Sindrome del nido vuoto

30 settembre 2018

Dice Wikipedia: Si definisce sindrome del nido vuoto quel particolare stato psicologico che colpisce i genitori nel momento in cui i propri figli (in genere perché si sposano o vanno a vivere da soli) lasciano la loro abitazione.
Non avendo avuto figli, non ho mai sperimentato questo stato psicologico fatto di malinconica tristezza e di spaventevole horror vacui.
E ricordo che, quando da ragazza abbandonai la casa paterna per trasferirmi alla Casa del Sorriso (un rudere seicentesco sulle colline di Bagno a Ripoli), la depressione che vedevo dipinta sul volto di mia madre un po’ m’indispettiva pure. Non era lei felice che io fossi felice? Non era lei orgogliosa che io avessi rinvenuto (da qualche parte tra penne e piume) le mie ali e spiccassi finalmente il volo in completa autonomia? Non era lei fiera di una figlia che se ne andava serenamente a vivere con tre perfetti sconosciuti di sesso maschile? No, non lo era. Ma questo è un altro paio di maniche.
Per me la sindrome del nido vuoto era quasi una battuta, una barzelletta. Non ci avevo mai creduto. Possibile che un adulto equilibrato, in possesso di un’esistenza appagante e ricca di stimoli, rimanesse lì a uggiolare nel momento in cui i figlioli si levavano di casa per andare a costruirsi un’esistenza altrettanto appagante e ricca di stimoli? Ma perché non ne approfittava invece per rimettersi in gioco, per godere di tutti quegli spazi vuoti appena riconquistati e di tutto quel tempo tornato improvvisamente libero? Perché non coglieva l’occasione per viaggiare in compagnia del compagno fino ad allora -benché parzialmente- messo in disparte a causa del potere vampiresco che tutti i figli hanno e che li rende talora sfacciati tiranni più che innocue creature? Nulla. Non c’era nulla da fare. Mia madre languiva, sospirava, e dimagriva a vista d’occhio. In un anno (l’anno che spese nell’attesa che io cambiassi idea e tornassi a casa) scemò di undici chili.
Ora.
Perché dopo settimane di silenzio me ne esco fuori con questa menata.
La scuola è ripartita, e questo si sa tutti.
Per me è ripartita con dieci giorni di ritardo perché ho dovuto rifare l’esame di maturità a uno studente del Leon Battista Alberti, che a giugno si era seriamente infortunato giocando (volpone) a rugby. Ma questo è un dettaglio in questa sede inessenziale.
Finita la maturità suppletiva e straordinaria (straordinaria in tutti i sensi perché la commissione era speciale e io mi sono molto divertita), sono rientrata nella mia adorata scuola, ritrovando lì i miei adorati colleghi. Anche i miei studenti, ho ritrovato. Gli ex primini di 1M, cresciuti e fieri di essere in seconda. Gli ex di 4L, ormai grandissimi e già proiettati mentalmente all’appuntamento finale che li aspetta a giugno. E una classe nuova di pacca, la 3B, neoformata e neonata, da un piluccamento effettuato da tutte le seconde, per cui ancora un gruppo barcollante, precario, che si studia e si misura.
E a me fa piacere avere intorno tutti quei colleghi e tutti quei ragazzi.
Ma un malessere sordo mi si è accucciato alla bocca dello stomaco e da lì non se ne va. È un misto subdolo di malinconia e tristezza, nostalgia e spaesamento, grigiore e solitudine. Vago per gli immensi corridoi di Porta Romana, ogni tanto infilo il capo nell’aula 159, o nella 163. Quando, al cambio dell’ora e all’intervallo, la folla mi travolge (generalmente sempre in controsenso), spingo gli occhi sempre più in avanti e mi aspetto di vedere un cranio raso, una crocchia in cima alla testa, lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle, una chioma bruna e riccia, una cresta verde (o rossa), un capino blu, un cespuglio rosso fuoco, un caschetto nero, un taglio tricologico alla Jesus, un look alla Prince.
Guardo, guardo, e non li vedo mai.
Perché non ci sono più.
In mezzo a piume e penne, anche loro hanno trovato le loro ali e hanno spiccato il loro volo. Chi al Dams di Firenze, chi a quello di Bologna, chi alla Facoltà di Lettere e Filosofia, chi alla Comix, chi alla Nemo.
Sono le mie ragazze e i miei ragazzi di terza, quarta e quinta H, tre anni insieme intensi e pieni di passione, un’intesa rara a trovarsi tra individui di una stessa classe, un rispetto e un equilibrio nelle relazioni che ha reso un triennio qualunque un triennio eccezionale, culminato in una gita a Berlino che ha incollato ogni mosaico dipinto in quel tempo iniziato una mattina di settembre con un siparietto sul dovere di alzarsi in piedi quando l’insegnante entra in aula.
Possibile che io, un’adulta (tutto sommato) equilibrata, in possesso di un’esistenza appagante e ricca di stimoli, con tre classi a cui dedicarmi con invariata passione, dei colleghi ottimi e amorevoli, un ambiente lavorativo positivo quanto raro in questi tempi bui, possibile che io, anziché buttarmi a capofitto in una nuova annata densa di avventure, resti in un angolino dell’ottagono a uggiolare? Possibile che io, pur avendo predicato per tre anni l’importanza di volare via lontano, percorra adesso i corridoi sperando di veder spuntare tra la folla adolescente loro, proprio loro, quei diciotto che se ne sono andati?
Non è solo possibile. È terribile.
Speriamo almeno di buttare giù cinque o sei chili.

