno al caldo della cucinona con il canto del foco.
A quella cena veramente non ci volevo rimanere, in Calabria ho ecceduto e ora a livello enogastronomico percorro una triste fase disintossicante. Il mio piano era passare al volo, fermarmi una manciata di minuti, consegnare in dono alla festeggiata un mio acquerello incorniciato, salutare e tornare alla città.
C’era però questo gruppo ridanciano di persone tra cui spiccava lei, Cirana, una delle donne più buffe conosciute in vita mia, simpatica avvocato autoironica, intelligente produttrice di battute perlopiù autolesioniste, e intorno a lei un coro garrulo di accoglienti cinciallegre di variegata estrazione e professione, tutte parimenti interessanti. E insomma non so come sia andata, mi sono ritrovata a tavola seduta in mezzo a loro che non conoscevo e insieme a loro ho riso riso riso fino ad avvertire quel dolorino addominale sintomo di un momento veramente divertente.
“Ehi, pss -mi bisbigliava sornione all’orecchio il cugino Gio bussettandomi il costato con il gomito- chissà cosa non ci tiri fuori domattina sul tuo blog con tutto questo materiale, eh?”
E invece m’è venuto il blocco e di una serata così bella non so che cosa scrivere.

Un’altra Calabria

19 agosto 2018

Qualcosa come trent’anni fa il babbo e la mamma decisero di comprare una casa in Calabria.
Nessuno dei due vantava pur remote origini calabresi. Ma qualche estate prima eravamo andati tutti insieme là in vacanza e loro se ne erano innamorati.
“Ma che siete pazzi?!” urlavamo io e il Rondine, che avevamo lasciato il cuore sul golfo di Lacona e a Forio d’Ischia, fino a quel momento nostre mete annualmente reiterate.
“A noi ci garba” tagliavano corto i nostri genitori.
“E noi non ci verremo” replicavamo ricorrendo alla minaccia.
“Va bene, resterete a casa” perché raramente le minacce in casa nostra hanno funzionato.
“Ma ragionate in termini di tempo -adottavamo allora la prospettiva temporale- noi cresceremo e andremo in vacanza per i fatti nostri, mentre voi invecchierete e quei 750 chilometri di strada diventeranno impercorribili perché tu, mamma, vorrai un posto più vicino e tu, babbo, avrai sempre più difficoltà a guidare.”
Il babbo si toccava le palle per scaramanzia, la mamma diceva pensate ai cazzi vostri.
Comprarono quindi quella casa. Nel tempo, l’arredarono con gusto e la corredarono di ogni confort, compreso il climatizzatore.

Ci siamo sempre andati obtorto collo, quel posto non ci era familiare, era selvatico, troppo diverso dai luoghi a cui eravamo abituati, le spiagge non erano attrezzate, i paesini apparivano malconci, la gente parlava una lingua strana piena di vocali spalancate, buOngiOrnO, buOnasErA, tuttO a pOstO?
Il babbo e la mamma invece ogni volta che partivano alla volta calabrese parevano due pasque e quando tornavano la macchina straripava di limoni e puzzava di cipolle di Tropea.
Io e il Rondine crescemmo e, come da copione, prendemmo a viaggiare.
Il babbo e la mamma, contro ogni previsione apocalittica e favoriti entrambi dall’arrivo del pensionamento, seguitarono beati a scendere in Calabria quando gli pareva e gli piaceva, strinsero solide amicizie coi locali, diventarono intimi con Norina la verduraia, Nina e Antonio i villeggianti, Nello il titolare del ristorante Maris, Sina la fornaia e Osvaldo il pesciaiolo. Poco prima di morire, inferma sulla sedia di lillà, la mamma chiese al babbo un ultimo viaggio in Calabria, che poi l’ultimo non fu visto che il babbo ce la porta ancora sistemando sul sedile accanto al suo l’urna lignea con le ceneri.

Il Rondine si riavvicinò alla Calabria quando nacque il Frenky.
“Ma sai che ci si sta proprio bene? -diceva al suo ritorno- il mare è splendido, la gente è gentile, la casa confortevolissima. Per delle vacanze con un bambino è davvero l’ideale.”
Dato il mio stato di neomamma, tre settimane fa ho deciso di tornarci anch’io. Dall’ultima volta erano passati vent’anni. La Calabria mi è sembrata un’altra, i tartufi di Ercole nella piazza centrale a Pizzo, il pesce di Maris sulla spiaggia, il monte Mancuso dietro casa dove rifugiarsi nelle ore di calura, la bellissima Sila Grande col suo lago di Cecita e Camigliatello che sembra di essere sulle Dolomiti, la pizza al Tipiko di Amantea, il Museo della Lambretta a Feudo De Seta, il borgo di Le Castella a Isola Capo Rizzuto, il panorama sempre mozzafiato e due cene memorabili alla Torretta di Fiumefreddo, la verdura che sa di verdura, il piacere di cucinare. E tutte quelle cose che all’epoca non riconoscevo questa volta le ho sentite mie.
Il bambino, poi, si è divertito da morire.

img_5051