E per ora è attiva solo su Instagram.
Tanto poi le passa.
E torna.

Con le Cinciallegre

8 settembre 2018

Con le appena conosciute Cinciallegre si ha l’impressione di essere amiche da un tempo molto lungo. Del resto lo vidi subito -da come si presentavano e da come stringevano la mano (forte e avvolta anche dall’altra che generalmente resta ciondoloni al braccio) guardando dritte in fondo agli occhi- che non erano persone a caso. Il caso, poi (e questo è un mantra che mi si ripresenta spesso ultimamente), non esiste. Questo incontro è stato voluto. Forse cercato. Di certo benedetto.
Ieri sera CinciallegraMoni e CinciallegraStefi avevano preparato per noialtre una cena sopraffina. Per cominciare, una tavolata di balocchi. Dìcesi balocchi quegli stuzzichini di cui mi nutrirei a oltranza, melanzane grigliate e condite, triangoli di pasta filo con ripieni vari, formaggio con scaglie di tartufo, pecorino fresco, olive cicciottelle e colorate, sbriciolona tagliata a tassello perché così si mangia la sbriciolona, prosciutto accoccolato su un vassoio. Tutti i piatti erano bellissimi, diversi e originali, spessi e rustici, policromi, capienti. La pasta era condita con burrata e pomodori, il pollo era cucinato con il cocco e con lo zenzero. Fichi e fichi d’india a ripulire. Quindi uno strudel preparato da CinciallegraCri e un gelato dai gusti peccaminosi portato da CinciallegraEnri.
Le Cinciallegre hanno moltissimi interessi, fanno yoga e scalano pareti, dirigono cooperative e fanno avvocatura, stanno al pubblico e sorridono. Per questo gli argomenti sono tanti e come Pindaro voliamo dal saluto al sole ai cinque tibetani, dai clienti scemi a quelli pazzi, dalla cattedra ai colleghi, tra ricette, confidenze, intimità.
La casa dove tutto questo ha avuto luogo non te l’aspetteresti mai così e aveva un giardino grande e strano che le girava intorno, deviava in un orticello e s’arrampicava per un poggio che confina con un bosco popolato di ricci e caprioli. Per un amore indomito verso gli oggetti di recupero, da ogni pertugio spuntava qualcosa di salvato e restituito a nuova vita, vecchie chiavi rugginose, sassi prigionieri in una rete da pollaio a forma di cuore, legni levigati dalle onde e poi sputati sulla spiaggia.
In mezzo a tutta questa fantasia, Bobi ha perso il senno e si è trasformato in una furia.
Nonostante ciò, le Cinciallegre lo hanno eletto sindaco e gli hanno detto di tornare.

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L’ospite narrante

7 settembre 2018

CollegAttore (docente di Matematica presso la mia scuola e insegnante di tecniche teatrali presso il Teatro della Pergola) aveva una storia bellissima, tragica e comica insieme, da raccontarmi. Chiamo altre due colleghe a me molto care e organizzo una cena a casa mia dove lui sarà l’ospite narrante.
Il loro arrivo è abbracciato dai profumi della tavola: ho preparato due ciotole di riso (uno integrale, l’altro thai) da accompagnare alle diverse portate pensate per l’ospite d’onore, che è allergico a un monte di alimenti. Il pane e tutti i suoi derivati, per esempio. Ogni tipo di latticino. La carne. In un pomeriggio di aromi e di sudore ho cucinato verdure stufate, peperoni ripieni, dischi di melanzana con cupola di farcia in forno, sogliole e gamberi. Sul tramonto ho portato Bobi alle Cascine per camminare e rilassarmi. Alle otto e trenta eccoli tutti.
Mi si è incantato l’accendigas dei fornelli in cucina e un suono incessante quanto petulante (TRI TRI TRI TRI TRI) intende compromettere l’incontro.
“E’ impensabile mangiare con questo martellìo -dice CollegAttore- mi spoglio e te lo aggiusto.”
Sfila il gilet, toglie la camicia, resta in canottiera.
“Porti la canotta con questo caldo?!” trasaliamo ridendo noi donne. CollegAttore afferma che la mattina in scooter è freddo e ci intima di farci i cazzi nostri. Per placarlo gli diciamo che il sogno erotico di ogni donna è un uomo che gira per la casa in canottiera facendo lavori prettamente maschili. E infatti ualà, il rumore non c’è più (ometterò di rivelare il metodo a cui è ricorso Attore) (o forse potrei anche scriverlo?) (no, meglio di no) (ma sì dai! Ha reciso il filo con le forbici, quanto si dice la professionalità).
Ci mettiamo finalmente a tavola. Con un Buddha Bar in sottofondo spolveriamo quasi tutto e ci spostiamo nel salottino. Tra dolci caffè e liquorini CollegAttore ci racconta quella storia. Una storia che vorrei trasformare in un libro per ragazzi illustrato dai miei studenti, per cui no, nessuna anticipazione. La racconta col talento affabulatorio che lo contraddistingue, allunga le scene, dilata le descrizioni, crea l’attesa, fa esplodere la risata con un gesto mimico.
E insomma, mi metto al lavoro.

Bobi in fuga

5 settembre 2018

Momenti di panico puro sabato scorso alle Cascine.
All’interno del polmone verde di Firenze, verso la metà della mattinata, si sono viste arrivare due ragazze, due giovani donne, du’ donnucce, una rossa e una mora. La rossa in compagnia di Uncerto Bobi, la mora agguinzagliata a Tale Spino. Penetrate nell’ombroso bosco, le due hanno dato via libera ai loro cani che, felicioni, hanno preso a correre alla rinfusa tra gli alberi. Le umane intanto s’intrattenevano vicendevolmente con racconti che non hanno alcun valore all’interno di questa relazione, e nessun valore neanche all’esterno. Quand’ecco, la rossa ricevere una telefonata.
“Ciao! Sì, siamo alle Cascine. No, non sono sola, c’è la Livia con Spino insieme a me. Ah, vuoi passare a salutarci al volo con la moto? Certo, ci trovi lungo i viottoli, vieni pure, Bobi ne sarà felice.”
E infatti Uncerto Bobi, all’apparire di un individuo non particolarmente capelluto calvo, ha preso a piroettare e urlare come un’aquila dalla felicità.
L’individuo di cui sopra, tuttavia, a un certo punto della mattinata ha annunciato che se ne sarebbe andato a casa propria perché A faceva troppo caldo, B aveva mille incombenze da sbrigare, C s’era rotto le palle ne aveva abbastanza di sudare e camminare. Le donne hanno accolto la notizia con malcelata indifferenza. Uncerto Bobi, invece, interrotti i suoi giochi sghembi con Tale Spino, ha preso a farsi guardingo. Teneva d’occhio i movimenti degli umani, intanto sgranocchiava un bastoncino.
Quando l’individuo ipocrinito ha abbandonato il gruppo, Bobi ha dato vita a una staffetta disperata che lo portava dalla rossa al calvo, dal calvo alla rossa, in un’incessante corsa apparentemente priva di senso, in realtà foriera di un messaggio molto chiaro: S T I A M O T U T T I N S I E M E.
Affinché interrompesse quella disperata pantomima, la rossa lo ha legato al guinzaglio e il calvo ne ha approfittato per allontanarsi, uscire dal bosco, passare dal chiosco di Simone e ricongiungersi alla propria moto. Distavano da lui alle donne con i cani succitati molti metri di distanza, tanto che -complici gli alberi del bosco- nessuno vedeva più nessuno. La rossa, appurata in Uncerto Bobi una riconquistata tranquillità emotiva, lo ha slegato. Il cane ha ripreso (apparentemente indifferente all’accaduto) a giocare col suo socio.
Ma ecco, lontana lontana, passare a tutto fòco la moto or ora nominata, e percorrere il viale asfaltato che, tagliando il piazzale del Re, riporta alla città.
Uncerto Bobi, finissimo d’orecchie, si è arrestato di colpo, ha mollato ogni gioco, ha scacato la padrona e ha staccato una corsa forsennata in direzione del motore.
Inutili i richiami a gran voce delle due donne (“BOBIIIIIIIII!!!!!! BOBIIIIIIII!!!!!”), inutile la corsa a cui (pant pant) si sono entrambe lanciate, inutili gli appelli agli umani sconosciuti che Bobi incrociava per la via (“FERMATELOOOOO!!!! BLOCCATELOOOOOO!!!!”). Segato in mezzo il parco più grande di Firenze, Bobi è scappato all’inseguimento di colui che, inconcepibilmente, chiama “babbo”.
La rossa è stata vista (oltre che rossa nei capelli) rossissima nel volto e col mascara che colava per il pianto, mentre (correndo a perdifiato) razzolava intanto con la mano sinistra nella borsa alla ricerca del cellulare con cui chiamare “babbo” e intimargli di fermarsi; la mora sudata fradicia dietro; Spino attonito che seguiva la scena.
Chissà quale epilogo avrebbe avuto questa storia, se una coppia di runners non si fosse lanciata sopra a Bobi immobilizzandolo e restituendolo alla rossa disperata.
Fatto sta che, per riaversi tutti quanti, si sono seduti sopra una panchina ad asciugare lacrime e sudore.
Passava di lì una vecchiaccia stronza anziana signora.
“Ma cosa è successo?” ha chiesto.
“Il mio cane era scappato, lo hanno ripreso queste due gentilissime persone sul viale, dopo che un motorino e una macchina l’avevao appena scansato” ha spiegato la rossa.
“E perché è scappato?” ha indagato ancora quella ficcanaso di merda curiosa signora.
“Perché il suo babbo è andato via in moto e lui l’ha inseguito disperato” ha spiegato ancora la rossa.
“Be’, signora, fossi in lei mi farei qualche domanda…” ha insistito la malefica vecchia insistente signora.
“Che domanda?!” ha chiesto perplessa la rossa.
“Se il suo cane è corso via da un altro, significa che sta meglio con lui che non con lei” ha dichiarato quella merdissima di donna signora così stranamente petulante.
“Ma io sono la sua mamma!” ha esclamato la rossa, sconvolta dalla sfaggiataggine dell’intrusa.
“Già il fatto che lei si definisca mamma di un cane la dice lunga, signora. Un cane è un cane. Nulla di più.” ha sancito quella maledettissima odiosissima facciadimerdissima donnaccia vecchia e brutta signora.
La rossa era così distrutta emotivamente, che non è riuscita nemmeno a mandarla dov’ella avrebbe meritato, per cui ha deciso che lo farà qui: signora, vada affanculo.

La mia Nadona

1 settembre 2018

Quando la vidi per la prima volta, lei aveva sedici anni. Io tre. Era bellissima. Secca rifinita ma con il visino tondo, lo sguardo timido e corrucciato, gli incisivi leggermente in fuori. Due gambe luuuunghe e stecche che mostrava sotto minigonne anni Sessanta. Quegli anni lì. Due piccoli nei, uno al lato della bocca, uno sopra il mento. Gli occhi neri neri, i capelli lisci lisci, castani, rincalzati dietro le orecchie. Le mani affilate, le unghie curate. Cantava una canzone in cui si domandava cos’è la vita senza l’amore e si rispondeva che è come un albero che foglie non ha più. Ma che freddo faceva, in quegli anni lì.
Da piccina io cantavo sempre. Il mio gioco preferito era passare i pomeriggi a infilare 45 giri in bocca al mangiadischi blu, seduta sul lettino, e andare dietro alle parole. Di tutte quelle che cantava Nada, le mie preferite erano due. Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va. Ma soprattutto Gelosia ah ah. Mi esibivo spesso per il babbo, che me la prenotava tornato dal lavoro. “Su da brava, cantami Gelosia”. Gelosia ah ah, gelosia ah ah, è l’amore che non ti sorride piu’; la credevo un sentimento ed è una malattia. Guarirò, guarirò. In effetti son guarita. Ma non dall’amore che provavo per quella ragazzina.
Quando è diventata donna, Nada ha abbandonato il melodico italiano e virato verso altri generi musicali che non saprei come chiamare. Certamente oggi Nada è rock. Ma è anche intimista e sperimentatrice. La sua voce graffia più di allora perché negli anni ci è andata giù pesante con i sigari. Come tutte noi quando invecchiamo, è diventata più grossotta e gli son venute le cioccione. Resta indiscutibilmente bellissima e bravissima.
Ieri sera era in concerto a San Salvi Città Aperta.
“Mangiamo al giapponese e poi corriamo ad applaudirla?”. Impensabile un rifiuto.
Cantavo a squarciagola insieme a lei come da piccina e intanto mi tornava a gola il sushi. Ero felice.

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